A partire dal 29 novembre 2020, prima domenica di Avvento, è entrata ufficialmente nella liturgia italiana la nuova edizione della preghiera del Padre Nostro. Questa revisione, fortemente voluta da Papa Francesco, ha introdotto un cambiamento significativo nel versetto tradizionalmente recitato come "non indurci in tentazione", che è stato sostituito con "non abbandonarci alla tentazione". Tale modifica, approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, mira a chiarire il significato teologico della preghiera, evitando ambiguità che potevano suggerire un ruolo di Dio nell'istigare al male.

La Nuova Formulazione e il Contesto Liturgico
La preghiera del Padre Nostro, recitata universalmente dai fedeli cattolici, ha visto l'introduzione della nuova formula dopo un lungo iter. La Conferenza Episcopale Italiana, nel corso dell'Assemblea generale straordinaria tenutasi dal 12 al 15 novembre 2018, ha approvato la terza edizione italiana del Messale Romano, che include questa e altre modifiche. Il processo di adozione nella liturgia è stato completato il 29 novembre 2020, come annunciato in precedenza da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti e Vasto e teologo influente in Vaticano.
Origini della Modifica: Evitare Ambiguità Teologiche
La motivazione principale del cambiamento si radica in una preoccupazione esegetica antica. Nel testo greco dei Vangeli, la richiesta a Dio è espressa con l'espressione μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν (Mt 6,13; Lc 11,4), resa in latino come ne nos inducas in tentationem. Il verbo greco eisphérō significa "portare dentro, condurre in", e il sostantivo peirasmos può indicare tanto la tentazione quanto la prova.
La traduzione precedente, "non ci indurre in tentazione", poteva essere interpretata come se Dio fosse in qualche modo responsabile di condurre le persone verso la tentazione o il peccato. Questo, tuttavia, è teologicamente problematico, poiché non è coerente con la natura di Dio come fonte di bene e guida verso il bene. Papa Francesco, in un'intervista a TV2000, aveva spiegato: «Un padre non fa questo, non spinge il figlio alla tentazione».
La nuova traduzione "non abbandonarci alla tentazione" è stata scelta per esprimere meglio il significato del testo originale, ovvero chiedere a Dio di non permettere che la tentazione ci sopraffaccia e di non lasciarci soli di fronte alle prove. Questo riflette una comprensione più chiara del fatto che Dio sostiene i fedeli nelle difficoltà e dà loro la forza per resistere alle tentazioni.

Altre Modifiche Liturgiche
Oltre al Padre Nostro, la riforma liturgica ha introdotto altre variazioni:
- Nel testo del Gloria, al posto di "pace in terra agli uomini di buona volontà" si recita ora "pace in terra agli uomini, amati dal Signore". Questa formulazione è più conforme al testo greco dell'evangelista Luca (eudokìa indica l'amore benevolo di Dio, non la buona volontà dell'essere umano).
- Nell'Atto penitenziale, la formula "Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli..." è stata ampliata con l'aggiunta di "e sorelle", diventando "Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle...".
Il Dibattito Teologico sulle Traduzioni
Le modifiche, in particolare quella del Padre Nostro, hanno generato un acceso dibattito teologico, evidenziando diverse sensibilità e interpretazioni della Scrittura e della fede.
Le Tesi a Sostegno del Concetto di "Prova" Divina
Una delle principali obiezioni alla nuova traduzione riguarda il significato di "indurre in tentazione". Nella tradizione biblica e patristica, esso non equivale a "indurre al male", ma può significare "condurre in una situazione di prova in cui è necessario scegliere tra il bene e il male". Questo è lo spazio drammatico e fecondo del libero arbitrio, attraverso il quale Dio si manifesta e si realizza la dignità dell’uomo.
- Il libro dell'Esodo racconta che «Dio mise alla prova Abramo» (Gen 22,1), e Mosè afferma: «Dio è venuto per mettervi alla prova» (Es 20,20).
- L'episodio delle tentazioni di Cristo nel deserto è ancora più esplicito: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). Qui, il condurre nella prova è opera dello Spirito stesso e, attraverso lo Spirito, del Padre, e non può essere interpretato come un atto ostile.
Numerosi Padri della Chiesa e teologi hanno sostenuto questa interpretazione:
- Origene, nel suo Commento al Padre Nostro, interpretava la domanda non come richiesta di evitare completamente la tentazione, ma di non esserne "sopraffatti", sottolineando che la crescita spirituale passa attraverso una scelta interiore.
- Sant'Agostino era convinto che la tentazione non sia eliminabile. La preghiera domanda che essa non diventi caduta. Dio tenta non per sapere della fede del credente, ma per fargli conoscere lo spessore e la consistenza della propria fede.
- San Tommaso d'Aquino, nella Summa Theologiae (II-II, q. 83, a. 9, ad 3), scrive: «Si dice dunque: non ci indurre in tentazione, cioè: non permettere che siamo introdotti in tentazione. Dio infatti tenta per provare; il diavolo invece, per ingannare». Tommaso introduce una distinzione tra tentazione positiva (ad probationem), permessa da Dio per rafforzare la virtù, e negativa (ad deceptionem), opera del demonio.
- Anche Benedetto XVI, nel suo Gesù di Nazaret, afferma: «Quando preghiamo così, chiediamo a Dio di non imporci delle prove che superano le nostre forze… ma, se deve accadere, di darci in ogni caso la forza di resistere».
In definitiva, in questa prospettiva, non si chiede di non essere tentati, ma di non essere introdotti nella tentazione in modo da soccombervi. L'incontro con il male, da cui scaturisce la tentazione, è parte del disegno di Dio, e il suo sostegno è costante.
Critiche e Perplessità sulla Nuova Traduzione
Cambiare la traduzione in «non abbandonarci alla tentazione» implica invece uno spostamento di prospettiva: Dio non “porta” l’uomo nella prova, ma lo protegge dal rimanervi solo. Sebbene sia una formulazione pastoralmente rassicurante, è stata considerata teologicamente problematica da alcuni. Se Dio non può neppure indirettamente indurre alla tentazione, significa che l'origine della prova si trova interamente fuori di Lui, nel potere di Satana o nelle contingenze del mondo.
Le perplessità riguardano sia aspetti linguistici che teologici:
- Matteo Taufer ha evidenziato che la traduzione accettata dalla CEI "non ha la minima giustificabilità filologica entro il greco evangelico, ma è ripresa, infelice, di un’isolata parafrasi semplificante". Egli suggerisce che essa possa assecondare una prospettiva gnostica, distinguendo Cristo dal Padre veterotestamentario, quasi a negare che Dio possa mettere alla prova.
- Aldo Maria Valli ha sottolineato che «Dio certamente permette la tentazione, e non in via straordinaria o marginale, ma come esperienza costante»
L'espressione "non abbandonarci alla tentazione" può lasciare intendere che Dio possa e voglia fare una cosa simile, mentre i credenti sanno che Dio non abbandona mai i suoi figli. Don Giulio Meiattini, monaco benedettino, osserva che "l’oscurità o la difficoltà teologica non è sciolta, ma solo spostata". Un padre che abbandona il figlio nella tentazione non è meno scandaloso di un padre che lo induce. Anzi, se la tentazione dipende da Satana e Dio può abbandonare a una tentazione che proviene da Satana, Dio risulterebbe connivente con la sua azione.
Il Cardinale Gianfranco Ravasi spiega la presenza di interpretazioni contrastanti alla luce della mentalità semitica, che "per evitare di introdurre il dualismo di fronte al bene e al male... cerca di porre tutto sotto il controllo dell’unico Dio, bene e male, grazia e tentazione". Sebbene il male morale sia ricondotto alla libertà umana o a Satana, il monoteismo cristiano afferma che Dio resta Signore anche della prova, pur non essendo mai l'autore del male.

Carlo Maria Martini - Catechesi sul Padre Nostro (1)
Il Processo di Revisione Liturgica
La revisione delle preghiere e dei testi liturgici è un processo lungo e complesso, che avviene ogni volta che viene rivisto il Messale, solitamente ogni 30-50 anni. È un'operazione necessaria perché la lingua e la cultura cambiano, e si rende necessario adeguarsi, pur garantendo la continuità e la fedeltà al messaggio originario. Di questo lavoro si occupa la Conferenza Episcopale Italiana, tramite i vescovi e un team di esperti (teologi, pastori, linguisti) dell'Ufficio liturgico nazionale.
Per l'ultima revisione del Messale Romano, i lavori sono iniziati nel 2004 e sono proseguiti per ben 16 anni, dimostrando la delicatezza e l'impegno richiesti per "toccare" le parole della Bibbia e della liturgia. I vescovi, nell'intento di questa pubblicazione, mirano a contribuire al rinnovamento della comunità ecclesiale nel solco della riforma liturgica, riscoprendo il primato di Dio nella vita della Chiesa e evitando sia il protagonismo individuale che un freddo ritualismo.
Le parole del Padre Nostro custodiscono secoli di interpretazioni che manifestano diverse forme di sensibilità. La discussione su questa frase mostra quanto il linguaggio della Fede sia legato a visioni profonde dell'uomo e di Dio e come una semplice modifica possa aprire questioni che caratterizzano in modo significativo la spiritualità cristiana. È cruciale che qualsiasi traduzione renda chiaro che "indurre in tentazione" - nel senso di sottoporre a prove che costringano all'esercizio del libero arbitrio e che siano prove autentiche della fede - è cosa diversa dal cercare di indurre a fare il male. La vera richiesta è che Dio ci soccorra e ci aiuti a non cadere nella tentazione, riconoscendolo come Signore anche del tempo della prova, senza attribuirgli il ruolo di tentatore maligno.