Preghiera e Solidarietà per i Cristiani in Iraq: Informazioni e Testimonianze

La comunità cristiana in Iraq ha affrontato e continua ad affrontare sfide immense, dalla persecuzione alla necessità di ricostruzione. In risposta a queste difficoltà, sono sorte numerose iniziative di preghiera e solidarietà a livello globale e locale, unendo persone di diverse fedi e provenienze in un messaggio di speranza e sostegno.

La Mobilitazione Digitale: Hozana.org e #LightForIraq

Già nell'agosto del 2014, un'iniziativa significativa è stata lanciata su YouTube da Hozana.org, una rete di preghiera cristiana con base in Francia. L'obiettivo era far giungere ai cristiani perseguitati in Iraq un messaggio corale: «Più di 4mila persone stanno pregando per voi». Il sito Hozana.org, avviato nel febbraio 2014, mirava a creare e condividere catene di preghiera, prevedendo presto lanci anche in inglese e spagnolo.

Nel contesto di questa campagna di sostegno online, l'idea era semplice: invitare parenti e amici a mostrare solidarietà inviando una foto che li ritraesse con il simbolo dei cristiani perseguitati (ن) e una candela. Dalle numerose adesioni è nato il video #LightForIraq (Una luce per l’Iraq), in cui persone di tutto il mondo, in diverse lingue, recitano il «Padre Nostro».

Thematic photo of people praying with candles or the

Iniziative di Preghiera e Solidarietà in Italia

Anche in Italia, la solidarietà verso i cristiani iracheni si è manifestata attraverso diverse iniziative. A Rimini, ad esempio, un rosario in piazza si tiene ogni 20 del mese fin dall'agosto 2014. Quest'iniziativa è nata «sull’onda della condivisione del dolore e delle sofferenze dei cristiani fatti “esodare” dalle loro case e dai loro terreni nel nord dell’Iraq».

Centinaia di persone si ritrovano in piazza Tre Martiri per un'ora di preghiera serale. È un gesto «in apparenza piccolo, roba minima», ma «imprevisto, tenace, resistente», che non dipende dai media ma dalla partecipazione di «tanta gente semplice». Queste riunioni testimoniano la convinzione che «il cuore umano è fatto per la giustizia, per la bellezza, per il bene», e che anche «in mezzo alle brutte possibilità della storia... un germe di vita sempre risorge».

Un'altra occasione di incontro e preghiera si è verificata durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani a Roma. Alfonso León Sánchez, LC, uno studente di filosofia colombiano, ha raccontato di un dialogo spontaneo avviato con un gruppo di cristiani ortodossi, provenienti dalla Siria e dall’Iraq e in pellegrinaggio a Roma. L'incontro si è concluso con la recita del Padre Nostro, ognuno nella propria lingua, un'esperienza che lo ha commosso, facendogli sentire l'unione nella sofferenza comune.

Inoltre, una veglia si è svolta nella parrocchia di Sant’Ippolito a Roma in memoria delle vittime dell'attacco terroristico del 31 ottobre 2010 nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad. L'arcivescovo iracheno Jules Mikhael Al-Jamil ha denunciato le continue violenze e aggressioni, sottolineando che i cristiani «non appartengono ad alcuna delle fazioni in lotta» e «pregano per la sicurezza e stabilità del paese».

Photo of the rosary in Piazza Tre Martiri, Rimini

La Sofferenza dei Cristiani Iracheni: Testimonianze e Numeri

Dal 2003, con la caduta di Saddam, il popolo iracheno ha attraversato «momenti drammatici di violenza», con i cristiani che hanno subito la sorte peggiore. I numeri sono eloquenti: da un milione nel 2003, i cristiani si sono ridotti a circa 350.000 prima dell’arrivo dell’ISIS, e oggi sono stimati sotto i 250.000. Questa "fuga di massa" è una «grave perdita, per la Chiesa e per il tessuto di questa società», paragonabile a una «ferita profonda che però attraversa tutto il mondo».

Numerosi sono stati gli episodi di violenza, tra cui l'attacco a sei chiese a Baghdad il 2 agosto 2004, il massacro nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad il 30 ottobre 2010, gli attacchi ai convogli di studenti universitari di Qaraqosh, e i rapimenti di vescovi, sacerdoti e laici. Tra gli uccisi si ricordano monsignor Rahho e padre Ragheed Ganni. Il "colpo più duro" è stato «l’occupazione da parte delle milizie dell’autodefinito Stato islamico, per disperdere il resto del popolo cristiano».

Tra le testimonianze di resilienza, spiccano quelle raccolte da inviati speciali:

  • Filippo, ex ferroviere riminese in Iraq per la nuova evangelizzazione, ha affermato: «Il vittimismo di chi si lamenta non ha senso perché Dio ha vinto la morte, poveracci sono quelli che ci uccidono, noi siamo vittoriosi sulla morte, abbiamo dentro di noi la vita eterna».
  • Rodolfo, giornalista inviato speciale, ha trascorso un Natale con le famiglie dei profughi della piana di Ninive, sentendosi «a casa mia nei prefabbricati e nei centri commerciali dove sono stati insediati, ospitato come in famiglia».
  • Padre Bernardo, direttore di AsiaNews, ha evidenziato: «I cristiani vengono perseguitati perché offrono una testimonianza dell’umanità così grande e così importante che risulta insopportabile per tutti coloro che invece vorrebbero un uomo “rattrappito”».
  • Padre Sony, sacerdote di Mosul, ha ammonito: «Il cristianesimo ha contribuito in maniera determinante a rendere sviluppati i nostri territori... Ma se l’Iraq si priva dei fiori cosa rimarrà? Solo la sabbia».
  • Maria, giornalista svizzera inviata nei campi profughi, ha riportato le parole dei profughi: «“Ci manca tutto: latte per i bambini, cibo, luce, vestiti. Ma abbiamo riavuto la nostra fede”».

Padre Georges Jahola, sacerdote della diocesi di Mosul e di Qaraqosh, ha vissuto in prima persona questi eventi. Laureato in Fisica e ordinato sacerdote nel 1999, è tornato in Iraq nel 2016 per seguire i fedeli profughi e pianificare il loro rientro. Dal 2003, i cristiani «hanno avuto la sorte peggiore», subendo minacce, torture, rapimenti e perdite familiari. Ha sottolineato che «dopo la sconfitta dell’Isis, le famiglie che erano rimaste nel Paese attendevano il momento della liberazione con pazienza».

L'Impatto dell'ISIS e le Sfide della Ricostruzione

L'avanzata dell'ISIS, prima in Siria e poi in Iraq, è stata possibile approfittando di «due caos diversi»: in Iraq, lo Stato islamico ha beneficiato della confusione e del «malcontento» della popolazione sunnita, sfruttando il vuoto lasciato dal ritiro americano nel 2013. L'ISIS dichiarò la nascita dello Stato islamico nel luglio 2014 dalla moschea al Nuri di Mosul, occupando vasti territori.

La campagna per la riconquista dei territori, iniziata con i bombardamenti a guida americana, fu complessa a causa della difficoltà di coordinare le forze irachene e curde, e della complessa rete di tunnel costruita dall'ISIS sotto le città. Le città come Qaraqosh, Basika e Bartella furono prima occupate, costringendo la popolazione a fuggire, e poi «annientate dai bombardamenti che puntavano a stanare tutti quanti i miliziani dell’Isis».

Cellule dell’ISIS smantellate dalle autorità in Siria e Iraq

Mosul fu riconquistata nel luglio 2017, ma a costi altissimi, con la distruzione della moschea al Nuri e di gran parte della città. La capitale dell'ISIS in Siria, Raqqa, fu riconquistata nell'ottobre 2017. La vera sfida attuale in Iraq è la ricostruzione. È fondamentale sostenere questo processo non solo per ridare case a chi ha perso tutto, ma anche per evitare il sorgere di nuovo malcontento che potrebbe rianimare piccole cellule terroristiche. È essenziale dare un «messaggio di speranza».

Padre Georges Jahola, tornato a Qaraqosh nel 2016, ha avuto l'incarico di pianificare il rientro dei profughi. Ha organizzato una campagna per censire e documentare i lavori necessari, registrando circa 7.000 case e creando un database per presentare i progetti alle organizzazioni di ricostruzione. «Prima dovevamo assicurare la casa, poi il lavoro e poi il resto necessario per vivere».

Photo showing reconstruction efforts in Qaraqosh, possibly before and after

Nonostante le sfide e le paure per la sicurezza, «il desiderio di tornare a Qaraqosh, nel loro villaggio, per far ricominciare la scuola ai propri figli, era più grande». Grazie all'attenzione e al sostegno spirituale ed economico proveniente da «organizzazioni e fondazioni cristiane» di tutto il mondo, circa 26.000 abitanti sono rientrati a Qaraqosh. Padre Georges ha sottolineato che «fino ad oggi, nessuno Stato europeo si è fatto avanti per dare una mano nella ricostruzione», evidenziando il ruolo cruciale della solidarietà cristiana internazionale.

La ricostruzione è vitale per ricreare le comunità e prevenire un nuovo sfilacciamento della società, che sarebbe terreno fertile per estremismi. La comunità cristiana, in particolare, ha sempre rappresentato un «ponte tra le tante anime e le tante comunità, sia in Siria che in Iraq e in tutto il Medio Oriente». È fondamentale che questa comunità si senta protetta e tutelata per poter continuare a svolgere questo ruolo.

La Visita di Papa Francesco a Mosul: Messaggio di Speranza e Ricostruzione

Uno dei momenti salienti del viaggio del Papa in Iraq è stata la preghiera di suffragio per le vittime della guerra a Mosul, una città simbolo della distruzione causata dall'ISIS. Nella "città dei profeti", devastata e luogo di massacri tra il 2014 e il 2017, Papa Francesco ha portato un messaggio di «luce della fede e della speranza».

In un luogo dove quattro chiese (siro-cattolica, armeno-ortodossa, siro-ortodossa e caldea) furono distrutte, il Papa ha invocato il perdono di Dio e la grazia della conversione, indicando la strada della collaborazione fraterna tra cristiani e musulmani. Ha affermato: «È crudele che questo Paese, culla di civiltà, sia stato colpito da una tempesta così disumana... Oggi, malgrado tutto, riaffermiamo la nostra convinzione che la fraternità è più forte del fratricidio, che la speranza è più forte della morte, che la pace è più forte della guerra».

Cellule dell’ISIS smantellate dalle autorità in Siria e Iraq

Nel suo discorso, il Papa ha ripreso le testimonianze significative che lo hanno preceduto, come quella dell'arcivescovo di Mosul e Aqra dei Caldei, monsignor Najeeb Michaeel, e di padre Raid (Emmanuel) Adel Kallo, parroco dell’Annunciazione a Mosul. Padre Adel Kallo ha raccontato lo sfollamento forzato di molte famiglie cristiane e la successiva accoglienza e collaborazione fraterna ricevuta dai musulmani al suo ritorno, definendo questi «segni che lo Spirito fa fiorire nel deserto» e che fanno «sperare nella riconciliazione e in una nuova vita».

Il signor Gutayba Aagha, mussulmano e Capo del Consiglio sociale e culturale per le famiglie di Mosul, ha riaffermato «l'amore tra i cristiani e i mussulmani», invitando la comunità cristiana a tornare e ad assumere il loro ruolo vitale nel processo di risanamento e rinnovamento. Papa Francesco ha enfatizzato che «se Dio è il Dio della vita... a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace... a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore... a noi non è lecito odiare i fratelli».

La preghiera del Papa a Mosul è stata un momento di riflessione sulla necessità di attuare «un disegno di amore, pace e riconciliazione» per ricostruire la città e il Paese, e risanare i cuori. La visita si è conclusa con l'inaugurazione di una lapide commemorativa che recita: «Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene! In ricordo della visita di Sua Santità, Papa Francesco, messaggero di pace e di amore fraterno, alla città di Mosul e alla Piana di Ninive. In questo luogo, che i cristiani hanno obbligatoriamente dovuto abbandonare (2003-2017), il Papa ha pregato per la diffusione della pace e della giustizia, della coesistenza serena e della fratellanza tra gli uomini».

Appelli alla Preghiera e all'Unità

L'arcivescovo Jules Mikhael Al-Jamil, in una veglia a Sant'Ippolito, ha lanciato un appello all'Islam affinché si mostri «più deciso a recuperare quel ruolo che aveva quando cristiani e musulmani crearono insieme la civiltà araba», senza cedere al terrorismo. Padre Aysar Saeed, della chiesa Saiydat al Nayat, ha chiesto una preghiera «per i cristiani in Iraq e in tutto il Medio Oriente dove i cristiani muoiono a causa della fede», sottolineando che «tutti siamo responsabili».

Papa Benedetto XVI, dopo l'attentato nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad, aveva espresso la sua vicinanza alla comunità cristiana, incoraggiando «pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza». Ha rinnovato il suo «accorato appello per la pace: essa è dono di Dio, ma è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali».

Anche don Julián Carrón, di Comunione e Liberazione, ha invitato a partecipare alle messe secondo le intenzioni del Papa, considerandolo «un gesto di comunione reale e di carità» per i cristiani iracheni. Come affermato da don Giussani, il sacrificio di accettare le circostanze della vita può «influire sulla storia dell’uomo», e «se un gesto di preghiera può influire sul cambiamento della gente in Giappone, può cambiare qualcosa anche in Iraq».

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