Introduzione al Sacro Eremo di Camaldoli
Situato a circa 1100 metri di altitudine, a poca distanza dal crinale appenninico tosco-romagnolo e nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, si erge il Sacro Eremo di Camaldoli. Questa istituzione monastica, il cui nome deriva dalla parola greca "eremo" che significa "deserto", è da considerarsi tra i più importanti non solo della Toscana, ma di tutta Italia, portando sulle spalle oltre mille anni di storia. L'Eremo di Camaldoli rappresenta uno dei due "polmoni" con cui respira la comunità monastica locale; a breve distanza sorge infatti il Monastero, e sebbene i monaci appartengano alla stessa comunità e seguano la medesima regola, differiscono negli stili di vita, privilegiando la vita comunitaria presso il Monastero e il raccoglimento personale all'Eremo.
Si può giungere a questo sacro luogo da varie strade, tra cui quella che parte da Badia Prataglia, consigliata a chi arriva dalla Romagna, e la via che si imbocca a sinistra qualche chilometro dopo Partina, per chi proviene da Arezzo e Bibbiena. Tutte queste vie sono accomunate da una natura superba e stupenda, che rende il viaggio verso l'Eremo un'esperienza immersa nel verde.

La Fondazione e la Figura di San Romualdo
La storia di Camaldoli ha inizio pochi anni dopo il Mille ed è indissolubilmente legata alla figura di San Romualdo di Ravenna (907-1027), un monaco benedettino che predicò la Regola di San Benedetto. Intorno all'anno 1012, mentre era in viaggio, San Romualdo fece sosta in una radura solitaria dell'Appennino nel Valdarno casentinese. Affascinato dalla bellezza della foresta e motivato dalla possibilità di edificare un ricovero, decise di fondare un eremo in un territorio detto Campo di Maldulo, donatogli da un signorotto del luogo, Maldolo, o dal vescovo di Arezzo Teodaldo di Canossa (zio di Matilde di Canossa), secondo altre fonti. La data esatta di fondazione è incerta: gli annali del monastero la attribuiscono al 1012, mentre altri studiosi la ritengono di poco posteriore a quell'anno, con alcune fonti che indicano il 1025 come l'anno in cui Romualdo fondò l'Eremo.
Romualdo, fondando il Sacro Eremo di Camaldoli, si rifece all'architettura della Laura orientale, un agglomerato di celle eremitiche con una chiesa per la preghiera comune. Interpretò così l'esigenza di una vita in solitudine organizzandola in una struttura di tipo comunitario, comprendendo una comunità di fratelli guidati da una regola e da un priore, e prevedendo accanto alla solitudine della cella anche alcuni momenti comuni. Il primo nucleo dell'eremo fu la costruzione della chiesa, un oratorio dedicato al Santo Salvatore Trasfigurato, con le prime cinque celle eremitiche.
Secondo una tradizione tramandata da Rodolfo II, si attribuisce a San Romualdo la visione di monaci che salivano al cielo per una scala, ispirata alla scala di Giacobbe. Sul luogo tradizionale di questa visione, nel XII secolo, fu edificata la Chiesa di San Bartolomeo. L'Eremo fu consacrato nel 1027, come attesta un diploma del vescovo Teodaldo. A poca distanza dall'Eremo, in località Fontebuona, sull'antico castello donato anch'esso dal conte Maldolo, sorse il Monastero, che negli anni venne adibito anche ad ospizio per i forestieri; divenne Monastero a partire dal 1080.

Architettura e Struttura dell'Eremo
L'Eremo di Camaldoli, interamente cinto da un muro di sasso, si affaccia sulla strada con un portone attraverso il quale si accede al cortile interno. All'inizio le celle eremitiche erano cinque, ora le celle del Sacro Eremo di Camaldoli sono venti e sono distribuite su cinque file che si snodano oltre il cancello della clausura. La cella più recente risale al 1743.
La Cella di San Romualdo
Tra le prime cinque celle eremitiche, quella che secondo la tradizione avrebbe abitato San Romualdo è considerata il modello di tutte le celle del Sacro Eremo. Accessibile dal piazzale della chiesa, la cella fu incorporata nel XVII secolo nell'edificio che costituì il nuovo ambiente della Biblioteca. La sua struttura rimanda alla spiritualità dei monaci che la abitano. Si tratta di una piccola abitazione con antistante giardino circondato da mura. L'interno si sviluppa "a spirale" o "a chiocciola", ed è costituito da un corridoio dove poter passeggiare e pregare. Da esso si accede alla stanza dove abita il monaco, che a sua volta si apre su altri due ambienti: lo studio e una piccola cappella. La stanza centrale, situata nella parte più calda della chiocciola, contiene il letto ad alcova e un piccolo armadio a muro, ovvero quanto di più immediato possa servire all'eremita. Il portico si apre sull'orto, dove è posto uno sportello attraverso il quale il monaco riceve le vivande. Il vestibolo è un corridoio di dimensioni abbastanza ampie da permettere al monaco di passeggiare quando le condizioni atmosferiche gli impediscono di uscire, e può anche essere adibito a laboratorio personale. L'unica cella visitabile, che racchiude questa tipica struttura eremitica, è quella di San Romualdo, dove il Santo visse per circa due anni.
Altre celle di rilievo includono la Cella di San Francesco, una delle cinque originarie e abitata per un tempo imprecisato da San Francesco d'Assisi, e la Cella di San Bartolomeo, risalente alla fondazione dell'eremo, situata al termine del viale centrale delle celle e dotata di una piccola chiesa in stile romanico con abside e un campanile a vela.

La Chiesa del Santo Salvatore Trasfigurato
L'attuale chiesa sorge nello spazio del primitivo oratorio dedicato al Santo Salvatore Trasfigurato, fondato da San Romualdo. Il primo oratorio, costruito in quindici anni in stile romanico, fu consacrato nel 1027 dal vescovo Teodaldo. Andato in rovina col tempo, fu ricostruito e consacrato il 23 agosto 1220 dal cardinale Ugolino dei conti di Segni (futuro Papa Gregorio IX); la tradizione narra che alla consacrazione assistette San Francesco d'Assisi. La chiesa duecentesca aveva una sola navata e il tetto a capriate, chiusa da una piccola abside e divisa in due vani: il maggiore con l'Altare maggiore e il coro, e il minore con il coro dei Conversi. Fu restaurata nel 1256, 1295 e 1373.
Nel 1658 fu deliberata una ristrutturazione profonda: nello stesso anno fu iniziato il rifacimento della copertura con volte a crociera, terminato l'anno successivo. Nel 1659 il soffitto a capriate fu trasformato in una volta a "botte" e nel 1669 la volta venne decorata con stucchi allegorici. La chiesa si affaccia sul cortile centrale dell'eremo ed è fiancheggiata dalla foresteria. Sulla sinistra, rispetto alla facciata, si estende lo scenario della Lavra, l'insieme delle celle monastiche.
La facciata attuale fu eretta tra il 1713 e il 1714, addossata sulla precedente risalente al XV secolo, per creare uno spazio usato come atrio d'ingresso. È incorniciata da due tozzi campanili simmetrici, e in nicchie di pietra serena sono collocate le statue di Cristo, San Romualdo e San Benedetto.
Opere d'Arte e Decorazioni Interne
Sulla porta di ingresso alla chiesa è presente un prezioso bassorilievo della Madonna con Bambino di Gregorio di Lorenzo (1460).
Cappelle Laterali
- Nel transetto, a sinistra, si trova la Cappella di Sant'Antonio del Deserto, dove spicca uno splendido altorilievo in ceramica invetriata di Andrea della Robbia (fine '400). Commissionata dal priore Pietro Delfino, l'opera raffigura al centro la Madonna con Bambino; da sinistra verso destra: San Romualdo, Santa Maria Maddalena, San Giovanni Battista e Sant'Antonio del Deserto.
- Nella cappella di destra, dedicata a San Giuseppe, è conservato un dipinto di Venanzio l'Eremita (1659), raffigurante San Giuseppe che sorregge il Bambino, tra San Filippo Neri e San Francesco d'Assisi.
L'Abside e il Coro
L'abside, decorata nel XVII secolo con dorature e incorniciata da lesene e un arco in pietra serena del XVI secolo, ospita gli affreschi del catino absidale, realizzati nel 1937 da Ezio Giovannozzi, che raffigurano il Santo Salvatore Trasfigurato con Mosè, Elia e i tre discepoli Pietro, Giovanni e Giacomo. Attualmente al centro dell'abside si trova una pala di un anonimo pittore toscano (1593), raffigurante Cristo Crocifisso adorato da San Pietro, San Paolo, San Romualdo e San Francesco. L'altare maggiore ligneo originale di Luca Boncinelli e Antonio Montini (1661-1665) andò perduto nell'incendio del 1693. Ai lati dell'abside ci sono due preziosi tabernacoli in marmo: quello di destra di Tommaso Flamberti (1525) o Gregorio di Lorenzo (1463), e quello di sinistra di Gino di Antonio Lorenzi da Settignano (1531). Sulle pareti del coro sono presenti dipinti di Giovanni Drago e Francesco Franci (XVII secolo) raffiguranti scene della vita di San Romualdo.
La Navata e il Presbiterio
Come quella del nartece, anche la volta a vela della navata fu affrescata dai fratelli Rolli, mentre gli stucchi e gli sfondi sono opera di Francesco Nasini. A partire dal presbiterio, nelle cornici ovali, rettangolari e ottagonali sono raffigurate rispettivamente l'Annunciazione a Maria, la Presentazione di Maria al Tempio e la Nascita della Vergine, con simbolici elementi floreali ai lati. Sulla parete del presbiterio è posto un affresco di Francesco Franci, raffigurante l'Imperatore Ottone III mentre confessa a San Romualdo l'uccisione di Crescenzio, senatore romano.
Sulla parete sovrastante la porta d'ingresso è situato l'affresco raffigurante la Visione di San Romualdo, opera di Giovanni Drago risalente al XVII secolo. Sopra le porte poste agli angoli sono conservate tele raffiguranti i quattro Padri della Chiesa (San Gregorio Magno, Sant'Ambrogio, San Girolamo e Sant'Agostino), opera del Passignano. All'interno della chiesa è conservata anche la Cattedra pontificale del XVI secolo, realizzata in noce intagliato da Luca Boncinelli e Antonio Montini nel 1669.

La Vita Monastica Camaldolese
I Monaci camaldolesi professano la Regola di San Benedetto. Sia al Sacro Eremo che al Monastero si attende soprattutto alla vita contemplativa. Ogni monaco, impegnato nel lavoro quotidiano e nella preghiera, apre il suo cuore all'ascolto vigile e attento della Parola di Dio, sostegno della fede, cibo dell'anima, sorgente di vita spirituale. Nella comunità di Camaldoli il monaco può essere chiamato ad attuare l'unica vocazione monastica o nel Sacro Eremo o nel Monastero.
L'Eremo camaldolese si colloca tra il modo di vivere solitario (nella cella) e quello della vita comune (la preghiera corale e i pasti). L'eremita, rimanendo fedele ai fratelli e sotto il giogo dell'obbedienza, nella quiete solitaria, si adopera per pervenire alla purezza del cuore e all'intima unione con Dio.
Una ventina di anni fa, un locale adibito a ghiacciaia (dove in inverno veniva riempito di neve per garantire il locale refrigerato durante l'estate) è stato aperto come cappella per la preghiera. Ora è diventata la Cappella "del Vaso di Creta", così chiamata perché il Santissimo Sacramento è deposto in un vaso di creta in funzione di tabernacolo. In questa scelta la comunità si è lasciata ispirare da un versetto della Seconda Lettera ai Corinzi di San Paolo: "Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia chiaramente che questa straordinaria potenza viene da Dio e non da noi" (2 Cor 4,7).
La Biblioteca, l'Archivio e la Cultura
La biblioteca nell'Eremo di Camaldoli era già esistente nell'XI secolo, epoca in cui i monaci camaldolesi si dedicarono alla divulgazione della riforma del canto liturgico, realizzata dal loro confratello Guido d'Arezzo. Nel 1510 la biblioteca raccoglieva migliaia di pergamene. Prima delle soppressioni napoleoniche del 1810, all'interno della biblioteca erano conservati oltre 7000 libri stampati, 400 codici e oltre 700 incunaboli. In quell'anno e nella successiva soppressione del 1866, la biblioteca venne spogliata dei suoi beni, successivamente divisi tra la Biblioteca Nazionale di Firenze, la Biblioteca Laurenziana, la Biblioteca Civica di Arezzo e la Biblioteca Rilliana di Poppi. Il materiale archivistico, comprensivo di oltre 500 pergamene, venne trasferito presso l'Archivio di Stato di Firenze. L'ambiente che raccoglie la biblioteca fu realizzato nel 1622.
Grazie a un intervento della Soprintendenza Archivistica Bibliografica della Toscana, l'archivio storico del complesso monastico di Camaldoli, Sacro Eremo e Monastero, diventa consultabile online. Migrato sulla piattaforma xDams, il prezioso patrimonio di Camaldoli è una vera e propria finestra sul Medioevo, conservando documenti risalenti all'XI secolo (circa 2000 pergamene), 515 cassette di carte sciolte (sec XIV-XX) e 1762 registri (sec. XIII-XX).
Il refettorio, posto nel fabbricato situato a lato della chiesa, fu realizzato nel 1679 dai maestri Guglielmo Magistretti di Arezzo e Baldassarre da Stia. Essi ricostruirono la sala mantenendo del precedente refettorio soltanto la facciata. Splendido è il soffitto a cassettoni costellato da rosoni tutti diversi l'uno dall'altro, impreziosito dalle tele di Venanzio l'Eremita. Tra le figure di spicco legate alla cultura camaldolese si ricordano: Ambrogio Traversari (1386-1439), priore generale e protagonista dell'umanesimo fiorentino; Mariotto Allegri (...-1478), priore generale; e Edoardo Baroncini (...-1741). L'umanista Francesco Petrarca, scrivendo al priore di Camaldoli Giovanni Abbarbagliati, descriveva la foresta come un "impenetrabile scudo" che proteggeva la solitudine degli eremiti dal rumore del mondo circostante.
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Il Ruolo dei Monaci nella Gestione Forestale
Il rapporto della comunità con il territorio ha avuto un ruolo di primo piano nella storia dell'Eremo di Camaldoli. La foresta di Camaldoli, oggi inserita nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, deve la sua esistenza alla cura che ne ebbero i monaci dal Medioevo sino alle soppressioni delle corporazioni religiose. La prima grande trasformazione del territorio venne operata dai monaci bianchi che sostituirono la faggeta autoctona con una abetina, per sfruttarne il legname da costruzione e per produrre nella Spezieria sottostante (oggi Antica Farmacia di Camaldoli) la Lacrima d'abeto, un liquore medicamentoso la cui prima testimonianza risale al 1460.
Questa gestione consapevole portò Camaldoli a dotarsi di un vero e proprio Codice forestale per la tutela della Foresta, poi messo in stampa nelle costituzioni del 1520 di Paolo Giustinian, Maggiore del Sacro Eremo. Nelle costituzioni della vita eremitica, Giustinian disciplinò il taglio delle piante e istituì la figura di un monaco dedicato unicamente alla cura della Foresta. Fin dall'inizio della sua plurisecolare storia, Camaldoli divenne un esempio significativo di come la gestione monastica abbia contribuito alla conservazione e alla propagazione di valori ambientali e naturalistici. Già nel 1080, Rodolfo, quarto priore dell'Eremo, codificò le consuetudini di vita della comunità dei Monaci Eremiti nel primo di quei Codici Camaldolesi che rivelano questi religiosi come solerti custodi e sensibili curatori del patrimonio forestale. La conservazione e l'arricchimento della foresta erano vissuti come atto d'amore verso la natura e il suo Creatore. A partire dal XVI secolo, l'attività selvicolturale assunse caratteri maggiormente volti alla produzione di legname, pur mantenendo una costante attenzione alla salute del bosco. Nella tradizione spirituale camaldolese, a partire dalle costituzioni di Rodolfo II del XII secolo, gli alberi vennero assunti per simboleggiare le virtù degli eremiti.

Evoluzione dell'Ordine Camaldolese
Dalla metà dell'XI secolo, Camaldoli divenne centro del movimento eremitico-monastico da cui nacque l'ordine camaldolese, una congregazione maschile di monaci eremiti benedettini interpreti della riforma di San Romualdo. Papi, imperatori e principi concessero numerosi privilegi all'istituto. Le norme consuetudinarie furono fissate dal beato Rodolfo nel 1080. La Congregazione fu approvata da Pasquale II con bolla del 4 novembre 1113, quando contava 30 monasteri.
L'ordine constava di eremi e monasteri "sui iuris" (autonomi), e di eremi e monasteri uniti formanti una sola comunità sotto il governo del priore dell'eremo, eletto a vita e coadiuvato da due assistenti. Il Sacro Eremo di Camaldoli era detto "Casa Madre". Ogni tre anni si celebrava una dieta e, ogni sei, il capitolo generale. Esistevano anche monache camaldolesi.
Dal XV secolo, il sistema di attribuire l'istituto in commenda a persone estranee portò a una decadenza dello spirito della Congregazione. Come reazione a questo stato di decadenza, nacque in questo periodo la Congregazione degli eremiti camaldolesi di Montecorona, quando nel 1520 Paolo Giustinian, Maggiore del Sacro Eremo, desiderando condurre una vita più solitaria e austera, si ritirò nell'eremo di Monte Corona, presso Perugia. Altre fondazioni camaldolesi includono il monastero di Fontebuona, l'antico Sant’Apollinare in Calasse (abbandonato dai Camaldolesi dopo la battaglia di Ravenna del 1512), San Michele in Borgo a Pisa (camaldolese dal XII secolo) e San Michele in Isola a Venezia (fondato nel 1212). A queste congregazioni si aggiunsero nel tempo anche fondazioni di monasteri femminili camaldolesi.
La Fauna del Parco Nazionale
Il Sacro Eremo è immerso in un contesto naturale di straordinaria ricchezza. Molto importante è anche la presenza della fauna nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Tra le specie di ungulati si segnalano il cervo, il daino, il capriolo e il cinghiale, oltre al loro predatore naturale, il lupo. È abbondante anche la fauna ornitica, con specie come il picchio maggiore, le cince, l'allocco e la poiana, e i mammiferi minori, tra cui lo scoiattolo e il ghiro.
