La Spiritualità di Trilussa e il Sonetto alla Madonna

Carlo Alberto Salustri, meglio conosciuto come Trilussa, nasce a Roma nel 1871 e nella stessa città muore nel 1950. Sulla religiosità del poeta qualcuno ha espresso riserve, conoscendo la vita mondana da lui condotta in gioventù e negli anni della maturità. Osservando però con attenzione le sue opere, ci si accorge di una vena spirituale che affiora in più occasioni, rivelando un aspetto meno noto della sua personalità artistica.

Ritratto di Trilussa, il poeta romano

Le Prime Espressioni di Fede nella Poesia di Trilussa

Un esempio significativo di questa vena spirituale si trova in un sonetto del dicembre 1916, dal titolo Natale de guerra. Vi si svolge un commovente colloquio tra il Bambino e la Madonna, che riflette le difficoltà del periodo bellico:

Ammalappena che s'è fatto giorno
la prima luce è entrata ne la stalla
e er Bambinello s'è guardato intorno.
- Che freddo, mamma mia! Chi m'aripara?
Che freddo, mamma mia! Chi m'ariscalla?
- Fijo, la legna è diventata rara
e costa troppo cara pè compralla...
- E l'asinello mio dov'è finito?
- Trasporta la mitragliasur campo de battaja: è requisito.
- Er bove? - Pure quello…fu mannato ar macello.
- Ma li Re Maggi arriveno? - Fijo, li campagnoli stanno in guerra,
tutti ar campo e combatteno.

Questo sonetto, pur collegandosi al Natale, non è l'unica opera di Trilussa in ambito religioso. Sono infatti note due poesie sulla Fede. La prima, La Guida, spiega con chiarezza la preziosità di questa virtù teologale e venne declamata anche da Papa Giovanni Paolo I in un'udienza generale in Vaticano. Attraverso questa poesia, Giovanni Paolo I volle spiegare che la mano paterna di Dio ci guida anche nell’oscurità e, dunque, tra le asperità della vita. Come aggiunse Comastri commentando: “La fede non è un salto nel vuoto, nel buio, ma abbandono ad uno che ben ci vede”. In altri versi, lo stesso Salustri affermò: “La Fede è bella senza li «chissà», senza li «come» e senza li «perché»”.

Un'altra composizione è il Dialogo sulla fede, estremamente sintetico ma efficace:

credo in Dio Padre onnipotente, ma.....
c'hai quarche dubbio?

Si deve infine anche ricordare un sonetto del 1917, Er ragno bianco, composto quando Papa Benedetto XV rivolse agli Stati belligeranti un appello di pace. Il sonetto si conclude così:

Io nun so dove vado e quanno arrivo,
ma porto, per incarico speciale,
er seme de quell’arbero d’Ulivo
che ce darà la Pace Universale.

La Richiesta per una Poesia alla Madonna

In questo contesto di crescente sensibilità spirituale, è interessante ricordare un fatto significativo. Un giorno, padre Domenico Mondrone, gesuita del Collegio degli scrittori di "La Civiltà Cattolica", in un incontro avvenuto a Lungotevere in Augusta, chiese a Trilussa perché, come tanti altri poeti - da Jacopone da Todi a Dante, a Petrarca - non avesse mai pensato di scrivere un sonetto sulla Madonna. Trilussa promise che l'avrebbe preparato in seguito, accogliendo l'invito.

Trilussa: una vita nella città eterna

"Pensanno a la Madonna": Un Testamento Spirituale

Trilussa si accinse al lavoro quasi segretamente ma con grande impegno, tanto che la poesia, intitolata Pensanno a la Madonna, fu ritenuta a memoria dalla sua fedele governante Rosa Tomei, morta nel 1966, sedici anni dopo il poeta. Il testo, scritto circa nel 1941, è quasi un testamento spirituale postumo, perché rappresenta un commovente invito alla preghiera alla Vergine da parte di sua madre, alla quale lui, scapolo, era particolarmente legato (basti segnalare, in proposito, che durante i funerali della mamma, in chiesa, fu colpito da svenimenti).

Il sonetto recita:

Quann'ero ragazzino, mamma mia me diceva:
"Ricordate, fijolo, quanno te senti veramente solo
tu prova a recità 'n'Ave Maria.
L'anima tua da sola spicca er volo
e se solleva come pe' maggìa"
...........
Ormai so' vecchio, er tempo m'è volato,
da un pezzo s'è addormita la vecchietta,
ma quer consijo nun l'ho mai scordato.
Come me sento veramente solo
io prego la Madonna benedetta
e l'anima da sola pija er volo.

Interpretazione e Tematiche

Il sonetto qui riportato, benché incompleto nelle parti intermedie (i trattini si riferiscono, presumibilmente, agli anni giovanili), può essere interpretato come una testimonianza di fede proiettata sull'intero arco della vita di Trilussa, dalla fanciullezza alla vecchiaia. Colui che era stato un acuto osservatore di una quotidianità partecipata, e che - malgrado le apparenze - aveva tutelato gelosamente alcuni aspetti del suo animo, lascia ai posteri un delicato senso di filialità verso Maria, che esprime delicatezza di approccio e un palpito segreto.

Questa poesia di Trilussa riflette uno dei temi centrali della sua opera: la fede vissuta in modo semplice e profondo, legata a un’eredità affettiva tramandata dalla madre. La poesia si apre con un ricordo dell’infanzia dell’io poetico: la madre gli consigliava, da bambino, di recitare un’Ave Maria ogni volta che si sentisse veramente solo. Il passaggio alla vecchiaia è rapido, quasi fulmineo, come se il tempo fosse volato via in un attimo.

Ora che il poeta è anziano e la madre non c’è più, il ricordo di quel consiglio materno è ancora vivo e presente. La poesia si chiude con un’immagine potente: ogni volta che il poeta si sente veramente solo, recita l’Ave Maria e la sua anima, come promesso dalla madre, prende il volo da sola. La solitudine è il sentimento centrale attorno a cui ruota la poesia. È una solitudine esistenziale, non legata solo alla mancanza di compagnia, ma a una sensazione più profonda di abbandono e isolamento che trova sollievo solo nella preghiera.

La preghiera, in questo caso l’Ave Maria, è rappresentata come un rifugio sicuro, un mezzo per sollevare l’anima e trovare conforto. Non è una pratica religiosa formale, ma un atto di devozione intimo e personale. Il ricordo della madre e del suo consiglio è il filo conduttore che lega il passato al presente, dimostrando come gli insegnamenti ricevuti nell’infanzia possano avere un impatto duraturo sulla vita di una persona. La madre del poeta lascia in eredità non beni materiali, ma un consiglio spirituale che si rivela essere il più prezioso dei doni.

Trilussa utilizza un linguaggio semplice e colloquiale, tipico del dialetto romanesco, che rende la poesia immediata e accessibile. La struttura è lineare, senza artifici stilistici complessi, ma proprio in questa semplicità risiede la forza comunicativa del testo. Il ritmo della poesia è scandito da un linguaggio che sembra quasi riprodurre il tono di una conversazione intima, un dialogo tra madre e figlio che continua attraverso il tempo. La poesia è una riflessione sulla forza della fede e sull’importanza dei legami affettivi, che possono trascendere la morte e accompagnarci per tutta la vita. Attraverso il ricordo della madre e il suo semplice ma potente consiglio, Trilussa ci mostra come la preghiera possa diventare un atto di resistenza contro la solitudine e un modo per mantenere viva la memoria delle persone care.

Rappresentazione di un'Ave Maria, iconografia sacra

La Fede e l'Influenza Materna nell'Opera di Trilussa

Questa riscoperta aiuta a rivedere la persona di Carlo Alberto Salustri anche sotto una luce nuova. Quella che traspare da certe strofe le quali, pur collocate in un contesto descrittivo non "personale", tradiscono però quella vena spirituale, derivante certamente da un positivo influsso materno, già segnalato in precedenza. Un altro esempio in cui l'influenza materna si manifesta è nella terza parte dell'opera Er ceco:

Er ceco camminava accosto ar muro
pè nun pijà de petto a le persone,
cercanno cò la punta der bastone
ch'er passo fusse libbero e sicuro.
Nun ce vedeva, poveraccio, eppuro,
quanno sentiva de svortà er cantone
ciancicava la solita orazione
coll'occhi smorti in quell'archetto scuro.
Perchè, s'aricordava, da cratura
la madre je diceva: - Lì c'è un Cristo,
preghelo sempre e nun avè paura...
E lui, ne li momenti de bisogno,
lo rivedeva, senza avello visto,
come una cosa che riluce in sogno...

Scrive padre Domenico Mondrone: «.... Sulla fede appresa dalle labbra materne e praticata forse con fervore nel Collegio di San Giuseppe, a Piazza di Spagna, sarà caduta molta polvere, ma non la ventata della miscredenza. Forse il rispetto umano, forse la consapevolezza del contrasto tra la purezza della fede e le fragilità della vita, gli avranno consigliato di non professarla a bandiera spiegata ma non di disfarsene interamente». Per Trilussa, la fede è la guida della vita, come ben espresso nel sonetto "La Guida" dove la fede prende le sembianze di una vecchietta:

Quella vecchietta ceca che incontrai
la notte che me persi in mezzo ar bosco,
me disse: "Se la stra nun la sai
te ci accompagno io, che la conosco".
Se ciai la forza de venimme appresso
de tanto in tanto te darò una voce
finno là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cime, dove c'è la Croce.."
Io risposi: Sarà...ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede.."
La ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: "Cammina". Era la fede.

Una preziosa confessione di Trilussa, pescata nel "Corriere dei Piccoli" del 7 luglio 1935, rivela la profondità della sua convinzione: «Fin da bambino - ha scritto - per un istinto profondo ed invincibile ho avuto una fede assoluta in una Provvidenza che regna sugli uomini, in una Bontà e Saggezza suprema che governano il mondo: in Dio. Mi piace soprattutto dirlo ai ragazzi, perché in questo argomento la mia fede è rimasta assoluta, intatta e semplice, come quando ero ragazzo. E mi ha sempre aiutato e confortato nella vita».

Alla nostalgia di questa fede, più sentita e più vissuta, possiamo attribuire una delle liriche più belle del favolista: Davanti ar Crocefisso d'una Chiesa:

Una candela accesase strugge da l'amore e da la fede,
je dà tutta la lucetutto quanto er calore che possiede,
senza abbadà se er focola logra e la riduce a poco a poco.
Chi non arde non vive.
Come è bella la fiamma
d'un amore che consuma,
purché la fede resti sempre quella!

Io guardo e penso: “Trema la fiammella, la cera cola e lo stoppino fuma”. E forse gli riviene in mente, con insistenza materna, "Er ritornello d'una cantilena de quela voce che nun scordo mai: - Ritorna presto, sai? Sennò me pijo pena... - E vedo una vecchietta che sospira e n'aspetta".

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