La figura di Monsignor Tonino Bello, vescovo di Molfetta, Giovinazzo, Ruvo e Terlizzi, continua a essere un faro di speranza e profezia, unendo radicalità e mitezza, profondità e semplicità. Innamorato della pace e della povertà, ha lasciato un'eredità spirituale e pastorale che risuona ancora oggi, specialmente attraverso le sue omelie e i suoi scritti.
L'Ultimo Incontro e la Preparazione dell'Omelia Crismale
L'ultima volta che il giornalista incontrò il vescovo Tonino Bello fu il 4 aprile 1993, la domenica delle Palme, appena due settimane prima della sua morte. Don Tonino gli chiese di aiutarlo a preparare la sua ultima omelia, quella per la Messa Crismale del Giovedì Santo. Per quell'omelia, il vescovo desiderava indicare "segni di speranza", un colloquio che ispirò il giornalista a concepire un progetto di indagine sui "fatti di Vangelo" nell'Italia contemporanea, tutt'oggi in corso. Don Tonino veniva ricordato come un vescovo raro, radicale e mite, semplice e profondo, innamorato della pace e della povertà, che aveva molto da dire ai giovani. Molti, giudicandolo ingenuo, non lo avevano ascoltato, ma il giornalista esprime la speranza che, con il processo di canonizzazione e la vicinanza a Papa Francesco, possa esserci un più ampio ascolto delle sue parole e dei suoi gesti estremi.
La conoscenza tra i due risaliva a tempo addietro, sia per il lavoro di giornalista sia perché Don Tonino aveva partecipato con affetto ai lutti del giornalista, in particolare alla morte della sua prima sposa, Michela, avvenuta nel novembre del 1990. La nuova sposa del giornalista, Isa, pur non avendo mai incontrato Don Tonino, lo conosceva profondamente attraverso i suoi libri e l'abbonamento alla rivista "Luce e vita".
All'ingresso della residenza, incontrarono il fratello Marcello, ginecologo, che raccomandò di non farlo parlare troppo per non stancarlo. Don Tonino era seduto su una poltrona, accanto al letto, con una coperta sulle gambe. Fu il giornalista a parlare, per permettere al vescovo di tacere. "Ecco la mia nuova sposa, che tu non conosci, ma lei ha letto tutti i tuoi libri", disse il giornalista. Don Tonino rispose subito: "Che straordinario, essere cercati, essere amati da persone che non abbiamo mai visto."
Ricordando persone e fatti, Don Tonino, sapendo il giornalista marchigiano, gli disse: "Tu sei marchigiano: porta sempre con te la carezza del focolare, che è il segno della tua terra." I visitatori arrivavano continuamente; gente che, uscita dalla messa delle Palme, chiedeva del vescovo e saliva a fargli gli auguri di buona Pasqua, portando tante palme e rami d'olivo con le olive ancora appese, usanza tipica di Molfetta per la benedizione. Don Tonino era visibilmente contento, come dimostravano i suoi occhi.
Poi, in un momento di quiete, arrivò la richiesta inaspettata: "Aiutatemi a preparare l'omelia del Giovedì Santo." Don Tonino raccontò di aver sempre tenuto molto all'omelia della messa crismale, ma di non aver mai avuto il tempo di prepararla adeguatamente, finendo per scriverla la notte del mercoledì in cappella. Ora, con le forze che gli venivano meno, doveva pensarci per tempo: "Vorrei partire dall'immagine del torchio delle olive, che le schiaccia ed è tanta sofferenza, ma poi l'olio è un balsamo, un segno di guarigione, di salvezza. Allora c'è questo tormento, la Bosnia, la fame in Africa, il Medio Oriente, tutto questo disorientamento dei giovani qui da noi, ma poi dalla sofferenza, da questa sofferenza e per questa sofferenza viene l'olio della salvezza."
Il giornalista e Isa aggiunsero alcune loro riflessioni, e Don Tonino insistette: "Ho bisogno di segni di speranza per questa omelia, perché viene la Pasqua e non dobbiamo aspettarla nell'abbattimento." Ne parlarono a lungo. Don Tonino li invitò a pranzo, per poter completare l'indagine senza fretta, pur non potendo venire a tavola lui stesso, ma desiderando che mangiassero con i suoi fratelli Marcello e Trifone e le due cognate, che si alternavano nell'assistenza. I familiari si affacciavano preoccupati per quanto Don Tonino stesse parlando, ma lui non sembrava sentire la fatica. Il giornalista gli tenne un braccio, chiedendo se gli facesse male, ma Don Tonino rispose di no e lo interrogò, da giornalista, sui segni dei tempi.
Don Tonino quasi non poteva più scrivere, faticando a dedicare l'ultimo volume che aveva pubblicato, "Maria donna dei nostri giorni" (Edizioni Paoline 1993), a Isa, che ancora non lo possedeva. Scrisse: "Isa, Maria ti sia amica di banco e ti accompagni per cammini scoscesi e pianeggianti, accanto al tuo Luigi." Chiese alla sposa del giornalista di prendere appunti: "Segna 'destino unico dell'umanità', questo è importante." E aggiunse: "I giovani? Dimmi dei giovani tu che sei padre." Il giornalista rispose che i giovani erano più che mai attratti dal denaro, dall'inganno della ricchezza e dall'etica del successo, soprattutto i maschi, e sembravano meno interessati al cambiamento del mondo. Tuttavia, come genitori, vedevano in loro una schiettezza d'animo, una trasparenza e una maggiore libertà da regole e convenzioni, che il giornalista interpretava come un'attesa di una diversa umanità, pur riconoscendo la difficoltà di non deluderli in tale attesa.
Don Tonino chiese ancora: "La Chiesa, i cristiani?" Il giornalista, temendo di dire qualsiasi cosa della Chiesa a un vescovo morente, si appellò a Papa Wojtyla, che scorgeva i segni di una grande primavera cristiana, e osò paragonare questo sentimento del tempo a venire al coraggio di Giovanni XXIII, che negava ascolto ai profeti di sventura e sentiva l'umanità guidata verso "destini superiori e inattesi."
L'omelia dell'ultimo Giovedì Santo di Don Tonino sarebbe stata pubblicata dalla rivista "Il Regno" 10/1993, e Isa e il giornalista piansero nel leggerla, a motivo della parte che avevano avuto nella preparazione. È possibile leggerla nel secondo volume dell'opera omnia (Mezzina 2005 - Molfetta), alle pagine 93ss, sotto il titolo: "Torchio e Spirito. Omelia per la Messa Crismale 1993."

L'Amore Nuziale e la Speranza Cristiana nelle Omelie
L'Omelia per il Matrimonio di Velia e Trifone Bello
In un'omelia per il matrimonio di Velia e Trifone Bello, celebrato il 29 agosto 1970, Don Tonino affrontò il tema dell'amore coniugale con una profondità che andava oltre le convenzioni. Partendo dalle parole di San Paolo: "Le mogli siano soggette ai mariti", Don Tonino spiegò che interpretare questa frase in modo letterale, ignorando il contesto, significa "mutilare ma sovvertire il pensiero di San Paolo." Egli chiarì che il compito di San Paolo è quello di definire il rapporto tra l'uomo e la donna attraverso l'immagine del rapporto di Cristo con la Chiesa. "Che cosa ha fatto Cristo per la Chiesa, cioè per l’umanità, per noi? Si è innamorato perdutamente di lei, l’ha perseguitata col suo immancabile amore, l’ha redenta, l’ha salvata, si è messo al suo servizio, ha chiuso un occhio sulle sue infedeltà." Cristo, per la Chiesa, "non è stato un tiranno... non è stato un padrone, un dominatore, un sovrano, un despota. Non ha surclassato la Chiesa in dominio, ma in amore."
Inoltre, Don Tonino sottolineò che "l’unione dell’uomo con la donna riproduce in miniatura l’unione di Cristo con l’umanità avvenuta nell’incarnazione. Il matrimonio, cioè, è un sacramento, un segno riproduttore. Sicché l’amore di due creature, come voi, viene innestato nell’amore stesso che Dio ha avuto per l’umanità."
Rivolgendosi agli sposi, Don Tonino li ammonì a non cadere nell'errore di credere che l'amore più forte sia quello attuale. "No! Costoro hanno peccato di presunzione. Si sono ritenuti dei 'geni in amore', invece non erano che degli apprendisti, dei dilettanti." Augurò loro che la data del matrimonio rappresentasse "l’inizio di una scalata verso altezze da cui possiate scoprire panorami sempre nuovi e sempre più belli. L’amore autentico, infatti, è una pianta che cresce, non uno sterpo che inaridisce. È una forza che si dilata, non un’energia che si restringe."
La Donna del Vino Nuovo e la Sapienza del Sale
Il Cardinale Marcello Semeraro, nella sua omelia del 16 gennaio 2022, in occasione del decreto di venerabilità di Don Tonino, ha richiamato il suo legame con Molfetta e la Madonna dei Martiri, definita da Don Tonino "donna del vino nuovo", "fautrice così impaziente del cambio, che a Cana di Galilea provocasti anzitempo il più grandioso esodo della storia, obbligando Gesù alle prove generali della Pasqua definitiva, tu resti per noi il simbolo imperituro della giovinezza."
Analizzando il racconto delle nozze di Cana, il Cardinale ha evidenziato come Don Tonino interpretasse l'abbondanza di vino come simbolo delle benedizioni dell'Alleanza divina e della Sapienza di Dio. "Più che “senso”, è meglio dire “sapienza”. Cioè sapore, gusto. Il sale della minestra: quello che manca oggi." Gesù vuole che siamo "sale della terra", e per Don Tonino, "questo orientamento decisivo, di questo intimo significato delle cose, di questo profondo “perché”, oggi sentiamo tutti un incredibile bisogno."
L'estremo saluto di Don Tonino, nell'ultima Messa Crismale a Molfetta l'8 aprile 1993, fu un incoraggiamento vibrante: "Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo, amatelo con tutto il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità di spirito. Poi, amate i poveri. Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà." Qui emergeva l'anima francescana di Don Tonino.

La Consapevolezza della Morte e la Speranza della Resurrezione
Tra le carte della famiglia di Don Tonino Bello è stato ritrovato il testo inedito dell'omelia scritta per i funerali di Raffaele, fratello della cognata Velia, morto giovanissimo in un incidente stradale. Don Tonino scrisse: "Se le parole degli uomini si frantumano in fredde sillabe prive di vigore, le parole di Dio hanno il sovrumano potere di consolare." Egli rifiutava la retorica pagana e si soffermava sulla "tragica realtà di questa bara" e sulla solitudine della madre vedova.
Richiamando l'episodio di Gesù a Nain, Don Tonino sottolineava la compassione di Cristo e il suo potere di ridare la vita: "Non piangere donna. è vero, il dolore ti ha sbarrato più volte la strada... Ma non sciupare le tue lacrime. Se le versi per terra, diventano fango; se le rivolgi al cielo, brillano come perle al sole." E poi la rassicurazione evangelica: "Giovanetto, risorgi!" Gesù afferma: "Io sono la risurrezione e la vita." Per Gesù, la morte "non è che un sonno. Un sonno più profondo del sonno comune e giornaliero. Così profondo che soltanto un amore sovrumano lo rompe."
L'omelia si concludeva con una preghiera corale al Signore: "Per la giovinezza freschissima e promettente di questo tuo servo, per i dolori indicibili della sua agonia, per la nostra sconfinata afflizione, per l'amore che tu hai portato alla tua mamma, la Madonna del Riposo, dona a Raffaele la luce del riposo eterno nel cielo, e a sua madre che resta sola sulla terra, stelo senza fiore, dona la forza di compiere, fino all'ultimo, la tua volontà."
La Spiritualità Profonda e Profetica di Don Tonino
Don Tonino Bello fu "un vescovo che deve morire tra i suoi figli, dove il Signore lo ha collocato." Il Cardinale Semeraro, ricordando il suo ultimo incontro con Don Tonino, lo descrive intento a correggere le bozze di "Maria, donna dei nostri giorni". Don Tonino, come profeta, non prediceva il futuro, ma lo anticipava. Il suo messaggio era un invito a "vivere da innamorati" di Gesù Cristo, un "investimento totale della nostra vita", che implica "conoscenza profonda di lui, dimestichezza con lui, frequenza diuturna nella sua casa, assimilazione del suo pensiero, accoglimento senza sconti delle esigenze più radicali del Vangelo." Era un invito a "muoversi" e "andare fino a Betlemme", perché "da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi dell'onnipotenza di Dio." Egli invitava a cercare Cristo nel "volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra."
La sua spiritualità era intrisa di speranza, un "seme" che è già fiorito e che porta un "lieto annunzio: Dio è sceso su questo mondo disperato." La Pasqua per lui era la "festa dei macigni rotolati", un'occasione per liberarsi dai pesi che ci opprimono.
LA BIOGRAFIA DI DON TONINO BELLO
Preghiere e Invocazioni dello Spirito
Le preghiere di Don Tonino allo Spirito Santo rivelano la sua profonda sensibilità e la sua visione per la Chiesa:
- "Spirito Santo, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all'esilio. Dissipa le nostre paure. Scuotici dall'omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. Donaci la gioia di capire che tu non parli solo dai microfoni delle nostre Chiese. Che nessuno può menar vanto di possederti."
- "Spirito di Pentecoste, ridestaci all'antico mandato di profeti. Dissigilla le nostre labbra, contratte dalle prudenze carnali. Introduci nelle nostre vene il rigetto per ogni compromesso. Trattienici dalle ambiguità. Facci la grazia del voltastomaco per i nostri peccati. Poni il tuo marchio di origine controllata sulle nostre testimonianze. Spalanca i cancelletti dei nostri cenacoli. Aiutaci a vedere i riverberi delle tue fiamme nei processi di purificazione che avvengono in tutti gli angoli della terra. Aprici a fiducie ecumeniche."
- "Spirito di Dio, fa' della tua Chiesa un roveto che arde di amore per gli ultimi. Da' alla tua Chiesa tenerezza e coraggio. Lacrime e sorrisi. Disperdi la cenere dei suoi peccati. E quando, delusa dei suoi amanti, tornerà stanca e pentita a Te, coperta di fango e di polvere dopo tanto camminare, credile se ti chiede perdono. Non la rimproverare."
- "Spirito Santo, dono del Cristo morente, fa' che la Chiesa dimostri di averti ereditato davvero. Trattienila ai piedi di tutte le croci. Quelle dei singoli e quelle dei popoli. Ispirale parole e silenzi, perché sappia dare significato al dolore degli uomini. Rendila protagonista infaticabile di deposizione dal patibolo, perché i corpi schiodati dei sofferenti trovino pace sulle sue ginocchia di madre."
Queste invocazioni riflettono il suo desiderio di una Chiesa autentica, compassionevole e profeticamente impegnata per gli ultimi.
La Croce come Scelta Nuziale e Amore Pervasivo
Il tema della Croce, come espressione dell'amore più profondo, risuona in modo significativo nella spiritualità di Don Tonino. La Croce si ritrova "sulle spalle del Signore", ma anche su quelle dei nostri genitori, del marito o della moglie, del figlio o della figlia, dell'amico o del collega di lavoro. Essa appare "quando si sono incontrati con il limite del nostro amore, con la nostra misericordia improvvisamente camuffata da falsa disponibilità, con la maldicenza, con il giudizio tagliente delle parole, con la critica nascosta nel segreto dei dialoghi fatti alle spalle, con il cinismo di chi vuole cambiare le cose senza carità, con le mani e gli occhi chiusi alla ricerca solo di se stessi."
La Croce può presentarsi come una "telefonata di un imprevisto, di un incidente, di una malattia, di un limite inaspettato e non calcolato." Essa è "necessaria se vogliamo amare sul serio. Rispondere all’amore significa accoglierti volentieri: non c’è amore autentico se sulle spalle non c’è una Croce." Il vero amore richiede di "dire sì a Te o Croce, senza tentennamenti," con una "tenace perseveranza," non voltandosi indietro.
La bellezza della Croce non è un compito da cui ottenere un risultato, perché "nella vita l’amore non è un progetto, non è un piano da consegnare alla fine della vita." Sotto la Croce c'è "un discepolo giovane, l’amato; il più giovane," Giovanni, che ha vissuto un'amicizia "serena e solida, intima e vivace" con Gesù. Questo è il "ritratto dell'uomo del Venerdì Santo": la Croce sulle spalle, ma con il cuore che "pulsa di amicizia con Gesù."
Come scrive Chiara Lubich, "Sulla Croce c’è lo Sposo della nostra anima, Gesù abbandonato, mica si può adesso buttarlo via, bisogna abbracciarlo." Quando si vive la Croce come lo Sposo dell'anima, subentra una pace e una gioia interiore, e il peso del dolore scompare. La Croce è un "albero fecondo." Davanti ad essa, si è invitati a "rinnovare la nostra scelta nuziale" del Battesimo, chiedendo "gioia ed entusiasmo quando vengono a mancarci le risorse." La parrocchia, come le giare di Cana, dovrebbe essere "pronta ad accogliere il vino del sangue crocifisso" e colma "del vino nuovo della testimonianza pulita e perseverante."
