Per secoli, la tradizione ha associato la parola "apostolo" esclusivamente ai Dodici discepoli di Gesù, coloro che Egli avrebbe chiamato personalmente all'inizio della sua missione. Tuttavia, un'analisi più approfondita delle scritture bibliche e delle fonti extra-bibliche rivela un'evoluzione complessa e un significato più ampio del termine, che va oltre questo gruppo ristretto.

Origini e Significato Etimologico
Il termine "apostolo" deriva dal verbo greco αποστέλλω (apostello), che significa "mandare" (persone o cose), "mandar via" (anche nel senso di cacciare via, scacciare) o "spedire". È intrinsecamente collegato all'idea di un incarico conferito, evidenziando una profonda unione tra l'inviato e colui che invia.
Il sostantivo απόστολος (apostolos) aveva diverse accezioni nel greco classico e comune:
- Nella sua accezione tecnica, indicava la nave da carico.
- Poteva riferirsi al comandante di una spedizione marittima o di un gruppo di colonizzatori.
- Raramente era usato per indicare un singolo inviato, per il quale si preferiva il vocabolo άγγελοσ (angelos).
La versione biblica della LXX (Septuaginta), la traduzione in greco delle scritture ebraiche, impiega il verbo αποστέλλω ben 700 volte, principalmente con il significato di conferimento di un incarico preciso e delimitato, traducendo l'ebraico shằlakh (שלה), che significa "stendere, inviare".
La Figura dell'Inviato nel Giudaismo Pre-Cristiano
Ai tempi di Gesù, esisteva la figura giuridica dell'inviato, o shằliakh, nel giudaismo. La Berachot recita: "L'incarico di un uomo è simile a questi medesimo". Ancora, "Trascurando la personalità del messaggero o di colui che gli affida l'incarico e l'incarico stesso, l'espressione shằliakh sta ad indicare una persona autorizzata ad agire a nome di un'altra". Tuttavia, questi inviati non assumevano mai la funzione di missionari, poiché il giudaismo non aveva il concetto di missione religiosa come si sarebbe poi sviluppato nel cristianesimo. Il termine, quindi, non assunse mai il significato di propaganda religiosa e non identificava i profeti che parlavano in nome di Jhwh.
L'Uso del Termine nel Nuovo Testamento
Nel Nuovo Testamento, il verbo αποστέλλω ricorre 131 volte, di cui 119 solo nei vangeli e negli Atti. A differenza della Bibbia Ebraica, il sostantivo απόστολος è usato molto più frequentemente, ben 79 volte, di cui 34 nell'opera lucana (6 volte nel vangelo e 28 volte negli Atti) e 34 volte nelle lettere paoline. L'uso massiccio del termine da parte di Luca e Paolo è evidente.
Il Contesto Evangelico
Normalmente, nei Vangeli di Matteo e Marco, i Dodici sono designati come "discepoli" (μαϑηταί) e solo quando sono presentati nella funzione di evangelizzatori itineranti sono designati col termine ἀπόστολοι (Marco 6,30; Matteo 10,2). Luca, invece, che presenta anche altri settanta discepoli con funzioni di evangelizzazione inferiore, tende a utilizzare il termine "apostolo" come designazione costante per il collegio dei dodici.
La costituzione del collegio dei Dodici è descritta in momenti leggermente diversi nei Vangeli sinottici:
- Nel Vangelo secondo Marco (3,13 segg.), è posta nel primo periodo della predicazione a Cafarnao.
- In Matteo (10,1-4), il momento della designazione rimane indeterminato.
- In Luca (6,12-16), la designazione è posta prima del grande discorso della pianura.
La funzione degli apostoli come missionari è determinata dai discorsi attribuiti a Gesù prima del loro invio: ricevono potere sui demoni (esorcismo) e di operare guarigioni. Le condizioni dell'apostolato, in particolare la povertà e la dedizione esclusiva alla missione, sono delineate con rigore nei Vangeli.
CHI ERANO I DODICI APOSTOLI?
Il Caso di Paolo e l'Estensione del Concetto
Leggendo le lettere attribuite a Paolo, appare subito evidente come egli si ritenga a pieno titolo un apostolo di Gesù, al pari dei Dodici, pur non appartenendo a questo ristretto gruppo. La sua rivendicazione trae origine dall'aver visto anch'egli il Cristo, seppure in visione. Per questo motivo, ebbe difficoltà a farsi accettare dalla comunità dei discepoli che non riconosceva in lui un apostolo, un membro del gruppo dei Dodici. Tuttavia, non è solo Paolo ad attribuirsi questa importante qualifica; scorrendo le pagine del Nuovo Testamento, si scopre che anche ad altri personaggi viene tributato questo titolo.
Il Ruolo di Paolo nell'Evoluzione del Concetto
Esaminando le lettere paoline, redatte prima dei Vangeli, si può tracciare l'evoluzione tecnica del concetto attribuito alla parola "apostolo". Secondo Paolo, è Dio che conferisce l'investitura ad apostolo. L'apostolo ha il compito di predicare il Vangelo: "Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo..." (1Cor 1,17a). Segni e prodigi sono manifestazioni che accreditano l'apostolo: "...con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito. Così da Gerusalemme e dintorni fino all'Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo" (Rm 15,19).
L'incarico assunto abilita a predicare in mezzo ai pagani, a essere missionario. Paolo afferma: "E come lo annunzieranno senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene" (Rm 10,15). Non sembra però che Paolo attribuisca all'essere apostolo una posizione privilegiata in seno alla comunità, anzi giudica questo incarico accanto ad altri: "È lui, [Cristo] che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri" (Ef 4,11).

A rendere la questione più complessa è il fatto che dalle lettere paoline non è possibile stabilire con chiarezza chi possa qualificarsi apostolo. Paolo, infatti, annovera in questo ruolo, oltre a se stesso, anche:
- Pietro (Gal 1,17ss)
- Giunia e Andronico (Rm 16,7)
- Barnaba (Gal 2,1.9.13; At 14,14)
- Silvano (1Ts 1,1; 2Ts 1,1)
- Tito e Epafrodito (2Cor 8,23; Fil 2,25)
È incerto se Paolo voglia includere anche Giacomo nel novero degli apostoli, a causa dell'ambiguità della traduzione di Gal 1,19. In ogni caso, sembra che Paolo non applichi mai il titolo di apostolo ai Dodici intesi come un gruppo chiuso. Testi come 1Cor 15,7 e Gal 1,17 potrebbero essere riferiti ai Dodici discepoli solo con un'esegesi che muova da presupposti lucani. Tutto questo prova che il vocabolo non aveva ancora acquisito l'uso esclusivo che la tradizione successiva gli avrebbe attribuito, riservandolo solo al gruppo dei Dodici. In questa primissima fase della storia della comunità cristiana, la parola "apostolo" designava solo un inviato generico, un messaggero.
Il Ruolo di Luca nell'Istituzionalizzazione
È con Luca che il vocabolo "apostolo" acquista il significato di un ufficio istituzionalizzato e riservato al gruppo dei Dodici (Δόδεκα, in greco). Vista l'importanza attribuita a questo gruppo, appare singolare l'uso così scarso del vocabolo negli altri tre vangeli. Escludendo l'opera lucana, i discepoli di Gesù facenti parte del gruppo dei Dodici vengono definiti apostoli solo in Apocalisse 21,14: "Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello".
Il Processo di Restrizione del Termine "Apostolo"
Quando si iniziò a riservare l'uso del termine al gruppo dei Dodici? E in che rapporto è l'apostolato di Paolo con l'accezione che la successiva tradizione riserverà al vocabolo? Si possono avanzare alcune ipotesi.
Lo Scontro con la Chiesa di Gerusalemme
Paolo poté applicare a se stesso la categoria di apostolo perché in quella prima epoca della comunità cristiana il vocabolo non aveva in sé la pregnanza di significato che gli sarebbe stata attribuita in seguito. Le lettere paoline, essendo state composte prima dei Vangeli, riportano la tradizione più antica. È dal confronto con l'uso che Paolo fa di questa parola che la comunità ha potuto riflettere sul significato da attribuire al vocabolo.
Lo scontro tra Paolo da un lato e la chiesa di Gerusalemme e i giudeo-cristiani dall'altro ha fatto emergere l'uso attuale del termine, rendendolo di esclusivo appannaggio dei Dodici. La chiesa di Gerusalemme, notando con quale accanimento Paolo si poneva sullo stesso piano dei Dodici nell'attribuirsi il ruolo di apostolo, preferì riservare il vocabolo esclusivamente a questo gruppo. Come già sostenuto da A. von Harnack, "il titolo di apostolo era stato riservato al gruppo dei dodici soltanto nel corso della controversia di Paolo con i suoi avversari; da notare, tra l'altro, che Paolo a questo punto si include in questo gruppo, dando così un'espressione fissa e stabile al proprio ruolo... in tal modo la nuova concezione dell'apostolato, che troviamo per la prima volta in Paolo, ebbe come conseguenza che il concetto di apostolo acquistò un senso ben preciso e venne limitato ai dodici e a Paolo. Essi soltanto infatti sono apostoli di Gesù Cristo in senso vero e proprio." Questo lento processo di riflessione fu poi consacrato da Luca nella sua opera.
Lo studioso J. Dupont afferma che "i testi evangelici non permettono di affermare né di supporre che Gesù, fin dalla sua vita terrena, abbia dato ai dodici il titolo di apostoli come una designazione che sarebbe loro propria. L'uso della chiesa primitiva, dove il titolo di apostolo non è riservato esclusivamente ai dodici e dove esso comporta piuttosto una relazione essenziale con la risurrezione di Gesù, dissuade dal cercare l'origine immediata di questo titolo nel periodo evangelico".
Gli apostoli, così, sarebbero stati inviati autorizzati dalle rispettive comunità di origine. Paolo non possedeva tale autorizzazione e forse è proprio questo il motivo della sua insistenza sull'essere stato chiamato direttamente dal Signore risorto, senza bisogno di presentazioni o autorizzazioni da parte dei capi delle comunità.
La Concezione Paolina dell'Apostolato
Per Paolo, l'apostolato non è prerogativa di un collegio chiuso, ma è una grazia (o carisma) da Dio concessa a coloro che Egli ha eletto e predestinato annunziatori del Vangelo. Egli talora designa come apostoli anche i messi delle chiese, eletti dalle chiese stesse (cfr. 2Cor 8,23; Filippesi 2,26); e può sembrare che designi apostoli anche Silvano e Timoteo (1Ts 2,7), probabilmente collaboratori di grado inferiore. Ma nel significato più pieno, per lui gli apostoli sono contrassegnati da un'elezione speciale del Cristo risorto.
Il mandato apostolico ha un legame con la visione del Risorto, anche se non tutti coloro che videro il Risorto divennero apostoli. Il Cristo che si rivela esige una testimonianza. Nel capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi, elencando le diverse apparizioni del Risorto, Paolo distingue tra il collegio dei dodici e la cerchia degli apostoli che il Cristo ha suscitato, fino a lui. Non che per Paolo i dodici non siano apostoli (cfr. 1Cor 9,5); ma non esauriscono in sé, in quanto collegio, la funzione dell'apostolato.
Il termine "apostolo" per Paolo coincide con il significato di missionario itinerante suscitato direttamente dal Cristo. Di questo primitivo concetto lato dell'apostolato si trova ancora un residuo nella Didachè (11,3 segg.), quando già le comunità si organizzavano sotto l'episcopato monarchico.
In Paolo, la nozione carismatica dell'apostolato è preminente. L'apostolato è il massimo dei carismi, i quali, tutti necessari come funzioni e membra dello stesso corpo della Chiesa (cioè di Cristo), hanno una gradazione di dignità (1Cor 12,28): nella Chiesa vengono prima gli apostoli, poi i profeti, poi i dottori, quindi le possanze (cioè i carismi taumaturgici), quindi i carismi delle guarigioni, quindi le opere di soccorso, quindi le direzioni (cioè i carismi di chi dirige le chiese), infine le varie specie di linguaggio (cioè il balbettio mistico estatico della glossolalia).
L'apostolato è perciò il primo strumento di Dio per divulgare l'annuncio evangelico, costituire la Chiesa e operare la salvezza del mondo. Come strumenti della salvezza nella fede di Cristo, gli apostoli - e nel caso speciale Paolo - sono scelti da Dio per predestinazione fin dalle viscere materne. Sono i banditori del Vangelo (κηρύσσειξ τὸ εὐαγγέλιον). Corrispettivo a questa predisposizione provvidenziale è la forza soprannaturale che assiste ovunque e sempre l'apostolo.
La Visione di Luca: L'Apostolato come Ufficio Istituzionalizzato
Quando Luca adopera il vocabolo "apostolo", i primi discepoli di Gesù sono già scomparsi dalla scena. Di loro si comincia ad avere una visione idealizzata, considerandoli i testimoni di Gesù e i primi maestri della chiesa. Luca, con la sua opera, consacrò il processo di riflessione che aveva portato alla limitazione del termine "apostolo" ai Dodici e a Paolo.
Nella sua seconda opera, gli Atti degli Apostoli, il collegio dei dodici viene ricompletato, subito dopo l'ascensione di Gesù risorto, mediante la designazione per sorteggio di Mattia in luogo del traditore Giuda (At 1,15-26). Gli apostoli ricevono l'investitura dello Spirito Santo e il dono delle lingue (At 2,1 segg.). Rendono più volte testimonianza a Gesù risorto al cospetto del popolo; presiedono alla comunità e alle opere di beneficenza; compiono miracoli e guarigioni.
Anche quando altri propagandisti appaiono sulla scena, come Stefano e Filippo, la propagazione della nuova fede dipende dagli apostoli di Gerusalemme. Solo da loro, capeggiati da Pietro e Giovanni, i convertiti dai missionari di minor dignità ricevono il dono dello Spirito; essi, e a fianco ad essi Giacomo "fratello del Signore", risolvono le controversie circa le osservanze legali e la missione fra i gentili. Anche quando il racconto si concentra su Paolo, Gerusalemme e gli apostoli di Gerusalemme rimangono il centro intorno a cui gravita la missione del nuovo apostolo.
Il Contributo delle Fonti Extra-Bibliche
A chiarimento delle diverse nozioni dell'apostolato, conviene tener presente anche alcuni dati provenienti da fonti extra-bibliche. A. Harnack richiama l'attenzione su un apostolato giudaico, di cui parlano Eusebio ed Epifanio. Dopo la distruzione di Gerusalemme, il patriarca dei Giudei comunicava con i giudei della dispersione per mezzo di "apostoli" che portavano lettere, encicliche, riportavano a Gerusalemme le offerte e i tributi della diaspora e formavano il consiglio del patriarca.
Se si trasferisce questa istituzione, intesa a mantenere salda l'unità etnica del giudaismo, nel periodo apostolico, si chiariscono molti elementi della tradizione cristiana. Saulo, accreditato da lettere del Sinedrio per Damasco, è un apostolo della suprema autorità giudaica prima di essere un apostolo del Cristo (Atti 9,1-2). Si chiarisce anche la richiesta delle "colonne" della chiesa di Gerusalemme di far contribuire le chiese delle genti per la comunità madre (Gal 2,10; Atti 11,29-30; 1Cor 16,1 segg.; 2Cor 8-9; Rom 15,25). La Gerusalemme cristiana si comporta verso le chiese delle genti come la Gerusalemme giudaica verso la diaspora. Si chiarisce la funzione degli apostoli come raccoglitori di offerte, non solo fra le genti, ma anche in Palestina, secondo la tradizione dei primi capitoli degli Atti.
L'Apostolato nella Chiesa Primitiva
La Scelta e l'Inizio del Ministero
I Dodici furono scelti tra un numero maggiore di discepoli e furono chiamati "apostoli" da Gesù, "perché stessero con lui e li mandasse a predicare, e perché avessero l'autorità di espellere i demoni" (Marco 3,13-15). Da allora in poi, rimasero con lui in intima compagnia per il resto del suo ministero terreno, ricevendo ampia istruzione personale e addestramento. Al momento della nomina, Gesù impartì loro i poteri miracolosi di compiere guarigioni ed espellere demoni, poteri che usarono fino a un certo punto anche durante il ministero di Gesù (Marco 3,14, 15; 6,13; Matteo 10,1-8; Luca 9,6).
Debolezze Umane e Rinnovamento dello Spirito
Nonostante fossero particolarmente favoriti come apostoli del Figlio di Dio, manifestarono le comuni mancanze e debolezze umane: Pietro era avventato, Tommaso fu lento a convincersi, Giacomo e Giovanni manifestarono impazienza giovanile. Disputarono sulla loro futura grandezza e, pur sapendo che Gesù era il Messia, lo abbandonarono tutti al momento dell'arresto. Furono lenti ad accettare la testimonianza delle donne che per prime avevano visto Gesù dopo la risurrezione. Tuttavia, il risuscitato Gesù diede loro maggior intendimento e, dopo la sua ascensione al cielo, manifestarono grande gioia ed "erano di continuo nel tempio, benedicendo Dio".
Attività e Incarico Direttivo nella Congregazione Cristiana
Avendo ricevuto lo spirito di Dio alla Pentecoste, gli apostoli furono molto rafforzati, proclamando con grande coraggio e ardimento la buona notizia e la risurrezione di Gesù. Il loro ministero si svolse dapprima a Gerusalemme, poi si estese alla Samaria, e col tempo a tutto il mondo conosciuto. Gli apostoli dovevano prima di tutto essere testimoni che Gesù aveva adempiuto i propositi e le profezie di Geova Dio, particolarmente che era stato risuscitato e glorificato, e dovevano fare discepoli fra tutte le nazioni (Matteo 28,19, 20; Atti 1,8, 22; 2,32-36; 3,15-26).
Inoltre, per dare maggior forza alla loro testimonianza, gli apostoli continuarono a usare i doni miracolosi impartiti loro da Gesù, e altri doni dello spirito ricevuti dalla Pentecoste in poi. Solo gli apostoli ebbero il potere di trasmettere tali doni, e perciò i doni miracolosi sarebbero cessati con la morte degli apostoli e di quelli che avevano ricevuto questi doni per mezzo loro (1Cor 13,2, 8-11).
Nella formazione, organizzazione e conseguente direzione della congregazione cristiana, gli apostoli occupavano una posizione di primo piano (1Cor 12,28; Ef 4,11). Essi costituivano la parte principale del corpo direttivo della congregazione cristiana in espansione, un canale di comunicazione usato da Dio per prendere decisioni e dirigere la congregazione in tutta la terra (Atti 2,42; 8,14-17; 11,22; 15,1, 2, 6-31; 16,4, 5). Essi facevano nomine a incarichi di servizio e indicavano le zone per l'attività missionaria. Gli apostoli costituivano un fondamento, che poggiava su Cristo Gesù stesso, la pietra angolare, per l'edificazione del "tempio santo a Geova" (Ef 2,20-22; 1Pt 2,4-6).
La Successione e la Fine del Periodo Apostolico
A causa della defezione di Giuda Iscariota, che morì infedele, rimasero solo undici apostoli. Prima della Pentecoste, si ritenne necessario scegliere un altro che prendesse il posto di Giuda, non semplicemente a motivo della sua morte, ma piuttosto a motivo della sua empia defezione (Atti 1,15-22). Per avere la posizione di apostolo di Gesù Cristo era indispensabile averlo conosciuto personalmente, essere stato testimone oculare delle sue opere, dei suoi miracoli e specialmente della sua risurrezione. Si capisce dunque che qualsiasi successione apostolica col tempo sarebbe diventata impossibile, se non ci fosse stato un intervento divino per sopperire a questi requisiti in ogni singolo caso. Fu scelto Mattia, che fu "annoverato con gli undici apostoli" (Atti 1,23-26).
Quando fu messo a morte il fedele apostolo Giacomo, non si ha notizia che si pensasse di nominare qualcuno per succedergli. L'apostolato sia di Mattia che di Paolo era valido per lo scopo per cui ciascuno di loro era stato "mandato", eppure quando l'apostolo Giovanni vide nella Rivelazione (circa il 96 E.V.) la visione della Nuova Gerusalemme celeste, vide solo 12 pietre di fondamento con su scritti "i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello" (Rivelazione 21,14). È logico che uno dei "dodici nomi" sia Mattia e non Paolo, riflettendo la situazione iniziale della congregazione cristiana.
Anche se la Bibbia non parla della morte dei dodici apostoli, a eccezione di quella di Giacomo, è chiaro che furono fedeli fino alla morte e non ebbero perciò bisogno di essere sostituiti. La presenza degli apostoli servì da restrizione contro l'apostasia e l'influenza della falsa adorazione, come menzionato da Paolo in 2 Tessalonicesi 2,7. Tale influenza apostolica, inclusi l'autorità e i poteri esclusivi che avevano, continuò fino alla morte di Giovanni, verso il 100 E.V. Dopo il I secolo, la Chiesa non ha più avuto "apostoli come sono intesi nel NT", e l'uso del termine in letteratura cristiana più tarda è metaforico.