La società e la Chiesa hanno visto profondi sviluppi e trasformazioni notevoli, inclusi gli impatti della pandemia di Coronavirus e la crescita dell’ideologia estremista. Questi fattori hanno imposto una situazione diversa rispetto agli anni precedenti, portando a una nuova interazione dei fedeli con la Chiesa.
Giungono numerose lettere che criticano il comportamento e l’azione di alcuni membri del clero. Tali critiche, talvolta fondate su questioni reali e talvolta espressione di un desiderio di osservazione, indicano che i fedeli non possono accettare oggi un ecclesiastico qualsiasi. Desiderano che la persona ecclesiastica possieda caratteristiche basilari che si adattino all'immagine della Chiesa a cui aspirano.
Qualità attese in un sacerdote nella società contemporanea
I fedeli desiderano che un parroco sia:
- Indipendente e non politicizzato: con una voce profetica influente verso i valori umani e nazionali, come la giustizia sociale, la piena cittadinanza, la pace, la difesa dei diritti delle persone (oppresse), la libertà, la dignità e la convivenza armoniosa. Questa non è un’interferenza nella politica, ma deriva dalla teologia sociale della Chiesa.
- Padre, fratello e amico dei parrocchiani: un servo della carità, specialmente verso i poveri, che promuova uno spirito di partecipazione.
- Prioritario nelle attività di insegnamento, consapevolezza ed educazione: basate sulla fede.
- Una persona di preghiera, non uno che pratica il rito in maniera automatica.
il sacerdote oggi
L'importanza della relazione viva con Cristo
Papa Francesco, prima dell’Angelus, domenica 18 aprile 2021, spiegando il Vangelo dei due discepoli di Emmaus (Luca 24,13-35), ha sottolineato: «Fratelli e sorelle, questa pagina evangelica ci dice che Gesù non è un “fantasma”, ma una Persona viva; […] Essere cristiani non è prima di tutto una dottrina o un ideale morale, è la relazione viva con Lui, con il Signore risorto: lo guardiamo, lo tocchiamo, ci nutriamo di Lui e, trasformati dal suo Amore, guardiamo, tocchiamo e nutriamo gli altri come fratelli e sorelle».
La realtà dell'umanità del clero
Nonostante le aspettative, è fondamentale ricordare che «in tutti i nostri gradi ecclesiastici non siamo angeli del cielo sulla terra, siamo esseri umani come gli altri, abbiamo le nostre debolezze e i nostri limiti, e non pretendiamo di essere perfetti. La santità del sacerdozio e della Chiesa non elimina la nostra umanità». Siamo chiamati alla santità attraverso il nostro servizio incondizionato alle persone, non ad attaccarci alla falsa “santità”. Ringraziamo Dio che nella nostra Chiesa fino ad oggi ci sono stati sacerdoti attaccati alla loro fede fino all’effusione del sangue.
La figura della guida spirituale
Molti giovani cercano una guida spirituale, che non necessariamente deve essere un sacerdote o un frate. Può essere anche una suora, un laico o una persona sposata. Al contrario, talvolta purtroppo ci sono preti (o frati) che, pur essendo tali, non hanno le caratteristiche per diventare anche delle buone guide spirituali.
Una persona "anziana" ha il vantaggio di una lunga esperienza di vita, ma è importante che sia lucida e in forze per sostenere il cammino spirituale e che sia "giovane" interiormente. Non ci sono limiti di età per essere guide spirituali, ma è bene non eccedere né da una parte né dall'altra. In sintesi, la guida spirituale deve essere un uomo o una donna di Dio, proprio come le figure di “guide” che troviamo nella Scrittura.
Impatti dell'improvvisa assenza di un parroco

Quando un parroco se ne va in modo improvviso, si sperimenta se la parrocchia vive con le caratteristiche e lo stile dei cristiani o con le modalità dell’aggregazione paesana; se le attività sono condotte e gestite con criteri ecclesiali o al modo di una pro loco; se chi ha guidato l’ha fatto in maniera autoreferenziale, autoritaria o con spirito aperto, fraterno, coinvolgente e umile.
In ogni caso, per recuperare serenità ed energia autentica, diventa inevitabile puntare su ciò che qualifica la vita cristiana: la liturgia, la Parola, la formazione delle persone e l’attenzione alla carità. Un ruolo particolare spetta alla paternità del vescovo, che dà garanzia alla comunità ferita e a tutte le realtà ecclesiali.
Subito si evidenziano i cento problemi della quotidianità: chi risponde al telefono, accoglie le richieste, avvia il riscaldamento, gestisce le chiavi, le bollette, i malati e i funerali. La canonica vuota aiuta a riflettere sull’importanza della presenza feriale del prete nella comunità, anche per tanti aspetti, pur piccoli e banali, della vita comunitaria.
La reazione più comune è la necessità di vivere una vita cristiana e parrocchiale “normale”, senza scossoni o sorprese antipatiche. Per questo bisogna costruire comunità “normali”, fondate sulla fede e sulla preghiera, sul rispetto di chi c’era prima e di chi verrà dopo, solide nella collaborazione tra le persone.
Come riconoscere un "prete furbo" e le criticità nel clero
Monsignor Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, in “Reverendo che maniere” descrive alcune problematiche: alcuni, dopo aver promesso di collaborare con il vescovo, appena ricevono un incarico ne diventano insindacabili padroni e lo svolgono con loro itinerari e metodi, senza badare alle indicazioni del vescovo.
La ricerca “Sfide per la Chiesa del nuovo secolo - indagine sul clero in Italia” del sociologo Franco Garelli (2003) evidenzia che i tre più rilevanti problemi ecclesiali sono la crisi delle vocazioni (53,6%), la difficoltà di trovare il linguaggio adeguato per annunciare il Vangelo (43,5%) e la difficoltà di proporre il Vangelo in una società secolarizzata (41,7%). I preti italiani sembrano meno preoccupati delle minacce da fattori esterni, come la concorrenza di altre fedi o la presenza di nuove offerte in una società pluralistica. Ne consegue che uno dei maggiori problemi pastorali è agire come se l’Italia fosse ancora cattolica (67%).
Secondo Garelli, il cattolicesimo vissuto e partecipato è ormai un fenomeno di minoranza in Italia, percepito dal clero che constata come le società occidentali stiano perdendo la loro ispirazione cristiana. Il prete, come acuto sensore delle dinamiche del nostro tempo, percepisce che gran parte dei parrocchiani si rivolge a lui richiedendo soprattutto un aiuto materiale, oltre a qualche sacramento ogni tanto, e constata il calo di giovani, della confessione e della frequenza alla messa domenicale. Solo il 12,1% dei sacerdoti ritiene che la partecipazione alle funzioni superi il 30% della popolazione di riferimento della parrocchia.
Le conseguenze che traggono i prelati dalle loro stesse riflessioni non sono quelle che ci aspetteremmo: la maggior parte di loro opterebbe per una Chiesa più dimessa e meno lucida nel proporre il messaggio evangelico, ma più accogliente e meno esigente, piuttosto che per una Chiesa fortemente testimoniale e ben curata ma minoritaria. Questo solleva il tema della mancanza di coerenza della Chiesa cattolica, della frattura tra le impegnative richieste ai propri fedeli e la supina accettazione di qualsiasi rito di passaggio richiesto da persone che si recano in parrocchia solo in tali occasioni.
La strategia adottata per fronteggiare la secolarizzazione è spesso conservativa. Si tende al ripiegamento difensivo, con l’obiettivo di mantenere le posizioni consolidate e non perdere terreno, risolvendo i problemi con un disegno di aggiornamento senza mettere in discussione la plausibilità stessa della fede cristiana nella società contemporanea. Spesso la “colpa” è attribuita alla gente e al mondo, più che alla Chiesa. L’opinione comune è che la sfida trasversale sia contrastare la secolarizzazione delle coscienze attraverso un’azione pastorale sinergica verso le famiglie e i singoli, e che la “missio ad gentes” sia la vera vocazione degli ambienti religiosi.
Percezione della parrocchia e problematiche amministrative
Gli italiani non nutrono un’opinione lusinghiera nei confronti della parrocchia, attribuendole un voto medio di 5,14 su 10. Secondo il 56,7% della popolazione, se la parrocchia chiudesse, la vita sociale della comunità non ne risentirebbe. Ciò è probabilmente condiviso da coloro che hanno incontrato problemi nel vedere soddisfatta la propria volontà di non essere più considerati cattolici.
Numerose lamentele riguardano la mancanza di risposta alle richieste di annotazione di sbattezzo, nonostante le decisioni del Garante della privacy e le istruzioni della Conferenza Episcopale Italiana. Molti parroci rifiutano di effettuare l’annotazione, adducendo motivazioni come l'indelebilità del battesimo o l'assenza di autorizzazione dalla curia o di istruzioni dall'alto, benché il Decreto CEI risalga all’ottobre del 1999.
Si sono verificati casi in cui i parroci hanno coinvolto le famiglie dei richiedenti, generando tensioni e turbamenti. La casistica è assai variegata, ma la sostanza è spesso un evidente fastidio per le richieste ricevute, evidenziando un atteggiamento diffuso nel clero.
Le qualità mancanti nel clero percepito

L’indagine sul clero rivela che l’86,1% dei sacerdoti ritiene necessaria «una spiritualità e una vita di preghiera» per svolgere al meglio la missione, ma solo l’11,3% «uno spirito sereno con capacità di sdrammatizzare» e solo il 10,7% «l’intelligenza e il buon senso».
La qualità dei sacerdoti non è citata come problema rilevante: solo il 17,6% del campione cita l’impreparazione del clero e solo il 13,1% pensa che i vescovi non siano all’altezza. Questo quadro suggerisce la presenza di un clero molto “spirituale”, che non ritiene che la formazione, la preparazione e il confronto siano qualità fondamentali. Le risposte sono in sintonia con la strategia conservativa, attribuendo la “colpa” ai cittadini, non alla Chiesa.
Le segnalazioni pervenute coinvolgono anche le più alte gerarchie, con casi di ritardi nella gestione delle richieste o risposte non adeguate, dimostrando che l'atteggiamento di fastidio e riluttanza non si limita ai parroci ma può estendersi a livelli più alti della gerarchia ecclesiastica.