La Chiesa del Santissimo Redentore, situata sull'isola della Giudecca a Venezia, rappresenta uno degli esiti più significativi dell'architettura di Andrea Palladio. Commissionata in un periodo di grande crisi per la Repubblica, questa basilica votiva incarna la speranza e la resilienza di una comunità.
Contesto Storico e Commissione della Basilica Votiva
L'Italia è ricca di edifici religiosi eretti per scongiurare o celebrare la fine di pestilenze. Tra il 1575 e il 1577, Venezia fu colpita da una terribile epidemia di peste che causò la morte di quasi un veneziano su tre, circa 50.000 persone. Nel settembre del 1576, quando la malattia sembrava invincibile, il Senato veneziano, in cerca di aiuto divino, fece voto di realizzare una nuova chiesa intitolata al Redentore.
La decisione di costruire un grande tempio dedicato al Redentore, invocato per liberare la città dalla peste, fu presa dal Senato veneziano alla fine del 1576. Il santuario, che nella sua simbolica magnificenza si affaccia sull'ampio canale della Giudecca, fu commissionato a Palladio dalla Repubblica come ex voto per la spaventosa pestilenza del 1576 e destinato ad accogliere il pellegrinaggio celebrativo dei veneziani.
L'incarico fu affidato ad Andrea Palladio, divenuto Proto della Repubblica alla morte di Sansovino. Dopo aver rapidamente scelto tra diverse opzioni riguardo a forma, localizzazione e progettista, nel maggio del 1577 fu posta la prima pietra del progetto palladiano. Il 20 luglio successivo si festeggiò la fine della peste con una processione che raggiunse la chiesa attraverso un ponte di barche, dando inizio a una tradizione che dura ancora oggi. La chiesa del Redentore, iniziata nel maggio 1577 e consacrata nel 1592, è l’unico edificio commissionato a Palladio dalla Repubblica di Venezia.

Il Progetto Architettonico di Palladio
L'architetto vicentino propose inizialmente un progetto a pianta centrale, ispirato ai modelli degli antichi templi romani. Tra i sostenitori di questa innovativa soluzione vi era anche il colto Marcantonio Barbaro, figura di spicco nella politica estera e nella cultura veneziana del Cinquecento. Tuttavia, alla fine Venezia scelse il progetto più "tradizionale", quello con navata longitudinale, che possiamo ammirare ancora oggi sull'isola della Giudecca.
Nonostante la scelta della pianta longitudinale, Palladio riuscì a risolvere con incredibile genialità architettonica la "disputa nobiliare". Chi a luglio percorre in processione il ponte di barche che collega l'isola alle Zattere ha infatti la sensazione di dirigersi verso un tempio a pianta centrale. Il progetto originario a pianta centrale verrà poi ripreso per il Tempietto che Marcantonio Barbaro commissionerà all'anziano Palladio nei pressi della sua villa nella campagna trevigiana.

La Maestosità della Facciata
Andrea Palladio realizzò la facciata del Redentore donando al prospetto la maestosità di un tempio. La geometria della facciata, che con un calibrato senso delle proporzioni corrisponde alla distribuzione interna, è rielaborata in forme classiche, similmente alle tante ville venete costruite dall'architetto. Su un alto stilobate poggiano le colonne che, nella sezione centrale corrispondente alla navata, delineano il fronte di un tempio concluso dal timpano triangolare. Le ali laterali, corrispondenti alle cappelle, sono poste in secondo piano e racchiuse dai doppi pilastri angolari e dalle porzioni di timpano.
La facciata tripartita si compone del corpo centrale e di due ali laterali. La porzione centrale è sottolineata simmetricamente, rispetto all'asse mediano, da due colonne che delimitano l'unico portale completo di timpano. A queste ultime sono poste lateralmente altrettante colonne che, oltre a racchiudere due nicchie occupate da statue di santi, sorreggono anche il frontone principale della facciata. Le due ali laterali sono concluse da mezzi timpani.
In secondo piano, rispetto alla facciata, si sviluppa un frontone che sovrasta il corpo centrale e due falde del tetto che sormontano le ali laterali. Sullo sfondo prendono posto la cupola a calotta semisferica, sulla cui lanterna è posta la statua del Redentore, e due campanili cilindrici. L'ampia scalinata seicentesca, la cui ampiezza è in asse con il diametro della cupola, si compone di quindici gradini ed è scandita lateralmente da una balaustra.
Decorazioni Scultoree della Facciata
La facciata è arricchita da importanti opere scultoree:
- Nella parte mediana della facciata si trovano la statua della Fede, affiancata da due Angeli.
- Agli angoli dei mezzi timpani inferiori sono presenti le statue di Sant'Antonio da Padova e San Lorenzo Giustiniani, realizzate verso il 1700.
- Nelle nicchie sinistra e destra della facciata si trovano rispettivamente San Marco e San Francesco, opere di Giusto Le Court della seconda metà del Seicento.

L'Interno e la Concezione Spaziale
La chiesa fu destinata ai Padri Cappuccini, che ne determinarono sia l'impianto planimetrico, secondo il modello dei Francescani osservanti, sia la scelta di rifuggire l'uso di marmi e materiali pregiati, preferendo mattoni e cotto anche per la realizzazione dei bellissimi capitelli all'interno della chiesa.
Nel rispetto della griglia funzionale dei Cappuccini, per la definizione della planimetria Palladio rifletté a fondo sulle strutture termali antiche (in un rilievo delle terme di Agrippa è possibile ritrovare molti degli elementi che caratterizzano la pianta) come fonte delle sequenze di spazi che si susseguono armonicamente l'una dopo l'altra. La pianta deriva infatti dall'armonica composizione di quattro cellule spaziali perfettamente definite e diverse fra loro: il rettangolo della navata, le cappelle laterali che riprendono la forma a nartece, la cella tricora composta dalle due absidi e dal filtro di colonne curve, e il coro.
Una volta definite con precisione tali figure, Palladio studiò soluzioni raffinate per accompagnare il passaggio dell'una nell'altra, ricercando un'armonica fusione del tutto. La trabeazione dell'ordine maggiore, ad esempio, fascia tutto il perimetro interno della chiesa senza mai risaltare in corrispondenza dei sostegni, ed è particolarmente efficace il taglio in diagonale dei pilastri della cupola. Il risultato è frutto di una consumata capacità compositiva e di una particolare sensibilità per gli effetti scenografici.
La facciata del Redentore costituisce l'esito più maturo delle riflessioni palladiane sui fronti di chiesa a ordini intersecati, a partire da San Francesco della Vigna. Questo genere di facciate prende origine da riflessioni sulla vitruviana Basilica di Fano, sviluppatesi già con Bramante all'inizio del secolo.

Le Connessioni Orientali: Palladio e Mimar Sinan
Tra le fonti di ispirazione per Palladio, molti elementi fanno pensare che l'architetto abbia attinto anche al lavoro di un suo contemporaneo, l'architetto ottomano Mimar Sinan. Nato nel 1490, diciotto anni prima di Palladio, Sinan fu architetto imperiale dal 1539 al 1588, anno della sua morte, realizzando quasi cinquecento edifici, fra grandi moschee, palazzi, terme e ponti, ed è considerato uno dei padri dell'architettura ottomana.
Anche se i due architetti non si incontrarono mai, una relazione tra loro è ipotizzabile non solo perché Venezia e Istanbul erano connesse da un intreccio di rapporti economici, militari, diplomatici, estetici e culturali, ma anche grazie al ruolo di mediazione giocato da Marcantonio Barbaro. Il nobile veneziano, amico e committente di Palladio, fu ambasciatore a Istanbul dal 1568 al 1574 e conobbe sicuramente Sinan, fornendo all'architetto turco informazioni sull'attività di Palladio, forse anche disegni o addirittura una copia dei Quattro Libri dell'Architettura.
L'architettura ottomana influenzò sicuramente Palladio, e lo si comprende guardando in particolare il Redentore. Palladio incornicia la pronunciata cupola del Redentore con campanili circolari la cui somiglianza con i minareti è sottolineata dalla cima conica. In un edificio pubblico di grande importanza, ciò non costituisce certo una coincidenza. L'alta cupola e i campanili gemelli miravano a riaffermare il prestigio di Venezia agli occhi degli ottomani, in un momento in cui l'immagine dello stato era stata danneggiata dalla peste del 1575-76 e poi dall'incendio del 1577 di Palazzo Ducale.
Un'analisi linguistica comparativa pubblicata da Buthayana Eilouti mette in evidenza molte analogie tra il Redentore e la moschea Süleymaniye, capolavoro di Sinan. I campanili-minareti di forma cilindrica e conica richiamano con immediatezza esplicita i legami tra Palladio e Sinan, Venezia e Istanbul.
