Una parola risuona potentemente nel comprendere non solo la vita di Rosario Livatino, ma anche la sua santità e il suo martirio: «credibilità». Questa chiave di lettura è stata proposta dal cardinale Marcello Semeraro nell'omelia del giorno in cui il “giudice ragazzino” è stato elevato agli onori degli altari.

La Beatificazione di Rosario Livatino: Un Evento Storico
Il 9 maggio 2021, nella cattedrale di San Gerlando ad Agrigento, il cardinale Marcello Semeraro, in rappresentanza di Papa Francesco e in qualità di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha presieduto il rito della beatificazione di Rosario Livatino. L'evento ha avuto luogo quasi trentuno anni dopo il tragico agguato mafioso che pose fine alla sua vita il 21 settembre 1990, sul viadotto Gasena, lungo la strada statale 640 Agrigento-Caltanissetta.
Nel rispetto delle misure di sicurezza per prevenire la diffusione del covid-19, erano presenti circa duecento persone, in rappresentanza dell’episcopato siciliano e della popolazione dell’isola. Tra i partecipanti figuravano il cardinale Francesco Montenegro, pastore dell’arcidiocesi siciliana, e l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace, Vincenzo Bertolone, postulatore della causa. Un momento particolarmente suggestivo è stata la presentazione della reliquia di Livatino: la camicia che indossava al momento dell’attentato, crivellata di proiettili e intrisa dai residui del suo sangue.

Il Percorso verso gli Altari
Il cordoglio per la morte del giudice Livatino fu unanime, e sia la Chiesa che lo Stato italiano riconobbero il valore del suo servizio alla giustizia e il profondo significato del suo sacrificio. San Giovanni Paolo II, incontrando i genitori del giudice ad Agrigento il 9 maggio 1993, lo definì «martire della giustizia e indirettamente della fede». Papa Benedetto XVI, nel 2010 a Palermo, lo annoverò fra le «splendide testimonianze di giovani» in Sicilia. Papa Francesco, nel 2017 e poi nel 2019, ricordò «la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro» e «l’attualità delle sue riflessioni».
La fama di santità e martirio di Rosario Livatino, mantenuta viva anche dal contributo dei mezzi di comunicazione, ha portato all'apertura della Causa di Beatificazione e Canonizzazione. Dal 21 settembre 2011 al 3 ottobre 2018, presso la Curia ecclesiastica di Agrigento, si è svolta l’Inchiesta diocesana sulla vita e le virtù del Servo di Dio. Successivamente, sulla base di nuovi documenti, la Causa è stata istruita come Causa super martyrio, con un’Inchiesta suppletiva nel 2019. La Congregazione delle Cause dei Santi ha emesso il decreto sulla validità giuridica il 14 febbraio 2020. Dopo la realizzazione della Positio, il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi ha dato risposta positiva il 22 settembre 2020. I Padri Cardinali e Vescovi, riuniti in Sessione Ordinaria l’1 dicembre 2020, hanno riconosciuto che il Servo di Dio è stato ucciso per la fede in Cristo e nella Chiesa, dichiarandolo Venerabile. Il Sommo Pontefice Francesco, accogliendo e ratificando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, ha dichiarato il 21 dicembre 2020 che «è provato il martirio e sua causa del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, Fedele laico», aprendo la strada alla beatificazione solenne avvenuta il 9 maggio 2021, nell'anniversario della visita di San Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi nel 1993.
Beatificazione Rosario Livatino
Il Tema della "Credibilità" nell'Omelia di Beatificazione
Nell'omelia, il cardinale Semeraro ha ripreso le parole del Beato Livatino, pronunciate durante una conferenza del 7 aprile 1984 sul tema «Il ruolo del giudice nella società che cambia»: «L’indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività». La «credibilità», ha spiegato il porporato, è la condizione posta da Gesù per essere suoi amici, poiché Egli stesso afferma: «siete miei amici, se fate ciò che io vi comando». San Tommaso d’Aquino applicava la credibilità direttamente a Gesù, il quale era credibile perché non solo predicava, ma agiva in maniera coerente, così che la sua non era una vita sdoppiata, ma trasparente, limpida e, perciò, affidabile e amabile.
Giustizia e Coerenza della Fede
È questa credibilità che san Pietro riconosce come virtù gradita a Dio, il quale accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, consapevole che «Dio non è più il dio-di-alcuni, ma Dio di tutti». Ciò che conta, sottolinea l'apostolo, «non è la professione di una fede fatta con le parole, bensì la pratica della giustizia». Una giustizia che non si limita a dare a ciascuno il suo, secondo la normale legge dell'equità, ma che è «sostenuta dalla credibilità di chi per la giustizia si compromette sino a dare la vita nella sua attuazione». La credibilità, ha proseguito il cardinale, è «lo specchio della giustizia poiché si è come Giuseppe, lo sposo di Maria, uomo giusto, nella costante ricerca della volontà di Dio».
Per questo, credibilità e giustizia «stanno e cadono insieme: senza la giustizia, la credibilità diventa improduttiva; e senza la credibilità, la giustizia rischia di approdare nel giudizio». Queste due virtù sono «inseparabili nella condotta del martire, poiché entrambe scaturiscono dalla fede e non da una semplice istanza etica», come fu per Abramo, che «credette e gli fu accreditato per la giustizia». Il modello «irraggiungibile per tale cognizione della giustizia è Gesù Cristo che, fu accreditato per la sua fedeltà verso il Padre e ha trasformato la giustizia in compassione o misericordia per gli esseri umani».

Rosario Livatino: Un Testimone Fino al Martirio
Richiamando le parole di san Paolo VI dall'enciclica Evangelii nuntiandi (n. 41), il cardinale Semeraro ha ricordato che «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». Rosario Livatino fu proprio questo: un testimone nel martirio. La sua vita, come avrebbe detto il Manzoni, «fu il paragone delle sue parole». Per lui, credibilità fu «la coerenza piena e invincibile tra fede cristiana e vita».
Livatino rivendicò l’unità fondamentale della persona, un’unità che si manifesta in ogni sfera della vita: personale e sociale. Questa unità egli la visse in quanto cristiano, al punto da convincere i suoi avversari che l’unica possibilità che avevano per uccidere il giudice era quella di uccidere il cristiano. Per questa ragione, la Chiesa lo onora oggi come martire. Tuttavia, il cardinale ha anche messo in guardia dal «nominalismo declamatorio», un rischio per il cristiano che, pur rimanendo nell'abbraccio amoroso del Signore, non porta alcun frutto, come scritto da Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti (n. 188). Questa situazione si manifesta drammaticamente quando «essere cristiani» non è più scontato, ma diventa «scomodo, schernito, rischioso, pericoloso».
La Vita e l'Impegno Professionale di Rosario Livatino
Rosario Angelo Livatino nacque a Canicattì il 3 ottobre 1952, figlio di Vincenzo Livatino e Rosalia Corbo, e fu battezzato il 7 dicembre dello stesso anno. Proveniente da una famiglia di notevole reputazione nel comune siciliano - suo nonno fu sindaco e sua madre imparentata con il venerabile Gioacchino La Lomia - ricevette la Prima Comunione il 26 luglio 1964. Dopo aver frequentato il liceo classico Ugo Foscolo, si laureò con lode in Giurisprudenza all'Università di Palermo nel 1975, distinguendosi anche per la disponibilità a dare ripetizioni gratuite.

La Carriera nella Magistratura
Il suo primo incarico fu quello di vicedirettore dell’Ufficio del Registro di Agrigento. Dopo aver vinto il concorso in magistratura, svolse il tirocinio al Tribunale di Caltanissetta. Il 18 luglio 1978, Livatino annotò nella sua agenda: «Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige». Dal 29 settembre 1979 al 20 agosto 1989, come Sostituto Procuratore della Repubblica, si occupò delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune e, nel 1985, di quella che poi sarebbe diventata la “Tangentopoli siciliana”. Dal 21 agosto 1989 al 21 settembre 1990, prestò servizio al Tribunale di Agrigento come giudice a latere nella sezione penale, dedicandosi in modo speciale alle misure di prevenzione, incluse quelle patrimoniali. La sua attività professionale è documentata nel volume di A. Mantovano-D. Airoma-M. Ronco, Un giudice come Dio comanda.
Il Contesto Mafioso e le Sfide del Magistrato
Livatino operò in un contesto ad alta densità mafiosa, con figure come Antonio Ferro, uno dei capi di Cosa nostra di quella zona che Livatino avrebbe poi contribuito a far incarcerare, e il boss Giuseppe Di Caro, residente addirittura nello stesso edificio del giudice. Nel 1989, la scissione all'interno di Cosa Nostra di Palma di Montechiaro diede origine alla Stidda, una nuova "famiglia" con una struttura federativa e su basi paritarie. Nel decennio in cui Rosario Livatino svolse la sua funzione, le sfide per i magistrati erano enormi: non esistevano ancora i pentiti (le cui deposizioni furono introdotte pochi mesi dopo la sua morte), né il 41 bis ("carcere duro" per i mafiosi), né la confisca dei beni mafiosi. Le diverse Procure antimafia (nazionali e distrettuali) non erano state istituite, rallentando la comunicazione e l'efficacia dell'azione giudiziaria tra le innumerevoli Procure sganciate tra loro.
Rosario Livatino aveva una visione profonda del ruolo del magistrato. Durante una conferenza, affermava: «Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio». Egli vedeva un rapporto diretto, perché «il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio», e un rapporto indiretto «per il tramite dell’amore verso la persona giudicata». Sottolineava anche che «Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere ‘giusti’, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano».
La sua integrità si manifestava nella fedeltà a Dio, alla sua gente, alla famiglia e alla terra che lo aveva educato ai valori autentici della cultura cristiana, da lui incarnati e superati. Livatino era un «giudice integerrimo, che non si è lasciato mai corrompere», come disse Papa Francesco all’Angelus nel giorno della sua beatificazione. La sua fede era fedeltà alla giustizia, via per «trovare un rapporto con Dio». Egli ha lottato contro una corruzione che si manifesta quando ci si concede piccole eccezioni alla legalità, trasformando in veri e propri divoratori chi inizia con un favore o una tangente.
"Sub Tutela Dei": La Fede Profonda di Rosario Livatino
Nelle sue agende e scritti, Rosario Livatino annotava spesso la sigla S.T.D., inizialmente non decifrata dagli inquirenti che la scambiarono per un messaggio cifrato per indicare il nome di chi lo perseguitava. In realtà, queste lettere significavano «sub tutela Dei», ovvero «sotto la protezione di Dio». Questo acronimo, presente già nella sua tesi di laurea, segnava l’affidamento al Signore di tutto ciò che aveva senso per Livatino: dalla vita familiare al lavoro, dalle preoccupazioni per la propria incolumità e quella altrui alle speranze di matrimonio, fino alle incombenze di studio.
Mons. Michele Pennisi, arcivescovo emerito di Monreale, ha spiegato che la simbologia attribuita da Rosario a queste tre lettere è potentissima: la tutela invocata è quella benevola del Padre con la “P” maiuscola, non quella malevola dei vari “padrini” di turno! Il cardinale Semeraro ha evidenziato che Livatino inseriva questo motto, spesso sovrastato dal segno della Croce, in pagine speciali dei suoi scritti, richiamando l'immagine di giusti che si collocano sotto la Croce, «sub tutela divinae protectionis», saziandosi così dei frutti dell’albero della vita, come scriveva un autore del XII secolo (Ugo di Fouilloy, De claustro animae, l. IV, c. 35 PL 176, 1174). È questo il senso ultimo di quel motto S.T.D., come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come dice il Salmo (131,2).

Le Agende: Uno Specchio dell'Anima di un Giudice Beato
Le numerosissime agende di Rosario Livatino sono testimonianze preziose della cura che egli dedicava ai minimi particolari, sia della vita professionale che familiare e affettiva. La prima agenda risale al 1978, l'ultima annotazione è del 18 settembre 1990, tre giorni prima di essere ucciso. Le sue pagine sono costellate di anniversari, compleanni e onomastici di amici e parenti, con annotazioni persino sul fatto di essersi dimenticato di fare gli auguri. La sua ritualità e precisione lo portavano a registrare i nomi dei ristoranti in cui si recava, degli hotel in cui soggiornava e gli appuntamenti dal barbiere, con orari di inizio e fine delle sue "faccende". Troviamo spesso le annotazioni «Domenica (o giornata) tipica».
Spesso stendeva bilanci di fine mese e di fine anno, definendo i mesi "positivi" (come il gennaio 1978, mese dei suoi primi stipendi, se la salute familiare non andava male), "negativi", "indecifrabili", "inclassificabile", o persino «il mese della viltà» (per un mancato approccio amoroso con una certa Enza), oppure «amaro e pericoloso» o «incerto», addirittura «il più negativo della mia vita» (quando nell'aprile del 1986 i genitori ebbero un incidente potenzialmente mortale). I bilanci annuali erano altrettanto lapidari: il 1978 fu un «Anno indecifrabile. Chiedo perdono ed aiuto al Signore», il 1984 «È stato un anno negativo. Qualcosa si è spezzato. Dio avrà pietà di me e la via mostrerà?». L'agenda del 1990, l'ultimo della sua breve vita, non ebbe il tempo di essere completata.

Fatti di Cronaca e Vita Quotidiana
Livatino annotava con attenzione i fatti di cronaca che più lo toccavano, come il sequestro di Aldo Moro il 16 marzo 1978: «È un momento gravissimo», e il tragico epilogo del 9 maggio dello stesso anno: «Oggi si è conclusa la tragedia.. il corpo di Aldo Moro è stato trovato nel baule di una macchina.. L’unica cosa che veramente mi occupa il pensiero è la tragedia personale dell’uomo». Non esitava a registrare anche eventi più mondani e gioiosi, come le partite di calcio (pur con la televisione guasta, come Germania-Italia 0-0), o acquisti importanti come un videoregistratore VHS e la sua nuova Ford Fiesta rossa, acquistata il 30 aprile del 1980 per 6.210.000 lire, che lo avrebbe accompagnato fino agli ultimi istanti di vita. Ricordava inoltre tutti i film visti al cinema, talvolta con tanto di giudizio personale come «Guerre Stellari. Mediocre». Trascriveva episodi che lo riguardavano in prima persona, come un'inconsueta nevicata in Sicilia, la sua prima (e forse unica) multa per divieto di sosta, o una vincita a poker di 5.000 lire.
Le agende rivelano anche aspetti teneri della sua vita personale, in particolare i suoi amori, per lo più non corrisposti. Scriveva il 4 dicembre 1978: «Ho trovato una “sua” lettera», riassumendo quel periodo: «è stato l’anno che mi ha fatto conoscere per la seconda volta un’esperienza affettiva non piacevole.. è praticamente impossibile che io possa conoscere una fanciulla più bella, più delicata, più pura di questa». Due anni dopo, instaura un «Primo vero “contatto” con la famosa» (26/9/1980) e il mese successivo, conosce «una nuova collega.. bionda.. (con) gli occhi azzurri.. - particolari che gli fanno dire - “Strane idee” mi frullano per il capo» (9/10/1980), invocando l'aiuto divino per un "primo, vero 'assalto' di una fanciulla". Anche se la sua "anima gemella" non arrivò mai, queste annotazioni mostrano un uomo profondamente umano e speranzoso, che nonostante le "intrusioni" familiari per matrimoni combinati, desiderava scegliere da sé, come quando andò a Messa con la madre per farle conoscere la "Martines" (Dina, 35enne, da lui chiamata "sogno biondo").
Fede e Momenti di Crisi
Le agende documentano la sua profonda vita spirituale: le messe (con chi, dove e a che ora), le altre celebrazioni (esequie, momenti di preghiera), le sue confessioni e comunioni (anche dopo due anni di assenza, come il 27 maggio 1986), e la Confermazione ricevuta stranamente solo a 36 anni, il 29 ottobre 1988: «Nel pomeriggio alle 17,00 a San Domenico per la mia cresima. Padrino Saverio Guida». Tuttavia, non mancano i momenti di profonda crisi interiore, annotati con sincerità disarmante: «Domenica con la morte nel cuore» (16/7/1978), «Soffro nel vedere la mia povera mamma ridotta in questo stato (di malattia, ndr); ho paura che lei stia scontando i miei peccati, mi sento impotente al pensiero che le mie preghiere non hanno titolo per essere ascoltate» (30/4/1983), «Il mio morale è sottoterra» (25/4/1984), o il dubbio sull'utilità stessa dell'agenda: «Non credo più in esso. Non so più che significato possa avere scrivere queste cose» (22/8/1984). Nonostante questi abissi, la sua fede rimane un punto fermo.
Il Martirio e il Messaggio di Perdono
La mattina del 21 settembre 1990, in una tiepida mattina del mite autunno siciliano, Livatino, riposti nella borsa i fascicoli processuali, si dirigeva verso il tribunale a bordo della sua Ford Fiesta rosso amaranto. Sulla strada a scorrimento veloce, sul viadotto Gasena, lo attendeva un commando di quattro uomini del clan mafioso della Stidda. Dopo essere stato ferito a una spalla, tentò la fuga ma venne braccato e raggiunto in fondo alla scarpata, dove uno degli assassini continuò a esplodergli contro colpi di pistola. Alla sua angosciosa domanda: «Cosa vi ho fatto?», la risposta fu un colpo di grazia al viso. Livatino è morto perdonando, come Gesù, i suoi uccisori. Nelle sue estreme parole, come ricordato dal cardinale Semeraro, risuona «l’eco del lamento di Dio: “Popolo mio, che cosa ti ho fatto?”», un pianto del giusto che la liturgia del Venerdì Santo pone tradizionalmente sulle labbra del Crocifisso, un invito sofferto a riflettere sulle proprie azioni, a ripensare la propria vita, a convertirsi.
Papa Francesco, al Regina Caeli, ha voluto ricordare il nuovo beato, definendolo «giudice integerrimo, che non si è lasciato mai corrompere, si è sforzato di giudicare non per condannare ma per redimere. Il suo lavoro lo poneva sempre sotto la tutela di Dio, per questo è diventato testimone del Vangelo fino alla morte eroica. Il suo esempio sia per tutti, specialmente per i magistrati, stimolo a essere leali difensori della legalità e della libertà».

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