L'Apostolo e il Senso Profondo della Fede: Oltre la Superficialità

La frase "no grazie, sono apostolo" può essere interpretata come una profonda dichiarazione di identità spirituale e un rifiuto delle logiche superficiali o mondane. Essa invita a una riflessione sul vero significato dell'apostolato, della fede e della percezione del divino, ponendosi in contrasto con le aspettative comuni e le convenzioni.

Il Cammino Incessante dell'Apostolo: L'Esperienza di Paolo

L'attività di evangelizzazione di Paolo si configura come un incessante cammino interiore, un percorso di conversione continuo e un discernimento profondo degli eventi. Paolo è costantemente alla ricerca di un "riferimento originario", quel "nodo da cui tutto è stato determinato fin dall’inizio": l'impatto con la "rivelazione gratuita e inesauribile del mistero di Dio". Pur essendo un grande evangelizzatore, egli avverte ancora drammaticamente come quel riferimento "ancora gli sfugga", essendo alle prese con la "novità inesauribile, inafferrabile, indomabile dell’evangelo".

Il suo progetto di ritornare a Gerusalemme non è meramente programmatico, ma rappresenta un "ritorno all’evangelo", una "conversione in atto", un ricongiungimento con il "nucleo originario, all’evento decisivo". Paolo si percepisce ancora come "sprovveduto, incerto, segnato da molte contraddizioni" rispetto a questa conversione non del tutto realizzata. Il viaggio verso Gerusalemme assume per lui la configurazione di una "scadenza luttuosa", poiché è convinto di salire per "rendere testimonianza al Signore Gesù e morire, come lui". Egli dichiara esplicitamente: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù» (Atti 21,13).

Mappa del viaggio di San Paolo verso Gerusalemme

Tuttavia, la storia di Paolo è costellata di "veri e propri fraintendimenti". Giunto a Gerusalemme, è accolto festosamente dai "fratelli" della chiesa madre, composta da giudei cristiani, ma è anche oggetto di contestazioni. Circolano voci che lo accusano di insegnare ai Giudei a "abbandonino Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire più le nostre consuetudini". Questo è falso, poiché Paolo, un "giudeo rigorosamente osservante, fiero di essere circonciso", è convinto che per un ebreo, diventare cristiano significhi "realizzarsi come ebreo", non rinnegarne l'identità.

Per dissipare tali accuse, gli anziani gli suggeriscono di prendere con sé quattro uomini che hanno fatto un voto, compiere la purificazione con loro e pagare le loro spese nel tempio. Paolo accetta e si reca al tempio. Mentre i giorni di purificazione stanno per concludersi, alcuni Giudei della provincia d'Asia, che lo conoscono da Efeso, lo vedono nel tempio e "aizzarono tutta la folla", gridando: «Uomini d’Israele, aiuto! Questo è l’uomo che va insegnando a tutti e dovunque contro il popolo, contro la legge e contro questo luogo. Ora ha introdotto perfino dei Greci nel tempio e ha profanato il luogo santo!». Questa accusa, basata su aver visto Paolo in compagnia di Trofimo di Efeso in città, è un'invenzione, poiché Paolo non avrebbe mai profanato il luogo sacro introducendovi dei pagani. La folla si solleva, lo trascina fuori dal tempio e le porte vengono chiuse: "la storia di Paolo è segnata da questa esperienza di porte che gli vengono chiuse dietro le spalle".

La Devozione Autentica e l'Umiltà del Natale

Il "no grazie" implicito nella frase riflette un rifiuto delle illusioni e un invito a ritornare all'essenziale della fede. Il Natale, spesso "svenduto [...] alla fiera dei buoni sentimenti", offre una profonda teologia che parla al cuore. I pastori, giunti alla stalla di Betlemme, non trovano un "Dio potente che con prodigiosi segni di potenza divina non può non convincere", bensì "il bambino adagiato nella mangiatoia", "assolutamente inerme e bisognoso di tutto". Questa scena, così vividamente rappresentata anche in un film in cui la vista di un neonato paralizza un combattimento, incarna il "simbolo della vita nella sua purezza ed essenzialità".

La vera origine del Natale

Gesù bambino è Dio che si propone al mondo con "assoluta libertà", senza alcuna imposizione. Benedetto XVI sottolinea come la "libertà religiosa" sia la via della pace, superando gli errori di un passato in cui la religione fu spesso motivo di violenza. Davanti al presepe, ci si sente liberi, e proprio in questa libertà si può sentire un'attrazione verso Gesù, riconoscendo che la fede in lui è "una strada di pace". Senza il Vangelo, ci si sentirebbe "perso e prigioniero nella gabbia di piccolezze e violenze".

In contrasto con Cesare Augusto, il cui avvento fu celebrato come l'inizio della pax romana e la sua nascita festeggiata come segno di abbondanza, il vero Salvatore nasce "in un oscuro villaggio di pastori". Questi pastori non sono i "pastorelli dei nostri presepi", ma "persone poco raccomandabili indurite dal lavoro". Dio nasce "come ogni bambino, la salvezza ci giunge nel più banale dei modi". È il nostro "sguardo che cambia", è "la luce del nostro cuore che sa vedere al di là dell’apparenza".

Il Dio che si rivela è "un neonato con i pugni chiusi e la pelle arrossata", che "non dona, chiede, non ha deliri di onnipotenza, ha svestito i panni della regalità". Questo è il "Dio vero, non quello dei nostri deliri, delle nostre vane aspirazioni", un Dio che si desidera nasca nel nostro cuore. Non un Dio "efficiente, non perdente", "schierato con i forti", ma il Dio di Gesù, il Dio bambino.

Dio sceglie di nascere in un "buco di paese mai citato nella Bibbia", a Nazareth, e attraverso "una ragazzina di tredici anni", Maria. Ciò insegna che Dio nasce "nella quotidianità", indipendentemente dalle qualità straordinarie o dalla visibilità sociale. Non nasce in chi "se lo merita" o in persone "particolarmente religiose". L'invito dell'Avvento, in un mondo in crisi, è alla "fiducia e alla gioia", intese non come emozione, ma come "gesto di volontà" che nasce dalla preghiera.

Giovanni il Battista ammonisce a riconoscere il proprio limite come "opportunità e non mortificazione" per "accogliere il Dio fragile che nasce". Vivere da discepoli "in questi nostri tempi oscuri" significa "ribellarci al pensiero dominante per vivere la nostra interiorità come dei cercatori di Dio". La concezione del peccato stesso si evolve: "un peccato è male perché fa del male", ci punisce facendoci precipitare in un "abisso di falsa felicità", e per vederne le ombre, è necessario esporsi "alla luce della Parola".

Dagli "Oggetti Indifferenti" alle "Cose Che Parlano": Una Nuova Percezione

La "spiegazione" del profondo significato spirituale si radica anche in una rinnovata percezione del reale, come quella suggerita da Osip Mandel’štam nel saggio "Sulla natura della parola" agli inizi del Novecento. Egli evidenzia una distinzione cruciale, spesso trascurata dall'ermetismo e dalla poesia post-ermetica italiana, tra "oggetti" e "cose":

  • Gli "oggetti" sono elementi indifferenti, che non ci parlano, mera strumentalità.
  • Le "cose" sono quegli oggetti che si trasformano, carichi di significato e che diventano "nostri consanguinei, i nostri compagni significativi" attraverso un "nuovo sguardo".

Mandel’štam definisce l'"ellenismo" come "il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame, la personificazione del mondo circostante". Egli critica il "simbolismo professionale" che riduce le forme a "animali impagliati e riempite di contenuto estraneo", portando a una "percezione demoralizzata. Nulla di autentico, originale". La sua visione è che "un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le idee le prendiamo dalle «cose». Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee e le nuove idee sono le «nuove cose»." Le parole stesse, in questo senso, sono "cose" in un "senso fisico, spaziale".

La trasmutazione degli "oggetti" in "cose" avviene "quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci", quando "gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei". Un esempio di questa profonda osservazione si ritrova nella poesia di Fernanda Romagnoli: il "Bruco", una "presenza da niente, un dettaglio in fondo", viene osservato "senza emozione apparente, in una giornata consueta e in un momento banale", ma con "occhi lucidi e consapevoli", diventando "il fulcro della poesia volta alla ricerca di sé e del senso della vita e del suo dolersi". Questo bruco tagliato in due è l'espressione di una "agonia" e un "malessere cronico".

Infografica sulla differenza tra

La domanda se, ad esempio, la guerra di Troia sia un "oggetto" o una "cosa" evidenzia l'importanza di questa distinzione. Le "cose caricate di tempo" conservano intatta la memoria, essendo composte dal "tempo interno nostro - che appartiene al vissuto individuale - e altrui, come avviene per le cose antiche, già cariche di storia". Per i poeti, sono "riserve aurifere di parole e immagini".

Questa riflessione ha condotto alla consapevolezza della necessità di liberare la poesia dalla "ingombrante e fastidiosa presenza di quegli oggetti indifferenziati" per trovare le "cose", spesso scoperte nelle "buchi" e nei "frammenti dissolti e dimenticati" della memoria. La "nuova poesia" dovrebbe "andare a caccia di quei frammenti dissolti e dimenticati". La poesia di Gino Rago, ad esempio, mostra come un "frammento" possa essere "rimemorizzato e ricreato", riprendendo vita e animandosi. La sua poesia proviene da Mnemosyne e dall'"Oblio della Memoria", dal "periechon", dalla "perdita dell’Origine e dalla perdita della Patria", trasformando la guerra di Troia in un "simbolo di tutte le guerre e di tutti gli eccidi della storia umana", narrata dalla parte delle donne, delle perdenti, come Ecuba.

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