La celebrazione liturgica dell’evento della Trasfigurazione di Gesù, riportato dai tre vangeli sinottici, è l’espressione viva della meditazione, nella preghiera, dei testi biblici. Spiegati dai Padri della Chiesa nelle loro omelie, questi testi sono stati cantati in una ricca innografia e illustrati da un’ampia iconografia, il cui esempio più prestigioso è il mosaico giustinianeo del Sinai. Il tema della luce pervade intensamente la festa della Trasfigurazione, richiamando la natura divina e inaccessibile di Dio. In questo contesto, il mottetto "O nata lux de lumine" di Thomas Tallis si inserisce profondamente, attingendo all'antica tradizione innografica legata a questa solennità.
Il Significato Teologico e Biblico della Trasfigurazione
Il Racconto Evangelico
Quaranta giorni prima della sua Crocifissione, Gesù Cristo fu trasfigurato. I Vangeli di Matteo (17,1-13), Marco (9,2-18) e Luca (9,28-36) raccontano questo momento in modo identico, con le stesse parole e con lo stesso sviluppo di azione e tempi. Circa otto giorni dopo aver annunciato agli Apostoli la Sua Passione, Gesù si appartò con tre dei suoi discepoli prediletti - Pietro, Giacomo e Giovanni - e salì con loro su un alto monte, tradizionalmente il Monte Tabor.
Qui, il suo volto divenne splendente come il sole e le vesti candide come la luce, una visione di Gesù trasfigurato, cioè splendente di luce e di Gloria. Accanto a Lui apparvero Mosè ed Elia, che conversavano con Lui riguardo alla prossima morte di Gesù a Gerusalemme. I tre discepoli, pieni di paura, caddero a terra, sentendosi confusi. Solo Pietro tentò di dire qualcosa, esprimendo il desiderio di costruire tre capanne per Gesù e i profeti, dicendo "è bello per noi stare qui!".
Una nube scese dall’alto, avvolgendoli e da essa si udì la voce di Dio che diceva: “Questo è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!”. Questa fu un'altra occasione in cui Dio fece sentire la Sua voce e parlò agli uomini mostrando il Figlio, come già avvenuto durante il battesimo di Cristo.

La Doppia Natura di Cristo e la Profezia
La Trasfigurazione è una rivelazione di Gesù in corpo e spirito, ovvero la coesistenza in Lui delle due nature: l’umana e la divina. Nella Trasfigurazione, inoltre, Antico e Nuovo Testamento si saldano insieme nelle figure di Mosè ed Elia. Mosè, rappresentante della Legge, e Elia, rappresentante dei Profeti, sottolineano la doppia natura di Cristo, che è insieme umana e divina, come pure la fondazione della Chiesa stessa. Gesù, posto al centro, non è venuto per abolire la legge o contraddire i profeti, bensì per portare a compimento entrambi, poiché tutti guardano all’unica verità che è Dio.
La festa della Trasfigurazione esprime nella maniera più completa la teologia della divinizzazione dell’uomo e lo fa attraverso l’espressione della divinità di Cristo, il cui simbolo è la luce.
Il Tema della Luce e la Manifestazione Trinitaria
In maniera ancor più intensa che a Natale e all’Epifania, il tema della luce pervade la festa della Trasfigurazione: “Dio abita in una luce inaccessibile” (1Tm 6,16). Essa è “luminosità inaccessibile, gloria inaccessibile, splendore senza tempo, luce immutabile, insostenibile e senza tramonto, ineffabile bagliore”. Questo “splendore della gloria inaccessibile” è rivelato agli uomini sul Tabor, e attraverso di esso, “Tutti ne siamo illuminati”, ci viene dato di “vedere l’Invisibile”. Insieme a Mosè, Elia e ai tre discepoli, entriamo in questa luce. I testi liturgici trasformano il racconto biblico in preghiera, in lode e in canto, chiedendo a Cristo Salvatore di illuminare le nostre anime e riscattare il mondo dal peccato.
Come teofania, anticipata da quelle veterotestamentarie e a sua volta anticipatrice della Risurrezione di Gesù di cui condivide proprio il simbolo della luce, la Trasfigurazione è anche una manifestazione trinitaria. Qui, infatti, mentre il Figlio appare con la sua carne trasfigurata e il Padre è presente con la voce dalla nube, c’è anche lo Spirito Santo, rappresentato dalla nube luminosa.

La Celebrazione Liturgica della Trasfigurazione
Origine e Data della Festa
La memoria della Trasfigurazione si celebra il 6 agosto. Questa data ricrea una successione temporale, essendo quaranta giorni prima della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che si celebra il 14 settembre. È probabilmente a causa del fatto che l’evento della trasfigurazione si situa prima della passione e della resurrezione di Cristo, che la sua celebrazione liturgica ha trovato la sua collocazione quaranta giorni prima della festa dell’Esaltazione della croce. La festa fa da pendant al 6 gennaio, festa del Battesimo di Gesù.
Fin dal IV secolo, nel contesto del nascente movimento dei pellegrinaggi, la chiesa di Gerusalemme si è sforzata di localizzare gli eventi della vita di Gesù. In Oriente, si comincia a celebrare la solennità della Trasfigurazione alla fine del V secolo ed è documentata nel VII nella Siria occidentale. In Occidente, le prime testimonianze in merito risalgono alla metà del secolo IX, ma alla sua diffusione contribuì molto Pietro il Venerabile, finché Papa Callisto III nel 1457 la inserì nel calendario della Chiesa universale.
Il Ruolo della Luce nella Liturgia
Il vangelo della Trasfigurazione introduce una luminosità che si legge nella messa della seconda domenica di Quaresima fin dai tempi del papa San Leone I, verso la metà del quinto secolo. Quel fulgore è anticipo della luce futura e perpetua, ma è ancora provvisorio in questa vita, perché nulla ci esime dal dover affrontare il chiaro scuro della fede. La luce del Tabor è pregustazione del pieno splendore, ma non possiamo pretendere di gestirla a nostro piacimento.
La luce della Trasfigurazione non è catturabile, neppure dall’entusiasmo di Pietro, luce che ha il suo perché nella sua provvisorietà come preparazione. Il Signore manifesta a testimoni scelti la sua gloria e inonda di tanto splendore la struttura del suo corpo, struttura che condivide con tutti noi, al punto che il suo aspetto era simile al bagliore del sole e la sua veste era uguale al candore della neve. Con quella trasfigurazione si trattava per prima cosa di togliere dal cuore degli apostoli lo scandalo della croce e di ottenere che l’abbassamento nella passione da Lui volontariamente accolta non sconvolgesse la fede di coloro ai quali era stata svelata in anticipo la grandezza di una dignità nascosta. Questo rinforza la fede di tutti secondo l’annuncio del vangelo in tutta la sua santità, affinché nessuno si vergogni della croce, mediante la quale il mondo è stato redento.
L'Iconografia della Trasfigurazione nell'Arte Cristiana
Caratteristiche Generali e Teofania
Nell’arte, la Trasfigurazione sembra simile all’Ascensione e talvolta può indurre in errore. Battesimo, Ascensione e Trasfigurazione sono rappresentazioni teofaniche, dal greco ϑεοϕάνεια, composto di ϑεο - "teo", dio, e ϕαν - "phan" dal verbo ϕαίνομαι - "phainomai", apparire. Dio si manifesta. Proprio per questa rappresentazione del soprannaturale, dell’indicibile, le immagini rimangono fisse nel tempo. Non ci sono sostanziali mutamenti iconografici, perché vi è la volontà di illustrare in modo esatto le parole così precisamente ripetute dai tre Vangeli sinottici. Non vi sono neppure molte differenze tra arte orientale e arte occidentale, almeno per ciò che riguarda lo schema che descrive un grande triangolo con la figura al centro del Cristo in posizione frontale e assiale, racchiuso nella mandorla, mentre i profeti sono disposti ai lati in modo simmetrico a destra e a sinistra; in basso, lungo una linea orizzontale della radura nel paesaggio roccioso, vi sono gli apostoli.
La trasfigurazione di Cristo nell'arte
Esempi Iconografici Bizantini e Medievali
- Mosaico del Monastero di Santa Caterina sul Sinai (VI secolo): Questo mirabile mosaico è disteso sul catino dell’abside dell’altare per 64 metri quadri, rappresentando uno degli esempi più prestigiosi dell'iconografia della Trasfigurazione.
- Manoscritto Miniato (879-882): Un esempio significativo è conservato a Parigi (BnF, ms. Grec 510, fol. 1v).
- Icone Orientali e Slave: Mantengono una sorta di immobilità riscontrabile anche in alcuni esempi di arte moderna, dalle icone del XX secolo austriache, rumene o polacche.
- Mosaico di Rupnik (2002): Nella chiesa dei santi Giacomo e Giovanni a Milano, quest’opera descrive, attraverso la luminosità delle tessere musive e altri materiali, la tradizione dei Padri che nella Trasfigurazione ravvisano quel nodo che permette di comprendere il mistero pasquale del Cristo, nella sua morte e risurrezione.
La decorazione a mosaico dell’abside della basilica di Sant’Apollinare in Classe di Ravenna sfugge a questo solito schema con una rappresentazione eccezionale della Trasfigurazione. La forza delle immagini risiede tutta nel simbolo icastico della croce che campeggia nel catino. La figura del Cristo è riassunta nel suo solo volto, in un clipeo dorato al centro dell’intersezione dei due bracci ed è il punto focale dell’intera basilica. La croce è inscritta in un globo azzurro trapunto di novantanove stelle, a sua volta al centro di un cielo d’oro con piccole nuvole rossastre da cui emergono, uno per lato, i busti dei profeti. Poco al di sotto, tre agnelli con il muso rivolto verso il Signore sono gli apostoli Pietro da una parte e Giacomo e Giovanni dall’altra. Questo grande globo sembra sollevarsi sull’orizzonte di un giardino verdeggiante e fertile dove ai lati del santo confessore e intercessore Apollinare pascolano pecore. Iscrizioni in greco completano e spiegano l’intero apparato iconografico. La mano che scende dal vertice dell'arco è la manus Dei, la mano di Dio che, in modo simbolico, riassume il Padre che fa sentire la sua voce e mostra il Figlio.

La Trasfigurazione nel Rinascimento: Nuove Prospettive
Nel Rinascimento si assiste a quella che alcuni storici dell’arte hanno definito de-iconizzazione o meglio de-teofanizzazione. La rappresentazione del soprannaturale cede il passo a immagini reali, “storiche”, anche nell’iconografia cristiana. Eppure la Trasfigurazione continua ad essere rappresentata, spesso con una spinta creativa fortissima, uno spirito nuovo che rende queste immagini comprensibili quasi che fossero vive e reali.
Beato Angelico: Un'Apparizione Teatrale di Luce
La Trasfigurazione del Beato Angelico, un affresco datato tra il 1438 e il 1440 nel convento di San Marco a Firenze, appare quasi come una rappresentazione teatrale, un’apparizione di luce. Cristo allarga le braccia prefigurando la croce, vestito di bianco con l'elegante gioco dei panneggi di tunica e mantello che sembrano rimandare alle scanalature delle colonne di marmo classiche. Cristo è colonna portante tra cielo e terra, poggia i piedi sulla base troncoconica della roccia del monte ed è racchiuso nella mandorla bianchissima che allude alla massima qualità del significato divino. Ai lati, spuntano dal cielo dorato solo le teste dei due profeti, una soluzione dell’artista che riassume così le intere figure. Lungo il perimetro della pittura si dispongono le figure di Maria e san Domenico. In basso, i tre apostoli schermano con le mani la luce insostenibile. Tutta la composizione risponde a calcoli matematici precisi, secondo la “proporzione divina” di ascendenza greco classica, la sezione aurea, per cui la figura di Cristo divide esattamente l'affresco in due metà e l'arco misura un terzo rispetto all'altezza totale dell’opera. Cristo guarda leggermente verso il basso con uno sguardo dolcissimo, lontano dagli sguardi terrifici o indifferenti delle teofanie delle divinità pagane.

Giovanni Bellini: Serenezza Classica e Presagi
Pervasa da una serena impronta classica è la Trasfigurazione del veneziano Giovanni Bellini. L’artista ha dipinto su tavola un primo dipinto (1455-1460, ora al museo Correr di Venezia) con uguale soggetto. L'opera successiva, realizzata probabilmente per la cappella Fioccardo del duomo di Vicenza e databile tra il settembre-ottobre del 1478 o lo stesso periodo dell’anno successivo, presenta una rappresentazione della natura pervasa da una luminosità tenue, con il paesaggio veneto dello sfondo. Le figure sono composte e rese in modo gentile; i gesti sono misurati, i volti mai drammatici, e questa morbidezza non viene meno nonostante la staticità e la simmetria delle figure. Anche il monte Tabor appare come una radura muschiata priva di asperità, se non fosse per il taglio della sua sezione che ne disvela le rocce. Dal corrimano in primo piano, si indovina un sentiero che sale ripido. Queste rocce aride e gli anfratti scuri, anche paurosi, di questa parte inferiore del dipinto, sembrano presagire la soluzione iconografica della Trasfigurazione divisa in due parti che includerà la scena dell'Ossesso, a partire da Raffaello.

Raffaello: Innovazione Narrativa e Culmine Artistico
Celebre è la Trasfigurazione di Raffaello, commissionatagli nel 1483 dal cardinale Giulio de’ Medici per la cattedrale di San Giusto a Narbonne, e terminata nel 1520 poco prima della sua morte. Il Vasari, nelle sue Vite, ne celebra l'importanza e l'intensità emotiva. Raffaello muta la consueta iconografia per introdurre una novità: prosegue con il racconto dei Vangeli (Matteo 17, 14-18; Marco 9, 14-27; Luca 9, 37-43a), che subito dopo la discesa del monte Tabor fece incontrare Gesù con un padre che gli chiedeva la guarigione del figlio ossesso. La grande pala, oggi nella Pinacoteca Vaticana, ma in origine situata in San Pietro in Montorio, è divisa in due parti contrapposte.
Nella metà superiore risplende la figura di Cristo, librato a mezz’aria, le braccia leggermente allargate, il volto tutto immerso nel volto del Padre. La mandorla si è dissolta in un bagliore di bianco assoluto, luce purissima. Ai lati si dispongono i due profeti, anch’essi sospesi nel cielo, con i mantelli gonfi di vento. Su un lato, tra gli alberi, due piccole figure di santi di incerta identità e nella parte opposta un paesaggio dall’orizzonte rosato. Gli apostoli sono prostrati su una sorta di radura che delimita un mondo inferiore scuro e denso, nel quale si agitano alcune figure. Questi personaggi delineano una sorta di emiciclo, illuminate come da spot di luce cruda. In primo piano e di spalle spicca la figura di donna inginocchiata che ci riporta a echi michelangioleschi. Tutti sono concitati e indicano con il dito: chi in alto Gesù (gli apostoli che inutilmente avevano cercato di scacciare il demonio), chi il ragazzino, appunto l’ossesso, disarticolato e con gli occhi bianchi voltati all’insù. Braccia che sembrano frecce, che si rincorrono, sembrano voler confrontare l’armonia del divino con il disordine del male, la luce della Rivelazione con il buio di ciò che sfugge alla conoscenza: il Logos con il caos.

Pierre-Paul Rubens: La Drammaticità Barocca
Ispirata all’opera di Raffaello, la monumentale tela di Pierre-Paul Rubens, La Trasfigurazione (1604-1605 circa), è oggi custodita nel Musée des Beaux-Arts di Nancy. Anche questo artista rappresenta i due diversi episodi dei Vangeli in modo contrapposto, ma con soluzioni pienamente barocche, a cominciare dall’orizzontalità della composizione. La Trasfigurazione appare con una visuale fortemente prospettica, esaltata dai raggi irradianti la figura di Cristo, più in alto e lontana, che fa apparire la folla dei personaggi in basso sullo stesso piano del nostro sguardo e con figure di dimensioni maggiori. La spinta dinamica è fortemente accentuata, le vesti sono gonfie di vento, le nuvole dense. I tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni sono sagome drammatiche. Le pennellate nella scena dell’ossesso sono nervose, i volti fortemente caratterizzati, in alcuni casi caricaturali, e nel buio le figure sembrano quasi ritagliate nella luce che proviene dall’alto e si mescola al turbinio ventoso che scompiglia la chioma di alcuni. L’opera fu commissionata nel 1604 da Vincenzo I duca di Gonzaga per la chiesa gesuita della Santissima Trinità a Mantova, dove era associata, oltre che alla Santissima Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga, all’altra immagine teofanica per eccellenza della vita di Cristo, il Battesimo.

Il Mottetto "O Nata Lux de Lumine" di Thomas Tallis
Thomas Tallis: Contesto Storico-Musicale
Thomas Tallis lavorò come compositore ed esecutore presso la corte inglese, servendo ben quattro sovrani (Enrico VIII, Edoardo VI, Maria I ed Elisabetta I). Durante i suoi anni a corte, Tallis non compose sempre nella stessa maniera, ma adattò il suo stile alle esigenze di ogni monarca, mostrando quindi grande versatilità compositiva. Dopo lo scisma del 1534, la musica sacra dovette seguire uno stile più sillabico e, di conseguenza, la musica di Tallis divenne meno florida in alcune fasi. Le sue prime opere suggeriscono influenze di compositori come John Taverner e Robert Fayrfax. Dopo la riforma della liturgia anglicana promossa sotto Edoardo VI (1547-1553), Tallis fu uno dei primi compositori ecclesiastici a scrivere inni su testi inglesi. Durante il regno di Elisabetta I, Tallis fu una figura eminente all’interno della cappella domestica reale. Scrisse, tra l'altro, 9 melodie di canti salmici per il Salterio dell’arcivescovo Matthew Parker, pubblicato nel 1567, e opere come le Lamentazioni di Geremia profeta per le funzioni della Settimana Santa e il mottetto Spem in alium per 8 cori a 5 voci, quest'ultimo una composizione unica nel suo genere per la quale è maggiormente ricordato. Scrivendo in anni di conflitto tra cattolicesimo e protestantesimo, la sua musica spesso mostra le caratteristiche di questo scontro.
Analisi del Mottetto "O Nata Lux de Lumine"
Il mottetto "O nata lux de lumine" di Thomas Tallis risale molto probabilmente al periodo elisabettiano e deriva da un inno anonimo del X secolo, impiegato nell’Ufficio delle Lodi per la mattina della festa della Trasfigurazione. Il frammento testuale impiegato da Tallis inizia con una devota invocazione e termina con la preghiera del credente di essere un tutt’uno con il “corpo benedetto” di Cristo visto nella visione. Il testo dell'inno è: “O nata lux de lumine, Iesu, redemptor saeculi, dignare clemens supplicum laudes precesque sumere. Qui carne quondam contegi dignatus es pro perditis, nos membra confer effici tui beati corporis.” (O luce nata da luce, Gesù, redentore del mondo, degnati clemente di ricevere le lodi e le preghiere dei supplici. Tu che un tempo ti degnasti di rivestirti di carne per i perduti, rendici membri del tuo beato corpo).
Un altro inno di questa solennità, in dimetri giambici e risalente al IX secolo, recita: “Laudes tibi nos pángimus, diléctus es qui Fílius, quem Patris atque Spíritus splendor revélat ínclitus.” (Noi ti cantiamo lodi, tu che sei il Figlio amato, che lo splendore glorioso del Padre e dello Spirito rivela).
Nel complesso, il mottetto di Tallis presenta una scrittura omofonica e accordale, con il passaggio finale ripetuto due volte, una tecnica comune nella sua produzione. Il mottetto si conclude con una cadenza piuttosto dissonante, una delle più famose di tutta la musica inglese, in cui una voce passa al Fa# mentre un’altra canta il Fa naturale, per poi passare al Mi bemolle. Questa scelta stilistica e testuale collega profondamente l'opera di Tallis al mistero della Trasfigurazione, celebrando la luce divina e l'unione con il corpo di Cristo.
La trasfigurazione di Cristo nell'arte
Riflessioni Spirituali sulla Trasfigurazione
La Meditazione di David Maria Turoldo
David Maria Turoldo scrisse nel 1963, in occasione della seconda domenica di Quaresima, una meditazione sulla Trasfigurazione, poi pubblicata nella raccolta postuma Le stelle in cammino (ed. Dehoniane). Sono righe potenti, in prosa ma dalla forte suggestione poetica, capaci di farci comprendere più a fondo quello che il sacerdote friulano definisce "forse il momento più delicato del Vangelo". Come in uno specchio, queste parole riflettono le immagini delle meravigliose opere d'arte fin qui ripercorse. È una Domenica da interpretare con la luce. Cristo tentato, le tenebre, la notte: oggi è giorno della luce. Cristo è sintesi del dramma della luce e della notte che si cozza nell’uomo, un corpo che gronda luce.
Il punto massimo della storia del mondo è raggiungere questa trasfigurazione. È una Domenica non solo importante per la sua verità teologica, ma anche perché indica la traiettoria della biologia del mondo: è il dramma della terra, che aspetta di arrivare alla luce per immergersi, per diventare luminosa. La luce è simbolo misterioso della realtà divina, e il corpo di Cristo è lo strumento dell’esplosione della luce. I cristiani sono invitati a salire la montagna, a trasfigurarsi col Cristo, a immergersi dentro la nube luminosa. Questo “lasciarsi prendere” è l’attuazione della Quaresima interiore, che implica il distacco dalle bassure e l'abbandono della pianura per intraprendere il viaggio dell’ascesa. È sempre in alto che avvengono le cose; salire, ma con Lui. In cima col Cristo si trovano gli interlocutori che rappresentano tutta la storia e tutte le energie messianiche: Mosè, rappresentante della legge, ed Elia, rappresentante dei profeti. Da lassù vedremo tutti i misteri della terra che si rivelano. I discepoli vorrebbero rimanere, ma prima devono anche loro trasfigurarsi, ridiscendendo per risalire l’altra montagna del Calvario. Comprendendo questo, possiamo piantare le nostre tende: abbiamo raggiunto la luce!