Il 27 agosto, la liturgia ci invita a riflettere su passaggi evangelici di profonda importanza, spesso incentrati sull'identità di Gesù e sulla vera fede, affiancati dalla celebrazione di figure esemplari come Santa Monica.
La Confessione di Pietro: Matteo 16,13-20
Mt 16,13-20: In quel tempo Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Contesto e Rivelazione dell'Identità di Gesù
Nella nostra lettura contemplativa del vangelo secondo Matteo, siamo giunti a una svolta nella vita di Gesù: ormai i discepoli, dopo averlo seguito, ascoltato e osservato come maestro e venerato come profeta, giungono a comprendere per grazia che la sua identità va al di là della loro comprensione e della loro esperienza umana. Gesù, infatti, ha un legame unico con Dio, che lo ha inviato nel mondo: è il Figlio di Dio.
Proprio da quel momento Gesù rivela ai discepoli la necessità della sua passione, morte e resurrezione, e lo fa in modo continuo nel viaggio che ha come meta Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22; 20,17-19), la città santa che uccide i profeti (cf. Mt 23,37). Il racconto è denso, frutto della testimonianza sull’evento, ma anche della meditazione della chiesa di Matteo, che approfondisce sempre di più il mistero di Cristo.

Gesù va con i discepoli nei territori di Cesarea, la città fondata trent’anni prima dal tetrarca Filippo, figlio di Erode il grande, ai piedi del monte Hermon. E proprio là dove Cesare è venerato come divino, proprio in una città edificata in un suo onore, ecco l’occasione per la domanda su Gesù: chi è veramente Gesù? È lui stesso a porre questa domanda ai suoi discepoli: “Gli uomini chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?”. Gesù amava chiamare se stesso “Figlio dell’uomo”, espressione oscura e forse anche ambigua agli orecchi dei giudei, espressione che indicava un uomo terrestre, figlio d’uomo, e nello stesso tempo un veniente da Dio.
Le Opinioni della Gente e la Domanda ai Discepoli
I discepoli riferiscono che la gente pensa che Gesù sia un profeta, uno dei grandi profeti presenti nella memoria collettiva d’Israele: forse Elia che era atteso, forse il Battista, ucciso da Erode ma tornato in vita (cf. Mt 14,1-12), o forse Geremia, visto che, come lui (cf. Ger 7), Gesù pronunciava parole contro il tempio di Gerusalemme.
Allora Gesù interroga direttamente i discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». In realtà, poco prima, alla fine della traversata notturna e tempestosa del lago di Galilea, quando Gesù era andato verso di loro camminando sulle acque, i discepoli avevano confessato: «Veramente tu sei il Figlio di Dio!» (Mt 14,33). Ma ora la risposta viene da Simon Pietro, il discepolo chiamato per primo (cf. Mt 4,18-19).
La domanda di Gesù non mirava affatto a ottenere in risposta una formula dottrinale, tanto meno dogmatica, ma chiedeva ai discepoli di manifestare il loro rapporto con Gesù, il loro coinvolgimento con la sua vita, la fiducia che riponevano nel loro rabbi. Sì, chi è Gesù? È una domanda che dobbiamo farci e rifarci nel passare dei giorni. Perché la nostra adesione a Gesù dipende proprio da ciò che viviamo nella conoscenza o sovraconoscenza (epígnosis) della sua persona. Chi è Gesù per me?, è la domanda incessante del cristiano, che cerca di non fare di Gesù il prodotto dei suoi desideri o delle sue proiezioni, ma di accogliere la conoscenza di lui da Dio stesso, contemplando il Vangelo e ascoltando lo Spirito santo. La nostra fede sarà sempre parziale e fragile, ma se è “fede” che “nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), è fede vera, non illusione né ideologia.
La Risposta di Pietro e la Rivelazione Divina
Secondo Matteo qui i discepoli restano muti, ed è solo Pietro che proclama, con una risposta personale: «Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente». Egli dice che Gesù non è solo un maestro, non è solo un profeta, ma è il Figlio di Dio, in un rapporto intensissimo con Dio, che possiamo esprimere con la metafora padre-figlio. In Gesù c’è ben più di un uomo chiamato da Dio come un profeta: c’è il mistero di colui che la chiesa, approfondendo la propria fede, chiamerà Signore (Kýrios), chiamerà Dio (Theós).
È vero che in ebraico l’espressione figlio di Dio (ben Elohim) era un titolo applicato al Messia, l’Unto del Signore (cf. 2Sam 7,14; Sal 2,7; 89,27-28), applicato al popolo di Israele (cf. Es 4,22), ma qui Pietro confessa chiaramente in Gesù l’unicità del Figlio di Dio vivente. E si noti che, se in Marco e in Luca Pietro esprime la fede dell’intero gruppo dei discepoli (cf. Mc 8,29; Lc 9,20), qui invece parla a nome proprio, e per questo la risposta di Gesù è rivolta a lui solo: «Beato sei tu, Simone, figlio di Jonà, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
Catechesi sulla Passione di Cristo secondo Matteo: il rinnegamento di Pietro.
Colui che si chiamava Simone, il pescatore di Galilea figlio di Jonà, è definito da Gesù “beato”, non per se stesso, ma per la rivelazione gratuita che il Padre gli ha fatto. Se Simone proclama questa confessione di fede, è per rivelazione di Dio, non come frutto di ragionamenti ed esperienze umane (carne e sangue). Per volontà amorosa di Dio, Pietro ha avuto accesso a tale rivelazione, e per questo Gesù, constatando l’azione del Padre, lo definisce beato. Del resto Gesù lo aveva detto: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (cf Mt 11,27), e qui non fa che ribadirlo, discernendo che attraverso Pietro è il Padre stesso che ha parlato.
Pietro, la Roccia su cui è Edificata la Chiesa
Proprio in obbedienza a tale rivelazione, Gesù continua, dichiarando a Simone: «Tu sei Pietro (Pétros) e su questa pietra (pétra) edificherò la mia chiesa». Gesù sta costruendo la chiesa, e certo sarà lui «la pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio» (1Pt 2,4), ma di questa costruzione Pietro è la prima pietra. Per fare una costruzione occorre che ci sia qualcuno capace di essere la prima pietra, e Pietro mostra di essere tale, perciò Gesù gli cambia il nome da Simone in Kefâs, Pietro (cf. Gv 1,42).
Così egli parteciperà per grazia alla saldezza della Roccia che è Dio (cf. Sal 18,3.32; 19,15; 28,1, ecc.), saldezza nel confessare la fede, anche se soggettivamente potrà venire meno nella sua sequela, cadere in peccato, manifestandosi con le sue debolezze e i suoi comportamenti contraddittori. La beatitudine di Gesù non costituisce Pietro nella santità morale ma nella saldezza della fede confessata. E non saranno forse proprio la fragilità e la debolezza nella sua sequela di Gesù che permetteranno a Pietro, autorità suprema tra i Dodici, di essere esperto della misericordia del Signore? Pietro sa di aver conosciuto su di sé la misericordia del Signore, di aver conosciuto veramente il Signore, e perciò può annunciarlo e testimoniarlo in modo credibile. Pietro ha avuto per grazia il dono del discernimento, ha visto bene chi era Gesù, e per questo può essere la prima pietra, quella che segna la saldezza di tutta la costruzione, un uomo capace di rafforzare e confermare i fratelli, anche perché a sua volta sostenuto e confermato dalla preghiera di Gesù (cf. Lc 22,32).
Il Ruolo di Pietro e la Nascita della Chiesa
In questo passo appare la parola “chiesa”, che ritornerà solo un’altra volta in tutti i vangeli, ancora in Matteo (cf. Mt 18,17). Chiesa, ekklesía, significa assemblea dei chiamati-da (ek-kletoí): questo è il nome dato dagli elleno-cristiani alle loro comunità, anche per differenziarsi dalla sinagoga (assemblea) degli ebrei non cristiani.
Ebbene, la chiesa ha Gesù come costruttore - «Io edificherò la mia chiesa» - ed essa gli appartiene per sempre: non sarà mai né di Pietro, né di altri, ma di proprietà del Signore (Kýrios). In questa costruzione di Cristo, Pietro sulla terra sarà l’intendente, colui che apre e chiude con le chiavi affidategli da Cristo stesso: si tratta di immagini semitiche, di cui troviamo traccia nell’Antico Testamento (cf. per esempio Is 22,22), che significano che Pietro sarà abilitato interpretare la Legge e i Profeti, quale testimone e servo di Gesù Cristo. Ecco dunque un grande dono di Gesù ai discepoli: Pietro, l’umile pescatore di Galilea, che ha ricevuto una rivelazione da parte di Dio e l’ha confessata.

È innegabile che qui Pietro riceva un primato, quello dell’uomo dell’inizio, il primo chiamato, il “primo” nella comunità (cf. Mt 10,2), l’uomo capace di essere la prima pietra nell’edificazione della comunità cristiana (cf. Is 28,14-18). Potremmo dire che in quel giorno a Cesarea è abbozzata la chiesa, è posta la sua prima pietra. Poi nella storia farà la sua corsa, conoscendo contraddizioni, inimicizie e persecuzioni; ma pur nella sua povertà e nella fragilità dei suoi membri, deboli e peccatori, compirà il suo cammino verso il Regno, perché la volontà del Signore e la sua promessa non verranno mai meno, e anche la potenza della morte non riuscirà a vincerla, ad annientare il «piccolo gregge» (Lc 12,32) del Signore.
Letture della Liturgia del Giorno
Antifona e Salmo Responsoriale
Antifona: Signore, tendi l’orecchio, rispondimi. Tu, mio Dio, salva il tuo servo, che in te confida. Pietà di me, o Signore, a te grido tutto il giorno.
Salmo Responsoriale Dal Sal 137 (138):
R. Signore, il tuo amore è per sempre.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.
Seconda Lettura: Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 11,33-36)
O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli.
Prima Lettura: Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1Ts 2,9-13)
Voi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Voi siete testimoni, e lo è anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi, che credete, è stato santo, giusto e irreprensibile. Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria.
Versetto prima del Vangelo: 1 Giovanni 2,5
Alleluia, alleluia. Chi osserva la parola di Gesù Cristo, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.
Antifona alla Comunione
Con il frutto delle tue opere si sazia la terra, o Signore; tu trai il cibo dalla terra: vino che allieta il cuore dell’uomo, pane che sostiene il suo cuore. (Cf. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno», dice il Signore. *A «Voi, chi dite che io sia?». «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».)
Il Vangelo sui "Sepolcri Imbiancati": Matteo 23,27-32 e 23,23-26
Matteo 23,27-32
In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti.
Riflessione sull'Ipocrisia
L’espressione «sepolcri imbiancati» che Gesù usa nel Vangelo di oggi è entrata nell’immaginario collettivo e nel linguaggio comune per descrivere l’ipocrisia. La forte immagine evocata da Gesù ha a che fare con la contraddizione che si viene a creare tra ciò che è un sepolcro dentro, cioè la morte, e ciò che un sepolcro appare al suo esterno, cioè il bianco candido della calce fresca. Molte volte lo facciamo per proteggere le persone che ci stanno accanto, oppure perché pensiamo di non essere capiti dagli altri. Ma in ogni caso, non è mai un buon affare portarsi la morte dentro e fingere gioia fuori. Mi sembra che letta così questa pagina del Vangelo non risulti semplicemente un rimprovero, ma una parola dura pronunciata da qualcuno che ci ama veramente. È come se Gesù volesse scoperchiare tutta quell’infelicità nascosta sotto il nostro tappeto e volesse dire a ciascuno di noi “basta accumulare tutto questo buio”. Chi incontra Cristo incontra qualcuno che lo aiuta a fare verità, a riconciliare cioè, il dentro con il fuori.

La Necessità della Sincerità e la Grazia Divina
Oggi, come nei giorni scorsi ed in quelli seguenti, vediamo Gesù, fuori di sé, condannando atteggiamenti incompatibili con una vita degna, non solo da cristiani ma perfino da esseri umani: «All’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità» (Mt 23,28).
Per non cadere, quindi, nell’ipocrisia, dobbiamo essere assai sinceri. In primo luogo, con Dio perché vuole che siamo puri di cuore e che detestiamo ogni classe di bugia perché Egli è assolutamente puro, è la Verità assoluta. In secondo luogo, con noi stessi, per non essere proprio noi i primi ad essere ingannati nell’esporsi a peccare contro lo Spirito Santo, non riconoscendo i nostri peccati né manifestandoli con chiarezza nel sacramento della Penitenza, o al non aver sufficiente fiducia in Dio, che non condanna mai chi fa da figlio prodigo, né condanna nessuno per il solo fatto di essere peccatore, ma perché non si riconosce come tale.
Questi tre atteggiamenti - che possono essere considerati di buon senso - dobbiamo farli nostri per non cadere nell’ipocrisia e renderci conto che abbiamo bisogno della grazia santificante, a causa del peccato originale provocato dal “padre della bugia”: il demonio. «Una putrefazione verniciata: questa è la vita del corrotto. Chiediamo oggi la grazia allo Spirito Santo di allontanarci da ogni inganno, chiediamo la grazia di riconoscerci peccatori: siamo peccatori. Peccatori, sì. I discepoli di Cristo hanno rivestito «l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,24). «Deposta la menzogna» (Ef 4,25), essi devono respingere «ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2470).
Davanti a Gesù non ci sono segreti: Egli legge nel cuore, nel cuore di ognuno di noi. E questa capacità potrebbe inquietare perché, se usata male, nuoce alle persone, esponendole a giudizi privi di misericordia. Nessuno infatti è perfetto, tutti siamo peccatori, tutti sbagliamo, e se il Signore usasse la conoscenza delle nostre debolezze per condannarci, nessuno potrebbe salvarsi. Ma non è così. Egli infatti non se ne serve per puntarci il dito contro, ma per abbracciare la nostra vita, per liberarci dai peccati e per salvarci. A Gesù non interessa farci processi o sottoporci a sentenze; Egli vuole che nessuno di noi vada perduto. Lo sguardo del Signore su ognuno di noi non è un faro accecante che abbaglia e mette in difficoltà, ma è il chiarore gentile di una lampada amica, che ci aiuta a vedere in noi il bene e a renderci conto del male, per convertirci e guarire con il sostegno della sua grazia.
Matteo 23,23-26
In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza.»
Santa Monica: Madre di Sant'Agostino (27 Agosto)
Il 27 agosto la Chiesa celebra Santa Monica, la madre di Sant'Agostino, la cui vita è un esempio straordinario di fede, perseveranza e preghiera incrollabile.
La Vita e la Fede Incessante
Nella storia della Chiesa, il nome di Santa Monica è strettamente legato a quello di suo figlio: Sant’Agostino, per il quale pregò e si sacrificò per ottenere da Dio la sua conversione. Monica nacque nel 332, a Tagaste (attuale Algeria), in una famiglia profondamente religiosa. Fin da bambina ricevette un’educazione basata sugli insegnamenti cristiani, grazie anche alla guida di una saggia governante che le trasmise i principi della fede.
Monica sposò Patrizio, un uomo onesto ma pagano, dal carattere difficile. Nonostante le difficoltà del matrimonio, Monica rimase fedele al suo ruolo di moglie cristiana, seguendo i valori del Vangelo. Dopo la sua morte, si convertì e si battezzò. Rimasta vedova, Monica allevò i figli da sola, ma la sofferenza più grande per Monica fu vedere il proprio figlio, Agostino, allontanarsi dalla fede. Nonostante le sue continue preghiere e suppliche, Agostino sembrava restare insensibile, vivendo una vita ribelle e aderendo alla Chiesa manichea.

Nel 383, Agostino partì per l’Italia per insegnare retorica, lasciando Monica a Cartagine. La madre, con determinazione, lo seguì in Italia, continuando a pregare per lui. Nel 385, Agostino, in crisi spirituale, incontrò Sant’Ambrogio a Milano, che lo avvicinò alla fede cristiana. Poco dopo, Agostino e Monica progettavano di tornare in Africa per una vita monastica, ma Monica si ammalò e morì a Ostia il 27 agosto 387, dopo aver compiuto il suo cammino terreno con fedeltà.
Simbolismo e Iconografia
A volte, Santa Monica è raffigurata con una tavoletta con il nome di Gesù, per simboleggiare che fu lei a far nascere in suo figlio l’amore per Cristo; altre volte viene rappresentata con una cintura o fascia, in riferimento alla tradizione degli eremiti di Sant’Agostino, che distribuiscono cinture benedette in suo onore.