Il Santuario del Libro e la Rivelazione del Rotolo di Isaia
La grande cupola progettata nell’area del Museo d’Israele dagli architetti americani di origine ebraica Armand Bartos e Frederic Kiesler, si staglia nel cielo terso di Gerusalemme. Questo edificio unico, realizzato 60 anni fa per ospitare i primi sette rotoli scoperti a Qumran, sulle rive del Mar Morto, nel 1947, richiama nella sua forma i coperchi delle giare d’argilla in cui furono trovati gli antichi manoscritti. Il bianco della cupola e il nero basalto del muro che la affianca richiamano la «tensione spirituale» tra i «figli della luce» (come si definivano gli adepti della setta, che alcuni studiosi identificano come quella degli esseni) e i «figli delle tenebre» (i nemici della comunità). Il corridoio che conduce all’interno dell’edificio, chiamato “Santuario del libro” per la sua funzione, ricorda una grotta e rievoca il luogo in cui furono scoperti i Rotoli del Mar Morto.

Per commemorare il sessantesimo anniversario dell’inaugurazione del “Santuario del libro”, è stato aperto a Gerusalemme un evento straordinario. Per la prima volta dopo decenni, è stato esposto integralmente il Grande Rotolo di Isaia, il più lungo e meglio conservato tra i celebri rotoli del Mar Morto. La mostra, intitolata “Una voce dal deserto”, ha offerto a visitatori e pellegrini la possibilità di ammirare un reperto di straordinaria importanza non solo per la storia e l’esegesi biblica.
Il Rotolo di Isaia, lungo sette metri, raccoglie in 54 colonne di scrittura tutti i 66 capitoli del libro del profeta. Rinvenuto nel 1947 da un giovane beduino nella grotta n.1 di Qumran, nella depressione del Mar Morto, non lontano da Gerico, questo manoscritto è parte di una serie di oltre 950 manoscritti (testi biblici, commentari, regole comunitarie, scritti apocrifi) scoperti tra il 1947 e il 1956. Tali scoperte hanno cambiato per sempre la storia degli studi biblici e dell’archeologia del Vicino Oriente.
L’importanza della scoperta del Rotolo di Isaia è legata al fatto che si tratta di un testo biblico antecedente di oltre mille anni i più antichi manoscritti che si possedevano della Bibbia, come il Codice di Aleppo (X secolo) e quello di Leningrado (XI secolo). Essendo il rotolo del II secolo a.C., esso ci avvicina di un millennio all’originale uscito dalle mani del profeta o della sua scuola. Per i biblisti, l’importanza consiste nel fatto che il Rotolo di Isaia conferma in modo straordinario la stabilità della trasmissione del testo biblico ebraico lungo più di un millennio, fino alle versioni canoniche oggi in uso, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cattolica. Come ha sottolineato Marcello Fidanzio, "Questi manoscritti, in particolare il Rotolo d’Isaia, rappresentano il corpo della Bibbia. Una volta gli studiosi consideravano la Bibbia un’entità astratta, da ricostruire."

Da oltre cinquant’anni, per ragioni conservative, il Rotolo d’Isaia non veniva esposto integralmente; i visitatori del museo solitamente possono ammirarne solo una riproduzione fedele e una piccola sezione autentica. L’apertura di questa mostra è dunque un’occasione forse irripetibile per vederlo nella sua interezza, esposto nella Bella and Harry Wexner Gallery, lo spazio espositivo principale del museo. L’esposizione invita a un percorso al tempo stesso sensoriale e simbolico, introducendo i visitatori nell’ambiente aspro e luminoso della Giudea, ricreato attraverso suoni, immagini e installazioni, fino alla soglia della grotta 1, per rivivere la scoperta dei rotoli e seguirne il percorso fino alle sale del moderno museo.
Innovazioni Scientifiche e Contributi alla Comprensione del Rotolo
Dopo 77 anni di studio del rotolo, le recenti acquisizioni scientifiche hanno raggiunto traguardi straordinari. L’intelligenza artificiale e le tecniche multispettrali hanno permesso di individuare le diverse mani degli scribi (i primi 33 capitoli del libro sembrano essere stati copiati da uno scriba, mentre i secondi 33 capitoli suggeriscono una mano differente), di comprendere la composizione degli inchiostri e di studiare le cuciture dei fogli di pergamena. Studi che rivelano non solo la tecnica di produzione del rotolo, ma anche la sua funzione nella vita della comunità di Qumran: un testo probabilmente destinato alla lettura liturgica o alla meditazione collettiva, impregnato di attesa messianica e visione profetica.

Il Rotolo d’Isaia è stato scritto in ebraico 200 anni prima della nascita di Cristo, e ancora oggi un bambino di seconda elementare a Tel Aviv può leggere la lingua in cui è stato redatto. Questo reperto dimostra che in questi millenni la lingua ebraica non è cambiata, consentendo di leggere testi di oltre duemila anni fa. La sua importanza non è solo per gli ebrei, dato che dal monoteismo ebraico si sono sviluppati sia il cristianesimo che l’islam. I 950 manoscritti religiosi di Qumran sono scritti in ebraico, aramaico e greco; il 25% sono testi biblici, un altro 25% riguarda il particolare gruppo ebraico che ha curato i manoscritti (identificato da alcuni storici con gli Esseni), un’élite in contrapposizione ma anche in contatto con le altre comunità ebraiche del tempo. Oltre la metà dei manoscritti sono esempi di letteratura religiosa comune dell’ebraismo del tardo periodo del Secondo Tempio. Il Rotolo d’Isaia da solo costituisce il 20% di tutti i testi biblici trovati a Qumran, e su di esso si trovano i segni di tutti coloro che lo hanno curato, corretto, ri-corretto e studiato, rendendolo un oggetto che continua a rivelare l’essenza della Bibbia per chi lo ha creato e utilizzato.
Il Libro del Profeta Isaia: Struttura, Contesto Storico e Autore
Il libro di Isaia è un classico fra i libri profetici. In esso, come in altre figure profetiche, la parola profeta non va intesa nel senso di colui che predice il futuro, bensì come colui che parla per conto di un altro. Ciò che caratterizza il profeta è la capacità di interpretare l'accaduto alla luce della fede nel Dio della storia e di mettersi in sintonia con lo Spirito per discernere la sua via nel presente e dove essa conduce. Molte profezie bibliche, infatti, sono state scritte post eventum. Il mezzo espressivo tipicamente usato da Isaia è l'oracolo, spesso introdotto o accompagnato da espressioni ricorrenti come "oracolo di Jhwh, Signore del mondo", "Guai!", o "così dice Jhwh". Sparse nel testo si trovano pagine di condanna dell'idolatria, pratica a cui gli ebrei del tempo cedevano frequentemente sotto la pressione culturale dei popoli circostanti. Le espressioni linguistiche e le immagini usate da Isaia sono spesso di notevole bellezza e potenza, rivelando una sensibilità poetica unita a una piena padronanza della scrittura.

Il libro di Isaia è scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione definitiva avvenne in Giudea nel V secolo a.C. Tradizionalmente, il libro è suddiviso in tre parti principali: Proto-Isaia (capp. 1-39), datato circa 740-700 a.C.; Deutero-Isaia (capp. 40-55); e Trito-Isaia (capp. 56-66), datato 537-520 a.C.
Contesto Storico e Contributo di Isaia
Gli eventi che fanno da sfondo all'opera di Isaia sono principalmente la guerra siro-efraimitica (736 circa a.C.); l'annessione del regno di Israele all'impero assiro (724-720 a.C.); l'assedio di Gerusalemme ad opera di Sennacherib (704 circa a.C.); e l'ascesa della figura di Ciro il Grande, imperatore dei Persiani (553-530 a.C.). Isaia inizia la sua opera pubblica verso la fine del regno di Ozia, re di Giuda, attorno al 740 a.C., in un periodo in cui l'intera regione siro-palestinese era fortemente minacciata dall'espansionismo assiro. In questo contesto, Isaia annuncia ad Acaz la nascita del suo primo figlio (il futuro re Ezechia) come segno della benevolenza di Jhwh. La politica prudente suggerita da Isaia risparmia al regno di Giuda la sorte toccata a Samaria, assediata da Salmanassar V nel 724 e deportata da Sargon II nel 720. Successivamente, Isaia fu anche uno degli ispiratori della grande riforma religiosa avviata da Ezechia, che mise al bando le usanze idolatre e animiste adottate dagli ebrei, scagliandosi contro i sacrifici umani e le forme cultuali puramente esteriori.
Il Dibattito sull'Autore Unico o Multiplo
Gli autori del Nuovo Testamento, come l'esegesi successiva fino al XVIII secolo, attribuivano tutto il libro a un unico autore, il profeta Isaia. Tuttavia, con lo sviluppo della filologia e l'applicazione del metodo storico-critico, si è ipotizzato che i capitoli da 40 a 66 fossero stati scritti da un personaggio non identificato vissuto verso la fine dell'esilio degli ebrei in Babilonia, o che anche altre parti non fossero state scritte da Isaia. Chi attribuisce il libro a più scrittori ritiene che Isaia non abbia predetto con quasi due secoli di anticipo che un sovrano di nome Ciro avrebbe liberato gli ebrei esiliati, basandosi su considerazioni filologiche (lingua, stile). Mettere in evidenza le tappe di formazione di un testo sacro non significa ritenerlo privo di ispirazione, ma permette una maggiore comprensione attraverso gli strumenti della critica contemporanea.

D'altra parte, chi sostiene l'unicità dell'autore spiega questa conoscenza profetica come manifestazione della capacità di Jhwh di predire in anticipo e nel dettaglio la liberazione degli ebrei. Giuseppe Flavio, storico ebreo del I secolo, indicò che le profezie di Isaia relative a Ciro furono scritte nell'VIII secolo a.C. La critica al libro di Isaia sembra risalire ai commentatori ebraici medievali che, disponendo di una cronologia precisa, dubitarono che il libro fosse stato scritto da una sola persona, poiché gli eventi coprono un intervallo temporale di circa due secoli. Il ritrovamento dell'intero manoscritto isaiano tra i rotoli del Mar Morto (1QIsa, fine II secolo a.C.) ha introdotto nuovi elementi, con il manoscritto che mostra un'evidente interruzione dopo il capitolo 39, ritenuta intenzionale e indicativa di una netta separazione fra l'opera del primo e del secondo autore. Secondo l'ipotesi dei due autori, il Deutero-Isaia avrebbe considerato la sua opera come la naturale continuazione di quella del Proto-Isaia, con i capitoli 36-39 che fungono da collegamento.
Il Messaggio Profetico di Isaia: Attualità e Speranza
Il messaggio di Isaia risuona con particolare intensità in tempi incerti, come quelli attuali, segnati dalla pandemia e da un futuro precario. Isaia offre una guida, invitando a riflettere sulla nostra origine divina: "Anzitutto prendiamo in considerazione il fatto di essere stati «tagliati», di essere stati separati dalla nostra appartenenza. Il taglio è sempre una ferita e un grido." Questa immagine eloquente ci ricorda la nostra dignità di figli di Dio, spesso dimenticata tra le preoccupazioni quotidiane: "Se veniamo da lui, se siamo tagliati dalla roccia di Dio, le premesse sono proprio buone per poter sperare di fare bene."

Il profeta ci esorta innanzitutto all'ascolto: "Ascoltatemi voi che cercate il Signore. L’ascolto è la solidità della nostra fede in Dio. Se lui è la roccia, non è che dobbiamo cercare Dio e poi ascoltarlo. Ascolta anzitutto, ascolta la vita, ascolta il tuo intimo, ascolta e ascoltandolo conosci, incontri Dio. Tutto comincia con l’ascolto." L'ascolto è la base della conoscenza e dell'incontro con il divino, un atto più difficile del parlare, ma fondamentale. Isaia aggiunge: "Ma se non cercate non ascolterete mai nulla".
In secondo luogo, Isaia invita a guardare ad Abramo e Sara: "Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito." Essi, nell'ascolto, hanno avvertito la chiamata di Dio, che è una vocazione intrinsecamente legata alla benedizione: "La roccia da cui proveniamo è una vocazione con dentro la benedizione. Quando Dio chiama, benedice. Chiama per benedire."
Infine, il profeta rivela la compassione di Dio: "il Signore ha pietà di Sion, ha pietà delle sue rovine e rende il deserto come l’Eden." Dio non abbandona le macerie, ma le raccoglie, le ricicla, le recupera e le rigenera. Questo è il lavoro del Padre, testimoniato da Gesù, che rigenera chi la società aveva scartato, restituendo dignità all'essere umano. La vita, la gioia e il superamento degli ostacoli sono al centro dell'opera divina. "La consolazione di Dio è non lasciare mai le cose come stanno, ma trasformarle: trasforma il deserto in giardino, il male in bene, il dolore in letizia, il peccato in salvezza. Con Dio nulla è perduto, nessuna speranza è troppo ardita." Da questa consapevolezza, siamo invitati a non smettere di ascoltare Dio, per udire la sua chiamata e la sua benedizione.
La "Pietra" nella Tradizione Biblica e Teologica
Nell'iconografia sacra, come negli affreschi antichi, il profeta Isaia è talvolta raffigurato seduto su un'alta pietra squadrata, avvolto in un ampio mantello, un'immagine che lo eleva dalla comune stereotipia e sottolinea la sua solidità profetica.

Nel Nuovo Testamento, il termine "pietra" (in greco "o lìthos") assume un significato profondo e multifacettato. Indica sia la pietra grezza che quella squadrata, e può riferirsi a una roccia (Mt 3,9), a un macigno non sgrossato rotolato all'ingresso di una tomba (Mc 15,46), o a pietre preziose come simbolo di magnificenza (Is 54,11s). Spesso si parla anche del "grido della pietra" che deve essere testimone dell’iniquità (Abac 2,11).
Cristo come Pietra Angolare e Pietra d'Inciampo
In una serie di passi del Nuovo Testamento, Cristo viene paragonato a una pietra. Gesù stesso fu il primo ad usare l'immagine della pietra nei propri confronti: «La pietra che i costruttori scartarono divenne, proprio quella, chiave di volta» (Mc 12,10; Lc 20,18, rif. Salmo 117/118,22). Paolo in Ef 2, 20-22 riprende questo concetto, indicando Gesù come la chiave di volta, scartato dagli uomini ma innalzato da Dio. Gesù è anche la `pietra` annientatrice e la `pietra d’inciampo`. Aggiunge, infatti, all'ammonimento escatologico: «Chiunque cadrà su questa pietra sarà sfracellato e colui sul quale essa cadrà sarà stritolato» (Lc 20,18), un riferimento alla pietra sognata da Nabucodonosor che frantumò la statua e divenne montagna (Dan). Scagliarsi contro questa pietra porta alla rovina.
Per Paolo, i Giudei sono inciampati in Cristo, che richiede la fede come in una pietra; avendolo rifiutato, Egli è diventato per loro condanna (Rom 9,32s). Pietro esorta i neofiti ad avvicinarsi alla «pietra vivente scartata dagli uomini ma scelta da Dio e di valore», affinché anche loro siano costruiti come pietre viventi in un edificio spirituale (1 Pt 2,4-8). I credenti non saranno delusi, mentre gli increduli «inciamperanno» e cadranno. Ciò che decide è la fede. Inoltre, Paolo in 1 Cor 10,4 riferisce a Cristo la roccia dell’Oreb da cui scaturiva l’acqua nel deserto, collegandosi all'affermazione di Gesù: «se uno ha sete venga e chi crede in me beva» (Gv 7,37).
La "Pietra Scartata" e il Principio di Kenòo
Il concetto della pietra scartata si lega strettamente al principio del `kenòo` (rendere vuoto, essere annullato), che Paolo usa per affermare che Cristo «ha volontariamente scambiato il suo modo di essere divino e preesistente con quello umano e terreno» (Fil 2,6-11). La pietra angolare, simbolo di stabilità e fondamento, è divenuta `pietra di scarto`. Questo mistero di Dio nel Figlio incarnato, divenuto «scarto» nella carne e nella storia, rivela l'amore di Jahvé. La sconfitta secondo la logica umana diventa il riscatto progettuale e reale della cieca sufficienza e delle conseguenti corruzioni.
L'umiliazione (`tapéinōsis`) biblica, al contrario della concezione greco-romana che la vede negativamente, assume un valore positivo nel contesto teocentrico. Dio sceglie ciò che non vale, ciò che è minore o scartato, per realizzare i suoi piani. Ciò che non ha “contrattualità sociale” va interpellato e ascoltato per primo, poiché urgenze e autenticità li accompagnano con un suggello veritativo. La comunità cristiana, nel suo essere e operare collegiale e sussidiario, deve promuovere il rispetto e la valorizzazione di ciò che è comunemente "scarto", riconoscendo che in esso si racchiudono doni e sapienze suggerite dallo Spirito di Dio.
Il Sicomoro di Gerico e la Conversione di Zaccheo (Luca 19)
Il Vangelo di Luca, unico tra i sinottici, narra il fatto interessante della conversione di Zaccheo a Gerico (Luca 19,1-10). Gesù, entrato in Gerico, stava attraversando la città. Ed ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco. Zaccheo, il cui nome ebraico "Zaccai" significa "puro", era un Giudeo appaltatore o amministratore delle tasse in quel distretto, un ruolo che spesso portava a pratiche estorsive. La sua ricchezza era tale da poter fornire la forte cauzione richiesta dal governo romano per il posto di appaltatore delle tasse, e l'Evangelista potrebbe menzionarla per creare un contrasto con il giovane ricco del capitolo precedente, dimostrando che «niente è impossibile appo Iddio».

Zaccheo desiderava vedere Gesù, spinto dalla curiosità e forse da quanto aveva udito della bontà di Cristo verso la sua classe. Essendo piccolo di statura, non poteva vederlo a causa della moltitudine. Così, corse innanzi e salì su un sicomoro (un albero simile al gelso per le foglie e al fico per il frutto, vedi nota in Luca 17,6), lungo la strada che sapeva Gesù avrebbe percorso. Nascosto fra il fogliame, aspettò il Signore, senza darsi pensiero del ridicolo cui si esponeva. Questo albero fu il suo nascondiglio temporaneo.
Come Gesù giunse a quel luogo, alzò gli occhi, lo vide e lo chiamò per nome: «Zaccheo, scendi giù prestamente, perché oggi ho ad albergare in casa tua». Zaccheo, che sperava di vedere senza essere visto, fu presto disingannato. Colui che vide Natanaele sotto il fico, sapeva, per divina intuizione, tutto ciò che concerneva quel pubblicano. La sorpresa e la gioia di Zaccheo furono immense; si sentì scoperto quando credeva di essere nascosto, udì il suo nome pronunciato da chi non l'aveva mai visto. L'annuncio inaspettato di Gesù, che si invitò da sé a casa di Zaccheo, confermò al pubblicano che colui che faceva questo era più di un semplice uomo. Scendendo prestamente, Zaccheo lo ricevette con allegrezza. In quel momento accadde la sua conversione. Lo Spirito Santo gli aprì il cuore per accogliere Gesù come ospite permanente.
La realtà del cambiamento operato in Zaccheo fu manifesta mediante la confessione delle sue estorsioni passate, la risoluzione di farne pieno risarcimento, e la liberalità verso i poveri che prese il posto della primiera avarizia. Ai Farisei e ai loro amici che mormoravano perché Gesù era entrato in casa di un pubblicano, Gesù giustificò la sua condotta dichiarando che Zaccheo era divenuto in quel giorno stesso partecipe della salvezza, e che la sua missione di Salvatore era specialmente diretta ai «perduti», a quelli coi quali i Farisei non volevano aver nulla a che fare. «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Luca 19,9).
I "Muri": Simboli di Separazione e Alleanza
Fin dall’antichità, le mura fortificate erano impiegate per difendersi dagli attacchi dei nemici e manifestavano l’importanza della città e la potenza di chi la governava, diventando un simbolo di sicurezza. Tuttavia, gli autori biblici, specialmente i profeti, colgono l’ambivalenza di ogni realizzazione umana, leggendovi una modalità di relazione fra gli uomini e con Dio. Essi aprono una breccia nei muri reali e virtuali per guardare oltre.

L’Apocalisse di Isaia (Isaia 24-27) accosta un’antica battaglia fra gli ebrei e i moabiti e il momento del ritorno dall’esilio in Babilonia. Entrambi gli eventi hanno la loro cifra significativa nelle mura della città: abbattute nel primo caso, rese salde nel secondo. Il profeta predice: "Moab sarà calpestato al suolo, come si pesta la paglia nel letamaio. L’eccelsa fortezza delle tue mura egli abbatterà e demolirà, la raderà al suolo." (Isaia 25,10b-12). Al contrario, per il popolo eletto: "Abbiamo una città forte; egli ha eretto a nostra salvezza mura e baluardo. Aprite le porte: entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà." (Isaia 26,1-2).
Questo episodio assume un senso apocalittico: chi si oppone al piano di Dio viene sbaragliato. Quando il Signore interviene, neanche le mura più alte e spesse costruite dall’uomo possono resistere. Le fortificazioni di Moab sono un segno di superbia, un ostacolo illusorio alla volontà divina. Invece, le mura della città del popolo eletto, erette da Dio stesso, diventano immagine visibile della protezione e della salvezza. È importante leggere questi testi nel contesto più ampio del messaggio biblico, che include la volontà universale di salvezza di Dio: "Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande..." (Isaia 25,6).
Le mura, dunque, non vengono abbattute o tenute in piedi per chi le ha costruite, ma in virtù della loro relazione con il progetto salvifico del Signore. Quelle di Moab sono rase al suolo in quanto simbolo dell’opposizione alla volontà divina, mentre quelle di Giuda restano salde perché rappresentano la concretizzazione storica dell’alleanza. La pace e la sicurezza sono assicurate dalla fedeltà all’alleanza e dalla giustizia. Isaia stesso rilegge la sconfitta dei moabiti in relazione a quanto Israele aveva vissuto nell’esilio, descritto nel Canto della vigna (Isaia 5,1-7), dove l'abbattimento del muro della vigna simboleggia l'infedeltà di Israele. "Se il muro comporta oppressione o esclusione, prima o poi sarà abbattuto, chiunque sia il suo costruttore."
La Fine del Muro di Separazione in Cristo
La rilettura profetica e apocalittica della storia mostra come l’opera di Dio consista nell’abbattere ogni genere di realtà umana che possa fare da ostacolo all’alleanza, sia i muri e le mura reali, sia quelli virtuali, come addirittura la legge. Ne è testimonianza la storia di Rut la moabita, che, nonostante il divieto del Deuteronomio, diventa bisnonna del re Davide (Rut 4,13-22). Il suo gesto di pietà e amore filiale rivela lo spirito della Legge, facendola un'antenata anche di Gesù.
Gesù stesso mostra una grande avversione per i muri. Quando un discepolo gli indica l’imponenza delle mura del tempio di Gerusalemme, egli esclama: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra, che non sia distrutta» (Marco 13,2). Questa predizione, realizzata dai Romani nel 70 d.C., interpreta il fatto in una prospettiva più ampia: le realtà religiose, se diventano segno di autoaffermazione, non sono conformi alla volontà del Padre e saranno rimosse. Gesù realizza in se stesso l’alleanza fra l’uomo e Dio in una forma unica e irripetibile, che l’autore della lettera agli Efesini interpreta come la distruzione di un muro di separazione: «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (Efesini 2,14).
LE VERE FONDAMENTA DEL CRISTIANESIMO-RISCOPERTE DOPO DUE MILLENNI
Questo muro di separazione può rimandare alla balaustra che separava la zona del tempio accessibile ai pagani da quella riservata agli ebrei, o alla legge giudaica, o a un uso puramente metaforico. Al di là delle interpretazioni, il senso è chiaro: con la sua vita, morte e resurrezione, Gesù ha distrutto ogni tipo di barriera e di inimicizia, abbattendo ogni spazio recintato, riservato ad alcuni e precluso ad altri. I muri - reali e virtuali - ancora eretti in diversi luoghi del mondo segnano la distanza della nostra storia dal compimento della redenzione e rendono ancora più attuale e urgente l’opera profetica di una comunità del Signore aperta e accogliente, costituita, come il profeta Geremia, «sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Geremia 1,10).