Le omelie dedicate alla solennità di Santa Restituta, patrona di Sora e compatrona della diocesi, pronunciate dal Vescovo Gerardo Antonazzo, richiamano l'attenzione della comunità cristiana sull'urgenza della nuova evangelizzazione. Questo annuncio, rinnovato nello slancio missionario, nello stile e nel metodo, proclama che “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti” (Evangelii gaudium, 164).
La Tradizione della Rosa Rossa e il "Profumo dell'Annuncio"
Al termine della Messa in onore di Santa Restituta, viene tradizionalmente distribuita una rosa rossa. Questa usanza conserva la memoria di un miracolo avvenuto a Sora sulla tomba della Santa. Il Vescovo Girolamo Giovannelli, alla ricerca del corpo della Martire, fece scavare sotto l’altare maggiore dell’antica chiesa a lei dedicata nel centro di Sora. Dopo un’infruttuosa ricerca, la sera del 13 settembre 1683, si decise di richiudere gli scavi il mattino seguente.
Il mattino del 14 settembre 1683, uno scampanio scosse la città: nella notte, una rosa rossa era spuntata dalla tomba ancora interrata della Santa. Le radici della rosa penetravano in un sarcofago di pietra con una croce scolpita. Aprendolo, fu trovato uno scheletro a cui mancava l’omero destro, una reliquia già in venerazione dei fedeli dal 1400 circa. Il confronto della reliquia mancante confermò il ritrovamento atteso. In nome di questa rosa, il Vescovo medita sul “profumo dell’annuncio”, colorato del rosso del martirio. L’annuncio della fede, infatti, espande nel cuore di chiunque crede l’odore soave di Cristo: “Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono” (2Cor 2,15).

Il Cristianesimo di Fronte al Paganesimo Antico e Moderno
L'Esempio di San Paolo e la Corruzione del Mondo Antico
San Paolo dichiara che il cristiano deve spargere con la sua vita il profumo di Cristo all'interno della cultura pagana greco-romana, maleodorante di idolatria, immoralità e violenza. La mentalità pagana, ammonisce l’Apostolo, è intrisa di idolatria: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12, 2).
Il paganesimo dell’Impero Romano rappresentò per i cristiani un nemico peggiore dei barbari. Il Vangelo non riuscì ad arrestare la disgregazione morale, che dalle classi alte, immerse nel lusso e nell’ozio, si estendeva al popolino, inebriato dai giochi sanguinosi del circo. Divorzio, prostituzione maschile e femminile, omosessualità e denatalità erano fenomeni diffusi ovunque. Cartagine, capitale dell’Africa romana, era rinomata come “paradiso” di corruzione e immoralità. L'esortazione biblica risuona oggi come allora: “Non abbiate quindi niente in comune con loro. Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce…Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente.”
Le Sfide del Paganesimo Contemporaneo
Anche oggi, esistono sacche di paganesimo e resistenze diffuse di una cultura secolarizzata, con stili di vita condizionati da una prevalente mentalità scristianizzata e logiche di comportamento antievangelico. La religiosità del culto è spesso staccata dal culto delle opere, e la fede di molti è confusa, difficilmente purificabile, come ricorda San Paolo: “Pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata” (Rm 1,21).
Nella Bibbia, l’individuo non è mai identificato come ateo, ma come credente o idolatra. L’idolo è tutto ciò a cui si affida la propria passione ed energia, aspettandosi in cambio la felicità. Questo principio si può applicare a beni materiali, persone o persino attività come la religione, lo studio, le relazioni, il gioco d'azzardo o i divertimenti notturni. È fondamentale riconoscere che queste cose non possono dare vera vita né felicità, ma al contrario, prosciugano ogni energia.

Intolleranza e Persecuzione dei Cristiani
Il martirio di Santa Restituta è una drammatica testimonianza dell’intolleranza verso il fatto cristiano. L’Impero Romano sviluppò a lungo un sistema di persecuzione e di pesanti restrizioni nei confronti del cristianesimo. Oggi, l’intolleranza verso i cristiani è esercitata in modo violento dal terrorismo islamico, ma anche da molte forze ideologiche massoniche e anticlericali.
Le legislazioni di molti stati europei sono chiaramente orientate in opposizione alle proprie radici cristiane, in un processo strategico di sradicamento della fede dalla coscienza personale e dal vivere sociale. Questo porta alla destrutturazione dei valori che hanno costruito il progresso civile degli Stati europei. L’insofferenza verso la fede si manifesta come ostruzionismo subdolo, dichiarata opposizione ad ogni progetto orientato in senso cristiano, con il tentativo di arginare l’esperienza della fede, condannata a restare un fatto meramente privato, insignificante e irrilevante dal punto di vista socio-culturale. La domanda sorge spontanea: la vita di questa Città, la storia cristiana di questa Chiesa diocesana, saprà valorizzare il sangue dei martiri? Il sacrificio della loro vita potrà anche oggi essere “seme di nuovi cristiani”, come affermava Tertulliano per i primi secoli del cristianesimo?
Il Martirio come Vocazione e Testimonianza di Fede
Il significato del martirio di Santa Restituta è illuminato dal Vangelo odierno, dove Gesù affida agli apostoli i beni spirituali che dovranno animare e sostenere la loro testimonianza, descrivendo anche le avverse condizioni che dovranno affrontare senza deprimersi. La vocazione e la missione dei martiri si riassume nella proposta radicale di Gesù: lasciare tutto e tutti per entrare nella comunità della Via e dedicarsi all’annuncio di un ordine sociale nuovo, anticipo del Regno di Dio.
“Credere senza esitare a ciò che sfugge alla vista materiale e fissare il desiderio là dove non si può arrivare con lo sguardo, è forza di cuori veramente grandi e luce di anime salde” (Leone Magno, Disc. 2 sull’Ascensione). Questa affermazione è una straordinaria riscrittura della Lettera agli Ebrei: “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio” (Eb 11, 1-2).
Santa Restituta, giovane ragazza dall’animo saldo e coraggioso, ci riconsegna la sua verginità consacrata a Cristo nel candore del sangue versato per il suo Sposo. La liturgia della festa patronale non ci coinvolge in smanie ipocrite o bigotte, ma in un serio e serrato confronto con un atto eroico e sacrificale, che provoca la nostra coscienza cristiana: “Io, oggi, di cosa sarei capace per dimostrare l’amore superiore a tutto per il Signore Gesù?”.
Abitare la Città degli Uomini con Discernimento Cristiano
Il martirio di Santa Restituta insegna come abitare anche oggi la Città degli uomini. I martiri sono persone profondamente incarnate nella storia del loro tempo, una storia segnata da velenoso paganesimo e feroci persecuzioni. Il cristiano abita la Città con l’arte del discernimento, virtù del martire e di ogni testimone credibile e coerente con il Vangelo. Il discernimento evangelico insegna come stare nella storia; la sua mancanza porta alla confusione, all’omologazione, al compromesso e alla corruzione morale e spirituale.
Siamo insidiati dalla tentazione di una religiosità che narcotizza la responsabilità del credente di fronte alla storia e alla vita della Città degli uomini; una falsa religiosità che giustifica il disimpegno di fronte ad ambiguità, menzogne, ingiustizie. Il martire non ammette corruzione, da quella sessuale a quella di ricchezze e onori promessi dal potere imperiale. La corruzione è il “peccato sociale” che devasta l’ordinamento comunitario, segnando la decomposizione della coscienza morale e il declino della democrazia. La convivenza nella Città deve essere espressione di un progetto sociale inclusivo, un “Noi” di cittadini cristiani partecipi e responsabili, luogo di incontro e solidarietà, non di violenza o idolatria del potere. Santa Restituta ha amato la Città degli uomini abitandola secondo Dio e il Vangelo di Gesù Cristo, immune da ogni pressione dell’autorità imperiale.

La Lotta Interiore e la Speranza Cristiana
La vita del cristiano è una continua lotta. Il martirio di Santa Restituta consegna il valore di una lotta soprattutto interiore. Sant’Agostino afferma: “Trovandoci dunque nelle prove che a noi procura il mondo, convinciamoci che ogni giorno dobbiamo lottare “fino al sangue contro il peccato” (Eb 12,4), conforme a quell’altro detto: “Combatti fino alla morte per la verità” (Sir 4,33). Tale dev’essere la disposizione interiore del martire, in quanto non è dello spargimento del sangue che Dio si compiace: egli ha molti martiri i quali [rendono testimonianza] nel segreto” (S. Agostino, Discorso 306/E n. 6). È martire chi vince nella lotta interiore per far prevalere l’amore di Dio, sapendo lottare anche di fronte al mondo che vuole uccidere l’anima.
Il martire è un vittorioso. Leone Magno testimonia: “Questa fede non riuscirono ad eliminarla con il loro spavento né le catene, né il carcere, né l’esilio, né la fame o il fuoco, né i morsi delle fiere, né i supplizi più raffinati, escogitati dalla crudeltà dei persecutori. Per questa fede in ogni parte del mondo hanno combattuto fino a versare il sangue, non solo uomini, ma anche donne; non solo fanciulli, ma anche tenere fanciulle”.
Il martirio di Santa Restituta sigilla e mette al riparo da ogni vento contrario la speranza cristiana. Esso segna il compimento del sogno di una vita vissuta in pienezza e apre alla realtà di un’eternità di gloria. Nel cuore di Santa Restituta ardeva una domanda sul fine ultimo della vita: “Per chi ho vissuto?”. Questa è la testimonianza più convincente della speranza, come afferma Papa Francesco nella Bolla Spes non confundit (n. 20): “La testimonianza più convincente di tale speranza ci viene offerta dai martiri, che, saldi nella fede in Cristo risorto, hanno saputo rinunciare alla vita stessa di quaggiù pur di non tradire il loro Signore. Essi sono presenti in tutte le epoche e sono numerosi, forse più che mai, ai nostri giorni, quali confessori della vita che non conosce fine. Abbiamo bisogno di custodire la loro testimonianza per rendere feconda la nostra speranza”. Con il martirio, l’attesa della speranza si compie, e ha inizio un’eternità beata nella piena partecipazione alla gloria della Trinità. La felicità è vocazione dell’essere umano, un desiderio che riguarda tutti. Santa Restituta ci consegna la testimonianza sublime dell’amore che non muore e della speranza di vivere per sempre in Cristo risorto.
L'Amore Estremo e la Libertà del Martirio
Il martirio di Santa Restituta è una storia d’amore finita nel sangue, non nel senso di una sconfitta, ma come libera e consapevole offerta della propria vita verginale a Dio, senza condizioni e compromessi. È la decisione di restare fedele all’amore di Gesù Cristo, “sommo bene della fede”, ricordando le parole dell’Apostolo: “Ritengo, infatti, che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,18).
L’amore che si rivela nel martirio di Santa Restituta è ben rappresentato nella tradizione sorana della rosa ritrovata presso la tomba della martire. La rosa espande la fragranza del profumo ma è anche armata di spine, ammaliante e pericolosa insieme. Dal suo uso in civiltà antiche, la rosa nel primo cristianesimo assunse il significato del dolore e del martirio, con i petali rossi spesso equiparati al sangue versato da Gesù. La sua trasformazione in simbolo di compassione e perdono è degna di nota, come nel miracolo di Santa Dorotea.
Il martirio di Santa Restituta parla di un amore riuscito, lucido e responsabile, desiderato e non subito. È la rivelazione di un’amicizia profonda, sigillata nello spargimento del sangue. L’amicizia, come riconosciuto da Cicerone nell'idem velle idem nolle, è un percorso di scelte comuni. Gesù spiega l’amicizia del discepolo come conoscenza reciproca che tende alla comunione del volere. Il martirio di Santa Restituta è testimonianza dell’estremismo dell’amore e dell’esercizio incondizionato della libertà, purificata da ogni legame che possa contaminarla. La libertà del discepolo comincia con un grande “no” per non vivere da servi, ma anche con un “sì nuziale” alla vita intesa come straordinaria avventura dell’impossibile, trasformando il pianto in risurrezione, il dolore in gioia, la morte in rinascita.
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La Celebrazione del 27 Maggio e la Sfida Triplice
Il solenne pontificale per la festa di Santa Restituta, patrona della città di Sora e compatrona della diocesi, si svolge il 27 maggio ed è presieduto dal Vescovo Gerardo Antonazzo, concelebrato dai vicari, dal parroco don Mario Santoro e da altri sacerdoti. «Il martirio di santa Restituta - ha detto il Vescovo nell’omelia - ci interpella su una triplice, affascinante sfida: una dal sapore squisitamente spirituale, una seconda di natura missionaria, la terza di connotazione più culturale».
Al termine della celebrazione, dopo la benedizione apostolica, il parroco don Mario Santoro ha ringraziato il Vescovo per la sua presenza e per aver risposto all’appello di tanti fedeli che chiedevano una particolare benedizione alla città con le reliquie del braccio della Santa Martire. Il Vescovo, a sua volta, ha ringraziato tutti i fedeli che hanno ripreso a frequentare le chiese del territorio cittadino, con coscienza e rispetto delle regole. Infine, ai fedeli viene offerta una particolare Benedizione papale con l'indulgenza plenaria, e poi la consegna della rosa rossa, a memoria del miracoloso sbocciare che permise il ritrovamento delle reliquie della Santa.
Martirio: Fede, Speranza e Profumo di Cristo
Nel tempo pasquale, la preghiera quotidiana dei salmi acclama il giorno di Pasqua come “giorno di grandi prodigi” in cui “l’amore vince il timore, la morte dona la vita”. La Pasqua di Cristo, con la sua resurrezione, sconvolge la logica naturale, trasformando la morte in apertura alla vita nuova e gloriosa. La forza dei martiri è rinvigorita dalla Pasqua di Cristo: la gioia della Risurrezione li forma alla parresia della testimonianza, alla sfrontatezza verso ogni persecuzione e al coraggio di fronte alla morte. Nel martirio, la fede matura in pienezza, esprimendosi nell’offerta totale della vita per amore di Cristo e per il sostegno alla fede dei fratelli.
Le letture bibliche, come quella degli Atti (16,22-34) che narra la collera popolare contro l’apostolo Paolo e la sua prigionia, e il Vangelo (Gv 16,5-11) in cui Gesù annuncia la venuta dello Spirito Santo, preparano i discepoli ad affrontare l’ostilità del mondo. Gesù incoraggia a non cadere nella tristezza o nello sconforto. Il martirio è riletto come perfetta adesione alla Pasqua del Signore: “Nel martire si trovano i lineamenti del perfetto discepolo, che ha imitato Cristo nel rinnegare sé stesso e prendere la propria croce e, trasformato dalla sua carità, ha mostrato a tutti la potenza salvifica della sua Croce” (Papa Francesco, 14 novembre 2024).
Il martirio si radica nella grazia della fede battesimale e si corrobora della speranza nella felicità eterna. Papa Francesco, nella Bolla di indizione del Giubileo, ribadisce che i martiri sono la “testimonianza più convincente” di questa speranza. La rosa fiorita accanto ai resti di Santa Restituta rimanda alla diffusione del profumo di Cristo, di cui il martirio è espressione sublime: “Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono” (2Cor 2,14-16).
La fede battesimale invita a profumare del buon odore di Cristo con tutta la nostra persona, senza essere “del mondo”, che ama la “volontà di potenza” e un nichilismo che svalorizza i valori supremi (Nietzsche). Gesù dichiara: “Vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15, 19). Il neo-paganesimo post-moderno nasconde il ‘buco nero’ del piacere sfrenato, dell’egolatria e del relativismo etico che calpestano la libertà e la dignità dell’uomo. L’eredità cristiana di Sora poggia sul basamento del martirio di Santa Restituta; il suo sangue ha fatto germogliare la fede nella Città.
Il martirio è profezia e speranza. Profezia di cieli nuovi e terra nuova, e speranza nel vivere da pellegrino, anelando alla patria futura. Come Abramo, il discepolo vive nella sobrietà, sapendo che “la nostra cittadinanza infatti è nei cieli” (Fil 3,20). Martirio è soffrire la nostalgia di Dio, il desiderio struggente di incontrarlo: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 42,3). Sant’Agostino afferma: “Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Confessioni, I,1,1). Il martirio di sangue di Santa Restituta è profezia della nostalgia dell’incontro con Dio e della felicità eterna, la cui mancanza oggi spesso conduce alla disperazione (Vaticano II, Gaudium et spes, n. 21).
Sant’Agostino aggiunge: “Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te” (Confessioni, X, 28). L’Apostolo ci assicura: “Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38-39). Il martirio si dispone all’esecuzione dell’iniqua condanna, non reclama vendetta, ma il suo agire ultimo profuma di tenerezza e perdono, riflettendo le parole di Gesù sulla croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,33).
L’esempio di Paolo e del carceriere (At 16,22-34), dove il perdono trasforma la punizione in salvezza, dimostra che il sacrificio dei martiri si consuma nel segno del perdono dei nemici, spesso con la loro conversione. L’apostolo Pietro esorta: “Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene” (1Pt 3,9). Questa nonviolenza attiva, che cerca il dialogo e lancia ponti, disarma ogni forma di guerra e cerca di trasformare le relazioni umane in meglio. Come scrisse Cesario di Arles: “Anche la pace ha i suoi martiri. Infatti, vincere l’ira, respingere l’invidia come veleno di vipere, domare la superbia, allontanare l’odio dal cuore, tutto ciò è una grande parte di martirio”. Il martire è testimone della verità. La morte nel martirio è la risposta pacificatrice dell’amore di fronte all’odio, una pace costruita con l'arsenale evangelico, come espresso dallo slogan “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”.