Nel cuore della produzione letteraria di Giovanni Verga, due concetti emergono con particolare rilievo: lo straniamento e la regressione. Entrambi rappresentano chiavi interpretative fondamentali per comprendere non solo il verismo dell'autore siciliano, ma anche la sua visione del mondo e il rapporto problematico tra scrittore, personaggi e realtà rappresentata.
Lo Straniamento: Una Prospettiva Narrativa
Nelle opere veriste di Verga, il procedimento narrativo dello straniamento è abbondantemente usato. Esso consiste nell’adottare, per narrare un fatto e descrivere una persona, un punto di vista completamente estraneo all’oggetto. È il processo per cui Verga, pur descrivendo il mondo popolare in modo realistico e credibile, mantiene una distanza ideologica e stilistica da ciò che rappresenta, evitando il giudizio diretto o l’intervento esplicito.
Il suo straniamento narrativo consiste nell’adottare una prospettiva oggettiva, spersonalizzata, in cui lo scrittore rinuncia a ogni commento morale o valutazione esplicita. Questo tipo di narrazione mira a simulare l’apparente neutralità dell’osservazione, lasciando che siano i fatti, i dialoghi e le reazioni dei personaggi a parlare per sé. L’effetto ottenuto è una forma di distacco drammatico, in cui il lettore si trova a percepire il tragico dei personaggi senza che l’autore lo evidenzi. È come se Verga dicesse: “guardate con i vostri occhi, giudicate con la vostra coscienza”, ma senza offrire strumenti interpretativi. Lo straniamento diventa così una strategia per intensificare il realismo e al tempo stesso per mostrare quanto l’autore sia consapevole della distanza che separa il suo mondo da quello dei protagonisti.

La Regressione: Immersione nella Mentalità Popolare
Se lo straniamento riguarda il punto di vista, la regressione è invece una tecnica stilistica e ideologica. Verga regredisce, per così dire, nella mentalità dei suoi personaggi, assumendone lingua, logica, valori, paure e desideri. La narrazione verghiana, infatti, è spesso impersonale, ma allo stesso tempo profondamente interna alla cultura popolare. Spesso nei suoi romanzi, narratore e personaggi si confondono, rendendo difficile distinguere chi sta parlando.
La regressione si realizza soprattutto attraverso l’uso del discorso indiretto libero, che permette all’autore di fondere la sua voce con quella dei personaggi, senza segnali evidenti di passaggio. In questo modo, è come se la narrazione emergesse direttamente dalla coscienza collettiva dei protagonisti, eliminando ogni mediazione. Ne risulta una prosa in cui la lingua letteraria italiana si piega alla sintassi prevalentemente paratattica e al ritmo del dialetto siciliano, pur senza mai scivolare nel vernacolo. È una lingua “contaminata”, che rispecchia l’universo chiuso, fatalista e gerarchico della Sicilia contadina.
Lo Straniamento "Rovesciato": Il Caso di Zio Crocifisso
Un esempio emblematico dell'applicazione dello straniamento si trova ne “I Malavoglia”, dove Verga adotta una narrazione che sembra quasi provenire dal paese stesso, utilizzando i modi di dire, i pregiudizi e le opinioni condivise della comunità. I sentimenti autentici e disinteressati che sono propri dei protagonisti vengono spesso filtrati attraverso il punto di vista della collettività del villaggio, che a quei valori è completamente insensibile e che giudica solo in base al principio dell’interesse economico e del diritto del più forte.
Il capitolo iniziale del romanzo apre con il ritratto di Zio Crocifisso, l'usuraio del paese, che offre un chiaro esempio dell'originale impostazione narrativa. Nel caso di Zio Crocifisso, l'usuraio avido viene descritto in modo benevolo dal "narratore" popolare, giustificando la sua mancanza di scrupoli come naturale o addirittura benefica. Pur essendo un volgare strozzino che lucrava sulle disgrazie degli altri, è presentato quasi come un "buon uomo" in quanto concedeva dei prestiti.
Questo crea uno straniamento "rovesciato": l'avidità e la meschinità appaiono normali e lodevoli. Invece di apparire nella sua vera luce, il comportamento ottuso e crudele dei personaggi gretti e insensibili che compongono il “coro” del villaggio viene presentato come se fosse normale o addirittura degno di approvazione. Questo meccanismo mette in luce il capovolgimento dei valori in quella comunità rurale, simile a quella borghese e cittadina, che giudica il mondo con sentenze come: «alla credenza ci si pensa», «coll'interesse non c'è amicizia», o ancora «Bravo! chi me li fa gli affari miei?». Il "narratore" popolare sembra in armonia con il punto di vista dei personaggi stessi.
I MALAVOGLIA PERSONAGGI
Il "Coro" del Paese e la sua Mentalità
La mentalità del "coro" del paese è cruciale in questo straniamento. Il "coro" del paese nella scena della visita del consòlo non è una rappresentazione comica dell'ingenuità popolare. Al contrario, essa mette in evidenza la chiusura mentale, l'interesse egoistico e la crudeltà della comunità, lasciando una sensazione cupa e soffocante. La battuta di Padron Cipolla sulla perdita della Provvidenza, vista come una benedizione per le sue colture, ne è un esempio emblematico. La comicità di Verga è sempre amara e sarcastica, riflettendo il suo pessimismo sull'umanità e le sue motivazioni.
Questa scena mostra come la comunità sia dominata dall'interesse e dall'utile, priva di valori ideali. Lo straniamento "rovesciato" è evidente anche nell'episodio del pignoramento della casa del nespolo: il comportamento abietto di Piedipapera, che fa da prestanome a Zio Crocifisso per spogliare i Malavoglia, andando in giro dicendo che essi sono «una manica di carogne», disonesti, avari e prepotenti, è guardato dal "narratore" popolare come se fosse cosa ovvia e giusta, senza il minimo moto di ripugnanza e di critica.
La Contrapposizione Etica: I Malavoglia
Mentre la comunità è concentrata sull'interesse egoistico, i Malavoglia emergono in primo piano, contrapposti alla grettezza del paese. Essi rappresentano valori etici più elevati, come gli affetti familiari, l'onestà e la solidarietà. A differenza degli abitanti del villaggio, descritti dall'esterno, i Malavoglia sono presentati anche dall'interno, rivelando la loro vita interiore. Questo privilegio narrativo segnala un privilegio spirituale, che li distingue dalla meschinità del paese. Di conseguenza, ciò che è “normale”, secondo la scala di valori universalmente accettata e partecipata dal lettore (ovvero l'onestà dei Malavoglia), finisce per apparire “strano” agli occhi del villaggio, subendo una deformazione che ne stravolge la fisionomia.

Contesto Storico e Critica Sociale
Verga, prima di scrivere, si informava accuratamente sulle tradizioni popolari, i modi di dire, i proverbi e le abitudini del paesaggio siciliano. Uno studio sulle condizioni della Sicilia post Unità d'Italia potrebbe aver avuto il suo peso. Quello che emerge da “I Malavoglia” è un bozzetto realistico che presenta perfettamente la società, il paesaggio e le abitudini dell’epoca. La vicenda nasce proprio da un cambiamento dettato dalle novità economiche e sociali che stavano investendo l’Italia post-unitaria, come la chiamata di ‘Ntoni per il militare. Questo evento spinge Padron ‘Ntoni a chiedere un prestito a Zio Crocifisso, segnando uno scontro tra i valori tipici della campagna e l'onestà di Padron 'Ntoni e il profitto puro incarnato dall'usuraio.
Il romanzo offre un quadro completo delle innovazioni del periodo: dall’introduzione della leva militare obbligatoria all’obbligatorietà di frequentare le scuole elementari, fino alle innovazioni tecniche come la nave a vapore o il telegrafo. Verga, pur non usando sempre i due punti e le virgolette, fa proprie le parole dei suoi personaggi, inserendole all’interno dei discorsi e dando vita a un vero e proprio romanzo corale. Sono infatti i personaggi stessi, gli abitanti di Aci Trezza, a raccontarci, di volta in volta, che cosa succede, con Verga che si limita a cambiare punto di vista e a illustrare come la pensano i vari personaggi degli avvenimenti.
Un altro esempio di straniamento è percepibile in Rosso Malpelo, dove il protagonista è chiamato "malpelo" non per il colore dei suoi capelli, ma perché si diceva fosse cattivo proprio per questo. Viene quindi proposto il paradossale punto di vista del volgo che presenta una sconnessione fra causa ed effetto. In questo modo Verga vuole criticare la sciocchezza e l’insensatezza dei pensieri del volgo; la regressione implica che la psicologia dei personaggi si debba ricavare non più dai profili psicologici costruiti dal narratore, ma dai loro semplici comportamenti.
La Profonda Critica di Verga
L’uso combinato di straniamento e regressione fa della narrativa verghiana un laboratorio di sperimentazione stilistica e ideologica, che va oltre la semplice tecnica per esprimere una vera visione del mondo. Verga non crede nella possibilità di cambiare le cose con la letteratura, ma è proprio per questo che la sua scrittura assume un valore radicalmente critico.
Il lettore, posto di fronte a un mondo che si racconta da sé, si trova costretto a riflettere sulle strutture profonde che regolano la vita collettiva: l’onore, la povertà, la tradizione, la proprietà, il patriarcato. Proprio nel silenzio dell’autore, nella sua rinuncia a ogni commento, si apre uno spazio per una lettura attiva, che interroga e smaschera. Lo straniamento e la regressione in Verga non sono due strategie in contrasto, ma due facce della stessa poetica: da un lato il bisogno di distacco e oggettività, dall’altro la volontà di dar voce a chi non ha voce.
Nel panorama della letteratura italiana, pochi autori hanno saputo fondere forma e contenuto in modo così profondo. L’opera di Verga continua a interrogare i lettori, perché ci pone davanti a questioni eterne: il destino, la libertà, la giustizia, l’emarginazione.