Il pellegrinaggio nasce come viaggio religioso che una persona decide di compiere per devozione, ricerca spirituale o penitenza. La meta di un pellegrinaggio è solitamente un luogo definito sacro dalla religione di riferimento. Il termine pellegrino, invece, deriva dalla parola latina peregrinus, che vuol dire straniero. Chiunque decidesse, in passato, di intraprendere un pellegrinaggio compiva una sorta di sacrificio, finalizzato all’incontro con il proprio dio, alla ricerca di una sorta di redenzione attraverso una lunga e tortuosa camminata di purificazione.
Pur partendo da basi religiose, oggi il pellegrinaggio è rivolto a tutte le persone che desiderano intraprendere un viaggio a piedi, sia esso di scoperta di sé o di scoperta del mondo.

Sulle Vie Sacre d'Italia: Il Pellegrinaggio al Monte Sant'Angelo
La viabilità interna utilizzò i tracciati preesistenti, mentre se ne determinarono altri, rendendo il traffico sempre più intenso. Le relazioni con altre genti significarono scambi di idee e conoscenze di nuovi costumi, e i pellegrini beneficiarono di una maggiore assistenza grazie al sorgere di punti di sosta e di ristoro.
La Via Francesca e la Via Sacra dei Longobardi
La Via Francesca, denominata così in documenti che vanno dall’XI al XIV secolo in riferimento ai pellegrini longobardi provenienti tanto da Pavia che da Benevento, nasceva dalla deviazione della “Litoranea” (una delle grandi arterie che da Roma si portava sulla costa adriatica per giungere a Brindisi). Questa si immetteva nella valle Jana in direzione di Stignano, con un percorso in gran parte coincidente con la moderna S.S. Tale itinerario è detto anche Via Sacra dei Longobardi, denominazione oggi più corrente in omaggio alla probabile iniziativa dei Longobardi che, secondo alcuni studiosi, lungo questo tracciato avrebbero fatto sorgere delle “mantiones” e degli “hospitia” per coloro che devotamente affluivano al Santuario micaelico.
Un secondo itinerario, collegato ad Aecae sulla deviazione dell’Appia-Traiana, attraversando Lucera ed Arpi, si raccordava alla “Litoranea” nei pressi di Siponto, verso la prima metà dell’XI secolo (1024). In due successivi documenti l’itinerario è indicato anche come “Strata peregrinorum” (1132) e “Stratam magnam quae pergit ad Sanctum Michäelem” (1201). Dal segmento stradale si diramavano, inerpicandosi sulla montagna, piste diverse dirette al Santuario.

L'Apogeo di Monte Sant'Angelo come Luogo di Redenzione
Per Monte Sant’Angelo, il periodo normanno-svevo costituì uno dei momenti più alti del suo sviluppo economico, artistico e religioso, coincise anche con l’apogeo della celebrità raggiunta dal Santuario. Le cronache del tempo lo segnalano tra i quattro più frequentati luoghi di pellegrinaggio della cristianità secondo l’itinerario di redenzione spirituale, noto come Homo, Angelus, Deus, che prevedeva la visita alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e di S. Giacomo di Compostella in Spagna (Homo), all’Angelo della Sacra Spelonca di Monte Sant’Angelo (Angelus), infine ai luoghi della Terra Santa (Deus).
Nel tempo, alcuni punti di sosta e di accoglienza, ristrutturati ed ampliati, si trasformarono in luoghi di culto; altri diedero origine ai conventi-santuari di S. Maria di Stignano e di S. Giovanni in Lamis (oggi convento di S. Matteo); altri ancora alle città di San Giovanni Rotondo e San Marco in Lamis.
Pellegrini Illustri al Santuario Micaelico
Molti personaggi storici e religiosi intrapresero il pellegrinaggio a Monte Sant'Angelo:
- Enrico II (1022) pernottò nella Grotta, assistendovi, secondo la tradizione, a celestiali liturgie.
- Urbano II (1093), in concomitanza della sua venuta, concesse al Santuario le stesse indulgenze godute da S. Giacomo di Compostela.
- Alessandro III (1177) si recò alla vicina abbazia di S. Maria di Pulsano e consacrò la nuova chiesa.
- S. Bernardo da Chiaravalle (1130), riformatore dell’Ordine Cistercense.
- S. Francesco d’Assisi (1222), del quale si racconta che, ritenendosi indegno, non osò entrare nella Grotta, lasciando inciso sulla roccia il segno della croce a forma di T (tau). A tale visita si fa risalire l’origine della chiesetta campestre di S. Maria della Libera.
- Giovanna I, regina di Napoli (1351-1354), per ben due volte, ordinando anche il restauro dell’antica via pubblica detta di S. Simeone.
- Alfonso il Magnanimo (1457) ordinò un grande pellegrinaggio.
- Beata Cristina, o Oringa dei Menabuoi (1265), fondatrice di un monastero.
- S. Brigida di Svezia (1372) accompagnata dalla figlia Caterina.
- S. Francesco da Paola (1429) con i genitori.
I segni innumerevoli e tangibili del loro passaggio (firme, luoghi di provenienza, date, simboli sacri, ecc.) si osservano ancora lungo la scalinata angioina e in altri ambienti interni ed attigui alla Sacra Grotta. Così la celebrità del Santuario non si spense e riuscì ugualmente ad esercitare quella sua forte attrazione anche per i personaggi più in vista.

La Trasformazione dello Spirito del Pellegrinaggio
Tra il XIII e il XV secolo, intanto, si era affievolito l’entusiasmo religioso e si andava spegnendo lo spirito di sacrificio e di devozione di masse di pellegrini, mosse dalla fiducia di sperimentare per l’anima e per il corpo le virtù salutifere dei Luoghi Santi. Le stesse Crociate erano divenute espedienti politici per conquiste territoriali e per soddisfare i desideri di onore e di potere.
In Terra Santa, i mercanti si recavano solo per procurarsi il monopolio dei mercati più fiorenti e ottenere dal sultano privilegi. Era il periodo in cui, per ragioni di natura economica, soprattutto signori e ricchi commercianti si recavano in Palestina, ostentando la loro ricchezza. Lo spirito dell’antico pellegrinaggio, segno di devozione e di penitenza, finì per assumere più l’aspetto di una consuetudine, di una moda, di distinzione sociale.
In tale realtà, anche il sacerdote, mentre prima era solito condizionare l’assoluzione dai peccati all’adempimento di una penitenza consistente per lo più in un pellegrinaggio, ora poteva consentire al penitente di assolvere a tale obbligo anche delegando altri a farlo in sua vece.
Le Montagne Sacre del Mondo: Tra Leggenda e Devozione
Le montagne non sono solo meraviglie geografiche: per molte culture, rappresentano il punto d’incontro tra cielo e terra, luoghi carichi di energia, mistero e sacralità. Le loro cime svettano come colonne cosmiche che collegano l'umano al divino, il materiale all'immateriale. Il trekking tra le montagne sacre del mondo è un viaggio che va ben oltre la sfida fisica, è un pellegrinaggio interiore, un gesto di ascolto, un dialogo silenzioso tra l’essere umano e il divino. Il senso profondo di questi itinerari non è arrivare più in alto degli altri, ma imparare a camminare con rispetto.

Il Monte Kailash (Tibet): Il Gioiello Inviolabile
Situato nell’arido e remoto altopiano occidentale del Tibet, il Monte Kailash (6.638 m) si erge solitario tra paesaggi lunari e cieli immensi. A differenza delle altre cime himalayane, non è la sua altezza a renderlo unico, ma il suo significato sacro, così potente da renderlo inviolabile: nessuno ha mai raggiunto la vetta. È sacro per un miliardo di buddhisti, giainisti e bönpo, ed è la montagna più venerata dell’Asia.
- Significato Sacro: I tibetani la chiamano Kang Rinpoche (‘Prezioso gioiello di neve’), e credono che sia il Monte Meru, ‘l’ombelico del mondo’. Per gli hindu è la dimora terrena di Shiva.
- Il Kora: Il pellegrinaggio che avvolge la montagna è chiamato kora. Si tratta di una circumambulazione rituale lunga circa 52 km, che si compie in senso orario per buddhisti e induisti, e in senso antiorario per i Bön. Molti completano una sola kora, ma i più devoti ne percorrono 13 consecutivamente; si crede che chi riesce a completarne 108 raggiunga l’illuminazione in questa stessa vita. Arrivando a Shiva-Tsal, i pellegrini lasciano una ciocca di capelli, un capo d’abbigliamento o una propria foto per sottoporsi a una morte simbolica, lasciandosi alle spalle questa vita prima di proseguire per rinascere in cima al Drolma-la (5630 m), il punto culminante fisico e spirituale del percorso.
- Geografia Sacra: Dalle quattro pareti cardinali della montagna sgorgano, secondo il mito, quattro fiumi, e nella realtà le sorgenti di quattro dei fiumi più grandi dell’Asia (Karnali, Sutlej, Indo e Yarlung Tsangpo) si trovano nel raggio di 100 km dalla vetta. Ai piedi della montagna si trova il sacro Lago Manasarovar.
- Sfide e Adattamenti: Raggiungere il Kailash è impegnativo, con un viaggio in auto di quattro giorni da Lhasa a Darchen, dove inizia il kora di tre giorni. Negli anni recenti, a causa di restrizioni cinesi, è nata l'opzione dei "pellegrinaggi volanti" dal Nepal, sebbene la vista sia limitata.
- Consigli di Viaggio: Il trekking è fattibile solo da maggio a settembre. È consigliabile portare tè e caffè, piumino, sacco a pelo e Diamox per il mal di montagna. Le sistemazioni sono semplici, offerte dai monasteri a Drira-puk e Zutul-puk.

Il Monte Fuji (Giappone): La Vetta della Rinascita
Il Monte Fuji, con i suoi 3.776 metri di altezza, è molto più di una semplice montagna. Rappresenta un emblema iconico del Giappone e, come Patrimonio dell’Umanità UNESCO, incarna la connessione profonda tra natura, spiritualità e cultura giapponese. La sua perfezione geometrica, che lo rende uno dei vulcani più simmetrici e riconoscibili al mondo, affascina da secoli chiunque lo osservi. Il Fuji è simbolo di bellezza, purezza e rinascita; la sua vetta è spesso associata all'idea di trascendenza.
La scalata al Monte Fuji è un’esperienza che va ben oltre l’aspetto fisico della salita. Durante i mesi estivi (luglio e agosto), il monte diventa meta di migliaia di escursionisti e di coloro che intraprendono un vero e proprio "pellegrinaggio". La tradizione prevede che la scalata avvenga di notte, un viaggio spirituale che culmina nell'ammirazione del "Goraikō", l’alba che sorge dalla cima del Fuji, considerato un simbolo di illuminazione. Il Monte Fuji è circondato da leggende e storie affascinanti, con numerosi santuari e templi sulle sue pendici, testimonianza di un profondo legame spirituale con la natura.

Adam's Peak (Sri Lanka): L'Impronta Sacra
Nel cuore della giungla dello Sri Lanka centrale, si erge il maestoso Adam’s Peak, conosciuto localmente come Sri Pada, ovvero “l’impronta sacra”. Con i suoi 2.243 metri di altezza, non è la montagna più elevata dell’isola, ma è indubbiamente la più venerata e mistica. Ciò che rende Adam’s Peak unico al mondo è la misteriosa impronta di circa 1,8 metri scolpita nella roccia sulla sommità, ritenuta sacra da buddhisti (impronta del Buddha), indù (di Shiva), musulmani e cristiani (di Adamo).
Il percorso verso la vetta è tanto simbolico quanto fisico, iniziando solitamente intorno alle 2 o 3 del mattino. Il cammino è animato da piccoli templi, lanterne, bancarelle e stazioni di preghiera, con famiglie locali che offrono tè e ristoro ai viandanti. Scalare Adam’s Peak è un rituale di rinascita, un’ascesa attraverso le ombre della notte verso la luce del giorno e dello spirito, rimanendo un luogo dove le fedi si incontrano e si rispettano, un messaggio eterno di unità nel sacro.

Il Monte Sinai (Egitto): La Rivelazione Divina
Il Monte Sinai, noto anche come Jabal Musa, è un simbolo universale della rivelazione, sacro non solo per l’ebraismo, ma anche per il cristianesimo e l’islam. Il percorso più popolare è il “Cammino di Mosè” (o Siket Sayidna Musa), una salita che si affronta di notte, per raggiungere la cima poco prima dell’alba. L’alternativa più impegnativa è la Scala del Pentimento, un antico sentiero di pietra composto da circa 3.750 gradini, scolpiti dai monaci ortodossi nel Medioevo.
Molti viaggiatori raccontano di aver vissuto durante questa salita un senso profondo di pace, introspezione e connessione interiore. L’alba dalla vetta del Sinai è un’esperienza che rimane impressa per sempre. Ai piedi del monte si trova uno dei monasteri cristiani più antichi e importanti del mondo: il Monastero di Santa Caterina, fondato nel VI secolo. Il Monte Sinai non è una vetta da conquistare, ma da ascoltare.

Il Chimborazo (Ecuador): Il Guardiano delle Ande
Nel cuore delle Ande ecuadoriane, si erge il maestoso Chimborazo, un vulcano dormiente alto 6.263 metri, avvolto da nevi eterne e leggende millenarie. La sua vetta è il punto più distante dal centro del pianeta. Per gli antichi pueblos andini, il Chimborazo non era solo un massiccio montuoso, ma una divinità vivente, un Apu - uno spirito sacro, protettore del territorio e delle comunità. Ancora oggi, shamani, curanderos e yatiris compiono cerimonie ancestrali alle sue pendici, chiedendo protezione, abbondanza o guarigione.
Salire sul Chimborazo non è solo una sfida alpinistica, ma anche un viaggio simbolico verso il divino. Fino a pochi decenni fa, i “hielero” o “uomini del ghiaccio” percorrevano i sentieri della montagna per raccogliere ghiaccio. Il Chimborazo non è solo una meta geografica: è un essere vivente, un guardiano silenzioso che osserva le pianure andine da millenni.

Il Monte Athos (Grecia): Il Giardino della Vergine
Sulla punta orientale della penisola Calcidica, si erge il Monte Athos (2.033 m), una montagna che da oltre mille anni è custode di un mondo fuori dal tempo. È chiamato anche "Il Giardino della Vergine", poiché, secondo la tradizione, fu consacrato interamente alla Madonna, che ne è considerata la protettrice esclusiva. Il Monte Athos ospita 20 grandi monasteri, insieme a decine di piccole comunità, celle ed eremi.
Fare trekking sul Monte Athos è molto più di un’escursione: è un pellegrinaggio attraverso secoli di spiritualità. Il silenzio permette un’immersione interiore rara. L’ingresso è rigorosamente regolato: ogni giorno possono entrare solo fino a 100 pellegrini ortodossi e 10 non ortodossi, tutti uomini. Il Monte Athos è un paradiso naturale incontaminato, grazie alla gestione monastica. Qui si cammina non per conquistare una vetta, ma per incontrare il silenzio, la fede, la bellezza.

Wudang Shan (Cina): La Culla del Taoismo
Avvolta dalla nebbia sottile e protetta da fitti boschi di pini secolari, la catena montuosa del Wudang Shan, nella provincia cinese dell’Hubei, è uno dei luoghi più sacri e misteriosi del taoismo. È considerata una delle due grandi culle del taoismo, insieme al Monte Qingcheng. I movimenti fluidi del Tai Chi, ispirati alla filosofia dello yin e dello yang, riflettono l’essenza del Tao: morbidezza, flusso, adattamento, vuoto e pienezza che si alternano in eterno equilibrio.
I templi di Wudang, alcuni dei quali risalgono a oltre 600 anni fa, sono Patrimonio Mondiale dell’UNESCO e costituiscono uno dei complessi religiosi più belli e meglio conservati della Cina imperiale. Il trekking a Wudang non è una semplice attività fisica, ma una pratica spirituale. Il percorso più popolare conduce al Picco Tianzhu (1.612 metri), attraverso scale, ponti sospesi, boschi nebbiosi e santuari nascosti. Wudang non è solo un luogo da visitare, ma un luogo da vivere, da ascoltare in silenzio.

Il Senso Profondo della Salita: Fatiche, Spiritualità e Risalita dell'Anima
Un trekking tra montagne sacre richiede più di scarponi robusti e fiato allenato. In molti di questi luoghi, il sentiero non è pensato per essere percorso in fretta. Il pellegrinaggio interiore e la riscoperta di sé sono al centro di ogni vetta sacra. In un’epoca dominata dalla velocità, tornare a camminare con lentezza - passo dopo passo, respiro dopo respiro - può trasformarsi in un atto rivoluzionario di consapevolezza. Queste montagne non sono solo luoghi, ma portali tra terra e cielo, tra materia e spirito. Il vero punto d’arrivo non è sempre la vetta.
L'incredibile storia di SALEWA | La regina della montagna | Documentario Storie di Brand
La Natura Estroversa della Ricerca di Identità
La pastorale del pellegrinaggio deve prendersi cura di leggere tutte le forme con cui l’uomo, per trovare la propria identità, deve attingere a una riserva di senso che colmi la sua natura estroversa, eccentrica, pellegrinante. Egli deve abitare uno spazio e un tempo “altro” e incontrare “altri” per ritrovare se stesso. La sua identità si costruisce nella sua relazione all’alterità. L’homo faber, che produce e trasforma, ha bisogno dell’homo viator che si meraviglia e incontra, che perde tempo per trovare il proprio ritmo temporale, che esce da sé per ritrovare se stesso. Tutte le forme dell’estroversione, dell’uscita della casa, dell’evasione dalla vita feriale, dell’andare verso l’altro, dell’incontro con il diverso, sono modi necessari per strutturare la propria identità.
La Forma Postmoderna dell’Estroversione
Questa struttura fondamentale riceve una particolare configurazione nel tempo moderno e postmoderno. La forma attuale con cui l’uomo cerca di sfuggire alle maglie della società strumentale e pianificata, razionale e produttiva, ha forti tratti di evasione, di ricerca dell’esoterico e dell’esagerato, dell’esperienza-limite e della sfida all’impossibile. Sulla stessa linea, il turismo contemporaneo, anche quello religioso, appare come la moneta battuta dal conio stressante e iperattivistico della vita moderna, così che assume i tratti dell’esotico, dello stravagante, del notturno. Fatica a essere tempo dell’incontro, della cura, della curiosità intellettuale, dello scambio culturale. È un turismo, anche religioso, che ha i tratti del fenomeno di massa, dai forti aspetti mimetici.
L’Homo Viator e l’Identità a Caro Prezzo
È a questa dinamica che deve rispondere anzitutto la coscienza cristiana con un soprassalto di speranza. Noi siamo “stranieri e pellegrini”, che “dobbiamo rendere conto della speranza che è in noi”. Dovremmo quindi far scoprire, dentro le forme tentacolari e disperse con cui si vive oggi la partenza da casa e la ricerca di nuovi approdi, la nostalgia dell’homo viator, rivelare il pellegrino dell’Assoluto dentro le forme fragili e la necessità di legami profondi della vita odierna. Per questo al pellegrinaggio è sempre stata collegata la fatica, il viaggio anche avventuroso, talvolta fino a pericolo mortale. Il pellegrinaggio deve incidere sul corpo, sulla fatica, sull’immaginario, sui desideri, deve mettere alla prova perché si provi se stessi. Il pellegrinaggio ha un carattere agonistico e agonico, è sfida al tempo che passa, alla morte che affligge il nostro quotidiano corroso dal consumismo e dall’iperattivismo.
L'Esperienza della Montanità: Verticalità, Distanziamento, Spaesamento e Ritorno
- La Verticalità: La montagna è percepita nell’esperienza della salita al monte anzitutto come via più o meno ripida verso l’alto, come ascensione che rinvia ad un ulteriore alto, su su fino all’altissimo. Il “salire in alto” è vissuto come fatica agonistica, come sfida alle proprie capacità e alla propria identità.
- Il Distanziamento: La montanità è un salire che comporta salti o gradi di vario livello, è l’esperienza di un’ascensione a scale. Sorge la percezione vissuta della differenza di “mondi” nel processo di abitazione del mondo, e ci fa avvicinare all’idea cruciale di un “sovra-mondo”.
- Lo Spaesamento: Il salire in alto si determina come un “salire in vetta”, che è l’esperienza radicale di un “fuori luogo”. La conquista della vetta è il termine dell’ascesi, è il culmine agognato e agonistico del cammino, è il vissuto che tocca la soglia del cielo, il sentimento della partecipazione al mondo celeste. La vetta è un punto instabile, dove non si abita, dove si fruisce del panorama mozzafiato tra piccolezza del nostro abitare il mondo e finitezza. La vetta è anche l’esperienza della “terribilità” della natura che ha la prima faccia in una sorta di “sacralità” (sentimento della finitudine) e l’altra faccia nella “fascinazione” di non appartenere soltanto a questo mondo.
- Il Ritorno: Dalla vetta come “fuori luogo”, come sospensione del nostro “fare mondo”, si esce iniziando la discesa, con il “ritorno a valle”. La discesa nel mondo è vissuta come “rientro nel mondo”, come esperienza di un abbandono dell’altitudine, di un luogo “fuori mondo” che non si può abitare stabilmente, ma che si è costretti ad abbandonare.
- Inutilità, Gratuità, Presenza: La conquista della vetta è esperienza dell’“inutile”, connotata dal sentimento della gratuità. La gratuità è la ferita introdotta nel modo di abitare solo “utilmente” il mondo, per colonizzarlo, anziché abitarlo come mondo dell’uomo e per l’uomo, come mondo “sim-bolico”, capace di “tenere insieme” utilità e gratuità. Un mondo da non solo contemplare nella sua bellezza, ma da condividere nel suo essere “casa comune”, nel quadro dell’“ecologia integrale”. Come una Presenza che abita il mondo senza confondersi con esso, perché può essere veduta “solo di spalle”, come accade nell’esperienza profetica di Elia all’Oreb.
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