La Pianta della Chiesa di Montevergine: Un'Indagine Storica e Architettonica

Il Santuario di Montevergine, situato a Mercogliano, in Irpinia, è un monumento nazionale e un importante sito di pellegrinaggio, attirando circa 1.5 milioni di visitatori all'anno. Fondato nell'XI secolo da San Guglielmo da Vercelli, questo complesso monastico mariano custodisce la preziosa pittura della Madonna di Montevergine e vanta una storia millenaria legata alla devozione e alla spiritualità. Nel corso dei secoli, il santuario si è arricchito di opere d'arte, chiese - inclusa la moderna basilica cattedrale inaugurata nel 1961 e l'antica basilica - una cripta contenente i resti di San Guglielmo, musei e edifici storici come il Palazzo Abbaziale.

La Scoperta e le Caratteristiche dei Fogli Manoscritti

L'oggetto di una significativa ricerca storico-architettonica è costituito da fogli vergati a penna su carta a quadretti “commerciali”. La grafia e l'inchiostro, blu e rosso, unitamente a manierismi goticizzanti nei titoli, sono compatibili con gli anni tra il 1925 e il 1945. Questi fogli, sebbene decisamente malandati e riempiti di informazioni fino all'estremo limite dei bordi, talvolta compromettendo la lettura, contengono due riproduzioni in scala della pianta della chiesa di Montevergine. Tali disegni rappresentano l'edificio come doveva presumibilmente presentarsi nel 1629, prima della “rovina”, ovvero la caduta delle volte dell’ultima campata e del transetto, evento avvenuto il 2 agosto 1629 e dettagliatamente narrato da P. Giovanni Mongelli nella sua Storia di Montevergine (IV, p.). Il padre verginiano, autore dei fogli, ha fornito una sorta di firma, siglando in un angolo in basso a destra una delle due piante con le lettere D. Alf. OSB.

Ricostruzione storica della pianta della chiesa di Montevergine con dettagli architettonici del XVII secolo

La Rappresentazione Architettonica al 1628/1629

Secondo l’intestazione dei fogli, che ripropongono il medesimo impianto di disegno tecnico e didascalie distribuite sui lati con rimando (non sempre completo e chiaro) ai numeri e alle lettere in esso segnati, la disposizione architettonica e quella dell’arredo intendono rappresentare la situazione all'altezza dell'anno 1628, o almeno all’inizio del 1629. Questo periodo precede l'inizio dei lavori di ampliamento e adeguamento al gusto moderno, nonché ai dettami tridentini, della chiesa di impianto medievale, sostanzialmente duecentesca, che potrebbe essere definita “Montevergine Terza” per distinguerla da quella consacrata nel 1182 dall’abate Giovanni. Nel corso di questi lavori, il coro ligneo del 1573 e altri arredi, tra cui il ciborio duecentesco che sovrastava l’altare maggiore e il tabernacolo marmoreo, erano già stati smontati prima del crollo. Questi elementi trovarono poi collocazione in luoghi diversi nel corso dei secoli, a partire dal generalato di Giovan Giacomo Giordano che intraprese la ricostruzione, chiedendone il progetto all’architetto napoletano Giovan Giacomo Conforti.

Fonti e Metodologia dell'Autore Anonimo

I fogli dichiarano in entrambi i casi che la ricostruzione “virtuale” della chiesa si basa sulle principali fonti edite e inedite conservate nell’archivio e nella biblioteca dell’abbazia. Queste fonti sono enumerate in ordine più o meno cronologico e includono:

  • Il manoscritto di Vincenzo Verace, rivisto e pubblicato con il titolo Istoria dell’origine del sagratissimo luogo di Monteuergine da Tommaso Costo a Venezia nel 1591.
  • Il manoscritto di Ovidio De Luciis, datato al 1619.
  • Le Croniche di Montevergine dell’abate Giordano del 1649.
  • Il Montevergine Sagro di Amato Mastrullo del 1663.

A queste si aggiungono i volumi dell’archivio nella sistemazione del padre Cangiani. Inoltre, l’autore dichiara di aver seguito “altri dati d’edilizia”, ovvero di aver probabilmente rilevato, seppur “approssimativamente”, le misure della chiesa antica, all’epoca ancora interamente in piedi, per poi stilare la pianta. Quest'ultima tiene quindi conto delle strutture esistenti e vi colloca i vari monumenti e altari descritti nella tradizione storica della congregazione, i cui resti frammentari sono parzialmente visibili e variamente ricomposti nell’attuale complesso ecclesiale e nelle sale del museo abbaziale. Seguendo le indicazioni degli scrittori citati, l’anonimo autore nomina le cappelle secondo i titoli acquisiti nell’ultima sistemazione, mantenuti sostanzialmente fino alla sua epoca.

Confronto con le Ricostruzioni di Mongelli e Bolvito

Fino ad oggi, il testo base per la chiesa di Montevergine è l’articolo del padre Mongelli Montevergine nel Cinquecento. La piantina di sua creazione, pubblicata nell’articolo, è distante dalla (almeno apparente) precisione dei fogli in questione, anche se su un punto la ricostruzione di Mongelli appare più razionale. Stando, infatti, alla narrazione dei lavori intrapresi poco prima del crollo dall’abate Milone nel 1627 (Mongelli, Storia di Montevergine, IV, p. 441 e ss.), lo sperone di roccia che impediva il prolungamento regolare dell’abside centrale verso ovest, in asse con le cappelle laterali della Schiodazione e dei Magi (ovvero le antiche cappelle Vademonte-Lagonissa e di Capua), doveva essere alla fine del Cinquecento ancora integro. L’altare maggiore era ancora al centro della tribuna, sormontato dal ciborio duecentesco, e gli amboni attestati all’altezza della quinta coppia di pilastri della navata centrale, semplicemente perché la sesta non era ancora stata staccata dal fondo (rettilineo?) della chiesa.

La situazione presentata nelle due piante manoscritte della busta 10 mostra invece l’arretramento dell’altare maggiore con il suo baldacchino alla nuova abside rettangolare aperta nello sperone della montagna, più in linea nelle dimensioni con le laterali e con quella che doveva essere l’effettiva profondità di tutte e tre. Nel 1629, i lavori erano già a buon punto e non era stato ancora rimosso il solo grande coro in noce, costruito nel 1573, per il quale effettivamente non c’era ancora posto nel vano centrale, che sarebbe stato scavato solo successivamente sotto l’abate Giordano.

Nella sua sintetica piantina, Mongelli pone il coro ligneo esteso tra la terza e la quarta coppia di pilastri della navata e oltre, ipotizzando così una gradinata della tribuna, con a fianco gli amboni, stretta tra due coppie di sostegni non meglio caratterizzati. Più verosimile e precisa, sebbene in dubbio fra due soluzioni differenti, la pianta ricostruita dall’anonimo monaco della prima metà del ‘900 attesta l’allineamento del coro, in una delle due versioni, all’altezza della quarta coppia di pilastri compositi, mentre nell’altra arretra ancora di più il coro verso la scala del presbiterio. Entrambe le versioni indicano l’altare della Madonna delle Grazie, con la lettera F, altare proprio del coro che Mongelli non manca di citare nell’articolo su Bolvito, ma non disegna. L'autore anonimo, invece, riporta l’atto di fondazione di quest'altare da parte di Bartolomeo Cerdio di Macchia Golana, notizia fornita dal Mastrullo. Il padre anonimo non era sicuramente a conoscenza del soffitto cassettonato e dorato della cappella della Madonna, dovuto alla volontà del cardinale Oliviero Carafa, commendatario dell’abbazia dal 1485 al 1515 (Mongelli, Storia di Montevergine, III, p.).

Posizionamento dei Monumenti e degli Altari

Riguardo alla posizione dei monumenti più famosi, sia superstiti che perduti, Mongelli, sulla scorta di Bolvito, fornisce alla data del 1579 una precisa collocazione in pianta:

  • Nella cappella della Schiodazione, le tre tombe di Giovanni e Carlo Lagonissa e di Caterina di Vademonte.
  • Nella cappella della Marra, sotto il titolo di Santa Maria del Parto (“dove poi si estese la vecchia sagrestia”), ad essa adiacente lungo il lato sinistro della basilica, le tombe del cardinale Alessandro della Marra, di suo fratello Giacomo Antonio e della loro madre Caterina Dentice.
  • La temporanea collocazione della tomba di Berterado e Giovanni de Lautrec nella navata destra, all’altezza del pilastro tra prima e seconda cappella, sebbene Mongelli specifichi che fu poi spostato nella cappella del Santissimo dalla parte destra, indicando probabilmente la cappella di Capua.

Il nostro autore anonimo segna infatti il sarcofago Lautrec con il numero 6, sul fianco destro di quest’ultima. Tuttavia, nella cappella della Marra, segnata in questo foglio con la lettera Q, non sistema i tre monumenti, bensì colloca il solo “sepolcro di Caterina Dentice, moglie di Matteo Antonio della Marra e di tutta la famiglia della Marra”, con il numero 9, al centro del coro ligneo, accompagnando la didascalia con la citazione del volume dell’archivio cangianiano, senza rifarsi ad altra fonte. Purtroppo, al momento non è stato possibile rintracciare negli indici dei volumi del padre Cangiano conservati in archivio il rimando al foglio in questione.

Il fatto che le arche dei della Marra si trovassero in quel punto e non nella cappella della Marra al momento del crollo ne giustificherebbe la perdita totale, lamentata anche dal padre Izzi nei Sepolchri, ma imputata dal Mastrullo a un trasloco, in un momento imprecisato, almeno per quello del solo cardinale Alessandro. È possibile che i monumenti funebri dei della Marra abbiano seguito la sorte del quadro sull’altare della cappella, dedicata alla Madonna del Parto e rimosso dal cardinale Giovanni Leonardi nel 1601, per ragioni di decoro e aderenza all'ortodossia della riforma? Mongelli ci dice che fu sostituito con quello della Madonna delle Grazie, prelevato proprio dall’altare di questo titolo “dietro il coro”, segnato dal nostro con la lettera F.

L'autore anonimo tace sia sulla tomba di Andrea da Candida, cavaliere di San Giovanni morto nel 1459 (pure distrutta nel crollo del 1629, descritta da Bolvito insieme ad altre e situata nella parte alta della navata destra), che sul monumento a Cassiodoro Simeoni. Di entrambi si conservano ampi frammenti nel museo dell’abbazia e sono documentati nei manoscritti del p. Izzi e nelle carte dell’archivio.

Veduta interna della Basilica di Montevergine con un'illustrazione dei monumenti storici

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