La Crocifissione di Duccio e il contesto artistico senese

Il Crocifisso n. 321 della Pinacoteca di Siena: un'opera giovanile di Duccio di Buoninsegna

Nell'ambito della produzione pittorica senese, un posto di rilievo occupa il Crocifisso n. 321 conservato presso la Pinacoteca Nazionale di Siena. Sebbene il suo stato di conservazione non permetta una piena valutazione della sua originaria qualità, questa piccola opera è attribuita alla fase giovanile di Duccio di Buoninsegna, uno dei maestri più influenti della pittura italiana del Duecento.

Il Cristo è rappresentato nella tipologia del Christus triumphans, ovvero vivo e vincitore sulla morte. Questa interpretazione è sottolineata dagli occhi spalancati e da un'espressività penetrante che crea un forte coinvolgimento emotivo con lo spettatore. L'aureola a rilievo accentua ulteriormente questa impressione, inducendo una leggera inclinazione del capo verso chi osserva.

Nel tabellone che affianca l'immagine di Cristo, compare una delle più antiche rappresentazioni della Passione, articolata in sei episodi precedenti e successivi alla Crocifissione. Nonostante le scene siano purtroppo molto lacunose, le figure si dispongono secondo un ritmo cadenzato e sono fissate in posizioni dalla gestualità fortemente comunicativa. Tra gli episodi narrati figurano la Derisione e la Flagellazione, scene drammatiche che mettono in risalto l'umanità e la sofferenza di Gesù.

La scelta di rappresentare questi episodi è sorprendente per l'epoca arcaica, in cui si preferiva generalmente porre l'accento sulla divinità di Cristo, esaltandone il messaggio di Redenzione e aderendo all'iconografia del Cristo trionfante. Questa predilezione per la sofferenza umana in un contesto così antico suggerisce una particolare attenzione alla dimensione terrena della figura di Cristo.

Dettaglio del Crocifisso n. 321 con Cristo triumphans e scene della Passione.

Duccio di Buoninsegna: vita e opera

Duccio di Buoninsegna fu un pittore senese attivo in Toscana tra il 1278 e il 1311. La sua documentazione inizia nel 1278, anno in cui venne pagato per la realizzazione di dodici casse destinate alla conservazione dei documenti del Comune di Siena. Già indicato come pittore, si presume che avesse almeno vent'anni, nascendo quindi verso il 1255.

Negli anni successivi, Duccio fu impegnato nella decorazione dei registri comunali con la pittura di tavolette di legno (1279, 1285, 1291, 1292, 1294, 1295). Le numerose multe inflittegli dal Comune tra il 1280 e il 1310 sembrano più che altro penali pagate per poter continuare la sua redditizia attività di pittore.

Il 15 aprile 1285, la Compagnia dei Laudesi a Firenze commissionò a "Duccio quondam Boninsengne pictori de Senis" la tavola magna per Santa Maria Novella. Tornato a Siena, Duccio partecipò nel 1295 a una commissione per studiare il sito della Fonte d'Ovile, e nel 1302 fu incaricato di dipingere una Maestà per l'altare della cappella dei Nove nel Palazzo Pubblico, opera oggi perduta.

Il documento più antico relativo alla sua opera più celebre, la Maestà per l'altare maggiore del Duomo di Siena, risale al 9 ottobre 1308. La sua traslazione dalla bottega del pittore alla cattedrale nel giugno 1311 fu accompagnata da una grande festa.

Duccio morì presumibilmente nel 1318, come si evince dalla rinuncia all'eredità da parte dei figli il 3 agosto 1319. Le notizie documentarie su di lui sono relativamente numerose rispetto ad altri artisti contemporanei, con circa cinquanta documenti proposti da Stubblebine (1979).

Opere documentate e attribuzioni

Solo due opere documentate sono giunte fino a noi: la grande tavola commissionata nel 1285 per Santa Maria Novella a Firenze, la cosiddetta Madonna Rucellai (oggi agli Uffizi), e la celebre Maestà dipinta su due facce per l'altare maggiore del Duomo di Siena (ora nel Museo dell'Opera della Metropolitana).

Questi due importanti dipinti, realizzati a più di vent'anni di distanza, presentano significative differenze e testimoniano un'evoluzione artistica complessa da interpretare.

La Madonna Rucellai e il dibattito sull'attribuzione

La paternità della Madonna Rucellai fu a lungo dibattuta. La sua attribuzione a Cimabue, basata su Vasari, aveva oscurato la pubblicazione, già nel 1790, del documento che attestava la commissione a Duccio da parte della Compagnia dei Laudesi. Nonostante la presa in considerazione di questo documento da parte di studiosi come Wickhoff (1889), molti continuarono a negare l'autografia duccesca, creando la figura dell'anonimo Maestro della Madonna Rucellai.

Un rigido concetto di "scuola" rendeva difficile ammettere che un'opera conservata a Firenze, considerata un capolavoro di Cimabue, potesse essere opera di un senese. Tuttavia, il fatto documentato che Duccio ricevette a Firenze una commissione importante (la pala, di 450x290 cm, è la più grande tavola duecentesca conservata) ha progressivamente superato le perplessità.

Le monografie più recenti (Stubblebine, 1979; White, 1979; Deuchler, 1984) non mettono più in dubbio la paternità duccesca della Madonna Rucellai.

Rapporti con Cimabue e influenze gotiche

La discussione rimane aperta sull'interpretazione dei rapporti tra Duccio e Cimabue e sulle opere da collegare alla Madonna Rucellai. Roberto Longhi (1948) ha evidenziato un forte legame, definendo Duccio "non allievo soltanto, ma quasi creato di Cimabue". Longhi ipotizzò che il crocifisso del castello di Bracciano e la Madonna di Castelfiorentino potessero essere opere di collaborazione, e che Duccio avesse partecipato alla decorazione della Basilica Superiore di Assisi.

Volpe (1954) e Bologna (1960) hanno proseguito su questa linea interpretativa, proponendo diverse opere. Tuttavia, l'aggiornamento di Duccio verso il gusto gotico è più probabilmente legato a opere presenti in Italia, come i tabelloni polilobati del Crocifisso della cappella della Pura in Santa Maria Novella a Firenze, o l'intervento del Maestro Oltremontano nella Basilica Superiore di Assisi.

Madonna Rucellai di Duccio di Buoninsegna (Firenze, Uffizi).

Capolavori giovanili e influenze

In prossimità cronologica della Madonna Rucellai, si collocano la Madonna di Crevole (Siena, Museo dell'Opera della Metropolitana) e la Madonna dei Francescani (Siena, Pinacoteca Nazionale), considerate capolavori giovanili di Duccio anche da chi non ha attribuito a lui la pala fiorentina.

La Madonna di Crevole

La Madonna di Crevole è un'immagine imponente e dolcissima. L'impianto severo della mezza figura della protagonista, l'aspetto "da idolo" con cifre astratte sul volto e sulle mani, e la presenza dei piccoli angeli sul fondo d'oro rimandano all'iconografia bizantina. Tuttavia, tutto è intenerito dall'espressione malinconica della Madonna, dal gesto affettuoso del Bambino e dal ritmo fluido dei panneggi.

La Madonna dei Francescani

La piccola Madonna dei Francescani, nonostante le abrasioni, conserva il fascino di una complessa figurazione in miniatura. Il mantello blu leggero, il filo d'oro che ne segna gli orli, la libera impostazione della composizione e la tenda verde quadrettata sullo sfondo la rendono un'opera originale, in equilibrio tra Oriente (motivo iconografico della Madonna ausiliatrice) e Occidente (andamento calligrafico della linea, disegno geometrico della tenda).

Madonna di Crevole di Duccio di Buoninsegna (Siena, Museo dell'Opera della Metropolitana).

Altre opere giovanili e il rapporto con Cimabue

Accanto a questi capolavori, ad altri dipinti viene riferita l'attività giovanile di Duccio, tenendo conto dello stretto legame con Cimabue in questo periodo.

Il Crocifisso di Bracciano

Il delicatissimo Crocifisso già nel castello Orsini di Bracciano (Roma, Collezione Odescalchi) è impostato secondo il modello iconografico del Christus triumphans. La trasparenza del perizoma e la dolcezza del modellato sono tipicamente duccesche, e la testa regge il confronto con alcune figure della Madonna Rucellai.

La Madonna Gualino

Più strettamente cimabuesca e quindi più antica è la grande Madonna in trono della Collezione Gualino (Galleria Sabauda di Torino). Nonostante il deterioramento, si leggono ancora bene aspetti come la cromia particolarissima, con un rosso amaranto che anticipa il gusto senese per il colore raro e prezioso.

La Madonna di Buonconvento

Considerazioni simili valgono per il color porpora del panno che copre il Bambino nella Madonna di Buonconvento (Museo d'Arte Sacra della Val d'Arbia). Quest'opera, pur gravemente danneggiata, è considerata opera giovanile di Duccio. Il Bambino, con la sua dignità e compostezza, ricorda il classicismo di Arnolfo di Cambio.

Il Tabernacolo

Infine, due dipinti di piccolo formato, tra cui il Tabernacolo conservato all'Harvard University Art Museums (Fogg Art Museum) con la Flagellazione e la Crocifissione, sono associati all'attività del giovane Duccio, pur con la riserva legata al loro stato di conservazione e all'incertezza sull'autografia.

Il Contesto Artistico Senese e le Influenze

La formazione di un "contesto cimabuesco" a Siena si verificò già nelle opere tarde di Guido da Siena, proseguendo con il Maestro delle Clarisse (identificabile con Rinaldo da Siena), il Maestro del dossale di San Pietro (identificabile con Guido di Graziano) e Vigoroso da Siena. Il polittico di Vigoroso da Siena a Perugia (1291) è considerato cimabuesco ancor prima che duccesco.

La Madonna Rucellai di Duccio ha come precedente diretto la Madonna di Cimabue al Louvre. Entrambe presentano un trono prezioso e gigantesco, un'invenzione di Cimabue o un recupero da modelli carolingi, con valenza simbolica. Anche la cornice decorata con figure di profeti e santi si ispira alla Madonna del Louvre.

Le figure in Duccio tendono a trasformarsi in immagini più gentili rispetto a quelle di Cimabue, la cui grave malinconia assume in Duccio un'espressione più dolce. La superficie pittorica di Duccio diventa più preziosa e smaltata rispetto alla bellezza iridescente di Cimabue.

La componente gotica è una novità in Duccio rispetto alla tradizione tardobizantina di Cimabue. Essa si manifesta in dettagli come le piccole bifore allungatissime e archiacute negli intagli del trono. L'aggiornamento di Duccio verso il gotico potrebbe essere avvenuto tramite opere presenti in Italia, come i tabelloni polilobati del Crocifisso della cappella della Pura in Santa Maria Novella a Firenze, o l'intervento del Maestro Oltremontano ad Assisi.

Duccio e la pittura fiorentina

Duccio non ebbe solo un fondamentale rapporto con Cimabue, ma contribuì anche allo sviluppo della pittura fiorentina. Il rapporto Cimabue-Duccio si inserisce in un contesto di cultura figurativa che interessava l'intera Italia centrale.

Opere di altri artisti ispirate alla Crocifissione

Il testo menziona diverse opere che, pur non essendo direttamente di Duccio, si inseriscono nel contesto della sua influenza o presentano temi simili.

La Crocifissione di Perugino (Siena, Sant'Agostino)

L'opera, commissionata a Perugino nell'agosto 1502 da Mariano Chigi per la cappella di famiglia nella chiesa senese di Sant'Agostino, fu realizzata tra il 1506 e il 1507. La predella originale, con Storie di Cristo, è oggi divisa tra il Metropolitan Museum di New York e l'Art Institute di Chicago.

La figura di Gesù crocifisso si staglia su un cielo offuscato, con sole e luna a simboleggiare l'oscuramento della morte. Due angeli raccolgono il sangue di Cristo, mentre quattro cherubini sono disposti simmetricamente. Il nido del pellicano in cima alla croce allude al simbolo cristiano dell'Eucaristia.

Nel registro inferiore, su uno sfondo paesaggistico, sono disposte otto figure: la Madonna e San Giovanni Evangelista ai lati della croce, Maria Maddalena e Maria di Cleofa in ginocchio, Santa Monica e Sant'Agostino a sinistra, e San Giovanni Battista e San Girolamo a destra.

L'opera, unico dipinto di Perugino conservato a Siena, mostra la sua concentrazione sulla qualità dell'esecuzione impeccabile, piuttosto che sulla composizione originale.

Crocifissione di Perugino (Siena, Sant'Agostino).

La Crocifissione di Francesco Vanni (Lucca, Museo della Cattedrale)

Il dipinto di Francesco Vanni, datato e firmato (F)RANC. VANNIUS SENEN. MDC(...), è esposto dal 1992 al Museo della Cattedrale di Lucca. Originariamente si trovava nella Chiesa dei Santi Giovanni e Reparata.

L'opera, ispirata alla tela di Barocci nel Duomo di Genova, presenta prestiti dalla Crocifissione di Salimbeni per la chiesa senese di San Domenico (1600), in particolare nella posa di Santa Caterina e nel paesaggio.

Sono collegabili alla tela alcuni disegni preparatori: uno studio per il Cristo in croce all'Ermitage, uno per la Vergine e uno per Santa Caterina nella Biblioteca Comunale di Siena.

La Crocifissione cuspidata di Pietro Lorenzetti

Realizzata come altarolo per la devozione privata, questa Crocifissione cuspidata di Pietro Lorenzetti (il più anziano dei fratelli Lorenzetti) è riconoscibile per le sue caratteristiche principali. Influenzato da Giotto, Pietro Lorenzetti presta attenzione alla definizione dello spazio e alla forza plastica delle figure.

I dolenti che contornano il Cristo crocifisso si collocano saldamente nello spazio, con volumi larghi sottolineati dalle ampie campiture di colore delle vesti.

Crocifissione cuspidata di Pietro Lorenzetti (Siena, Pinacoteca Nazionale).

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