La preghiera del "Padre Nostro", nota anche come "Oratio Dominica" o "Preghiera del Signore", è universalmente riconosciuta come la più conosciuta tra le preghiere cristiane. Il suo significato profondo, religioso, spirituale, culturale e civile, è stato oggetto di innumerevoli studi e riflessioni. Un celebre aneddoto sulla vita di San Giovanni Bosco, che trascorse un'intera notte a meditare sull'espressione "Padre nostro", ne sottolinea l'enorme portata.

Piero Stefani e il suo Commento Teologico
In questo contesto si inserisce il volume di Piero Stefani, tra i massimi studiosi di ebraismo in Italia, docente di "Bibbia e cultura" presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e redattore della rivista Il Regno, dove cura la rubrica mensile «Le parole delle religioni». Il suo libro, intitolato "Padre Nostro. Il breviario del Vangelo" (Ed. Terra Santa, Milano 2023), offre un prezioso commento teologico a questa preghiera.
L'opera di Stefani si propone di condurre il lettore a riappropriarsi del testo consegnatoci da Gesù a partire dalle sue radici ebraiche. L'autore riesce a spiegare in modo semplice il significato di ciò che si domanda nel Padre nostro: aumentando la consapevolezza della "richiesta", cresce infatti anche la sua efficacia.
Il testo è un'edizione totalmente nuova dell'opera comparsa in prima edizione nel 1991. Stefani ricorda nella Premessa al volume che sono state operate migliorie stilistiche e che ci si è confrontati con la nuova traduzione della CEI 2008.
Il "Padre Nostro" come "Breviario di tutto il Vangelo"
Una fortunatissima espressione di Tertulliano definisce il Padre nostro «breviarum totius evangelii». Questa definizione, orientata all'origine verso il messaggio spirituale contenuto nella "preghiera del Signore", può ora, in un certo senso, essere applicata anche alla ricerca delle fonti o, più in generale, all'indagine critica degli scritti neotestamentari.
Stefani scrive che il "Padre nostro è definibile “breviario” del Vangelo ma - osservato in un’altra prospettiva - può anche definirsi cellula generativa dei vari volti assunti dalla spiritualità cristiana. In effetti, sarebbe possibile tracciare l’intera storia spirituale del cristianesimo in base ai commenti dedicati alla “preghiera domenicale”».
L'autore ricorda che la preghiera di Gesù ci pone di fronte alla situazione, tipica di ogni tradizione rivelata, di essere collegati all'“origine” attraverso una catena priva di smagliature che, nel nostro caso, assume la veste di una preghiera recitata da ogni credente.
A partire da Lutero, il Padre nostro è entrato nei catechismi, e così è avvenuto anche per il Catechismo della Chiesa cattolica. Il Padre nostro ha una natura liturgico-sacrale, ed è proclamato da tutta l'assemblea nell'eucaristia dopo il Concilio Vaticano II e compare in ogni celebrazione della messa dopo la preghiera eucaristica.
Genesi e Contesto della Preghiera
Il "Padre Nostro" è la preghiera che Gesù stesso aveva insegnato ai suoi discepoli, in continuità con la sua. Negli scritti neotestamentari, il "Padre Nostro" compare in due Vangeli: in Matteo (VI, 9-13) siamo al centro del Discorso della Montagna, introdotta da: «Voi dunque quando pregate dite così» (Mt 6,9-12); in Luca (XI, 2-4) è invece posta in continuità tanto con il pregare solitario di Gesù quanto con la richiesta da parte dei discepoli di avere una preghiera che li identificasse: «“Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”».
Nelle due versioni, la clausola introduttiva è la stessa, ma muta ciò che la precede. In Luca vi è una richiesta in sintonia sia con una preghiera a sua volta tutta imperniata sul chiedere, sia con versetti successivi incentrati sul domandare e sul bussare. La preghiera di Gesù è costituita tutta di domande: in Matteo sette, in Luca cinque (mancano «Sia fatta la tua volontà» e «Ma liberaci dal male»). Alcuni termini lucani sono meno semitici e più greci («peccati» e non «debiti»), dato che la comunità destinataria del Vangelo era differente.
Di fronte all’istanza dei discepoli di avere una preghiera distintiva del loro gruppo, Gesù propone una formulazione che inizia con il semplice termine «Padre». Rispetto a Matteo (e alla Didaché, l’altra fonte antica) non c’è il «nostro». Questo è un insegnamento: davanti a una pretesa di definire un insieme specifico di persone, invece di proporre un aggettivo possessivo, esposto al rischio di farsi irretire in una dimensione identitaria, si ricorre a un sostantivo tanto più grande quanto più spoglio: «Padre».

Radici Ebraiche e Influenze Antiche
Il "Padre Nostro" si inserisce nella tradizione ebraica della preghiera nella quale Gesù è cresciuto, rappresentando una perenne unità dei due Testamenti. L'orientamento liturgico è già presente nell'incipit del Padre nostro in Matteo («che sei nei cieli»). Il «nostro» viene introdotto per distinguersi da altri gruppi.
I tratti di orientamento liturgico presenti nel Padre nostro inducono a comparazioni con altre preghiere giudaiche. Sebbene il primo materiale liturgico giudaico risalga al III secolo e quindi non ci siano dipendenze dirette, il Qaddish è molto affine al Padre nostro. Nelle Diciotto benedizioni compaiono i temi legati alla paternità del Signore, alla sua unicità e al suo nome, al perdono e all’elargizione dei beni necessari alla vita e, infine, all’avvento della redenzione. Dal punto di vista giudaico, il Padre nostro si presenterebbe come una “preghiera breve”, imparentata con quelle che i rabbi definiscono «suppliche».
Stefani sottolinea che «Il Padre nostro rientra nell’ambito delle preghiere spontanee, libere, personali, eppure rappresenta, nel contempo, una formulazione riassuntiva, o ricapitolatrice, della preghiera comune d’Israele. È perciò significativo che la “preghiera di Gesù” possieda tratti che l’apparentano a un ampio spettro di preghiere ebraiche, da quelle collettive e solenni alle suppliche individuali».
La peculiarità del Padre nostro è menzionare la lode come una richiesta («passivo divino»). «In definitiva, la componente di supplica resta una chiave di comprensione fondamentale della “preghiera del Signore”». Il passivo divino caratterizza il Padre nostro, la richiesta della venuta del Regno e la possibilità di vivere le richieste del Discorso della Montagna. Originariamente, il Padre nostro era la preghiera tipica del discepolo che aveva abbandonato tutto per seguire Gesù. «La “preghiera del Signore” si presenta come «l’espressione orante del radicalismo migratorio dei discepoli al seguito del Messia Gesù, in cui essi sperimentano ogni giorno Dio quale Padre» (F. Mussner). Il Padre nostro ha rapporti con il Discorso della Montagna e con il discorso dell’invio in missione di Mt 10. «La “preghiera del Signore” conserva in sé un segno profondo tanto della condizione orante del gruppo dei discepoli, quanto di quella propria dello stesso Gesù».
Nella Didaché, il "Padre Nostro" assume una funzione demarcante rispetto agli «altri» ed è posta fra le istruzioni battesimali, visto come «iniziazione ai misteri». Il nascondimento previsto in Matteo si è trasformato in riservatezza propria di un gruppo che celebra un rito riservato agli iniziati e assume un carattere sacrale.
Analisi delle Richieste: Il Punto Cruciale sulla Tentazione
Stefani riserva alle pagine 43-96 del suo volume il commento teologico al "Padre Nostro", suddiviso in vari capitoli: «Ritorno all’origine», «Padre, che sei nei cieli», «Sia santificato il tuo nome», «Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà», «Dacci il nostro pane quotidiano», «Rimetti a noi i nostri debiti», «Non abbandonarci alla tentazione», «Liberaci dal male».
Un punto centrale nella riflessione di Stefani, e dibattuto da secoli, riguarda la petizione «Non abbandonarci alla tentazione». Stefani ricorda che le due richieste del non essere abbandonati alla tentazione (così la nuova traduzione CEI 2008) e di essere liberati dal male sono strettamente connesse.
Rev. Fr. Stephan Lewis Clarifies: "Lead Us Not Into Temptation" – Lord's Prayer Explained #jesus
"Non Abbandonarci alla Tentazione": Una Sfida Teologica
Fin dall’antichità ha fatto difficoltà il pensiero che Dio possa indurre qualcuno alla tentazione. Già la Lettera di Giacomo (1,13-15) afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: sono tentato da Dio; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Si descrive poi la genesi del peccato a partire dal cuore: la concupiscenza, desiderio smodato e possessivo, trascina e seduce, portando a concepire il peccato già nell’intimo del cuore, sino a partorirlo. Una volta portato a compimento, il peccato procura la morte.»
Il testo greco utilizza una particolare forma (congiuntivo aoristo dal valore volitivo) del verbo eispherein, il cui significato è «immettere», «introdurre», «collocare in una certa realtà». Il latino inducere («et ne nos inducas») è una resa fedele del greco, significando «condurre dentro, introdurre». Peirasmos è «tentazione», ma anche «prova».
Stefani considera «indurre» una traduzione infelice e fuorviante. Afferma che «la traduzione interpretativa “non abbandonarci” può rivendicare a se stessa una maggiore corrispondenza alla visione contemporanea di un Dio sempre misericordioso, ma non è la “vera”». Lo studioso cita il biblista Crimella, critico nei confronti della traduzione CEI 2008.
Secondo Stefani, «il senso della petizione, salvaguardandone nel contempo l’ineliminabile carattere paradossale, potrebbe essere reso meglio con un “non farci entrare”, espressione che non ha in sé stessa alcun senso di istigazione». Egli annota che «conviene conservare la forza scandalosa che già sconcertava i Padri. Allora si cercò di attenuarne l’impatto, ricorrendo, per lo più, a un’impostazione ben sintetizzata dalle parole di Ilario di Poitiers: “Non ci abbandonare a una tentazione che non possiamo sopportare”. La difficoltà deriva dall’aver dimenticato che solo individuando il diretto coinvolgimento di Dio nella tentazione se ne può cogliere davvero la paternità».
La Tentazione come Prova
Il concetto di peirasmos ha alle spalle una lunga storia che giunge fino alle vicende dell’esodo dall’Egitto e ad Abramo (Gen 22,1). Nel deserto, sia Israele che Dio sono a turno «tentati» e «tentatori». Proprio nella sua qualità di figlio, Israele diventa una prova e una tentazione per colui che lo ha generato. Le mormorazioni sono una vera prova per il Signore. Generando il suo popolo, egli lo espone alle tentazioni della vita. Anche Gesù le ha provate, vivendo in modo diretto il legame tra tentazione e paternità di Dio nell’orto del Getsemani.
«Per chi si confronta con le sventure di cui è colmo il nostro mondo - commenta l’autore -, è pensabile che il senso delle due richieste poste una accanto all’altra sia: non indurci nella tentazione di credere che tu, Padre, non sia capace di liberarci dal male; il tuo non intervenire non istilli dubbi nel nostro cuore». La prova a cui si è sottoposti è, innanzitutto, quella del compimento stesso della volontà di Dio. L’accettazione della volontà del Padre è connessa alla richiesta che il peso non sia troppo grave da portare. La petizione del non essere abbandonati è l’unica espressa al negativo, ma poi è bilanciata dalla richiesta positiva di essere liberati dal male.
«La richiesta conclusiva rivolta al Padre fa dunque comprendere il senso autentico della domanda di non essere introdotti nella prova - commenta Stefani -: prima si chiede di non essere fatti entrare nella tentazione, poi si domanda di essere tenuti lontani dal male. In entrambi i casi la metafora è spaziale».
L’interpretazione della prova in senso «escatologico», come fatto da Schweitzer e altri, collega la «croce» e la «consumazione della storia» a prove dure, per le quali è giusto pregare affinché siano accorciate, che il calice passi, che il Padre non ci faccia entrare nella tentazione. La prima domanda è quella di essere risparmiati.
Stefani conclude il suo commento a questa domanda affermando: «Nell’“assenza”, la “presenza” è costretta ad assumere l’aspetto della domanda. Fu così anche per Gesù in croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34; Sal 22,2). Solo pregando il Padre perché non ci abbandoni o interrogandolo sul perché della sua assenza si coglie il significato della richiesta di non essere fatti entrare nella tentazione».