Il significato del Padre Nostro e del Gloria: le nuove traduzioni e il loro impatto sulla liturgia

Le modifiche al Messale Romano e il dibattito sulla traduzione

I cristiani si preparano ad affrontare un Natale diverso anche in termini religiosi, perché, pochi giorni prima dell’inizio della settimana dell’Avvento, la CEI ha reso effettivi alcuni interventi sulle preghiere recitate durante la Santa Messa. Tra i fedeli c’è ancora molta confusione: chi è andato a messa per tutta la vita adesso si trova nuovamente ad imparare una nuova formula della preghiera, sostituendo quella vecchia. La decisione di modificare il testo italiano del “Padre Nostro” e del “Gloria” ha suscitato numerose polemiche e perplessità.

Un processo lungo e complesso: dalle origini alle nuove formule

La tradizione vuole modificare la traduzione già da un paio di anni: non è, dunque, una scelta di Bergoglio, ma una questione che nasce nel 1988. Proprio in quell’anno fu organizzato un tavolo di lavoro per rivedere la traduzione del 1971. In quel gruppo parteciparono i massimi esperti: furono convocati, infatti, 15 biblisti diretti da tre vescovi che si sono succeduti nel tempo (Costanzo, Egger e Festorazzi). Il vescovo Festorazzi fece intervenire altri 60 biblisti sul caso Padre Nostro.

Mentre la CEI ha discusso per più di 30 anni, alcuni Paesi hanno deciso di compiere questo passo indipendentemente dal via libera della Chiesa. Argentina e Francia sono l’esempio lampante. In Argentina è stato trovato un compromesso nel passo “Rimetti a noi i nostri debiti”, in quanto si riteneva il corrispettivo di debitore desueto: oggi la formula adottata anche in altri paesi latini è “Perdona nuestras ofensas”, cioè “rimetti le nostre colpe”. In Francia, invece, a partire dal 3 dicembre del 2017 il versetto incriminato è lo stesso che è stato messo in discussione.

Le modifiche sono state annunciate a novembre 2018, approvate dall'Assemblea generale della CEI e da Papa Francesco, e sono entrate in vigore gradualmente, in alcune diocesi già dalla prima domenica di Avvento del 2020 (il 29 novembre), e obbligatoriamente per tutta la Chiesa italiana a partire dalla Pasqua 2021 (4 aprile). Questo passaggio è stato auspicato non solo da Papa Francesco, ma anche, 30 anni fa, dai cardinali Giacomo Biffi e Carlo Maria Martini. Giuseppe Betori, cardinale arcivescovo, ha ricordato come il lavoro risalga al 1988, quando si decise di rivedere la vecchia traduzione del 1971. Un comitato ristretto, con la convergenza di Martini e Biffi, aveva già adottato la formula «non abbandonarci alla tentazione». Il lavoro ha visto diciotto anni di impegno, con oltre trenta esperti tra liturgisti, teologi ed esperti di musica sacra riuniti in una commissione ad hoc istituita nel 2002.

Infografica: Timeline delle modifiche al Messale Romano e al Padre Nostro

La preghiera del Padre Nostro: significato profondo e la nuova traduzione

La preghiera del Padre Nostro, trasmessa da Cristo stesso ai suoi discepoli, è la base del rapporto tra i cristiani e Dio Padre. Questa preghiera riassume in poche frasi le richieste essenziali che possiamo rivolgere a Dio. Per recitarlo con tutto il cuore, è importante capirne ogni frase. Ecco le spiegazioni per fare propria la preghiera dei figli di Dio.

Analisi delle singole invocazioni del Padre Nostro

  1. Padre nostro che sei nei cieli
    Iniziamo rivolgendoci a Dio come “Padre nostro”. Così facendo, ci riconosciamo come un'assemblea, una comunità, una Chiesa, impegnati insieme ai nostri cari, con tutti i nostri fratelli cristiani. La parola “Padre” sottolinea il nostro legame filiale con Dio: ci riconosciamo figli di Dio. È una parola semplice, diretta, ma anche carica di tanto amore. L'espressione “Che sei nei cieli” ci invita a riconoscere che Dio non è un padre terreno, che è radicalmente diverso da noi, e ci permette di lodare la sua grandezza. Secondo San Tommaso d'Aquino, questa espressione ci dà, al momento della preghiera, un motivo di fiducia: confidiamo nella potenza di Dio, nella sua intima presenza nel nostro cuore.
  2. Sia santificato il tuo nome
    Con questa frase chiediamo a Dio di essere riconosciuto per quello che è veramente: un Dio santo. “Santo” significa tre cose: ciò che è solido, incrollabile; ciò che non è terreno; e ciò che è mondato dal peccato, mediante il sangue di Cristo. San Tommaso d'Aquino associa ad ogni richiesta del Padre Nostro un dono dello Spirito Santo ed una beatitudine. Questa prima richiesta è legata al dono del timore di Dio: «Beati i poveri di cuore, perché di essi è il regno dei cieli».
  3. Venga il tuo Regno
    Questa seconda domanda è particolarmente forte. Il regno di Dio è già venuto una volta sulla terra e si è manifestato in Gesù: l'unico uomo in cui Dio ha regnato interamente. Quando recitiamo la frase “venga il tuo regno”, chiediamo a Dio di estendere il suo regno su tutta la terra e di liberare i nostri cuori dal peccato. San Tommaso d'Aquino, nella sua opera Summa de Théologie, spiega l'interazione che si crea tra noi e Dio durante la recita delle prime due richieste del Padre Nostro: «Il nostro fine è Dio, verso il quale tende il movimento del nostro cuore, per cui chiediamo a Dio di venire nella gloria del suo regno». Questa seconda richiesta è legata al dono della pietà: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”.
  4. Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra
    La terza richiesta della preghiera del Padre Nostro è un atto di abbandono al Signore. Lui solo sa cosa è meglio per noi, quindi solo Lui può guidarci. Recitando il Padre Nostro, accettiamo di confidare in Lui e di mettere la nostra vita nelle sue mani. Questa frase è stata pronunciata da Gesù stesso, nel momento dell'angoscia, prima della sua imminente morte: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Ma non sia fatta la mia volontà, ma la tua» (Luca 22: 42). Siamo chiamati ad accogliere ed osservare pienamente la volontà di Dio, il suo progetto per la nostra salvezza. Chiediamo il suo aiuto divino per capire cosa è bene per noi. Questa terza richiesta è legata al dono della scienza: “Beati coloro che piangono, perché saranno consolati”.
  5. Dacci oggi il nostro pane quotidiano
    Al centro di queste richieste divine, c'è una richiesta molto più semplice, più umana: quella del cibo. Chiedere questo pane è riconoscere la nostra umile umanità, dopo aver lodato un Dio potente e celeste. Chiediamo al Signore il pane necessario alla nostra vita: non è solo cibo per il ventre, ma anche cibo per l'anima, per lo spirito. Il cristiano vive anche del pane della Parola, del pane dell'Eucaristia: Gesù è il «pane vivo disceso dal cielo» (Giovanni 6: 51). Il pane ha un valore molto simbolico in tutto il Vangelo: dall'Antico Testamento all'Ultima Cena, il pane rappresenta il dono di Dio all'uomo. Questa quarta richiesta è associata al dono della forza: «Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati».
  6. Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori
    Questa frase del Padre Nostro ci invita ad un doppio perdono: chiedere perdono a Dio per i nostri peccati e riconoscerli, ma anche riuscire a perdonare gli altri. Dio è amore: senza perdono non c'è amore. Il perdono è una condizione necessaria per continuare il nostro cammino di santità. Il perdono umano è radicato nel perdono divino: quando lottiamo per perdonare, chiediamo aiuto a Dio! Questa domanda è associata al dono del consiglio: «Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia».
  7. E non abbandonarci alla tentazione
    La tentazione è il secondo ostacolo che ci allontana dalla santità. Ma cos'è la tentazione? Quando un uomo è tentato, è la sua virtù che viene messa alla prova, per vedere se è pronto a resistere e a vivere nel bene. Resistergli è mostrare grande virtù. La tentazione non è un peccato: il peccato è acconsentire ad essa e soccombere ad essa. Gesù stesso è stato tentato molte volte, come durante i suoi 40 giorni nel deserto. La tentazione fa parte del cammino: dobbiamo lottare per conservare la nostra virtù. “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione; lo spirito è ardente, ma la carne è debole” (Matteo 26: 41). Gesù ci dà il mezzo più efficace per non cedere alla tentazione: la preghiera. È attraverso la preghiera che ci avviciniamo a Cristo, ed è attraverso la preghiera che possiamo trovare la forza per allontanarci dal male. Così, la tentazione ci spinge a combattere e, paradossalmente, ci avvicina a Dio, rendendo indispensabile la preghiera e facendoci vivere le stesse prove di Gesù. La preghiera non è lì per fornirci una sorta di “rimedio” contro la tentazione, ma per darci il coraggio di superare le prove, aprendoci a Dio e confidando in Lui. Questa richiesta è associata al dono dell'intelligenza: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».
  8. Ma liberaci dal male
    L'ultima richiesta del Padre Nostro non è insignificante e costituisce il culmine di questa bella preghiera: "Liberaci dal male", è chiedere la liberazione da tutto ciò che ci allontana da Dio, riassumendo tutta la difficoltà e l'essenza della nostra battaglia spirituale in una frase.

Il cuore del cambiamento: "non indurci" vs. "non abbandonarci"

La modifica più dibattuta e anche quella più conosciuta è certamente quella del Padre Nostro: “Non ci indurre in tentazione” diventa “Non abbandonarci alla tentazione”. Il testo di partenza greco (Mt 6,13 e Lc 11,4), su cui si basa tutta la tradizione cristiana, recita “μη εισενεγκης ημας εις πειρασμον”, cioè “Non portarci alla tentazione”. Le parole da cui partire sono eisenenkis, imperativo aoristo II da eisfero, e peirasmon, sostantivo di seconda declinazione. Lo stesso verbo, essendo un composto di fero, ha già in sé il suo significato: condurre, introdurre e portare a. Il verbo italiano “indurre” ha lo stesso significato del latino “inducere” e questo a sua volta corrisponde perfettamente all’originale in lingua greca “eisférein” (portare dentro, portare verso).

Il Pontefice per due volte aveva affermato che Dio che ci induce in tentazione non è un’immagine evangelica perché un Padre non induce in tentazione i propri figli. Piuttosto, dire “non abbandonarci alla tentazione” restituisce la realtà di un Padre che sta accanto e ci sostiene nella tentazione. Il significato è “non lasciarci in balia della tentazione”. Per alcuni studiosi, il fulcro del problema sta nella resa della parola tentazione, cioè peirasmon. Questo vocabolo accoglie anche altre accezioni, tra cui “prova” ed “esperimento”. L’ipotesi avanzata è che Dio non voglia mettere alla prova l’uomo per testare la sua fede, ma la tentazione non è un peccato, e Gesù stesso è stato tentato. Il teologo Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, ha ribadito che le modifiche derivano da “una fedeltà alle intenzioni espresse dalla preghiera di Gesù e all’originale greco”.

Il cardinale Betori ha spiegato che “Non abbandonarci alla tentazione” non è la traduzione più letterale, ma quella più vicina al contenuto effettivo della preghiera. In italiano, infatti, il verbo indurre non è l’equivalente del latino inducere o del greco eisferein, che hanno un valore concessivo, cioè “lasciar entrare”. I francesi hanno tradotto “ne nous laisse pas entrer en tentation”, cioè, «non lasciarci entrare in tentazione». La scelta italiana è una traduzione volutamente più ampia, potendo significare sia «non abbandonarci, affinché non cadiamo nella tentazione», sia «non abbandonarci alla tentazione quando già siamo nella tentazione».

La disputa sulla traduzione di questo versetto è antica, avendo accompagnato l’intera storia cristiana. La versione più letterale “non indurci in tentazione” - adottata da Girolamo nella Vulgata - non era condivisa da altri Padri latini come Cipriano di Cartagine e Ambrogio di Milano. Ambrogio nel De Sacramentis traduceva: “Et ne patiaris induci nos in tentationem” [“E non permettere che siamo indotti in tentazione”]. Il punto è che ci troviamo di fronte a un verbo di movimento (greco eisenenkai, latino induco, italiano indurre nel suo significato antico ed etimologico) che conosce un senso causativo/fattitivo o permissivo. La traduzione corretta, quindi, sarebbe “non lasciare, non permettere che entriamo dentro la tentazione”. Il problema è che per l'italiano moderno la frase così com’è fatta, ha il senso di “istigare”, il che è teologicamente scorretto. Da nessuna parte del testo greco e latino si trova l’espressione “abbandonare”, e si è finito col perdere il senso di “finire dentro” quel buco profondo nel quale il tentatore ci vuole condurre attraverso la tentazione.

Nuova traduzione del Padre Nostro, don Angelo Lameri

Le modifiche al Gloria e le loro implicazioni teologiche

Da "uomini di buona volontà" a "uomini amati dal Signore"

Una variante è stata introdotta anche nel testo del Gloria, dove al posto di “pace in terra agli uomini di buona volontà” si dice “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”. Questa modifica è più conforme al testo greco dell’evangelista Luca (eudokìa indica l’amore benevolo di Dio, non la buona volontà dell’essere umano). Il genitivo eudokias è stato reso con “amati dal Signore”. Con più fedeltà al costrutto letterale, si sarebbe dovuto tradurre “agli uomini della benevolenza/del compiacimento” o “agli uomini [oggetto] del [suo] compiacimento”.

Nel libro di Ratzinger sull’infanzia di Gesù, si fa notare come l’uomo del compiacimento è anzitutto Gesù (ed infatti il verbo utilizzato dai Sinottici nel racconto del Battesimo nel Giordano è proprio eudokesa). Dunque, chi è in comunione con il Figlio, entra in questo compiacimento. La traduzione letterale, “gli uomini del compiacimento”, spiegava Ratzinger, ha il pregio di indicare sia l’iniziativa gratuita di Dio, che la risposta dell’uomo, chiamato ad entrare in questo compiacimento, attraverso la buona volontà, cioè una volontà conforme a quella divina; questa traduzione avrebbe “rispettato al meglio questo mistero, senza scioglierlo in senso unilaterale”. Il genitivo latino bonae voluntatis lascia aperta questa duplice interpretazione: nella funzione dichiarativa o epesegetica, il genitivo specifica il sostantivo che lo precede (cioè, gli uomini che sono oggetto della buona volontà di Dio, cioè della sua benevolenza), come genitivo di qualità invece, indica una qualità morale di tali uomini. Il calco italiano “di buona volontà” è invece maggiormente limitante.

L’Istruzione Liturgiam Authenticam (LA) del 2001, che fornisce i criteri per una corretta traduzione dei testi liturgici, richiede infatti che “alla varietà di vocaboli esistente nel testo originale corrisponda, per quanto è possibile, una varietà nelle traduzioni” (n. 51). Il testo di riferimento per l'inizio del Gloria è: et in terra pax hominibus bonae voluntatis, che appartiene sia al testo liturgico latino che alla Neo-Vulgata. Una maggiore aderenza al testo latino avrebbe permesso di osservare il n. 41 di LA: “Ci si impegni affinché le traduzioni siano conformi all'interpretazione dei passi biblici trasmessa dall'uso liturgico e dalla tradizione dei padri della Chiesa”. San Leone Magno, per esempio, commentava il canto degli angeli: “Viene concessa in terra quella pace che rende gli uomini di buona volontà”, intendendo l'espressione come genitivo di qualità. Analogamente Sant'Agostino insisteva sulla necessità di una buona volontà per ricevere la pace. La nuova traduzione si estranea decisamente dalla tradizione esegetica della Chiesa latina.

Infografica comparativa: Vecchio e Nuovo Gloria

Altre importanti novità nel nuovo Messale Romano

Dalle invocazioni ai riti

Fratel Goffredo Boselli, liturgista e monaco della comunità ecumenica di Bose, ha spiegato che il Messale è stato aggiornato con l'obiettivo di una maggiore fedeltà al testo latino, alla ricchezza del contenuto, alla qualità letteraria, alla comprensione, alla celebrabilità e cantabilità della liturgia. Le altre due edizioni risalgono al 1973 e al 1983, quest'ultima considerata la più avanzata al mondo.

  • Riti d'introduzione:
    • La formula “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi” diventa “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”, passando dal singolare al plurale.
    • Le invocazioni in uso finora “Signore, pietà” e “Cristo, pietà” sono sostituite dalle espressioni in greco: “Kyrie, eléison” e “Christe, eléison”.
    • L’atto penitenziale vede un’aggiunta “inclusiva”: accanto al vocabolo “fratelli” ci sarà “sorelle”. Diremo: “Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle...”.
  • Liturgia Eucaristica:
    • Dopo l’orazione sulle offerte, il sacerdote, mentre si lava le mani, non dirà più sottovoce “Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato” ma “Lavami, o Signore, dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro”.
    • Nella consacrazione, “Ti preghiamo: santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito” sostituisce “Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito”. È stata scelta “rugiada” per un termine più poetico.
    • L’inizio del racconto sull’istituzione dell'Eucaristia si trasforma da «Offrendosi liberamente alla sua passione» a «Consegnandosi volontariamente alla passione».
    • Nell’intercessione per la Chiesa l’unione con «tutto l’ordine sacerdotale» diventa con «i presbiteri e i diaconi».
  • Riti di Comunione e Conclusione:
    • Nel Padre Nostro è previsto l’inserimento di un “anche” (“Come anche noi li rimettiamo”).
    • Il rito della pace conterrà la nuova enunciazione “Scambiatevi il dono della pace” che subentra a “Scambiatevi un segno di pace”.
    • Quando il sacerdote mostrerà il pane e il vino consacrati per l’invito alla comunione, dirà: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello” (anziché “del Signore”).
    • Per la conclusione della Messa è prevista la nuova formula: “Andate e annunciate il Vangelo del Signore”.
  • Rito Ambrosiano: Anche nel Rito ambrosiano, in vigore nell’arcidiocesi di Milano, entrano alcune delle novità presenti nel Messale Romano: Gloria, Padre Nostro, e la riformulazione “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”, e le variazioni delle Preghiere eucaristiche.

La lingua liturgica: dibattiti e prospettive

Tra fedeltà e comprensibilità

Il dibattito sulle nuove traduzioni tocca questioni profonde sulla lingua liturgica. Dopo aver abolito la lingua sacra ed universale, che per la Chiesa cattolica romana era il latino, dopo il Concilio Vaticano II siamo nel regno, relativistico e profano delle traduzioni, ognuna delle quali provoca problemi a catena. Rimpiangere ancora il latino come lingua liturgica è fuori dal tempo perché sposta l’attenzione sul contenitore e non sul contenuto e sulla disposizione d’animo di chi ascolta. La decisione di usare le lingue vernacole nella liturgia nasceva dall’esigenza di favorire la partecipazione attiva dei fedeli. Se tutti conoscessero l’ebraico, il greco e il latino, non ci sarebbe bisogno di nessuna traduzione. Tuttavia, ciò che fa sacra una parola è solo l’intenzione di chi la pronuncia.

Si sente spesso dire che bisognava cambiare l’espressione: «non ci indurre in tentazione», perché ci farebbe immaginare Dio come un padre che subdolamente tende agguati ai propri figli. Il problema è che “tradurre” sia sinonimo di “interpretare”, mentre si tratta di due azioni complementari, ma distinte. “Tradurre” significa rendere un testo il più fedelmente possibile in un’altra lingua. L’interpretazione di un testo spetta agli esegeti, non ai traduttori. Per un’interpretazione sicura, si può fare riferimento al Catechismo della Chiesa Cattolica, che dedica alla preghiera del Signore la sezione seconda della parte quarta. La spiegazione della sesta domanda si trova ai nn. 2846-2849, dove si dice molto responsabilmente: «Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile».

L'Istruzione Liturgiam Authenticam (LA) richiede che le traduzioni siano fatte “direttamente dai testi originali cioè dal latino, per quanto attiene a testi liturgici di composizione ecclesiastica, dall'ebraico, aramaico o greco, se è il caso, quando si tratta di testi delle sacre Scritture. Allo stesso modo nel preparare le traduzioni dei libri sacri per l'uso liturgico, normalmente ci si riferisca al testo della Neo-Volgata […] per conservare la tradizione esegetica che è propria della liturgia latina”. Tuttavia, l'espressione “agli uomini di buona volontà” è ormai entrata nell’uso comune. Sarebbe stato opportuno quindi porre maggior attenzione al n. 40 di LA: “nel rispetto dei postulati di una sana esegesi, si ponga ogni cura per mantenere la formulazione dei passi biblici comunemente usata nella catechesi e nelle orazioni della devozione popolare”.

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