Nell'attuale periodo storico, alcune recenti pubblicazioni hanno riproposto all'attenzione dei lettori un tema che attira interesse, si tratta dei cosiddetti “silenzi” di Pio XII davanti ai drammi del secondo conflitto mondiale. Tali scritti propongono una diversa lettura storica del pontificato di Papa Eugenio Pacelli. L’obiettivo perseguito, però, ha avuto l’esito di confondere molte persone. Il termine “silenzio”, infatti è sinonimo di non intervento, non interesse, distacco. Altri autori, però, hanno pubblicato contemporaneamente vari studi evidenziando azioni a sostegno dei perseguitati riconducibili a una regia vaticana.

La Svolta Democratica: Il Radiomessaggio di Natale del 1944 e le Sue Implicazioni per il 1945
Il Radiomessaggio per il Natale 1944, pronunciato da Pio XII a pochi mesi dalla fine della guerra, è stato un testo storico per figure come Luigi Sturzo, che ne scrisse a Giordani dagli Stati Uniti. Questo messaggio segnò una svolta netta nella posizione della Chiesa riguardo alla democrazia, comunicata al popolo cattolico nel mondo, ancora sotto diversi regimi: nazista e fascista ancora in vita, sovietico, dittatoriale come in Spagna o Portogallo, democratico, ma anche coloniale. A ben vedere, la scelta democratica - alla fine - avrebbe significato il crollo del colonialismo, che era poi la visione degli americani.
Se prima la democrazia era solo tollerata, come con la Chiesa di Leone XIII, indifferente alle varie forme di governo (posizione mantenuta fino a Pio XI nel 1933 con Dilectissime nos), per Pio XII la democrazia - come afferma lo storico Malgeri - è la migliore tutela della dignità umana e il migliore sistema politico. Il Papa parlava alla «straziante angoscia degli individui e dei paesi oppressi», suggerendo che se il mondo fosse stato più democratico, non ci sarebbe forse stata la guerra. Nonostante la sua profonda paura di un’affermazione comunista, durata sino alla sua morte, Pio XII non defletté dalla scelta democratica. Per il cauto Pacelli, questa fu una decisione forte.
La decisione in favore della democrazia aveva l’evidente scopo di fondarla nei paesi che non l’avevano, come l’Italia, e di impegnare i cattolici in quest’opera. Ma anche di sfidare i paesi sottomessi al controllo sovietico (che il Papa paventava). Proporre la democrazia e affermare il valore del cittadino era una mossa importante, che difendeva le minoranze e poteva contrastare i colpi di mano. Soprattutto si trattava di dare un ideale ricostruttivo ai cattolici perché si mobilitassero in politica, alleando Chiesa, pace e libertà. Così si spiega perché, mentre ancora si combatteva, parlando ai suoi popoli divisi proprio per Natale, il papa volle manifestare l’alleanza nuova tra Chiesa e democrazia, rinnovando quella antica con la pace, dando ai cattolici una speranza su cui lavorare, la democrazia, e spendendosi per un mondo che divenisse società delle democrazie. Luigi Sturzo non esitò a definire il pronunciamento del 1944 «storico» per le sue implicazioni.

L'Influenza sul Cattolicesimo Italiano e la Nascita della Democrazia Cristiana
L’acquisizione del termine “democrazia” al magistero della Chiesa in una chiave positiva appartiene alla storia tormentata della prima parte del Novecento. È col radiomessaggio di Natale del 1944 che un pontefice, Pio XII, utilizza questo termine per indicare la forma di organizzazione dello Stato nella quale si riconosce la più compiuta tutela della persona umana. Quell'anno si collocava nello scenario di un’Europa ancora teatro della violenza della guerra, divisa da fronti e in cui era ancora attiva la macchina dello sterminio degli ebrei. Le parole di Pio XII arrivavano, per l’Italia, mentre ancora si combatteva la guerra di Liberazione al Nord, nella quale gli stessi cattolici erano coinvolti come parte attiva.
Soprattutto, le parole di Pio XII sulla democrazia davano un orizzonte ecclesiale e magisteriale a un’effervescenza di elaborazioni che in alcuni settori del laicato cattolico avevano iniziato a prendere corpo già nei mesi precedenti. Al 1943 risalgono la fondazione della Democrazia Cristiana e la redazione del Codice di Camaldoli. In quest’ultimo testo veniva codificata in modo compiuto una visione della società, ispirata all’insegnamento sociale della Chiesa, nella quale si poneva l’esigenza di una forma statuale che desse compiuta rappresentazione del pluralismo sociale, economico e culturale del Paese. Emerge cioè un’idea di democrazia come animata da quei corpi intermedi che, come ha messo in luce l’intervento di Giuseppe De Rita, hanno costituito il motore della ricostruzione postbellica e contribuito alla tenuta democratica del paese mediando nel rapporto fra governo e popolo.
Il radiomessaggio del Natale 1944 pose così, ad un cattolicesimo italiano in sostanza ancora digiuno di democrazia, l’urgenza di essere fra i protagonisti della costruzione di questa nuova forma di organizzazione del vivere civile e politico. Se in tal modo Pacelli offrì una sponda a manifesti come le degasperiane Idee ricostruttive della democrazia, il Pontefice operò anche da stimolo per un’elaborazione non solo intellettuale ma operativa di figure come Giorgio La Pira. Nei mesi successivi al radiomessaggio, La Pira pubblicava La nostra vocazione sociale (marzo 1945), le Premesse della politica (agosto 1945) e il 25 ottobre 1945 interveniva col discorso «Esame di coscienza di fronte alla costituente» alla Settimana Sociale dei cattolici che in quei giorni si teneva a Firenze e si occupava di Costituzione e costituente. La storia del superamento delle riserve, se non delle ostilità del magistero della Chiesa nei riguardi della democrazia, emerge come un itinerario di cui il discorso del Natale 1944 è una prima tappa.
Le Voci di Pio XII nel 1945: Tra Condanna e Ricostruzione
Il 1945 rappresentò l'anno della fine del conflitto mondiale in Europa, e Pio XII si pronunciò in diverse occasioni, delineando la sua visione per il futuro post-bellico.
Il Breve Radiomessaggio "Ecco alfine terminata" (Maggio 1945)
Il breve radiomessaggio «Ecco alfine terminata» fu trasmesso dalla Radio Vaticana due giorni dopo la resa della Germania nazista (7 maggio 1945) e la fine della guerra in Europa. Esso costituì un sintetico bilancio delle distruzioni e degli orrori della guerra. Il Papa mancò, però, di un riferimento esplicito al dramma dell’Olocausto, alimentando la polemica, mai spenta, sui silenzi e i dilemmi di Pio XII. La guerra, finalmente, era finita. Essa aveva accumulato un caos di rovine, materiali e morali. Bisognava, da quel momento, riedificare il mondo. Il primo elemento della restaurazione sarebbe dovuto essere il ritorno a casa, pronto e rapido, di tutti i prigionieri, degli internati, dei combattenti e dei civili. Ognuno si sarebbe dovuto mettere al lavoro per la ricostruzione, animato dal generoso e indistruttibile amore per il prossimo. Se ci si fosse limitati a considerare soltanto l’Europa, ci si sarebbe ritrovati dinanzi a problemi e difficoltà giganteschi, che era necessario superare, per aprire il cammino ad una pace vera, la sola che potesse essere duratura. Essa, infatti, non sarebbe potuta fiorire, se non in un’atmosfera di giustizia e di lealtà, congiunte con la fiducia e la comprensione reciproche. Il mondo avrebbe evitato il ritorno della guerra, vi avrebbero regnato la vera e stabile fratellanza universale e la pace soltanto se gli uomini avessero avuto un cuore nuovo e un nuovo spirito, seguendo i precetti della legge di Dio e mettendoli in pratica.
Il Discorso del 2 Giugno 1945: La Denuncia del Nazismo
Dalla liberazione di Roma, Pio XII, pur cauto a causa dei cattolici nell’Europa occupata dai nazisti, si ricongiunse ad un’opinione pubblica libera. Finché, con il discorso del 2 giugno 1945, dopo il suicidio di Hitler, giudicato dagli americani tardivo, il Papa denunciò l’inumanità del nazismo e presentò la Chiesa come una delle sue principali vittime.
L'Allocuzione al Patriziato e alla Nobiltà Romana (Gennaio 1945)
In un’altra importante pronunciazione del 1945, l'Allocuzione al Patriziato e alla Nobiltà romana del 14 gennaio 1945, Pio XII si riferiva specificamente al secondo dopoguerra, affermando: «Questa volta l’opera di restaurazione è incomparabilmente più vasta, delicata e complessa [di quella del primo dopoguerra]. Non si tratta di reintegrare nella normalità una sola Nazione. Il mondo intero, si può dire, è da riedificare; l’ordine universale è da ristabilire. Ordine materiale, ordine intellettuale, ordine morale, ordine sociale, ordine internazionale, tutto è da rifare e da rimettere in movimento regolare e costante.» Chi legge i documenti del Pontefice, si accorge senza fatica che, nella sua mente, si trattava di opporre a questa enorme rivoluzione il suo contrario, cioè una contro-rivoluzione.
Pio XII convocava in modo particolare le élite per una missione tanto grande, desiderando un’ampia collaborazione. Dalla Nobiltà e dal Patriziato il Pontefice si aspettava ancora di più, contando anche sulle persone di questa classe sociale che, rovinate dalle disgrazie della guerra, non disponevano più delle risorse materiali per esercitare la loro influenza. A tali persone, portatrici di un grande nome, anche se ridotte dalle necessità economiche, spettava dare ai popoli l’esempio prezioso di ciò che è essenzialmente una nobiltà autentica. Il Pontefice contava espressamente sull’insieme del corpo sociale non solo per salvare le élite ancora esistenti e le tradizioni di cui erano portatrici, ma anche perché sbocciassero nuove élite accanto alle prime, che, di fronte a situazioni nuove e animate da uno spirito autenticamente cattolico, dovevano creare nuove abitudini, nuovi costumi, nuove forme di potere.
Il Papa, pur ponendosi in un certo qual senso come avvocato di un determinato passato di fronte a nuove situazioni emergenti, sperava di perorare, nella misura del possibile, la causa della tradizione e della nobiltà. Pio XII contava anzitutto ed evidentemente sul potere di Dio onnipotente e sull’impegno del Pontefice affinché ciascuno orientasse le proprie aspirazioni ideali in sintonia con lui, affinché lavorasse e concentrasse gli sforzi soprattutto nel proprio campo d’azione immediato. Se tutti i cattolici, orgogliosi di potersi sentire collaboratori del Papa in ciò che è indiscutibilmente una grande crociata, forse la crociata del secolo XX, lavorassero con perseveranza in questo senso, la vittoria verrebbe realizzata indipendentemente da tutte le organizzazioni e da tutte le alleanze.
I peccati ed i segreti del Vaticano - Gianluigi Nuzzi
Le Pressioni Politiche e la Difesa della Democrazia (Contesto del Dopoguerra)
Alla vigilia dell’elezione del 18 aprile 1948, giunsero forti pressioni su Pio XII dalla Spagna e da settori diplomatici vaticani: il caudillo Franco e i suoi consideravano pericoloso tenere le elezioni, paventando una vittoria comunista e la necessità di difendere la libertà del Papa, forse con una forza militare mista. Il nunzio a Madrid, Gaetano Cicognani, era quasi in sintonia con queste posizioni. Il rappresentante del presidente americano, Myron Taylor, riportò queste paure a Pio XII, che rispose netto: «Prendere ora una tale iniziativa incoraggerebbe una rivoluzione e sarebbe inconcepibile, tenuti presenti i metodi democratici». La Chiesa aveva scelto i metodi democratici, una scelta recente e non del tutto condivisa. Eppure Pio XII non defletteva dalla scelta democratica, nonostante la sua profonda paura di un’affermazione comunista, durata sino alla sua morte.
Il Contesto del Pontificato di Pio XII: Dalle Origini ai "Silenzi"
Eugenio Pacelli, asceso al soglio pontificio col nome di Pio XII nel 1939, era nato a Roma il 2 marzo 1876. Come Segretario di Stato di Pio XI, tentò in tutti i modi di scongiurare la Seconda guerra mondiale. Durante i dodici anni trascorsi in Germania come nunzio, Eugenio Pacelli poté conoscere a fondo il mondo tedesco. A Monaco di Baviera si trovò anche a vivere in un periodo politico caratterizzato dalla Repubblica di Weimar. Nel 1919, nel corso di una rivolta spartachista, l’arcivescovo dovette affrontare un’ora critica, con rivoluzionari armati che fecero irruzione all’interno della nunziatura, ma la vicenda si concluse senza violenze. Nel 1920 Pacelli fu il primo a essere nominato nunzio per l’intera Germania. Si trasferì a Berlino, dove promosse trattative per migliorare la situazione della Chiesa cattolica, anche con esponenti sovietici, ma fu tutto inutile.
Nel 1933 l’ascesa al potere di Hitler in Germania dette inizio a molteplici normative che privarono gli ebrei dei diritti civili e che attivarono durissime violenze ai loro danni. Nessuna nazione protestò per affermazioni che facevano trapelare futuri drammi. Nel 1935 furono approvate le leggi antisemite di Norimberga, che costituirono un modello per le leggi razziali di Mussolini del 1938. Non si levò nel mondo occidentale alcuna manifestazione di protesta. Già nel 1934 il Sant’Uffizio mise all’Indice dei libri proibiti il testo dell’ideologo del Terzo Reich, Alfred Rosenberg, «Il Mito del XX secolo», un fatto che destò scalpore tra i gerarchi nazisti.
Le Condanne Papali e gli Sforzi Umanitari
Con la Mit Brennender Sorge (“Con vibrante preoccupazione”) Pio XI condannò il culto della razza, quello dello Stato, e il neopaganesimo. L’enciclica venne diffusa in tedesco per far comprendere a tutto il mondo che il Papa si rivolgeva solo alla Germania. Quando fu diffusa la Mit Brennender Sorge, il regime nazista venne preso alla sprovvista, reagendo con accentuata durezza, ordinando il sequestro delle copie e l'accentuazione delle vessazioni contro i cattolici. Il 13 aprile del 1938, Pio XI fece indirizzare dalla Sacra Congregazione per i seminari e le università un Syllabus antirazzista, a tutti i rettori e i decani di facoltà, condannando otto proposizioni, di cui sei razziste.
Tra il 9 e il 10 novembre del 1938, con la Kristallnacht, si scatenò un violentissimo attacco antiebraico in tutta la Germania. Il 30 novembre 1938, tre settimane dopo la Kristallnacht, il cardinale Pacelli, segretario di Stato di Pio XI, trasmise un telex alle nunziature e alle delegazioni apostoliche, e una lettera a 61 arcivescovi di tutto il mondo richiedendo 200mila visti per cattolici “non ariani”. Esiste, al riguardo, una prova del fatto che Pacelli non si riferisse solo agli “ebrei convertiti”. Diversi cattolici intervennero contro la Kristallnacht, tra cui il sacerdote Bernhard Lichtenberg, che condannò dal pulpito le persecuzioni naziste, venendo arrestato e morendo durante il trasporto al lager di Dachau.
Anche per le leggi razziali italiane, si cercò di limitare alcuni effetti, e dopo la promulgazione del regio decreto legge del 17 novembre 1938, emersero più voci di dissenso, incluse quelle di Pio XI che dichiarò: «(...) l’antisemitismo è inammissibile.» L’8 agosto 1938 mons. Giovanni Battista Montini informò il governo USA di questi provvedimenti, in modo che all’estero non si dicesse che il Vaticano e la stampa cattolica avevano taciuto sulla nuova normativa per debolezza o per complicità con il regime. Nel marzo del 1939, Pio XII fece consegnare alle autorità italiane un Promemoria, redatto in mesi precedenti per volontà di Pio XI, con un richiamo alla pace e viva preoccupazione per l’antisemitismo in crescita.
I peccati ed i segreti del Vaticano - Gianluigi Nuzzi
Gli Sforzi per la Pace e la Complessa "Imparzialità"
Durante il conflitto, Pio XII mantenne un’attenta imparzialità tra il blocco delle dittature e quello delle democrazie. Specie sulla Shoah, ma non solo, c’era stato un prezzo per l’atteggiamento del papa, non solo politico, ma anche personale e spirituale. In una conversazione con il cardinale Tisserant, il Papa si lasciò andare dicendo: «Lei sa da che parte va la mia simpatia. Ma non posso esprimerlo». Era una chiara e privata dichiarazione di simpatia per le democrazie o di avversione alle dittature.
Il Papa era convinto di aver parlato chiaro nel radiomessaggio del 1942 sulle «Centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o a un progressivo deperimento»; ma rispondeva che, se fosse stato circostanziato, avrebbe dovuto condannare pure l’URSS. I radiomessaggi natalizi provenivano da un papa isolato negli anni della guerra, prima dall’ingresso dell’Italia in guerra, poi dall’occupazione nazista di Roma sino al giugno 1944. Pio XII aveva costatato gli enormi disastri provocati dalle dittature e il legame intrinseco con lo spirito di guerra. La sua "forza" era davvero debole, relegato in quella che Andrea Riccardi definisce «l’isola vaticana».
Pio XII non voleva pregiudicare i pochi spazi che restavano per fornire aiuti agli ebrei e per realizzare interventi umanitari. Era anche preoccupato per i cattolici tedeschi: avrebbero retto a uno scontro tra il Papa e il Terzo Reich? Molta attenzione è stata assorbita dal radiomessaggio del 1942 a causa delle parole sullo sterminio degli ebrei. Pio XII aveva chiaro che il cattolicesimo era, in caso di vittoria nazista, un obiettivo primario da colpire da parte di Hitler, il quale aveva progettato di invadere il Vaticano e deportare il papa dopo l’8 settembre 1943. Aveva chiaro il disegno nazista di strappare il cristianesimo alle sue radici ebraiche. La Chiesa era l’unica internazionale durante la Seconda guerra mondiale, accanto alla Croce Rossa - però di tutt’altra ampiezza.
La Visione per il Futuro: Coesistenza nella Verità
Il radiomessaggio natalizio «La coesistenza nel timore, nell’errore e nella verità» rappresentò una delle riflessioni più approfondite e coerenti di Pio XII sulla guerra fredda e, più in generale, sui rapporti tra i due blocchi. Il radiomessaggio, pur senza espliciti riferimenti, tenne conto del passaggio dalla guerra fredda alla pace fredda, cioè, dalla prima timida distensione internazionale, a seguito della morte di Stalin, nel 1953. Il pontefice rivendicò il compito di offrire un ponte spirituale e cristiano di collegamento fra le due opposte sponde dell’Europa. Criticò, con decisione, la coesistenza nel timore, così come la coesistenza nell’errore, che finivano per pregiudicare la possibilità stessa di una coesistenza nella verità.
Nel sedicesimo Natale del proprio pontificato, alla guerra fredda si era sostituito un periodo di distensione chiamato, non senza ironia, pace fredda. Questo, però, rappresentava soltanto un breve passo, nella faticosa maturazione della pace. La pace fredda rappresentava soltanto una calma provvisoria, la cui durata era condizionata dalla sensazione mutevole del timore e dal calcolo oscillante delle forze presenti. La coesistenza nel timore, fondata sulla paura reciproca, non era uno stato di guerra, ma neppure di pace: una fredda calma. Appariva assurda quella dottrina secondo la quale la guerra fosse lo sbocco necessario degli insanabili dissensi tra due Paesi, considerata come un dado da giocare, non come un fatto morale che impegnava la coscienza.
La coesistenza dell’errore, pur mantenendo il mondo in una dannosa scissione, non impediva un intenso ritmo di vita nel campo economico, che aveva raggiunto sorprendenti risultati. Ma l’errore di una simile fiducia nell’economia moderna accomunava ancora una volta le due parti del mondo. Entrambe le dottrine apparivano, a Pio XII, infondate e il corso degli eventi aveva dimostrato quanto fosse ingannevole l’illusione di confidare la pace al solo libero scambio.
Benché fosse triste notare come la frattura della famiglia umana si fosse prodotta, dall’inizio, tra uomini che conoscevano e adoravano il medesimo Salvatore, nondimeno c’era fiducia che nel Suo nome si potesse gettare un ponte di pace tra le opposte sponde e ristabilire il vincolo comune spezzato. Il pontefice sperava che la coesistenza avvicinasse l’umanità alla pace e, per giustificare questa attesa, dovesse essere, in qualche modo, una coesistenza nella verità. Non si poteva costruire, nella verità, un ponte tra questi due mondi separati, se non appoggiandosi sugli uomini che vivevano nell’uno e nell’altro, e non sui loro regimi e sistemi sociali. Nell’attesa che il ponte spirituale cristiano, già esistente tra le due sponde, prendesse più efficace consistenza, i cristiani dei Paesi dove si godeva ancora del dono della pace, dovevano fare il possibile per affrettare l’ora del suo ristabilimento universale.