Venezia e l'unificazione del 1866: tra crisi politica e transizione amministrativa

Un curioso paradosso segna l'inizio della storia "italiana" di Venezia. Il suo rientro nel vivo delle dinamiche storiche della nazione coincide con il suo definitivo declino politico e con la perdita del ruolo di capitale politica della regione. Dopo l'ingloriosa "morte" del 1797 e quella del 1848-1849, consumatasi nel tentativo di un recupero di un'identità civica, la città "più italiana dopo Roma" conosce con il 1866 un'altra morte: quella politica.

Mappa storica del Veneto e della città di Venezia nel periodo post-unitario

La rimozione della crisi politica

È sorprendente verificare che di questo passaggio del 1866, così carico di significati per la storia di Venezia, non si sia colto l'aspetto più propriamente legato alla crisi della politica, al di là di certa retorica risorgimentale. Le ragioni di questa rimozione sono molteplici, in larga parte ascrivibili alla pervasività del topos letterario della "morte di Venezia".

Rimasta incompiuta, la lettura nieviana della "crisi" di Venezia finì nel secondo Ottocento per uscire dalla prospettiva storico-politica delle Confessioni e dello scritto su Venezia e la libertà d'Italia, entrando nella dimensione metastorica del lutto e del rimpianto per il glorioso passato. L'invasione di questa "legione straniera" di artisti e letterati, intenta a strutturare il mito della Venezia decadente e cosmopolita, non venne contrastata dagli scrittori autoctoni, che si impegnarono a coltivare Venezia come luogo della memoria, città prigioniera del passato.

La dissociazione permanente e il conservatorismo

L'incontro tra le rappresentazioni fornite dagli scrittori stranieri e le riletture della storia patria ha prodotto una grave forma di "dissociazione permanente" dalla realtà, che ha condizionato tutta la storia dell'Ottocento veneziano. Gli effetti si colgono nell'atteggiamento della classe politica post-1866: incapace di cogliere la portata epocale dell'unificazione, essa pensa al futuro guardando al passato.

È scontato che in questa difesa della memoria si celino "i germi di un conservatorismo destinato a dilatarsi ben oltre i confini della polemica museale". Tale tendenza si riflette nelle scelte di monumentazione urbana:

  • Monumento a Daniele Manin: realizzato in tempi molto rapidi.
  • Monumento a Vittorio Emanuele II: oggetto di infuocate polemiche, collocato in posizione marginale su riva degli Schiavoni.
Fotografia storica o incisione dei monumenti veneziani dell'Ottocento

Il nodo dei Commissari Regi

Il futuro politico della Venezia "italiana" si giocò tra l'estate e l'autunno del 1866. Il banco di prova decisivo fu la nomina dei Commissari Regi, figure simili al prefetto, che esercitarono un ruolo chiave nella transizione. Il governo, per evitare di far nascere una parvenza di organismo regionale, scelse di non nominare un commissario generale per tutto il Veneto, preferendo singoli commissari per ogni provincia.

Per Venezia la scelta cadde su Giuseppe Pasolini. L'attività di questo funzionario, che arrivò in città il 20 ottobre 1866, fu caratterizzata da responsabilità di carattere "centrale", diverse da quelle degli altri commissari, rispecchiando le funzioni che Venezia aveva ricoperto nel sistema amministrativo asburgico.

Il caso delle due giunte amministrative

La situazione più intricata e difficile da gestire sul piano politico fu quella delle due giunte amministrative presenti a Ca' Farsetti:

Giunta Orientamento Rappresentanti
Giunta Gaspari Filoaustriaca Assessori dimissionari
Giunta Fornoni Filoitaliana Antonio Fornoni, Angelo Papadopoli, Francesco Donà dalle Rose, Luigi Michiel, Giacomo Ricco

Mentre la giunta italiana cercava un modus vivendi, il governo centrale, tramite emissari come il conte Vimercati, mantenne una posizione controversa, arrivando a riconoscere l'attivismo della giunta filoaustriaca nel tentativo di tutelare il patrimonio artistico e archivistico cittadino.

Venezia e lo 'Stato da Tera' (unificazione politica del Veneto)

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