La Spiegazione del Padre Nostro secondo Padre Giuseppe Barzaghi e il Rapporto Fede-Religione

Le dispute teologiche e le interpretazioni delle preghiere fondamentali della tradizione cristiana sono da sempre oggetto di profonda riflessione. Un punto di particolare interesse, spesso al centro di dibattiti, riguarda la corretta esegesi della frase "non ci indurre in tentazione" del Padre Nostro. Padre Giuseppe Barzaghi, sacerdote domenicano, offre una prospettiva illuminante su questo e altri temi cruciali, distinguendo nettamente tra fede e religione e approfondendo la natura stessa del cristianesimo.

Padre Giuseppe Barzaghi tiene una lezione

Fede vs. Religione: Una Distinzione Fondamentale

Il Cristianesimo non è una Religione?

Secondo Padre Barzaghi, una delle confusioni più gravi risiede nel sovrapporre i concetti di religione e fede. Egli osserva che la religiosità, spinta al massimo, può degenerare in superstizione, mentre la fede, al minimo, può ridursi alla paura dell'inferno, anch'essa una forma di superstizione. Per Padre Barzaghi, questa non è l'essenza del cristianesimo. Affermare che "il cristianesimo è la vera religione" gli provoca nervosismo, poiché implica l'esistenza di molte religioni in competizione, ponendo il cristianesimo in un contesto di primato e esclusione. In realtà, il cristianesimo, a suo dire, "non centra niente con la religione".

La religione, nella sua accezione tradizionale, è definita come "l'uomo che si lega a Dio rendendo a Dio il culto che gli è dovuto". Il cristianesimo, invece, propone una prospettiva rovesciata: non è l'uomo che deve legarsi a Dio, ma è Dio che ha assunto la natura umana, è Dio che si lega all'uomo. Questa inversione di prospettiva è cruciale.

L'Inclusività del Cristianesimo

Le religioni, come l'islam o l'ebraismo, presentano un aspetto di visibilità e di atteggiamento cultuale che è esclusivo. Per un musulmano, chi non è musulmano è un infedele; per un ebreo, chi non è ebreo non fa parte del popolo eletto. Il cristianesimo, al contrario, afferma che una persona non battezzata e che non ha mai ricevuto il messaggio cristiano per cause non imputabili, non è destinata all'inferno. Padre Barzaghi si chiede: "Dio è forse legato ai sacramenti?". La risposta è negativa: "Dio la grazia la può dare a chi vuole".

Pertanto, chi non è stato battezzato e non ha mai conosciuto il messaggio cristiano per sua colpa, "può essere cristiano, anche se apertamente mussulmano, anche se apertamente buddhista, anche se apertamente ebreo". Questo perché il cristianesimo non si risolve nell'atteggiamento religioso, ma è partecipazione della vita divina con la grazia santificante. La confusione tra fede e religione porta a interpretare la fede in modo fantasioso e spettacolare, un errore grave che genera distorsioni.

Quando non si riesce a calibrare teologicamente le idee del cristianesimo, si corre il rischio di confondere la fede con la religione, e questo può portare alla creazione di sette, dove il cristianesimo stesso verrebbe "tagliato su misura".

Il Culto e il Sacrificio Interiore

La religione, come parte potenziale della virtù cardinale della giustizia, ci spinge a tributare a Dio il culto che gli è dovuto. Il culto, inteso come l'insieme delle azioni esterne coordinate nella liturgia, è un livello simbolico che esprime un atteggiamento interiore. Abbiamo ricevuto da Dio il nostro essere creaturale, e per giustizia dovremmo restituirglielo. Tuttavia, restituire l'essere creaturale significa annichilirsi, un atto possibile solo a Dio. Per questo, si ricorre a una restituzione simbolica.

I sacrifici esterni, con l'offerta e la distruzione di beni dedicati a Dio, rimandano al sacrificio interno, all'oblazione interiore che sola li può sostenere. L'oblazione interiore abbraccia l'intera esistenza, con il suo tessuto di interessi, energie, passioni, rischi e fatiche. Il sacrificio esterno, invece, si colloca in un ambito specifico e delimitato, quello religioso, e non copre tutta la vita. Anzi, l'eccesso di religione può portare alla superstizione, creando fratture morali nella coscienza.

Al contrario, l'oblazione o sacrificio interiore è "l'in sé" della vita, non può dissociarla o alienarla. La fede soprannaturale, teologale, ha più la fisionomia del sacrificio interiore, un sacrificio della mente che immerge l'intera vita dell'uomo nel mistero di Dio. In essa, la distinzione tra sacro e profano scompare, poiché la vita non ammette confini, e il soprannaturale investe e penetra tutta l'esistenza umana.

SCIENZA e FEDE: chi ha ragione?

La Verità e la Scienza nella Teologia

Cos'è la Verità?

Padre Barzaghi riprende la definizione di San Tommaso d'Aquino: "la verità è adeguazione dell'intelletto e della realtà". Questa definizione, dalla verità logica (adeguazione dell'intelletto alla cosa) a quella ontologica (adeguazione della cosa all'intelletto), rivela un "pareggio originario" tra intelletto e realtà. Quando si parla di realtà, si parla inevitabilmente dell'intelligenza che se ne ha; quando si parla di intelligenza, questa è sempre l'intelligenza di qualcosa.

Questa è l'originaria dimensione che nella filosofia di San Tommaso si chiama intenzionalità: il conoscente e il conosciuto nell'atto di conoscere sono la stessa cosa, sono il conoscere. All'interno di questo atto, il soggetto possiede un duplice criterio di verifica: la spiegazione e l'elemento scientifico. La spiegazione può essere valida, ma non necessariamente l'unica. Il livello scientifico, invece, dimostra che una spiegazione non solo è buona, ma ottima e l'unica possibile, mostrando l'assurdità di ogni opposizione.

Barzaghi critica l'accettazione acritica delle affermazioni della scienza moderna, in particolare quella sperimentale, che è ipotetico-deduttiva e suppositiva, quindi non incontrovertibile. La scienza è provata "non quando è probabile, ma solo quando una tesi risulta essere incontrovertibile!".

La Teologia come Scienza

Padre Barzaghi afferma con decisione che la teologia è una scienza. San Tommaso stesso, negli Analitici Secondi di Aristotele, applica il suo argomentare alla "sacra doctrina" (la teologia), chiedendosi "Utrum sacra doctrina sit scientia e sit una scientia". Per scienza si intende una "conoscenza certa di un enunciato", ovvero "cognitio certa per causas".

In teologia, il criterio fondativo non è ultimo, poiché il fondamento ultimo è la fede. La teologia è scienza perché ha un carattere sillogistico, non dimostrativo, ma presuppositivo. Non dimostra il contenuto di fede, bensì lo spiega per comprendere "cosa si crede" e perché si continui a crederlo. È un'opera congiunta di fede e ragione: opus fidei et rationis.

Il problema attuale, secondo Barzaghi, è che la teologia viene spesso identificata con la teologia positiva, ridotta all'esegesi, il cui scopo è ricostruire, non interpretare, il testo. Questo approccio, ironicamente, "sembra che il compito degli attuali esegeti sia quello di far perdere la fede!". Ciò che manca è la "dottrinetta", ovvero una teologia sintetizzata e compendiata che permetta alla gente di capire in cosa crede. Chi segue la dottrina diventa dotto, perché il contenuto di fede implica il contenuto di ragione.

Tavola di discussione teologica

Il Tomismo Anagogico di Padre Barzaghi e la Centralità di Cristo

L'idea fondamentale del "tomismo anagogico" di Padre Barzaghi è nata dall'iniziativa del cardinal Giacomo Biffi, che aveva istituito una scuola di anagogia. L'anagogia, che permette di scoprire nella "lettera" delle Sacre Scritture la presenza di realtà eterne, è diventata chiave per Biffi e per il suo commento all'inno cristologico di Colossesi. Qui si afferma che per mezzo di Gesù, e in vista di lui, tutte le cose sono create e tutte sussistono in lui. Il problema, però, sorgeva nel pensare che il pronome si riferisse a Cristo in quanto uomo, non a Cristo in quanto Verbo, sollevando la questione di come l'umanità di Cristo potesse presiedere all'atto creatore.

Per fondare metafisicamente questo discorso, Padre Barzaghi ha attinto il termine scolastico sub specie aeternitatis. Assumendo la prospettiva dell'eternità, il problema si risolve, perché significa considerare la questione "ex parte Dei", dal punto di vista di Dio. "La rivelazione è Dio che parla, non siamo noi che facciamo gli opinionisti". Se è Dio che parla, si rivela dal punto di vista dell'eternità, e da questa prospettiva non esiste il problema del "prima" e del "poi". Dio, conoscendo la propria essenza, conosce tutte le realizzazioni similitudinarie di questa essenza, che sono le creature. Questa conoscenza di una pluralità implica un ordine e un criterio, espresso nell'espressione paolina del "disegno", che non impone la temporalità in Dio.

Questa idea è in linea con la Redemptor Hominis di Giovanni Paolo II, dove si afferma che Gesù Cristo è "centro del cosmo e della storia". La sua dimensione fondativa, in quanto centro del cosmo, lo rende un discrimine anche rispetto agli avvenimenti storici, poiché il centro del cosmo può essere considerato dal punto di vista dell'eternità. Questo ha permesso a Barzaghi di espandere alcune tesi di San Tommaso, dando vita al suo tomismo anagogico.

Gesù cammina sulle acque

L'Interpretazione del Padre Nostro: "Non ci indurre in tentazione"

La questione della traduzione di "non ci indurre in tentazione" nel Padre Nostro è stata oggetto di recente revisione, trasformandosi in "non abbandonarci alla tentazione". Monsignor Nicola Bux, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha chiarito che l'interpretazione corretta è: "non ci mettere alla prova". La parola "tentazione" deve essere intesa come "test", ovvero non mettere alla prova la nostra fede. Questo significa che la frase non deve essere interpretata come un'implorazione a Dio affinché non ci spinga al peccato, il che sarebbe contraddittorio.

Il prof. Sabino Paciolla, pur non essendo un teologo, ha espresso alcune considerazioni sul piano linguistico e traduttologico, sottolineando che, sebbene le traduzioni possano cambiare nel tempo, esse devono rimanere fedeli al testo originale e non trasformarsi in parafrasi. Nel caso del Padre Nostro, il testo di riferimento è il greco del Nuovo Testamento. Il verbo greco "εἰσενέγκηῃς" (eisphérō) significa chiaramente "portare dentro" o "portare verso", come confermato da vocabolari e testi dell'epoca. La traduzione della Vulgata, "inducas", è quindi corretta.

Sul sostantivo "πειρασμόν" (peirasmón), che significa "prova", la traduzione della Vulgata "temptatio" è anch'essa corretta. Tuttavia, nella tradizione italiana, la parola "tentazione" ha acquisito incrostazioni moralistiche che l'hanno allontanata dal suo valore primitivo di "prova, esperimento". Una traduzione alternativa che mantenesse il significato originale sarebbe stata "introdurci alla prova, metterci alla prova". La spiegazione di Padre Barzaghi, unita a quella di Mons. Bux e del prof. Mareno Morani, è stata molto apprezzata per la sua chiarezza e profondità.

SCIENZA e FEDE: chi ha ragione?

Il Ruolo del Maestro e la Ricerca della Profondità

Padre Barzaghi sottolinea l'importanza del maestro nel processo di conoscenza. Un maestro non è semplicemente ben informato, ma "lo sa e te lo fa capire in un colpo quasi intuitivo". Questa maestria nel cogliere le cose affascinanti non proviene solo dall'istruzione scolastica, ma spesso dalla dimensione familiare. Barzaghi ricorda come suo padre lo invitasse a "guardare gli occhi" delle persone, un gesto che rivelava la profondità dell'anima.

Lo sguardo è profondità, ma questa profondità dipende da un "addomesticamento". Per guardare veramente, occorre lasciarsi addomesticare da ciò che si guarda, altrimenti si proietta su di esso ciò che si vuole vedere, e non ciò che è realmente. Solo chi è "domestico" ha dimestichezza. Il "teoreta" (da theorein, guardare) ha uno sguardo accurato, raffinato e attento, che protegge e custodisce la profondità, sublimandosi nella "commozione contemplativa del 'senza perché'".

tags: #padre #giuseppe #barzaghi #padre #nostro