Al cuore del libro del Qohelet (o Ecclesiaste) troviamo una delle pagine più belle e conosciute della Bibbia: il capitolo terzo, in particolare i versetti 1-11. Questo brano, un vero e proprio capolavoro letterario, offre un quadro di sconcertante semplicità che, con pennellate parallele di azioni contrapposte, colora le cose che normalmente riempiono la vita umana. Il suo orizzonte è profondamente biblico e sapienziale, rivelando l'ordine e la legge impressa dal Creatore nella natura e nelle azioni dell'uomo.
Il Brano Fondamentale: "Un Tempo per Ogni Cosa" (Qo 3,1-8)
Il testo centrale, una litania sul tempo, è uno dei brani più gettonati nei discorsi e nella letteratura, talvolta con aggiunte non sempre appropriate. Ecco il testo che descrive l'essenza dell'esistenza umana:
Testo del brano (Qo 3,1-8):
- Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
- C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
- Un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire.
- Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
- Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
- Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via.
- Un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare.
- Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Questo elenco non è un catalogo di opere morali o precetti da osservare, ma piuttosto una semplice descrizione delle diverse azioni che le persone compiono o possono compiere nell'arco della vita. Qohelet è un autore che osserva il vivere umano a occhio nudo, filmandolo sulla pellicola dell'esistenza senza tradire alcun giudizio, approvazione o disapprovazione su ciò che vede accadere ogni giorno sotto il sole.
La vita è, dunque, una serie di occasioni momentanee di fare e di disfare, di amare e di odiare, di tacere e di parlare, di nascere e di morire. Tutto scorre, come direbbe Eraclito, ma niente avviene senza una decisione. Il lettore percepisce in questa tavola delle vicende umane la pazienza del tempo. Non dobbiamo preoccuparci se oggi viviamo nel pianto, perché domani potremmo essere nel riso. La vita è intessuta di esperienze molteplici, di momenti differenti, di avvicendamenti, di stagioni che ruotano e di profumi che cambiano. Nulla resta per sempre e ciò che oggi sembra remoto e impossibile, domani sarà realtà. Non c’è da farsi fretta, poiché nel tempo tutto arriva e ogni cosa muta. La vita è fatta di relazioni che generano pianto e riso, abbracci e distanze, amore e odio, ricerca e perdita. Questa estensione della vita, lungi dall’apparire un mero spettacolo sospinto da una cieca fatalità, rivela la sua istanza sacra nel suo tessuto variegato. C’è una solennità misteriosa che emerge dalle note duettate del nascere e del morire, del fare lutto e del danzare, del togliere la vita e dell'impiegare ogni cura per salvarla. Questo freddo elenco di sinonimi e contrari, che potrebbe sembrare cinico, è viceversa una silente meraviglia di tutto ciò che capita ai vivi. Il nostro cuore resta attonito e pensante dinanzi al teatro sublime e tremendum che è il dipanarsi della parabola esistenziale, ma anche fiducioso.

Vivere il Momento Presente: Una Sfida Spirituale e Filosofica
C'è tempo per ogni cosa e, quindi, l'invito è a vivere appieno il momento. Nel riso si deve vivere tutta la gioia possibile, nel pianto cogliere la goccia preziosa delle lacrime. Nella ricerca bisogna mettere ogni curiositas, e nella perdita approfittare per liberarsi dalle zavorre del passato e prepararsi ad accogliere aurore nuove. Nel tempo dello strappo, si può gridare e ribellarsi alle lacerazioni, sapendo che giungerà il giorno per ricucire i pezzi e che il filo dell’unione sarà allora indisgiungibile. Il tono della tavola poetica qoeletiana non appare fatalmente disilluso e meccanico, senza un esito sensato a nessuna stagione della vita, né tantomeno alla vita tutta intera. Al contrario, può inneggiare alla bellezza e alla libertà che, in ogni attimo, si apre per ciascuno di noi come opportunità.
L’invito dell’autore è esplicito e saggio: "tu cerca, in ogni modo, di essere felice". Questo è un dono di Dio: il cuore pieno e gioioso nelle situazioni più ordinarie della vita umana. Ma come riuscirci? Come si può trovare il momento opportuno per essere felici, facendo la cosa giusta nel kairòs, nel “tempo giusto”? Questa è l’arte difficilissima, ma indispensabile, del vivere. Occorre trovare il “verso giusto” alla propria esistenza, in ogni età della vita, con un'attività di discernimento costante fino alla fine.
L'Esempio di Gesù e la Fuga dal Passato e dal Futuro
In tutto il nostro correre viviamo una grande tentazione: quella di tentare di avere sempre tempo per ogni cosa, ma non avere mai tempo per Dio. Una risposta a questo dilemma, semplice ed efficace, ci viene offerta da Colui che ogni tempo ha vissuto in pienezza, senza risparmiarsi, dall'inizio alla fine: Gesù. Seguito dalle folle bisognose di pane, di salute, della parola e dell'affetto, Gesù si prende del tempo: si ritira in un luogo solitario a pregare. Questo verbo, “pregare”, non appare nella serie di Qohelet, eppure è un elemento cruciale per accogliere il significato del tempo. La meditazione ci invita: "Attirami, Signore, in un luogo solitario, insegnami a pregare, insegnami a scorgere nel tempo il tuo passaggio e la tua mano che mi sostiene nel compiere il mio dovere!"
Il Signore Gesù ha bisogno di un «luogo solitario» dove metabolizzare in modo profondo e assolutamente nuovo la realtà che sta diventando per gli altri. Le parole atterrite di Erode: «Giovanni è risorto dai morti» (Lc 9,7) sembrano trasformarsi nel cuore e nell’orante meditazione di Gesù fino a diventare una sorta di strada da percorrere. Sembra che il Signore si conformi in tutto alla sapienza del Qoèlet e ripercorra - non nella forma del passato, ma in quella del futuro - ognuno dei passi che lo attende con una passione e una dedizione assolute. Se è vero che «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo», questo diventa vero nella misura in cui sappiamo accogliere il mistero della nostra vita e ne accettiamo i tempi, i modi, gli incidenti, i fallimenti come pure le gioie e i successi.
Gesù stesso invita a non affannarsi, come espresso nel Vangelo di Matteo (6,25-34):
“Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini.”
Molta della sofferenza che ci infliggiamo è legata al fatto che non vogliamo vivere il momento presente. Preferiamo tormentarci nel passato oppure avere timore per il futuro, ma sfuggiamo in questo modo l’unico momento vero che ci è dato vivere, legato al nostro oggi, al qui ed ora. Ieri non esiste più, è passato e non torna; domani, chi lo può prevedere veramente? Il libro del Qoelet ci mette in una giusta prospettiva: “Per ogni cosa c’è il suo momento”.

Il Contributo di Filosofi e Santi sul "Qui e Ora"
L'importanza del presente è stata intuita e sviluppata anche da grandi pensatori. Nel Capitolo XI delle sue Confessioni, Sant’Agostino impostò come problema filosofico l'esistenza dei tempi: "Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa." Ci esprimiamo inesattamente, proprio perché ci schiacciamo fra passato e futuro, che non sono in nostro potere. L’unico potere lo abbiamo sull’oggi.
Anche Seneca aveva intuito l'importanza di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo: "Moriamo ogni giorno: ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce." Questo sano principio era ben conosciuto e praticato in ambito ecclesiastico: nelle sacrestie si leggeva: "Sacerdote di Gesù Cristo, celebra questa Santa Messa, come se fosse la tua prima Messa, l’ultima Messa e l’unica Messa."
Tra i grandi santi, Santa Teresa di Lisieux espresse questo concetto in una sua poesia: "La mia vita, o Signore, è un istante che passa... Tu lo sai, mio Dio, che per amarti sulla terra, non ho altro che l’oggi." Anche la spiritualità contemporanea, con figure come Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari, ha recuperato questo concetto: "Vuoi imparare ad amare? ...ama subito nel momento presente. Ed amare significa fare subito, ora, adesso, in questo minuto, la volontà di Dio, non la tua." Vivere bene ciò che Dio vuole nel momento presente è fondamentale, perché "momento accanto a momento fa la vita."
Luciano de Crescenzo. Il tempo.
La Critica di Qohelet alla Mentalità Dominante e la Teoria della Retribuzione
Nella seconda parte del libro, Qohelet continua la sua critica alla mentalità dominante del suo tempo, confutando molti luoghi comuni espressi dai proverbi popolari. Egli contesta soprattutto la teoria della retribuzione che dominava la cultura religiosa. Nonostante gli studiosi siano divisi sull'attribuzione di specifici proverbi, lo stile di Qohelet è sempre graffiante, ironico e profondamente pessimista, o quantomeno realistico.
La sua critica si apre con una serie di paradossi che provocano irritazione, come: "Un buon nome è preferibile all’unguento profumato e il giorno della morte al giorno della nascita. È meglio visitare una casa dove c’è lutto che visitare una casa dove si banchetta, perché quella è la fine d’ogni uomo e chi vive ci deve riflettere. È preferibile la mestizia al riso, perché con un volto triste il cuore diventa migliore. Il cuore dei saggi è in una casa in lutto e il cuore degli stolti in una casa in festa."
Lo scopo di Qohelet è provocare le persone a riflettere sulla mentalità godereccia e spensierata che tenta di nascondere la sofferenza, il limite e la morte, per buttarsi a capofitto nel godere, consumare, ridere e scherzare. Questa mentalità rende le persone superficiali e in continua ricerca di successo mediatico o di denaro facile. Vista in questo modo, la critica di Qohelet non è distruttiva, ma finalizzata a far riflettere per rendere migliore il cuore. Affermare che "con un volto triste il cuore diventa migliore" sottolinea che solo attraverso il dolore le persone maturano e diventano più sagge, senza però esaltare il dolore. Solo chi ha sofferto può capire il valore della gioia, dell’amore, della fede e della solidarietà. Qohelet conclude che è alla fine della vita che si valuta il valore di una persona, non agli inizi.
Avvertimenti e la Mutevolezza della Vita
Qohelet rivolge un avvertimento anche alle persone irascibili, che si lasciano travolgere dalla collera, e fustiga l’atteggiamento di rimpiangere i tempi passati. Riconosce che un buon bagaglio di studi e una buona rendita sono vantaggi, ma avverte che non ci si può cullare all’ombra di tali privilegi, perché tutto è mutevole e incerto. Solo la continua ricerca e l'accettazione della realtà possono dare la forza di superare i momenti difficili. Torna, quindi, la raccomandazione: "godi nei giorni lieti e non disperare nei giorni tristi, perché così è fatta la vita e non si può cambiarla. Ogni giorno porta la sua pena - e insieme la sua gioia - perché c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole."
Paradossi Etici e la Ricerca della Sapienza
Il brano biblico appare a volte come un groviglio inestricabile di affermazioni contraddittorie, come il desiderio di essere sapiente e l'impossibilità di diventarlo, o la constatazione del giusto che va in rovina nonostante la sua giustizia. Qohelet afferma: "Non essere troppo giusto e non mostrarti saggio oltre misura: perché vuoi rovinarti? Non essere troppo malvagio e non essere stolto: perché vuoi morire prima del tempo?". Questo solleva interrogativi profondi: significa forse adeguarsi alla mediocrità o ai compromessi? O aborrisce la ricerca della perfezione, paragonandola alla rovina?
L’ideale a cui si ispira Qohelet è la persona umile, che ha coscienza dei suoi limiti e della complessità della realtà. Saggio è chi sa di non sapere, chi si trattiene dal giudicare gli altri (e se stesso), perché ha capito che il cuore dell’uomo è un mistero insondabile che solo Dio può conoscere e giudicare.
La Controversa Visione sulla Donna
Continuando la sua ricerca della sapienza, Qohelet afferma: "Trovo che amara più della morte è la donna: essa è tutta lacci, una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge, ma chi fallisce ne resta preso. ...un uomo tra mille l’ho trovato, ma una donna fra tutte non l’ho trovata." Queste affermazioni, che oggi possono sembrare estremamente provocatorie e misogine, riflettono una mentalità dominante ai tempi di Qohelet (e ancora in gran parte del mondo), caratterizzata da un maschilismo irrispettoso. Nonostante si ignori a quali esperienze Qohelet si riferisca, la sua visione pessimistica della realtà si manifesta anche in questo stereotipo della donna tentatrice, in contrasto con le figure femminili positive celebrate in altri Libri biblici. Tale misoginia potrebbe nascere dalla paura inconfessata di costruire un rapporto vero e profondo con un "altro diverso da sé."
La Sapienza di Fronte al Potere e all'Ingiustizia Sociale
La riflessione di Qohelet si sposta anche sul comportamento di un consigliere di fronte al re e alle dinamiche del potere. Qohelet si mostra informato sugli intrighi di corte e dimostra di essere un conservatore che non si oppone alle ingiustizie, invitando piuttosto alla sottomissione e all'accettazione della situazione. Egli consiglia prudenza, suggerendo che c'è un tempo per essere consigliere, ma anche un momento in cui è meglio ritirarsi nell'ombra per evitare pericoli. Non basta essere scaltri per sfuggire all’ira di un tiranno crudele, e anche i più smaliziati possono cadere vittime dei loro stessi intrighi.
Osservando come "un uomo domina su un altro per rovinarlo", Qohelet espone l'ingiustizia nel mondo: i malvagi sono spesso onorati, mentre i giusti soccombono. Critica la mancanza di giustizia immediata che riempie i cuori degli uomini di voglia di fare il male, notando che il peccatore, pur commettendo il male cento volte, ha lunga vita. Dà una stoccata decisiva alla teoria della retribuzione, affermando che il principio secondo cui il bene è premiato e il male punito è smentito dalla realtà: spesso il giusto è infelice, mentre il delinquente gode impunito. Conclude che "in questo mondo non c’è giustizia, al di là dei proclami altisonanti delle istituzioni politiche e religiose!"
Di fronte a questa analisi sconfortante della società, Qohelet giunge a fare l’elogio dell’allegria come compensazione alla fatica del vivere e al peso delle ingiustizie impunite: "l’uomo non ha altra felicità sotto il sole che mangiare e bere e stare allegro. Sia questa la sua compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita che Dio gli concede sotto il sole."
Il Dono di Dio e l'Invito a Vivere il Presente (Qo 3,10-15)
Il testo di Qohelet prosegue approfondendo la relazione tra l'uomo, il tempo e l'opera divina:
Testo del brano (Qo 3,10-15):
- Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino.
- Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine.
- Ho capito che per essi non c’è nulla di meglio che godere e procurarsi felicità durante la loro vita;
- e che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio.
- Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché lo si tema.
- Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è avvenuto.
Questo passaggio rivela che l'uomo si affatica in un'occupazione data da Dio. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo e ha posto nel cuore degli uomini la durata dei tempi, sebbene essi non possano comprendere pienamente il piano divino dal principio alla fine. Da ciò deriva la consapevolezza che godere e procurarsi felicità durante la propria vita, mangiando, bevendo e godendo del proprio lavoro, è un dono di Dio. Inoltre, si riconosce che l'opera di Dio dura per sempre, immutabile, e che ciò che accade è già stato e ciò che sarà è già avvenuto.
L'Eredità di Qohelet: L'Interpretazione Patristica
Le otto Omelie su Qohelet di Gregorio di Nissa costituiscono la prima testimonianza del grande interesse dei Padri della Chiesa per questo libro. Gregorio vi legge la confessione del re Salomone e il bilancio della sua vita. Sviluppando il tema della vanità del mondo, sottolineato dal frequente ritornello "Vanità delle vanità, tutto è vanità", Gregorio non invita al disprezzo del mondo, ma esorta piuttosto a scoprire nel mondo un cammino che conduce a Dio, trasformando la percezione della transitorietà in un'opportunità di trascendenza.