L'omelia di Paolo VI nella I Domenica di Avvento 1971

Il 28 novembre 1971, in occasione della prima Domenica di Avvento, Papa Paolo VI rivolse un profondo discorso ai Terziari francescani, radunati in una Basilica troppo piccola per contenere l'afflusso dei numerosi pellegrini. Questo incontro divenne l'occasione per una riflessione sulla vitalità del messaggio evangelico e sulla vocazione specifica dei figli del Poverello d'Assisi nel mondo contemporaneo.

La testimonianza della povertà evangelica

Paolo VI esordì salutando con gioia la moltitudine dei Terziari, definendoli un ramo fiorente del grande albero francescano. Il fulcro del suo insegnamento fu la povertà, virtù spesso controversa e incompresa. Il Papa osservò come il mondo moderno sia profondamente diviso: da un lato, le correnti ideologiche sostengono i poveri e i proletari; dall'altro, l'organizzazione sociale è ossessivamente rivolta all'aumento indefinito delle ricchezze e al lusso.

Semplice illustrazione schematica che contrappone l'idolo della ricchezza alla semplicità evangelica.

Per il Pontefice, la povertà evangelica non è un male, ma una filosofia di vita che significa:

  • Collocare la propria esistenza non nei piaceri terreni, ma nel «regno dei cieli».
  • Ricercare il possesso di Dio attraverso la libertà dello spirito dai vincoli della ricchezza.
  • Utilizzare i beni terreni con spirito di carità, finalizzandoli al bene comune.

Il Papa esortò i Terziari a non limitarsi a onorare questa idea, ma a professarla attivamente, divenendo un monito per un mondo spesso "ingolfato" nell'abuso gaudente ed egoistico della ricchezza.

L'amore per la Croce e il sacrificio

Il secondo pilastro del discorso di Paolo VI fu l'invito ad amare la Croce, seguendo l'esempio di San Francesco. Il Pontefice mise in guardia contro una tentazione insidiosa dell'epoca: il desiderio di un cristianesimo "facile", privo di sacrifici, doveri o dolore.

Citando il Vangelo di Giovanni, il Papa ricordò la legge del chicco di frumento che, per portare frutto, deve morire nel terreno:

«In verità, in verità vi dico, se il grano di frumento, caduto in terra, non muore, rimane sterile; ma se muore, porta molto frutto».

Questa "legge del morire per vivere" rappresenta per l'uomo moderno - geloso della propria comodità e incolumità - un richiamo necessario a riscoprire il valore del sacrificio e dell'amore che si dona.

Fedeltà alla Chiesa nel tempo della storia

Infine, Paolo VI espresse una terza fiducia: la fedeltà alla Chiesa. Pur riconoscendo le crisi e le difficoltà che l'istituzione attraversa nel mondo - talvolta causate dagli stessi figli che tentano di demolire il mistico edificio - il Papa invocò il sostegno della "spalla forte" di San Francesco.

Egli ribadì la necessità di sostenere la Chiesa qual è e quale Cristo l'ha voluta, bisognosa di indulgenza e comprensione, specialmente nel delicato momento storico successivo al Concilio Vaticano II.

8 Dicembre 1965 - Papa Paolo VI chiude il Concilio Ecumenico Vaticano II. 


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