Per padre Aleksandr Men, il sacerdote ortodosso ucciso il 9 settembre 1990 nei dintorni di casa sua, a Novaja Derevnja, sobborgo di Mosca, vale quel che la scrittrice Flannery O’Connor considerava la differenza tra una persona di spessore e di una mediocre caratura: «Quanto mondo sta nei tuoi occhi». Ancor oggi giganteggia questo prete-teologo, protagonista della resistenza spirituale cristiana all’ateismo sovietico, capace di concepire un Dizionario biblico-teologico scritto per lo più in treno, «il luogo in cui ho vissuto metà della mia vita», spinto ad attraversare la Russia in rotaia per l’impeto di un insaziabile desiderio di testimoniare quel Cristo raggiunto con la fede e conosciuto con una ragione vivida.

Un Gigante Spirituale del Novecento: Chi era Padre Aleksandr Men
Padre Aleksandr Men è ricordato come l’apostolo della sua amata patria nel XX secolo, un uomo che instancabilmente ha annunciato Cristo presente e compagno nel cammino della vita. È stato un punto di riferimento spirituale e culturale per gli ambiti del dissenso sovietico. La sua vita si concluse tragicamente il 9 settembre 1990, quando la scure di un ignoto assassino lo colpì alla nuca sul viottolo che stava percorrendo per andare in parrocchia a celebrare.
Il Percorso di un Sacerdote tra Fede e Persecuzione
Giovinezza e Chiamata Precoce
La sua vocazione sacerdotale gli apparve evidente a 12 anni, quando, ebreo di nascita battezzato negli anni più tremendi delle persecuzioni antireligiose, chiese alla madre come fare per diventare prete. Quella stessa sera, sul cielo di Mosca, vide apparire illuminata una gigantesca immagine di Stalin, che gli apparve come l’incarnazione dell’anticristo. Da allora, all'età di 14 anni, Aleksandr Men’ iniziò a scrivere un libro sulla Persona di Cristo, che lo aveva così profondamente colpito. Aveva imparato che il Mistero era una presenza familiare fin da piccolo, quando la mamma lo portava in una piccola comunità cristiana nelle catacombe, capendo allora che questo Mistero ha assunto un volto umano ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Era innamorato di Cristo, e per lo stesso motivo diceva che non si doveva dare troppa importanza al nemico, poiché Cristo doveva essere preminente a tutto e a tutti.
Formazione e Ministero Pastorale
Impossibilitato a frequentare l’università in quanto di origine ebraica, si laureò al seminario teologico di Leningrado e nel 1960 venne ordinato prete. Sin da subito, nelle parrocchie dove veniva inviato, costituiva gruppi di lettura della Bibbia, un’attività che per anni i segugi del KGB non riuscirono a scoprire. Le spie sovietiche avevano già adocchiato quel giovane studente e vollero, invano, metterlo sotto controllo. Padre Aleksandr nascondeva nella stalla, dentro il carbone, i libri proibiti del premio Nobel Aleksandr Solzenicyn, in modo da non farli scovare dal KGB, impensierito dalle folle che stipavano la chiesa rurale di Novaja Derevnja, un’ora di auto da Mosca, per ascoltarlo. Accettando con serenità tutti gli ostacoli che la legge dello Stato gli metteva davanti - l’impossibilità di iscriversi alla facoltà di filosofia perché ebreo, l’espulsione dall’università alla vigilia della laurea perché ortodosso, la difficoltà ad entrare in seminario, i continui trasferimenti da una parrocchia all’altra, l’impossibilità di predicare - padre Men’ sapeva che questi ostacoli servivano solo a rendere più vera la sua sequela di Cristo dentro ogni realtà, dai grandi eventi storici ai piccoli fatti quotidiani.

Il Pensiero e la Missione: La Fede come Forza Dinamica
L'Annuncio di Cristo e la Resistenza Spirituale
La fama di padre Men si diffuse ben presto come un nuovo manoscritto del samizdat: Solzenicyn iniziò a frequentarlo con regolarità, e il celebre poeta Osip Mandel’štam fu un suo parrocchiano. In molti, a Mosca e non solo, erano avvinti dalla forza del suo argomentare, che sagacemente univa testimonianza di vita - la vedova Natalia lo ricordava come «una persona sempre sorridente e contenta», pur in mezzo alle persecuzioni - profondità di pensiero e chiarezza nell’esprimere la propria fede. Egli predicava instancabilmente Cristo, Lui solo, senza fermarsi a criticare l’oscurità dei tempi. Attraverso i numerosi libri da lui scritti e diffusi nel samizdat sotto pseudonimi, attraverso un'amicizia fedele e tenera, e attraverso le lezioni che negli ultimi anni - il periodo della perestrojka - teneva a ritmo serratissimo ovunque, il suo annuncio ha letteralmente raggiunto tutta l'Unione Sovietica. Padre Men’ sosteneva che Cristo doveva essere posto al centro della vita e non relegato in un angolo.
Una Visione Dinamica del Cristianesimo
Padre Aleksandr aveva una penetrante capacità di giudizio sull’epoca: «Non ci può essere una società ideale, semmai una più giusta. Ma per far questo serve un riordinamento della persona. Qui [nell’URSS] si pensa all’incontrario, invece. Ma per esserci una fraternità ci vuole una Paternità. Se eliminiamo quest’ultima, tutto crolla. E così decade ogni civilizzazione autentica». Per lui, la Chiesa, come comunità spirituale di persone che si uniscono a Cristo, aveva appena iniziato la sua esistenza. Il seme che Cristo ha piantato stava appena iniziando a crescere, e gli era difficile immaginare che tutto questo potesse improvvisamente interrompersi. Nonostante nessuno possa conoscere i disegni di Dio, aveva la sensazione che avessimo davanti una storia lunga almeno quanto quella che abbiamo alle spalle.
Il cristianesimo, secondo Men, è «una freccia puntata verso il futuro», e nel passato ha fatto solo i primi passi. Rifiutava l'idea che il cristianesimo fosse un fenomeno medievale, oramai condannato. «La rivelazione biblica ci offre sin dall’inizio un modello non statico della storia mondiale. La storia mondiale è dinamicità, movimento; l’intero cosmo è movimento, tutto è movimento». Il Regno di Dio, secondo la concezione dell’Antico e del Nuovo Testamento, è il trionfo incipiente della luce e del progetto di Dio fra le tenebre e l’imperfezione del mondo. Padre Aleksandr vedeva il cristianesimo come un compito, un obiettivo, paragonabile al lievito che fa fermentare la pasta o al seme che cresce in un albero. Tutti i miglioramenti che provengono dall’esterno, imposti dall’alto, sembrano contraddire il disegno cosmico, privandoci della nostra dignità umana e rendendoci esseri programmati, privi di libertà.
Il Papa: se ci lasciamo cambiare da Dio non dobbiamo temere l’ignoto
Ecumenismo e Dialogo
Padre Men era un uomo capace di amare, di guardare chiunque incontrasse con una positività carica di interesse e di tenerezza, che sgorgava dalla sua preghiera: «Ti amo, Signore, ti amo più di ogni altra cosa al mondo, poiché tu sei la vera gioia, l’anima mia». La sua apertura ecumenica, insieme alle sue origini ebraiche, suscitava sospetti in certi ambienti ortodossi. Tuttavia, egli fu capace di trovare nuove modalità di annuncio della fede senza farsi condizionare dal regime ateista, e indicò vie efficaci di rinnovamento dell’esperienza cristiana. Le comunità di padre Men erano note per la grande diversità di composizione e provenienza, e apertura alle varie confessioni religiose, proponendo un vero «ecumenismo pratico» e di base senza pretendere di forzare le condizioni istituzionali delle varie Chiese.
Padre Aleksandr Men’ schematizzava il suo pensiero sull'ecumenismo in punti chiave:
- Il problema dell’ecumenismo non è una moda del XX secolo, ma «una esigenza irrinunciabile che si pone a ciascuno di noi», sempre attuale e di vitale importanza.
- L’ecumenismo di Padre Men’ nasce da un profondo amore alla sua Chiesa, al cuore di Cristo che la santifica con il suo amore. Per capire la Chiesa occorre saper pregare, non bisogna mai smettere di bussare alla porta.
- Il peccato dell’uomo non riesce ad eliminare la santità della Chiesa. I peccati non sono prerogativa delle confessioni cristiane, bensì degli uomini. La santità della Chiesa è fondata in Cristo.
- Le divisioni nascono e si rafforzano quando non si parte dal cuore della Chiesa, ma da ciò che non le è essenziale: la cultura, la politica, il rito, la struttura giuridica.
- La fede cristiana è molto più di qualsiasi cultura e va molto più in profondità di qualsiasi tradizione. Questo non deve indurre a cancellare le differenze culturali. «Ogni tentativo di omologare è sbagliato, per il semplice motivo che il cristianesimo deve esprimersi in forme vive. Ogni cultura ha un proprio volto individuale». Il pluralismo non annulla l’unità, anzi la rende più urgente.
- La tradizione diventa arido tradizionalismo e il progresso aperturismo mondano quando manca «uno scheletro», cioè una fede robusta. Le radici sono belle ma possono essere pericolose se impediscono di accogliere Cristo; non si tratta di sradicarle, ma di alimentare la fede perché possa essere creativa.
Anche con i musulmani era disposto ad un confronto partendo dalla fede comune in un unico Dio. «Non di rado», ripeteva, «la fede diventa una scusa per nascondere piani che non hanno nulla a che fare con la religione. La fede autentica si giudica dalle sue vette più alte». Il dialogo per lui era missione prima di essere un tentativo di accordo, non propaganda né disquisizione intellettuale, ma sapeva parlare alla mente interessando il cuore, secondo la migliore tradizione ortodossa.
Persecuzione e Martirio: L'Ombra del Regime e l'Assassinio Irrisolto
Anni Difficili e Minacce
Negli anni ’80, forse i più duri della sua vita, padre Men era convocato quasi quotidianamente alla Lubjanka, quartier generale del KGB. Oltre a ciò, accoglieva ogni giorno un flusso incessante di persone, guidava il moltiplicarsi di comunità di laici che seguivano il suo metodo educativo e scriveva clandestinamente libri per divulgare il cristianesimo. Questo suo modo d’essere lo rendeva estremamente temibile agli occhi del regime, anche se lui non si esprimeva mai in merito a questioni politiche. La sua parresìa cristiana, la notorietà che stava acquisendo in Occidente, l’attrattiva esercitata sui giovani, la fama che avvolgeva il suo pensiero (il suo amato Dizionario biblico-teologico stava pian piano arrivando al termine), lo rendevano nemico del potere. Nonostante tutto, nessun compromesso con la falsità: la valigetta con l’indispensabile in caso di arresto era sempre pronta. Ogni notte poteva essere quella buona per il KGB.
Nel 1986, col comunismo al crepuscolo, comparve su un giornale ufficiale un articolo che denigrava la figura di padre Men. Anche un mese prima della sua morte, padre Aleksandr si trovava a Seriate, ospite abituale di Russia Cristiana. Il giorno della partenza, lasciando i suoi amici, uscì inaspettatamente con parole che li colpirono: «Non ci vedremo più…Sento che il Signore mi chiama». Era nel pieno delle forze, missionario instancabile ed affascinante, l'uomo fatto "su misura" per ridestare la fede in Russia.
L'Omicidio Irrisolto del 9 Settembre 1990
Il 9 settembre 1990, il sacerdote ortodosso p. Aleksandr Men' fu ucciso all’età di 55 anni da sconosciuti mentre si recava nella sua parrocchia vicino a Mosca, colpito alla testa con un’ascia a pochi passi da casa. La borsa del suo Dizionario sparì insieme a quei sicari senza volto. A 32 anni dall’omicidio di una delle personalità ortodosse del recente passato più conosciute in Occidente resta buio fitto sulla sua sorte. Nel corso degli anni ben 15 persone si sono autoaccusate, ma gli inquirenti le hanno sempre riconosciute non coinvolte. Il figlio Mikhail (in quanto pope ortodosso Men era sposato) nel 2010 sottolineò: «Sono passati troppi anni e alcuni dei testimoni sono anche morti, non ci sono molte speranze che il caso venga risolto». Ancora oggi, l'agenzia russa Ria Novosti riassume gli indiziati per l’omicidio di padre Men in queste categorie: «Nazionalisti avversari della Chiesa, ex agenti del Kgb, alcolisti». L'assassino è rimasto tutt'ora ignoto. Otto persone si sono presentate spontaneamente alla polizia dichiarandosi autori manuali del delitto, ma non riuscirono a dimostrare la loro colpevolezza.

Eredità e Riconoscimento: Un'Ispirazione Viva
L'Influenza Duratura
Oggi tante istituzioni culturali e religiose sono animate da discepoli di padre Men e dei loro discendenti. Mikhail Men, figlio del protoierej, è un uomo politico molto noto in Russia, mentre il fratello del sacerdote, Pavel Men, presiede il fondo umanitario a nome di padre Aleksandr ed è uno dei punti di riferimento delle comunità da lui fondate negli anni ’60 e ’70. Molti sono i seguaci e gli amici di padre Men anche al di fuori della Russia, su tutti il professore di scienze politiche a Parigi Yves Hamant, che diffuse in tutto il mondo le opere del grande predicatore russo. Il metropolita Kirill di Smolensk scrisse di lui: «Il padre Aleksandr Men’ fu un missionario che ha portato a Cristo molti suoi connazionali, facendo superare nelle loro anime il mito del contrasto fra scienza e fede, religione e cultura».
La memoria di padre Men è ancora oggi di ispirazione per moltissime persone e comunità in Russia e in tanti Paesi. Il suo assassinio impedì la formazione di un movimento unitario di rinnovamento nella vita della Chiesa russa, connettendo i tanti gruppi che nella clandestinità dei tempi di persecuzione erano necessariamente molto chiusi e prudenti.
Il Messaggio di Speranza e la Sua Spiritualità
Padre Aleksandr Men’ era un gigante di fede, convinto che «la pietas ad omnia utilis est», che la fede è ingrediente sostanziale di tutti gli aspetti della vita. Il detto evangelico «rinnega te stesso», per lui, non significa distruggere se stessi, ma aprirsi ad un amore più grande che renderà più felici, partecipando fin da questa terra alla vita del cielo. Si chiedeva sempre come non amare il mistero della vita, e per lui anche la morte non poteva far paura, perché «in Dio ci sono soltanto uomini vivi». Amava ripetere il motto: «Ora et labora et noli contristari». Sapeva affascinare sia i giovani che i vecchi, gli intellettuali come la semplice gente del popolo, perché per lui, nonostante tutto, la vita era affascinante. Non costringeva nessuno, si limitava a proporre la gioia e la bellezza della vita cristiana.
Due anni prima della caduta del comunismo, padre Aleksandr Men’ predisse: «Il comunismo sta per cadere. Culturalmente è morto. L’esperienza gli è stata fatale. La cultura di quelli che la pensano diversamente ha vinto». Come aveva scritto padre Men: «Senza Cristo la morte è odiata, in Cristo la morte è liberazione dal peccato e passaggio alla vita eterna». Il suo martirio non ha interrotto la sua missione, e la sua capacità di infondere il «buon profumo di Cristo» nelle lande infestate dall’anti-religione di Stato continua a risplendere. La sua grande umanità si alimentava nella fede, e una grande fede si incarnava in una umanità affascinante. «Cristo ci obbliga a sentire Dio vicino», Colui che è presente in ogni luogo ed ogni cosa porta a compimento, come prega la Divina Liturgia bizantina.