Un Mosaico da formare pezzo per pezzo per costruire il proprio cammino di Quaresima. Questo percorso è un'opportunità per scoprire che il Signore Gesù è un dono per ciascuno di noi, poiché ci insegna ciò che rende davvero bella la vita: il dono di se stessi per amore! Come affermato in Giovanni 15, 13: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici».
Prima di amarci «fino alla fine» (cfr. Gv 13, 1-17), Gesù ci ha lasciato un segno che diventa il simbolo di una vita spesa per amore: la lavanda dei piedi.
La Quaresima come Itinerario Battesimale
Il cammino della Quaresima offre una liturgia della Parola che trova nel battesimo il suo cuore e il suo significato più profondo. Per i primi cristiani, la Quaresima è stata un tempo fondamentale dedicato agli adulti che si preparavano a ricevere il Battesimo nella notte di Pasqua, per entrare nella vita del Cristo.
Ogni domenica scandisce il percorso battesimale:
- la rinuncia al diavolo e la confessione della fede nella prova (le tentazioni, prima domenica);
- il rivestirsi di Gesù Cristo trasfigurato (la trasfigurazione, seconda domenica);
- il dissetarsi in Gesù Cristo acqua di vita eterna (Cristo e la samaritana, terza domenica);
- il vedere con occhi nuovi la propria realtà di figli di Dio (Cristo e il cieco nato, quarta domenica);
- l’incontrare Gesù Cristo resurrezione e vita nella morte (Cristo e Lazzaro, quinta domenica).
Un Progetto Quaresimale per Bambini: il Mosaico da Costruire
Nella Domenica all’inizio della Quaresima, ai ragazzi viene affidato un tabellone con quaranta pezzi che, una volta assemblati, completeranno l'immagine del Mosaico (i quaranta pezzi sono da staccare singolarmente prima della consegna con un’operazione molto facile).

Ogni giorno, dalla loro scatola personale, i partecipanti dovranno estrarre un pezzo del Mosaico corrispondente alla settimana di Quaresima che stanno vivendo. Ognuno farà il suo percorso nel completare le diverse scene, una per settimana.
Al gesto dell’inserimento del frammento del Mosaico corrispondono due messaggi: il primo si ricava sul retro del tabellone, dove sui bordi sono indicate 40 «frasi belle» per imparare il dono di se stessi. Ogni giorno i bambini e i ragazzi sono invitati a leggere la frase corrispondente (in ordine dalla I Domenica di Quaresima sino al Giovedì Santo). I genitori potranno aiutare ad approfondire il significato della frase che, in ogni caso, risulterà immediato per i ragazzi. Le istruzioni per l’utilizzo sono disponibili per ciascun ragazzo sul cartoncino per realizzare la scatola e sulla stessa scatola. L'obiettivo è rendere la propria vita davvero bella, come desiderato, attraverso il dono di sé.
Mosaici Iconici del Cammino di Salvezza
L'Incontro tra Cristo e la Samaritana (Basilica di San Marco, Venezia)
I Vangeli sono segnati dall’incontro, da uno sguardo volto a volto, come evidenziato nello splendido e luminoso mosaico che rappresenta l’incontro tra Cristo e la samaritana, datato circa al XII secolo e custodito nella Basilica di San Marco a Venezia.

- L’intera scena manca di ogni riferimento spaziale e temporale, divenendo una realtà luminosa per ogni cristiano e indicando un cammino già abitato da Cristo risorto. Il mosaico d’oro parla di un Dio Risorto, di una Gloria misteriosa che illumina, ammonendo i credenti a non trattenersi né rimanere davanti ad una croce di disperazione, a non sostare nel dolore che soffoca, ma a trasfigurare e vedere ogni caduta, ogni morte, ogni peccato come luoghi di resurrezione, ogni ferita come feritoia di Gloria di un Dio risorto.
- Dal fonte battesimale fiorisce un albero, elemento vitale del mosaico. Se il primo uomo e la prima donna ne hanno mangiato il frutto come sospetto, il nuovo Adamo e la samaritana ne attingono al frutto della Misericordia. È un albero dalle forme di fiamme e di fuoco: l’elemento botanico è trasfigurato nello Spirito di Dio che pienamente è ricevuto nel Battesimo. Il rosso tra l’acqua e il fonte ne indica il cuore pulsante, quasi una dimensione eucaristica tra acqua e Spirito. E lo Spirito ricevuto non è uno spirito da schiavi, ma è lo spirito che grida in noi: «Abbà Padre!» (Gal 4,6). L’albero, pur unico, si divide in tre rami, mistero di Unità e Trinità, mistero professato nel simbolo della fede.
- Il pozzo al centro della scena, che separa e unisce Gesù alla samaritana, è un vero e proprio fonte battesimale. Assieme alla vasca ottagonale, anche la croce entra nell’iconografia paleocristiana: nel Battesimo ci immergiamo nella morte in croce di Gesù Cristo, per risorgere con Lui. È un’acqua in movimento con onde di vita che lavano via l’uomo vecchio; è un’acqua che straborda dal fonte stesso e copiosa irrora l’universo intero, segnalato dai tre rettangoli alla base del pozzo. È un’acqua che crea la comunità ecclesiale, come indicato dal perimetro del pozzo che trasforma il fonte nella pianta di una chiesa.
- Pur fuori dallo spazio e dal tempo, il mosaico è caratterizzato dal movimento, e l'opera del XII secolo anticipa tecniche cinematografiche future. Se dapprima la donna samaritana, in abiti signorili, con copricapo straniero, dal volto stupito e atterrito, con la brocca in mano, sta in dialogo con il Signore, una volta che il cuore è acceso, lei stessa diventa annunciatrice e apostola del Vangelo della Salvezza. Il volto si fa sicuro e sorridente, le mani sono capaci di toccare l’umanità, non ha più bisogno di una brocca tra le mani: lei ha incontrato l’acqua stessa sorgente di vita. È bello questo annuncio gioioso portato da una donna peccatrice e straniera ad un gruppo di uomini nascosti uno dietro l’altro, anonimi contemporanei massificati e con muri interiori innalzati. La forza del vangelo è nella miseria del peccatore perdonato, che non può tacere, che non può non annunciare una vita che è cambiata. Sorpresa dalla gioia: «non ho avuto dubbi: era Lui! Il suo nome era Dio! Ed era intimo a me come può esserlo un bambino dentro la madre o un pane dentro la bocca. E io che lo avevo cercato nel tempio, io che lo avevo cercato sul monte e Lui era lì. Io il tempio, io il monte dove vive Dio».
- In un panneggio di un blu profondo come il mare e il mistero che copre un abito d’oro della stessa sostanza di Dio, Gesù è il Cristo Risorto Pantocratore e giudice del mondo e della storia. La mano conta i mariti della samaritana, ma al contempo è mano benedicente: «Felice colpa, che meritò tale e così grande Redentore». L’altra mano porta con sé un rotolo, «Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere» (Sal 39), mentre i piedi del pellegrino indossano i calzari sognati da Isaia profeta: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice Sion: “Regna il tuo Dio» (Is 52,7).
Il Cristo Pastore (Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna)
Gesù si è rivelato dicendo: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore». Un altro viaggio nell'arte ci guida attraverso il mosaico allegorico di Cristo pastore, situato all’entrata del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

Il paesaggio è dipinto con realismo e attenzione ai dettagli. Gesù, seduto al centro della lunetta, rappresenta la via per la quale le pecore «entreranno e usciranno e troveranno pascolo», come narrato nel Vangelo di Giovanni. Il bastone e il vincastro, simboli del Pastore divino menzionati nel Salmo 23, convergono nella croce, emblema di salvezza. Il bastone corto guida il gregge e protegge dalle minacce, mentre il vincastro lungo e ricurvo recupera le pecore smarrite, riportandole sulla retta via.
Gesù troneggia su una roccia a tre gradini, metafora della Trinità e della vigilanza del pastore sul suo gregge. Questa immagine evoca i monti biblici, sedi di alleanze divine: dal Sinai al Calvario, dove l’ultima alleanza è stata sigillata con il sangue di Cristo. Il “bel pastore” senza barba, che diverrà caratteristico nell’arte successiva, incanta e attira le pecore con il suo amore genuino e la promessa di un’esistenza piena di significato. Egli è un pastore universale, vestito alla romana, che trasforma la croce, strumento di tortura, in uno di misericordia e redenzione.
Vestito di una tunica dorata e un mantello porpora, colori imperiali e divini, Gesù è il vivente, il vittorioso. La sua divinità si manifesta nel servizio e nella cura del gregge. Il giudizio universale, descritto nel capitolo 25 di Matteo, ci ricorda che, nonostante il desiderio di salvezza del pastore, la libertà delle pecore di accettare o rifiutare il suo amore rimane sacra.
La tunica dorata di Gesù simboleggia l’incorruttibilità e la fedeltà eterna. La promessa del pastore è che «siamo venuti perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza». Anche nelle notti più oscure, sentiamoci sempre sostenuti e guidati da questa fedeltà immutabile.
Come pecore in un mosaico di vita, possiamo sentirci smarriti, con pezzi che sembrano non incastrarsi. Ma è in questo contesto che Gesù ci chiama per nome, conoscendoci profondamente. Nel tumulto delle nostre giornate, è facile ignorare la chiamata del buon pastore e seguire invece coloro che si rivelano mercenari. Gesù mette in guardia: «Il mercenario… vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge… non gli importa delle pecore».
Questa metafora ci ricorda che, nonostante la libertà concessaci, spesso ci smarriamo, attratti da false guide in un mondo caotico e talvolta crudele. Ma il vero pastore non si arrende mai alla nostra perdizione. Ascoltiamo la voce di questo pastore, appassionato delle anime, che ci guida con amore autentico, fino al sacrificio della propria vita per la nostra salvezza. «Il buon pastore dà la vita per le sue pecore».
Fermiamoci davanti all’immagine del buon pastore e meditiamo su queste parole: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza». Questi versi del Salmo 23 ci offrono conforto e sicurezza, ricordandoci che, nonostante le sfide e le paure, non siamo mai soli.
La Trasfigurazione di Gesù (Basilica di Sant'Apollinare in Classe, Ravenna)
Il Vangelo narra: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce. E apparvero loro Mosè ed Elia che stavano conversando con lui. E Pietro prese a dire a Gesù: «Signore, è bene che stiamo qui; se vuoi, farò qui tre tende; una per te, una per Mosè e una per Elia».

Il mosaico della Trasfigurazione di Gesù Cristo, opera delle Maestranze ravennati, rivela la sua natura divina alla presenza di tre apostoli. Egli appare come una Croce gemmata, che campeggia al centro di un grande disco con 99 stelle (simbolo della totalità dell'umanità e del cosmo), la quale, nell'incontro dei bracci, presenta, entro un clipeo, il volto del Cristo. All'estremità della traversa della croce vi sono le lettere simboliche Alfa e Omega, che richiamano la seconda venuta del Cristo, la fine dei tempi: Gesù è il centro di tutta la struttura compositiva, l'inizio e la fine d'ogni cosa.
Profeti si sono materializzati, ai lati della Croce, solo i busti immersi in un cielo di nuvole variopinte; essi riassumono il suo esser venuto a completare la Legge e sono il simbolo dell'avverarsi delle profezie dell'Antico Testamento. Sant'Apollinare è raffigurato con le braccia sollevate e aperte nell'antico gesto di preghiera. Il Santo è vestito con una tunica bianca e una clamide color porpora con ricamate sopra delle piccole api dorate.
La solitaria figura del Santo vescovo deriva dall'iconografia classica del Buon pastore, ma ne propone una versione più complessa e originale: infatti, non tiene fra le braccia o sulle spalle un agnello, né regge il vincastro, ma leva le braccia al cielo in orante risposta alla Mano di Dio che indica il Cristo. La costruzione della Basilica di Sant'Apollinare in Classe e la decorazione musiva furono volute da Ursicino, vescovo di Ravenna dal 535 al 538, e finanziate dal banchiere Giuliano Argentario. La basilica venne dedicata a sant'Apollinare, primo vescovo della Diocesi (46 ca.).
Il Cristo Pantocratore (Chiesa della Martorana, Palermo)
Nel cuore di Palermo, la chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, meglio conosciuta come La Martorana, custodisce uno dei capolavori più straordinari della mosaistica bizantina in Italia: il mosaico del Cristo Pantocratore che domina la cupola centrale. La chiesa venne fondata nel 1143 da Giorgio di Antiochia, Gran Ammiraglio del re normanno Ruggero II, come omaggio alla Vergine.

Il mosaico del Cristo Pantocratore è uno dei più antichi della Sicilia, realizzato da maestranze bizantine tra il XII e XIII secolo. Al centro della cupola svetta la figura imponente del Cristo Pantocratore, con il suo sguardo penetrante e ieratico. Attorno alla figura centrale, nella fascia inferiore della cupola, si dispongono quattro arcangeli: Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele, identificabili dalle iscrizioni greche accanto a loro.
La Croce e la Montagna: Simboli di Elevazione Spirituale
Fin dall’antichità, la montagna è considerata un simbolo di elevazione spirituale. La croce con i suoi due segmenti - orizzontale e verticale - rappresenta l'unione tra cielo e terra e mette in relazione due realtà, quella terrena con quella divina, poiché il cielo è la sede di Dio.

La montagna, con la sua enormità, è un mezzo per avvicinarsi a Dio e la CROCE (Axis Mundi) posta in cima a una vetta, sovrasta tutto il paesaggio circostante, elevandosi come faro per tutti i fedeli. Considerando la mole di questa montagna, la "Serra Puleri" rappresenta una meta, un obiettivo da superare con fatica e impegno, metafora della fatica che deve affrontare ogni uomo, ogni fedele, anche a costo di scivolare e farsi male, nel tentativo di purificarsi, staccandosi dalle cose terrene ed innalzarsi ad un livello spirituale più elevato.
Il Volto di Cristo e il Mistero della Croce
Si può guardare il volto di Gesù e rimanere estranei a Lui? Il cammino quaresimale può essere percorso con il volto di Cristo davanti agli occhi. Dapprima è stato il suo corpo crocifisso, dipinto su una grande tavola sette secoli fa da scuola giottesca, e ritornato nella grande cattedrale dopo varie vicissitudini. Chi ha dipinto il grande legno vi ha espresso un’intensità affettiva che è diventata disegno e colore nel tratto sinuoso, delicato e fine; la Croce sulla quale Cristo è appeso vibra come una carne appena placata dopo la sofferenza.
Nei giorni seguenti è stato il volto sofferto di Cristo nel vangelo delle tentazioni e nel volto teso e sofferto di alcuni malati e di qualche persona appesantita anch’essa dalla tentazione. Infine, nella seconda domenica di Quaresima il Vangelo illumina con il Volto trasfigurato sul monte, ma anche nell’espressione di qualche persona che si è vista vibrare per la gioia di un incontro. Avendo davanti quel Cristo, si può ancora partecipare a una liturgia come rimanendone fuori? Si partecipa non solo con un’ammirazione estetica e un’attenzione devota, ma per un’attrattiva del cuore che porta a riconoscere Colui che è.
La parola di Dio annuncia il mistero di Cristo che condivide con noi la vita e la tentazione, arriva al sacrificio totale con la Passione e Morte, e si spalanca nella risurrezione. Viene annunciata la redenzione e la conversione, vengono proposte le buone opere di una vita rinnovata nel Battesimo, ricostruita nella Penitenza e ritemprata nell’Eucaristia. Il Cristo continua a guardarci nella sua dolce imponenza di Crocifisso. Vorremmo averlo davanti agli occhi sempre, a guardarci e a guardarlo sopra l’altare della celebrazione. Lui che ci fa popolo. Lui che non solo mostra ai discepoli che lo attorniano il suo Corpo e le ferite da cui sgorgano sette rivoli di sangue, ma dona la sua vita nei sette sacramenti. Lui che dona il suo corpo nell’Eucaristia. Percorriamo il cammino che ci fa diventare suo popolo fino alla terra promessa della Pasqua. I discepoli si stringono a lui, a immagine delle figure dipinte ai lati della croce, Maria e Giovanni. Siamo sue ossa e sue membra, nel tormento dei fatti che accadono, nel clamore delle nostre esigenze e nella penitenza dei nostri peccati.
La Quaresima come "Pesha" (Passaggio)
La Quaresima è un vero e proprio cammino che ci riconduce al vissuto quotidiano e feriale con rinnovato spirito. Congiunto ad esso una segnaletica per non disperderci perché il cammino implica arrivo, traguardo, meta. Almeno la vista di frecce indicative ci tranquillizza. Questa domenica è chiamata la domenica del Laetare.
La tipologia del cammino nell’uomo è variegata: pensiamo a quello del tempo che avanza, a quello virtuale, a quello di lavoro, a quello di relazioni, a quello vizioso e tantissimi altri. Quanta segnaletica abbiamo imparato e dobbiamo ancora imparare perché questi cammini variopinti: fisici, interiori, raggiungano il loro scopo che significa passare da un punto di partenza e raggiungere un punto d’arrivo per arrivare al quale siamo stati o dovremmo essere attenti a tante cose.
Abbiamo anche imparato a fare un cammino stando fermi e fermando quasi tutto. Pensiamo alla pandemia e il cammino che stiamo facendo per superarla; quanta attenzione prestata alle indicazioni per passare da uno stato di pericolosa contagiosità alla immunità. Questo passare da un punto all’altro attraverso un cammino lo potremmo chiamare con un termine ebraico, liturgico pesha (pasqua): la pasqua è proprio un cammino perché implica un passaggio.
Come lo fu per l’antico popolo dell’alleanza: dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della terra promessa; come per Gesù la cui pasqua, il cui cammino di vita terrena fu ardentemente desiderato: passare dalla passione, morte, alla resurrezione, ascensione. Egli nella sua umanità è stato attento a tanti segni che lo aiutassero a compiere la volontà del Padre, evitando le suggestioni che avrebbero fatto fallire il suo cammino: le tentazioni, il successo con le folle, i suggerimenti accorati di Pietro sul discorso della passione, la preghiera nel Getsemani ecc. Gesù interiormente aveva ben luminose le spie che lo salvaguardavano da un cammino che lo fuorviasse dalla volontà del Padre.
La nostra pasqua invece, prima di quella definitiva alle soglie della quale non c’è più possibilità di progettare un itinerario, intraprendere un cammino, è il passare dal peccato alla grazia attenti a tutte quelle segnaletiche che la Chiesa ci dà e che conosciamo perché nei nostri pensieri coscienziosi ci sono tante avvisaglie. Sappiamo quando il semaforo è rosso e quando è verde almeno che non siamo anche interiormente daltonici.
Il Vangelo, riportandoci una parte del colloquio notturno di Gesù con Nicodemo, fariseo, membro del Sinedrio, desideroso di rendersi conto di chi è Gesù senza esporsi tanto. Per questo si incammina di notte per trovarlo e Gesù senza giri di parole dice a Nicodemo che il destino verso il quale Lui è in cammino è quello della croce. La croce, lo abbiamo appreso dal catechismo, da patibolo più infamante esistente ai tempi di Gesù diviene il segno di un amore totale sino alla fine, non solo del suo tempo, ma anche della sua umanità, tutta data.
La Croce è la segnaletica più evidenziata nel nostro cammino credente: la illuminano i Vangeli, i Padri della Chiesa, la dottrina cattolica, la devozione popolare, il canto sacro, l’arte. Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo come Mosè innalzò il serpente nel deserto e chi lo guardava non veniva schiacciato dal male. Il morire crocifisso di Gesù prima ancora di essere enigma misterioso come quello che si provoca in noi per ogni morte innocente è gesto di donazione totale, di vita fatta per gli altri.
L’Eucaristia ogni volta fa memoria della croce, non solo significata ma realmente presente nel pane spezzato e nel vino versato che sono il Corpo e il Sangue del Signore donatoci e noi tutti che non solo sediamo alla mensa eucaristica ma assumiamo il pane spezzato per noi e beviamo il vino versato per noi cresciamo e ci trasformiamo nel suo corpo come Chiesa capace di donarsi senza risparmio o riserve. Questo è il senso ultimo della vita credente intrisa di Vangelo e fiorente di carità. È pertanto importante interrogarci sul senso ultimo della nostra vita, ma senza ricorrere alle cialtronerie astrologiche. Perciò se è inutile agitarsi per scoprire il futuro, è importante invece interrogarsi sulla direzione verso la quale stiamo andando. Non si deve vivere a caso andando all’attimo fuggente del piacere gustato e subito estinto, alle azioni compiute in modo istintivo. Privi di un progetto o di uno scopo nell’esistenza è come navigare senza bussola e senza meta. Se dobbiamo sapere chi siamo e dove stiamo è altrettanto decisivo conoscere qual è la nostra missione sulla terra.
La Croce: Rivelazione dell'Amore Onnipotente di Dio
E la presenza di un crocifisso non deve intimorirci. La Croce è la rivelazione della vera onnipotenza di Dio. L’Onnipotenza di Dio è l’amore. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.
L’annuncio di Cristo crocifisso produce tanta reazione e derisione, ma noi questo predichiamo dirà San Paolo, mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza. Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (1 Cor 1,22). La derisione non è solo di oggi, ma sin dall’inizio. A Roma sul Colle Palatino è visibile ancora la prima bestemmia scritta nei confronti del Crocifisso. In un vano del Palazzo imperiale è tuttora evidente un graffito, opera di un paggetto imperiale che voleva deridere un suo compagno che si era dichiarato cristiano. Il graffito raffigura il giovane cristiano in ginocchio davanti al Crocifisso, ma il Crocifisso ha una testa d’asino!
Nell’umanità di Cristo la cui morte in croce non è l’ultima sua espressione, ma un passo del suo transito pasquale, Gesù rivela il dramma del nostro peccato e il mistero dell’amore di Dio che è più grande e più forte del nostro peccato.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate.