La figura del profeta Isaia, con la sua vita, il suo ministero e le sue profonde profezie, ha attraversato millenni, influenzando non solo la teologia e la cultura, ma anche l'arte, trovando una delle sue espressioni più sublimi nella musica. Il suo messaggio di speranza, ammonimento e salvezza ha ispirato capolavori intramontabili, tra cui spicca l'oratorio Messiah di Georg Friedrich Händel, un'opera che attinge ampiamente dai testi isaiani per raccontare la storia della redenzione.
Il Profeta Isaia: Vita, Ministero e Contesto Storico
Le Origini e la Chiamata Profetica
Il libro di Isaia reca il nome del suo autore, un profeta citato direttamente nel Nuovo Testamento. Isaia (in ebraico יְשַׁעְיָהוּ?, in latino Isaias), il cui nome significa "il Signore salva", nacque intorno al 765 a.C., figlio di Amots. È considerato uno dei quattro maggiori profeti biblici, al quale viene attribuito l'omonimo Libro di Isaia. Sant’Isaia nacque in una nobile tribù d’Israele, mandato da Dio per rivelare al popolo infedele e peccatore la fedeltà e la salvezza del Signore a compimento della promessa fatta a Davide.
Le vie del Signore sono infinite, così come i modi in cui Egli chiama a servirlo: nel caso di Sant’Isaia, Dio venne in sogno ad affidargli la sua missione. Il futuro profeta vide il Signore seduto su un grande trono nel Tempio, circondato da cherubini, uno dei quali prese dall’altare un carbone ardente e con questo toccò la bocca di Isaia, “lavandola” così dal peccato. Fu in quel momento che Dio stesso prese la parola e invitò Isaia a predicare la verità al popolo eletto. Quando Dio lo chiamò a profetizzare, nell’anno della morte del re Uzzia (739 a.C. ca), egli rispose con gioiosa prontezza, pur sapendo che il suo ministero di ammonimento ed esortazione non avrebbe prodotto frutto (Isaia 6: 9-13). Il profeta visse almeno fino al 681 a.C., anno in cui scrisse un resoconto della morte di Sennacherib (cfr. Isaia 37: 38).

Il Ministero in un Periodo di Crisi
Isaia, figlio di Amots, esercitò il ministero profetico, rivolto a Giuda, a Gerusalemme e nelle zone circostanti durante i regni di quattro sovrani: Uzzia (chiamato Azaria in 2 Re), Iotam, Acaz ed Ezechia (Isaia 1: 1), dal 739 al 686 a.C. Le sue profezie iniziano nel 740 a.C. circa, sotto il regno di Ozia: il profeta vide la caduta di Israele in un periodo storico che coincide con l’avanzata dell’impero assiro verso ovest. Queste visioni proseguirono per circa 44 anni, e cioè durante i regni di Giatan, Acaz, Ezechia e, infine, Manasse.
Isaia visse in un periodo di forti tensioni sociali e politiche durante le quali Israele era sotto la costante minaccia di un'invasione assira. Durante i cinquantadue anni di prosperoso regno del re Uzzia (790-739 a.C. circa), l’Assiria cominciò a emergere come nuova potenza internazionale sotto Tiglat-Pileser (745-727 a.C. ca), nel tempo in cui Iotam era re (2 Re 15: 19). Acaz aveva vent’anni quando iniziò a regnare in Giuda e regnò per sedici anni (2 Cronache 28: 1, 8; 735-715 a.C.). Il regno di Ezechia su Giuda ebbe inizio nel 715 a.C. e continuò per ventinove anni, fino al 686 a.C. Nel 701 a.C. Sennacherib condusse un'invasione assira di Giuda.
Il peso politico datogli dal suo essere profeta lo rese un personaggio molto in vista nel suo tempo e la sua vicinanza alla corte di Gerusalemme lo fanno ritenere da alcuni appartenente a una famiglia aristocratica. La sua attività politica e profetica fu costantemente impegnata a denunciare il degrado morale portato dalla prosperità del paese. Egli condannò il vuoto ritualismo dei suoi giorni (p. es. Isaia 1: 10-15) e l’idolatria in cui tanti erano caduti (p. es. Isaia 2: 8). Quando Ezechia, ad esempio, si alleò con gli Egiziani contro il potere crescente degli Assiri, Isaia fu contrario e profetizzò la distruzione del regno, esortando gli uomini a non cercare alleanze tra loro, ma a rivolgersi soltanto a Dio. Si ritiene che Isaia abbia vissuto per un lungo periodo, con le sue profezie che coprono circa cinquant’anni della storia di Gerusalemme.

L'Eredità delle Profezie
La bellezza e la chiarezza delle sue parole sono esemplari, tanto che più che predizioni di eventi futuri, le sue sembrano narrazioni di storie passate. Il suo libro di profezie è diviso in 66 capitoli in cui parla anche della venuta del Liberatore, descrivendone la nascita e le opere, fino alla Passione e alla morte.
La Tradizione sulla Morte di Isaia
Quando il regno di Giuda passò nelle mani di Manasse, Isaia si preoccupò: il nuovo re, infatti, era empio e crudele, essendo caduto nell’idolatria. Il Signore, allora, mandò il profeta a richiamarlo al culto dell’unico vero Dio e al pentimento dei propri peccati. Siamo nel 681 a.C. Di Isaia si perdono le tracce nel 700 a.C.: secondo una tradizione ebraica, egli fu arrestato e condannato a morte sotto il re Manasse, che lo fece segare in due con una sega di legno (cfr. Ebrei 11: 37).
Isaia Nelle Profezie Messianiche e la sua Rilevanza Teologica
I Riferimenti a Gesù di Nazareth
Nel libro di Isaia si trovano molti passi che nella tradizione cristiana sono stati letti come riferimenti a Gesù di Nazareth. I Vangeli indicano diverse volte le profezie di Isaia sull'avvento del Messia come riferite a Gesù. Le sue profezie avevano dunque natura messianica (Isaia 7: 14; 9: 6; 11: 1; 53: 1-12). L’adempimento letterale delle profezie relative alla prima venuta di Cristo ha accresciuto la sua credibilità (p. es. Isaia 7: 14; 9: 6, 7; 53). Il testo centrale del libro di Isaia è l’impareggiabile capitolo 53, l’esaltazione del Servo sofferente di Geova, il quale, con la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione, espierà i peccati del suo popolo.
Panoramica: Isaia 40-66
La Struttura del Libro di Isaia
Isaia era un levita della Tribù di Levi, consacrato al culto divino e, a differenza di altri, non ebbe possedimenti terrieri dopo l'insediamento di Israele nella terra promessa. Ad Isaia vengono attribuiti soltanto i capitoli 1-39 dell'omonimo Libro di Isaia, mentre i capitoli 40-55 sono attribuiti al Deutero-Isaia o Secondo Isaia - un enigmatico profeta vissuto durante la cattività babilonese, residente probabilmente in Fenicia. La parte finale del libro (cc. 56-66) è denominata Trito-Isaia (Terzo Isaia) e fu redatta da una scuola profetica attiva dopo il ritorno dall'esilio babilonese, probabilmente tra il 520 a.C. e il 510 a.C. L'ebraismo considera Isaia un profeta tra i più importanti, e il suo Libro è contenuto nella Bibbia Ebraica.
Il Dialogo Profetico: Eco della Voce di Isaia
La profondità e l'universalità dei messaggi di Isaia si possono cogliere in un dialogo che rappresenta la ricerca umana di giustizia e speranza, temi centrali nell'opera del profeta. Questo scambio riflette la tensione tra la desolazione presente e la promessa divina, nucleo di molteplici espressioni artistiche che attingono alla figura di Isaia.
Il discepolo: «Dimmi, profeta, dove la giustizia? Dove la dimora del Signore? La vita è un deserto senza strade. Le domande sono un suono che si perde nel vento. Dove la pace? Il sospiro è un pianto senza consolazione?»
Il profeta: «La tua inquietudine, invece di una porta aperta per accogliere la pace, è una agitazione distratta. Il tuo passo, invece che la docilità alla voce che ti chiama, è un girovagare inconcludente. Le tue domande, invece che l’attesa di una parola, sono piuttosto un dissenso, una protesta. Tu poni domande, ma non ascolti le risposte. Ascolta. Lascia che la parola del Signore prenda dimora nel tuo cuore e nella tua mente, come il seme entra nella terra. Ascolta. Consenti al tempo di far germogliare il seme, lascia che la scintilla accenda il fuoco. Ascolta. Non permettere al malumore di diventare una obiezione. Non permettere alla presunzione di diventare indifferenza e disprezzo per chi parla nel nome del Signore. Ascolta.»
Questo scambio sottolinea la necessità dell'ascolto e della memoria della promessa divina, come emerge nella risposta successiva.
Il discepolo: «Le tue parole sono dure, profeta! Cerco la giustizia, ma giustizia non c’è. Cerco il Signore, ma il Signore non si fa trovare.»
Il profeta: «La prima parola è la memoria. Guarda alla roccia da cui sei stato tagliato. Ricordati di Abramo e riconosci d’essere figlio, d’essere discendenza di Abramo. Ricorda. Ricordati d’essere figlio.»
Nonostante il discepolo esprima scetticismo verso la memoria e la percezione di un mondo in rovina, il profeta ribadisce la certezza della venuta del Signore e la promessa di restaurazione e gioia.
Il discepolo: «La memoria! Si perde nella notte dei tempi e neppure riesco a immaginarmi il volto di Abramo e di Sara e la loro solitudine e la loro fecondità. Il racconto commuove, ma come una favola. Degli antichi canti del popolo s’è persa l’eco nei secoli, come un’epica gloriosa e mitica. Ecco oggi le rovine! Ecco oggi il deserto! Invoca il Signore, profeta!»
Il profeta: «Il Signore viene! Il Signore ha pietà di Sion, ha pietà delle sue rovine e rende il deserto come l’Eden. Il Signore viene! La sua promessa si annuncia con giubilo e gioia, ringraziamenti e melodie di canto! Ecco: la gioia! Quale posto hai lasciato per la gioia nel tuo animo? Quale posto hanno lasciato i popoli per la gioia nei loro affari, nei loro discorsi, nei loro pensieri? Quale posto per la gioia?»
Di fronte al pessimismo del discepolo, che vede la gioia negata dalla malvagità e dalla desolazione, il profeta offre una visione di gioia duratura, fondata sulla parola e la presenza divina.
Il discepolo: «Profeta, tu sai che non c’è posto per la gioia là dove gli empi prevalgono con le loro empietà, là dove il deserto divora i campi, là dove l’angoscia agita il pensiero e gli affetti. La gioia?»
Il profeta: «Il Signore viene e la sua gioia ne annuncia la presenza. Alza gli occhi al cielo e guarda la terra di sotto: tutto si dissolve, tutto si logora e invecchia. Il Signore salva e la sua salvezza è per sempre! La gioia che annuncia la presenza del Signore non si confonde con l’allegria precaria dei trionfatori, non è l’ebbrezza scomposta delle trasgressioni. La gioia germoglia là dove il Signore pronuncia la sua parola, là dove l’Altissimo posa il suo piede. Ecco, viene!»
Il "Messiah" di Händel: Un Oratorio Ispirato alle Scritture di Isaia
La Formazione di Händel e l'Influenza Italiana
Georg Friedrich Händel, un eccellente artigiano addentro ai segreti della fascinosissima macchina musicale, ebbe in Italia la possibilità di progredire nell’arte compositiva e di verificare il grado di apprendimento in esclusivi cenacoli che ne promossero e saggiarono amorevolmente l’ingegno e il magistero acquisito. L’opera - come Rodrigo (Firenze, 1707) e Agrippina (Venezia, 1709) -, le cantate da camera - spiccano tra queste Armida abbandonata, Delirio amoroso, Ero e Leandro, Diana cacciatrice -, gli oratori - Il trionfo del Tempo e del disinganno, La Resurrezione -, la serenata - Aci, Galatea e Polifemo -, la musica sacra - mottetti, salmi, cantate - e la musica strumentale sono i generi nei quali diede prova della sua maturazione artistica e soprattutto dell’accondiscendenza a uno stile ormai senza confini.

Il Successo a Londra e l'Evoluzione dello Stile
Il percorso di formazione rese Händel pronto a conquistare le piazze europee più ambite: Londra divenne il campo delle sue maggiori sfide in una tenace operazione di diffusione dell’opera italiana. L’esperienza britannica iniziò sotto i migliori auspici con il notevole gradimento riscosso dal Rinaldo (1711), in cui il celebre Nicola Grimaldi si cimentò lasciando vacante il suo posto presso la Cappella Reale di Napoli, per poi concretizzarsi negli anni successivi con una serie di attestazioni che ne suggellarono l’indiscusso successo. Le commissioni della corte lo portarono progressivamente a varie mansioni ufficiali che lo videro maestro delle principesse reali e compositore della “Cappella Reale di Sua Maestà”.
La sua vita, sulle rive del Tamigi, fu comunque contraddistinta da discontinuità di fortuna ed è legata strettamente agli scenari politici. Al di là delle alterne vicende e delle accese contese artistiche con alcuni prestigiosi colleghi chiamati a contrastargli la piazza in quei contenziosi all’insegna di strategie politiche nelle quali gli artisti erano chiamati involontariamente in causa, Händel affinò e aggiornò sempre più il proprio bagaglio artistico, pervenendo a uno stile autonomo e originale, allineato alle più progredite tendenze coeve nonché alle aspettative del pubblico londinese. Esemplare di questo processo creativo sono gli oratori in lingua inglese dove le singole esperienze musicali accumulate nel corso della vita trovano un naturale approdo.
Il passo tratto dalla prefazione dell’oratorio Samson, a firma del librettista Newburgh Hamilton, ben riassume l’istanza sottesa al genere codificato da Händel in ossequio alla sua spiccata natura di melodrammaturgo; inoltre, il prodotto era destinato alla sala teatrale, sebbene non si servisse di quegli strumenti performativi e scenici propri dell’opera. La fascinazione è tutta da ricercarsi nella suggestiva maestria sonora elaborata con chiari intenti “teatrali”, distaccandosi in tal modo dall’austera tradizione germanica e ammiccando al pubblico con una catechesi più allettante e alla moda. Concepito per un teatro “mortificato” nella sua vocazione spettacolare, l’oratorio faceva ammenda attraverso una “rappresentazione” evocata per occhi visionari e menti suggestionabili, rivelando le potenzialità del compositore di fare “teatro” con la sola arte dei suoni.

La Nascita del "Messiah": Contesto e Composizione
Sulle “ceneri” dell’interrotto sodalizio con l’opera, nacque il Messiah HWV 56 nel 1741, anno all’insegna di grandi sommovimenti nella vita del compositore tedesco che diede l’addio alle scene melodrammatiche concludendo, con la messinscena della Deidamia, un’esperienza strepitosa e contraddittoria. L’oratorio in tre parti per soli, coro e orchestra fu concepito nel corso dell’estate, in un breve lasso di tempo; una manciata di settimane bastò a Händel per allestire una partitura alla quale il suo nome è indissolubilmente legato.
La folgorante scrittura è alimentata dal testo approntato da Charles Jennens, già redattore dei testi di Saul (1738), Israel in Egypt (1738) e L’Allegro, il Pensieroso ed il Moderato (1741), su materiali tratti dalla Bibbia di re Giacomo (nota in Inghilterra come Authorized Version - l’edizione contiene la traduzione ufficiale delle Sacre Scritture secondo l’interpretazione della chiesa inglese dopo lo scisma da Roma) e dal Book of Common Prayer, che riunisce testi di quotidiana devozionalità. L’intellettuale assemblò i vari materiali preesistenti pervenendo a un equilibrato e ben congegnato prodotto. L'impareggiabile capitolo 53 di Isaia, che esalta il Servo sofferente di Geova il quale, con la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione, espierà i peccati del suo popolo, è uno dei testi centrali che hanno nutrito il libretto del Messiah. È bensì vero che nella meravigliosa creazione del Messiah ci sono grandi diseguaglianze, come per lo più nelle composizioni di Händel; ma chiunque la voglia esaminare attentamente, dovrà considerarla un autentico prodigio.

La Prima Esecuzione a Dublino
L’impresa, forse intrapresa in vista di una nuova serie di concerti che il musicista intendeva organizzare a Londra, si manifestò nella periferica Dublino. Nell’autunno del 1741 Händel accettò la proposta di William Cavendish, Lord Lieutenant of Ireland, di recarsi a Dublino per allestire una serie di concerti a sottoscrizione. L'esecuzione benefica, intitolata "For Relief of the Prisoners in the several Gaols, and for the Support of Mercer’s Hospital in Stephen’s Street and of the Charitable Infirmary on the Inn’s Quay", si tenne lunedì 13 aprile 1742 presso la Musick Hall in Fishamble Street.

Composizione e Struttura Musicale
L’oratorio si articola in cinquantadue numeri suddivisi in sedici arie, tredici recitativi, ventuno cori, una Sinfony e una Pifa. La costruzione della pagina avviene su un campionario di strutture variegate. Händel fece tesoro del suo enorme bagaglio di esperienze che convergevano all’interno della partitura. In filigrana è possibile enucleare una fitta scelta di topoi musicali che affondano, talvolta, la propria origine in materiali la cui memoria era del tutto sconosciuta, rimasti nell’immaginario sonoro del tempo grazie a quel copioso repertorio di espedienti preconfezionati a cui i compositori attingevano senza scrupolo alcuno.
Si tratta di un florilegio di cellule motiviche, soluzioni ritmiche, processi armonici che avvantaggiano la scrittura dell’autore in quella frenetica richiesta del mercato, poco paziente nell’attesa dell’atto creativo; gli uomini di “spettacolo”, sicuri della effimera vita dei propri manufatti e poco previdenti su una posterità ghiotta di archeologie sonore, senza pudore si passavano il prontuario arricchendolo a loro volta di nuove inusitate trovate. È un magistero che richiede un ingegno non comune, per cui solo a una scelta accolita riusciva di influenzare il corso dell’arte.
L'Orchestra, il Coro e i Solisti
Il cast della prima rappresentazione comprendeva il soprano Christina Maria Avolio, il contralto Susanna Maria Cibber, i controtenori Joseph Ward (che cantò «Then shall be brought to pass» e «O death, where is thy sting») e William Lambe (che cantò «Behold a virgin shall conceive», forse «O thou that tellest good tidings to Sion», «He that dwelleth in Heaven» e «Thou shalt break them»), i tenori James Baileys e John Church, e i bassi John Mason e John Hill (che cantò «Why do the nations so furiously rage together?»). Il coro annoverava trentadue elementi - sedici ragazzi e sedici adulti - e l’orchestra si componeva di violino I e II, viola, violoncello, tromba I e II, timpani e continuo.
La Maestria Composita di Händel nel "Messiah"
Il musicista avviò la partitura seguendo strategie sopraffine che vanno dall’austero uso della forma dell’ouverture francese per la Sinfony, con la sezione d’apertura Grave contraddistinta dalla scrittura omofonica degli archi su ritmo puntato, il cui solenne inizio è succeduto da un tempo Allegro moderato con una fuga avviata dal violino I e che al termine torna riprendendo le tre battute del Grave iniziale, al recitativo del tenore suddiviso in due segmenti rispettivamente arioso e accompagnato; da sottolineare sono le note lunghe adoperate per il lemma «comfort» che preludono alla stessa soluzione di «plain» dell’aria seguente.
Le prime pagine offrono un impatto assai forte e introducono a una partitura che sarà all’insegna della varietà; per le diverse arie il Sassone ricorse a tutto il campionario formale, da quelle bipartite a quelle tripartite con da capo e dal segno - anche nell’organizzazione pentapartita come nel caso di «He was despised» -, da quelle in sezioni giustapposte a quelle che avviate dal solista sono poi concluse dal coro - esemplare è l’aria di “furore” del basso «Why do the Nations so furiously rage together», la cui sezione finale è affidata al coro. In quest’ultima appare chiaro il ricorso a stilemi consolidati di procedimenti cari agli ascoltatori - le furenti successioni di semicrome e la concitata vocalità con i lunghi melismi su «rage» e «imagine» - né sorprendono quelle altre pagine ascrivibili ai più collaudati ritrovati melodrammatici, come nell’aria AA’B dal segno (AA’ senza il ritornello strumentale iniziale) con tromba «The Trumpet shall sound», in cui la voce s’allinea alle arditezze dello squillante strumento.
L’amplificazione di immagini è affidata alle magie melismatiche copiosamente contenute nei ricchi “bauli” degli artisti, sia per lumeggiare occorrenze “pittoriche” sia per descrivere impalpabili affetti, senza tralasciare quei passaggi poetici che nell’economia drammatica meritano un respiro maggiore. A tal proposito si rinvia al «born» contraddistinto da fioriture nel coro «For unto us a Child is born». Per questa pagina corale Händel ricorse alla pratica dell’autoimprestito, utilizzando il recente materiale del duetto No, di voi non vo’ fidarmi, HWV 189, pratica assai invalsa al tempo e alla quale il Messiah deve alcune delle sue pagine.
Il coro «For unto us a Child is born» apre la sezione conclusiva della prima parte e introduce al magico brano strumentale contraddistinto dal titolo Pifa. Questa pagina pastorale in 12/8, la cui melodia è di chiara ascendenza italiana, inaugura l’unico segmento testuale storico che narra della nascita di Gesù. Lo stile pastorale ricompare dopo poco nel duetto «He shall feed His Flock like a Shepherd». La successione recitativo semplice - recitativo accompagnato - recitativo semplice - recitativo accompagnato - coro - aria - recitativo semplice - duetto - coro scandisce i momenti salienti di questa narrazione con quella sapienza che è la cifra dell’autore: la notte santa si materializza in uno sfavillante volo di angeli e di sonnolenti pastori che attoniti partecipano alla gloria celeste. Il brano è in climax ascendente e la prima sezione culmina nel grande coro «Glory to God», dove compaiono nell’organico le trombe. Lo svanire delle schiere angeliche è pressoché evanescente nell’assottigliarsi dell’organico strumentale a cui segue la lussureggiante aria (per la prima volta appare nella sua forma più articolata) del soprano «Rejoice greatly».
Panoramica: Isaia 40-66
È il coro a sostenere un ruolo, senza dubbio alcuno, rilevante. Händel profonde nelle pagine corali un magistero straordinario in cui si fondono in maniera armoniosissima stilemi diversi. Il rigoroso contrappunto tedesco convive senza attrito alcuno con la tecnica dell’anthem, tanto che in uno stesso brano il procedimento imitativo si unisce al dialogo concertante tra le voci, pervenendo a segmenti omofoni che danno vita a molteplici architetture.