I Santi del XII Secolo: San Guglielmo da Vercelli e i Santi Guglielmo e Pellegrino di Antiochia

Il XII secolo fu un'epoca di fervore religioso e di grandi movimenti spirituali, che vide emergere figure di santità dedite al pellegrinaggio, all'eremitismo e alla fondazione di comunità monastiche. Tra queste, spiccano le vicende di San Guglielmo da Vercelli, fondatore dell'Ordine Verginiano, e dei Santi Guglielmo e Pellegrino di Antiochia, venerati come patroni di Foggia.

La Vita di San Guglielmo da Vercelli

Pellegrinaggi e Prime Penitenze

Dopo aver frequentato forse la comunità benedettina di Vercelli e conosciuto la tradizione dei santi pellegrini di strada del vercellese, come quella di San Bonomio (Abbate nato nella seconda metà del X secolo a Bologna) definito da Papa Benedetto XIV “abbas monacorum peregrinorum”, il giovane Guglielmo, a soli 14 anni, decise di intraprendere il Cammino verso S. Jacopo de Compostela, in Galizia, alla ricerca della santità. Scalzo, coperto solo dal mantello e con in mano il “bordone”, il bastone del pellegrino, fece visita alle sacre reliquie dell’apostolo Giacomo, ivi traslate da Gerusalemme nell’anno 814 dai suoi seguaci.

Nel 1099 decise di recarsi in pellegrinaggio a S. Jacopo de Compostela in Galizia (Spagna). Durante il Cammino si fece fabbricare da un fabbro che gli diede ospitalità, due cerchi in ferro con i quali si cinse il petto e la testa. La I Crociata, annunciata da Papa Urbano II durante il III Concilio tenutosi a Melfi, e le storie di Pietro l’Eremita (1096-1099) e della crociata dei “pezzenti”, raccontategli presso i monasteri di Vercelli e lungo il Cammino di Compostela, lo indussero a farsi “penitente”: si cinse il capo e il petto con cerchi di ferro, proseguì il lungo viaggio nutrendosi solo di pane, acqua e prodotti della terra, “macerando la carne” per distogliere lo spirito dal peccato, rifiutando le comodità e dormendo sulla nuda terra.

Ritornato dalla Spagna, Guglielmo decise di non fermarsi a Vercelli, ma proseguì il Cammino, assecondando la voce dello Spirito, verso la Terra Santa. Dopo S. Jacopo di Compostela, s’incamminò verso il Santo Sepolcro. Nel 1106, Guglielmo giunse a Roma, dove visitò reliquie di santi, sante e chiese.

Nel 1107, giunse a Melfi. La leggenda narra che il signore di Melfi (forse Ruggero Borsa), saputo che era giunto nella capitale normanna un uomo scalzo e preceduto dalla sua fama di santità, lo fece condurre a corte facendogli dono di un manoscritto delle Sacre Scritture, che Guglielmo mostrò già di conoscere, recitando a memoria il salmo 109.

Schizzo di San Guglielmo da Vercelli nella cappella rupestre di S.Margherita a Melfi, riprodotto dal disegno di G.B.Guarini

Nella cripta rupestre di Santa Margherita a Melfi (XIII sec.), è presente un affresco di San Guglielmo da Vercelli. L’immagine affrescata del “Santo del tratturo” dovrebbe essere una rappresentazione reale della sua immagine e dell’abito dell’ordine da lui fondato, essendo l'affresco realizzato dopo la morte del santo (1142), che visse per un certo periodo a Melfi. La raffigurazione di San Guglielmo da Vercelli si trova a destra nell’intradosso dell’altare centrale dedicato a S.Margherita, mentre a sinistra è riprodotta l’immagine di Santa Elisabetta (come nello schizzo fatto dallo storico d’arte G.B.Guarini). Giovanni Battista Guarini nella sua opera "Santa Margherita. Cappella vulturina del Duecento" descrive l'affresco, indicando un monaco con una larga tunica bianca e una dalmatica bruna, con il nome "S.GVILIELMVS" chiaramente visibile ai lati del collo.

Nel 1108 rifiutò di restare a corte, spostandosi in prossimità di un monte chiamato Solicolo (Monte Sirico, nei pressi di Atella e di un castello, forse Lagopesole). Fu ospite del milite Pietro, persona “timorosa di Dio” che lo accolse per due anni come un fratello nella sua dimora. Guglielmo era solito ritirarsi in meditazione su una rupe. Narra la leggenda che un giorno vide una donna accompagnare suo padre cieco; mosso a compassione dalla donna “illuminò” la vista all’uomo, accrescendo nei paesi vicini la sua fama di taumaturgo.

L'Incontro con San Giovanni da Matera e la Profezia Divina

Il Cammino lo indusse a proseguire lungo l’itinerario dei “Palmieri”, pellegrini diretti a Gerusalemme, che durante la strada di ritorno erano soliti portare come simbolo la “palma di Gerico”. I pellegrini diretti a San Jacopo di Compostela, invece, avevano come loro simbolo la conchiglia.

Durante il suo Cammino, gli parlò Dio, gli apparve Gesù Cristo (una volta assieme a San Giovanni) e gli fecero visita in numerose occasioni gli angeli. Incontrò, divenendo amico e fratello, San Giovanni da Matera, fondatore dell’Abbazia di S. Maria di Pulsano e Abate di S. Angelo del Gargano, che con lui condivise pane, acqua e lo stesso povero tetto (spesso una grotta, una cavità di un albero o una capanna di frasche). Ma incontrò anche malfattori, furfanti, ladri e ossessi che inflissero sul suo corpo ulteriori ferite.

Tra il 1111 e il 1112, Guglielmo riprese il Cammino verso il porto di Brindisi, ove contava di imbarcarsi per Gerusalemme. Giunse a Ginosa, presso una comunità di monaci, dove conobbe San Giovanni da Matera. Gian Giacomo Giordano, Abate di Montevergine, scrisse nel 1624 che “Non solo si abbracciarono, ma si chiamarono per loro nome come si fossero da sempre conosciuti”. Dopo aver parlato con Fratello Giovanni per tutta la notte, il mattino seguente Guglielmo ripartì, nonostante Giovanni lo avesse esortato a restare, predicendogli quello che gli sarebbe accaduto. Infatti, giunto ad Oria, San Guglielmo venne assalito e tramortito da ladri. Ritornato a Ginosa, si occupò di lui San Giovanni che curò le sue ferite. Fu qui che i due sentirono la voce di Dio (o, secondo Padre Nusco, Dio apparve loro) rivelando la fondazione di una nuova Religione, l'ordine monastico che poi S. Guglielmo fondò con il nome di Ordine Verginiano. San Giovanni da Matera curò le sue ferite inferte dai ladri ad Oria e gli predisse, presso il monastero di Ginosa, la fondazione della Nuova Religione voluta da Dio (L’Ordine Monastico dei Verginiani dell’Abbazia di Montevergine e di quello del Goleto). Guglielmo accettò la profezia di San Giovanni da Matera, che gli predisse che non si sarebbe mai imbarcato a Brindisi per la Terra Santa.

Nel 1113, Guglielmo si recò a Salerno, dove un soldato gli fece dono di una delle sue numerose armature, poiché i ferri che portava erano “logori e rotti”.

La Nascita degli Ordini Verginiano e del Goleto

Tra il 1118 e il 1124, gli sarebbe apparsa la Madonna, che gli avrebbe chiesto l'erezione del Santuario di Montevergine. Tra il 1114 e il 1119, giunse a Montevergine, dove abitò solitario presso un eremo poco distante, cibandosi di pane d’orzo cotto in acqua, fave e castagne. Un monaco di nome Alberto si accompagnò a Guglielmo; gli apparve nuovamente Iddio, rivelandogli che in quel luogo avrebbe fondato la nuova Religione, ricordandosi dell’apparizione di alcune colombe bianche che gli mostravano l’acqua, avvenuta qualche tempo prima.

Abbazia di Montevergine, fondata da San Guglielmo da Vercelli

Tra il 1124 e il 1126, sorse la chiesa a Montevergine, consacrata dal vescovo Giovanni di Avellino, con alcune celle per i monaci. La nascita della congregazione Verginiana si fa risalire al 1126 (secondo Gian Giacomo Giordano, nel 1124), ma solo più tardi, nel 1157, si ha notizia della presenza dell’ordine di San Guglielmo da Vercelli. L’emblema dell’Ordine Verginiano è rappresentato da una croce piantata sul monte più alto di tre, con le iniziali M e V ai suoi lati. L’abito monacale era di colore rosso con lo scapolare verde ed è rappresentato in un manoscritto latino del XIII sec. presso l’archivio dell’Abbazia di Montevergine.

Nel 1127, l’abate Giordano scrisse che in quell’anno “San Guglielmo partì da Montevergine per l’ostinata mormorizzazione ed interesse di alcuni monaci e perché lo tacciavano fusse troppo liberale verso i poveri e vi lasciò il suo sostituto Alberto e molti buoni ricordi… e va a Monte Laceno (Bagnoli Irpino) assieme ad altri monaci che poi lo lasciarono solo”. Nel 1128, la notizia dei miracoli compiuti da San Guglielmo giunse a San Giovanni, divenuto Abate di Pulsano, che decise di partire per Montevergine per andare a far visita all’amico fraterno. Non trovandolo, andò all’eremo di Monte Laceno. Ancora una volta i due si incontrarono per volontà di Dio ed ebbero la grazia dell’apparizione di Cristo in vesti candide che esortò i due a lasciare i luoghi eremitici e a dedicarsi alla fondazione.

Nello stesso 1128, Guglielmo affidò la comunità di Montevergine al monaco Alberto e si trasferì in Lucania sul monte Cognato, dove fondò un nuovo cenobio. Quando la comunità fu sufficientemente autonoma, andò a vivere a Goleto, ancora nell'Avellinese. Qui per un anno visse nel cavo di un gigantesco albero per poi riunire attorno a sé una nuova comunità religiosa che formò un monastero doppio: uno di monaci e uno di monache, ognuno con propria sede e propria chiesa.

Monastero del Goleto, fondato da San Guglielmo da Vercelli

L’ordine monastico da lui fondato, i Verginiani, e quello dei Pulsanesi, dei cui fondatori, Guglielmo da Vercelli (+ 25 giugno 1142) e Giovanni da Matera (+20 giugno 1139), sono gemellati dalla figura dei loro fondatori. Giovanni Vitolo (nel suo “Vecchio e Nuovo Monachesimo nel Regno Svevo di Sicilia”) descrive come Guglielmo, dopo un’esperienza di penitente volontario, abbracciò lo stato di vita eremitico radunando intorno a sé una comunità di eremiti laici e chierici, ai quali propose un modello normativo non molto diverso da quello dato da Pier Damiani ai suoi confratelli di Fonte Avellana.

Miracoli, Riconoscimenti e Culto

Sono di questo periodo alcuni miracoli, quali la guarigione di un uomo dal “braccio secco” e l’addomesticamento di un lupo che aveva sbranato l’asinello dei monaci, utilizzato dal santo per il trasporto di oggetti e cibo. Fece miracoli e rappacificò i signori Normanni, l’uno contro l’altro armati. Per il bene del popolo, divenne confessore di Re Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia; dal Re ricevette i mezzi per costruire chiese e monasteri.

La vita di San Guglielmo da Vercelli narra di una figura enigmatica, inquieta e per certi versi anche contraddittoria (indossava cerchi di ferro e armature ma non portava armi, suscitando nei viandanti sentimenti non sempre chiari, così come nell’episodio presso Cognato, ove venne picchiato e sfigurato da un cacciatore). Ma allo stesso tempo è la personalità del Santo che emerge con forza. Visse nel Medioevo, prima di S. Francesco d’Assisi, amando i poveri e le creature semplici, uomini e animali, descritti nei miracoli da lui compiuti in modo semplice ma mai puerile. Lo scenario è quello della Lucania e dell’Irpinia, popolata da animali selvatici quali lupi, cinghiali, uccelli e coperta da estesi boschi. Il Cammino è quello di un pellegrino, un penitente che si fece eremita e che dedicò la propria vita agli altri, percorrendo a piedi i tratturi e portando con sé il messaggio della propria fede in Dio.

Guglielmo fu sepolto nel monastero del Goleto, e nelle sue comunità fu subito venerato come santo. Alcuni vescovi autorizzarono anche il culto pubblico, che sarà poi esteso a tutta la Chiesa nel 1785. Il suo corpo verrà traslato nel 1807 dal Goleto a Montevergine, dove si trova tuttora. La lastra tombale di San Guglielmo, un tempo presso il monastero del Goleto, fu successivamente trafugata o dispersa. Nonostante fosse venerato come Santo e riconosciuto tale da numerosi Vescovi del Sud per diversi secoli, fu Papa Pio XII nel 1942 che lo dichiarò Patrono dell’Irpinia.

Il Cammino costituisce un “topos” in movimento, dove è possibile leggere ed interpretare le vicende individuali ed umane, i simboli della verità assoluta alla ricerca di Dio. La gran parte della vita di Guglielmo si svolse viaggiando lungo i tratturi dell’Irpinia e della Lucania. Il “Cammino di San Guglielmo da Vercelli” ripercorre la grande tradizione dei pellegrini che numerosi, dal IV al XIII secolo, seguirono l’esempio dei primi eremiti: dai “padri del deserto” come S. Antonio Abate, ai santi asceti della fede. Le tappe della sua vita, la leggenda e il Cammino di San Guglielmo da Vercelli sono state ricostruite in base alle testimonianze storiche e documentali, raccontando la vita e i miracoli del “santo del tratturo”.

I Tratturi e i Luoghi di San Guglielmo

Mappa storica dei tratturi di Foggia, con indicazione del Tratturello Regio di San Guglielmo

Il Tratturello Regio di san Guglielmo (n.64) è un elemento geografico di rilievo nel contesto delle sue peregrinazioni. Si consulti la Carta reintegra dei Tratturi di Foggia (1959) tratta da cartografia precedente del 1911 per i riferimenti. Una panoramica della valle del Tratturello Regio di San Guglielmo mostra la Valle omonima dove è situata la Masseria San Guglielmo, con visibili il Monte Arconcello o Serrone e il Monte Lapis.

Il Regio Tratturello di San Guglielmo ha una lunghezza di circa 2,400 km. Consultando la Carta dei Tratturi, tratturelli, bracci e riposi (a cura del Commissariato per la reintegra dei tratturi di Foggia del 1959, predisposta sulla precedente cartografia del 1911), il regio tratturello di San Guglielmo e la strada vicinale del Pisciolo vengono indicati in legenda con il numero 64, corrispondente alla dicitura “Tratturello San Guglielmo o del Pisciolo”.

Secondo alcuni studiosi, la Regina Viarum (l'antica Via Appia) poteva attraversare questi territori sino a giungere al ponte di origine romana Pietra dell’Oglio. Nicola Giovanni Di Meo, nel testo “La via delle aquile nella terra dei lupi” (atti del convegno di Conza della Campania del 28 agosto 2012), fornisce informazioni utili sull’ipotetico tracciato dell’Appia antica dall’Ofanto a Venosa. In particolare, afferma come il primo tracciato dell’Appia repubblicana consistesse nell’attraversare il fiume Ofanto con il Ponte Pietra dell’Oglio in direzione San Guglielmo - San Ciro, in corrispondenza del tratturo regio che sale al piano di Macera e di là si dirige verso Venosa. Si potrebbe affermare, con molta probabilità, che un tratto di circa 1 km del Regio Tratturello di San Guglielmo coincidesse con l’ipotesi del tracciato dell’Appia antica. Queste considerazioni cartografiche e toponomastiche rappresentano “pietre miliari” di un passato che riaffiora grazie a “segni su tracce”, in tempi in cui geografi e disegnatori possedevano una spiccata vocazione artistica e un senso acuto di visione e osservazione.

I Santi Guglielmo e Pellegrino di Antiochia

Nel XII secolo esiste una Vita di Guglielmo e Pellegrino, sebbene breve, mutila e priva di dati cronologici. Secondo un racconto, Guglielmo amministrava i suoi beni in Antiochia di Siria e il suo unico figlio, Pellegrino, manifestò un particolare attaccamento alla fede cristiana. Pellegrino abbandonò i suoi agi e decise di partire pellegrino per la Terra Santa, rimanendo a prestare servizio in un ospedale di Gerusalemme. Il padre, che lo cercò a lungo, giunse a Gerusalemme dove, ammalatosi, venne ricoverato nell’ospedale in cui prestava aiuto il figlio. Il padre non lo riconobbe, e nemmeno il figlio scoprì la sua identità finché la grave salute del padre non lo convinse del contrario.

Illustrazione medievale raffigurante San Guglielmo e San Pellegrino in veste di pellegrini

Guarito, insieme tornarono ad Antiochia e, venduti i loro beni e vivendo di elemosine e aiutando i malati, raggiunsero il territorio di Foggia dopo aver visitato il Santuario di San Nicola di Bari, quello di San Michele sul Gargano, quello dell’Incoronata e per ultimo quello della Iconavetere di Foggia. Qui, il 26 aprile del 1146, dopo aver venerato l’Iconavetere, i due si abbracciarono e morirono, dando luogo a due fenomeni strabilianti: prima il padre mutò nel figlio e poi il figlio nel padre, e dal bastone dei pellegrini germogliarono dei ramoscelli.

Secondo la tradizione, Guglielmo e Pellegrino erano originari di Antiochia di Siria, con Guglielmo benestante e Pellegrino profondamente devoto. La loro scelta di vita austera e dedita alla preghiera a Foggia li rese presto noti e stimati nella comunità locale. La loro santità fu riconosciuta dalla Chiesa cattolica e i due eremiti divennero i patroni di Foggia. Nel 1630 le loro reliquie furono oggetto di una ricognizione ufficiale e sono attualmente conservate in un’urna nella Cattedrale di Foggia. Il nome Guglielmo è di origine germanica, quindi è probabile che i due santi siano nati dopo il 1100, quando Antiochia fu occupata dai Latini.

Riferimenti Bibliografici

  • C. Mercuro. Una leggenda medioevale di San Guglielmo, in “Rivista Benedettina”, 1906-1907.
  • G. Mongelli. San Gugliemo da Vercelli, Montevergine, 1960.
  • G.G. Giordano. Croniche di Montevergine, 1624.
  • V. De Duonni. De Vita et obitu sancti Guglielmi: raffigurazione del santo vercellese fondatore di Montevergine. Unisa, 2017.
  • M.F. Manchia. Arte e monachesimo verginiano tra Campania e Basilicata dalle origini al XIV secolo. Dottorato di ricerca, Facoltà di Lettere e Filosofia.
  • Alberto Cavallini. Da Matera al Monte Gargano: la vita di San Giovanni eremita, l’Abbà di Pulsano. Artigrafiche Acropolis, Manfredonia, 2001.
  • Giovanni Vitolo. Vecchio e Nuovo Monachesimo nel Regno Svevo di Sicilia.
  • G.B. Guarini. Santa Margherita. Cappella vulturina del Duecento. Tipografia Del Vecchio, Trani, 1889.
  • Nicola Giovanni Di Meo. La via delle aquile nella terra dei lupi (atti del convegno di Conza della Campania del 28 agosto 2012).

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