I Mosaici della Basilica Patriarcale di Santa Maria Assunta ad Aquileia

La Basilica Patriarcale di Santa Maria Assunta ad Aquileia, dedicata alla Vergine e ai santi Ermacora e Fortunato, protomartiri e discepoli di san Marco, si presenta solenne e semplice ed è considerata l’ecclesia mater dell’area friulana e giuliana, ma anche dell’Europa danubiana. Questo straordinario complesso architettonico, riconosciuto come patrimonio UNESCO nel 1998, è celebre soprattutto per i suoi magnifici mosaici paleocristiani del IV secolo, che offrono una profonda immersione nella vita spirituale e quotidiana del passato.

Veduta esterna della Basilica Patriarcale di Aquileia con il campanile

L'Evoluzione Architettonica: Dalle Aule Teodoriane alla Basilica Romanica

La Basilica aquileiese non è sempre stata come la vediamo oggi. La sua storia è un susseguirsi di edificazioni, ampliamenti e ricostruzioni che ne hanno plasmato l'aspetto attraverso i secoli.

Le Origini Paleocristiane: L'epoca del Vescovo Teodoro

L'edificio fu edificato su impulso del vescovo Teodoro (308-319 circa) nel IV secolo, sulle fondamenta di una villa romana, negli anni successivi all’Editto di Milano (313 d.C.) che permise ai cristiani di professare apertamente il proprio credo. L'imperatore Costantino sostenne direttamente questa costruzione, che rappresentò una complessa sfida per gli artigiani, abituati a opere musive per uso privato.

Originariamente, il complesso era costituito da due aule distinte di pianta rettangolare (circa 37x20 m), parallele e orientate da ovest ad est, connesse da un terzo blocco trasversale (29x13 m) orientato da sud a nord, che comprendeva la sede battesimale. È stato ipotizzato che una delle due strutture fungesse da catechumeneum, mentre l’altra fosse adibita alle funzioni liturgiche. Entrambe le aule erano prive di abside, con sei colonne che sostenevano un soffitto a cassettoni riccamente decorato e una pavimentazione costituita da uno straordinario complesso musivo a tessere bianche. L'accesso alla struttura avveniva da est, e da qui si poteva accedere a vari locali, incluse piccole aule di servizio e uno spogliatoio dove i catecumeni si svestivano prima di ricevere il battesimo nell'adiacente battistero.

Amplimenti e Devastazioni: Fortunaziano, Cromazio e Attila

La successiva fase costruttiva della basilica risale alla metà del IV secolo, al tempo del vescovo Fortunaziano, con l'ampliamento dell'aula nord (73x31 m) e la creazione di un quadriportico antistante la facciata. Al vescovo Cromazio (388-407) si deve invece l'ampliamento dell'aula sud sino a 65x29 m e la costruzione di nuovi edifici, incluso l'attuale battistero. In questi anni si colloca il periodo di massimo splendore del patriarcato di Aquileia.

La grande prosperità si interruppe bruscamente nel 452, quando gli Unni, guidati da Attila, devastarono la città. L’aula nord, bruciata durante i saccheggi, non venne più ricostruita. Secondo alcune ipotesi, l'ampliamento dell'aula sud, talvolta chiamato "cromaziana sud" o "post-attilana", risale agli anni successivi alla distruzione.

La Rinascita Carolingia e Romanica: Massenzio e Poppone

Solo nella prima metà del IX secolo, a partire dall'811, il patriarca Massenzio, con l'appoggio di Carlo Magno, iniziò l'opera di ristrutturazione riutilizzando l'aula sud. Aggiunse un breve transetto, un'abside centrale semicircolare (delimitata all'esterno da mura quadrate), due absidiole laterali, un porticato più stretto e avanzato e la cosiddetta chiesa dei Pagani tra la basilica e il battistero. In questo periodo venne realizzata anche la Cripta, destinata a custodire le reliquie dei martiri aquileiesi Ermacora e Fortunato.

Nel 988, un terremoto causò ingenti danni. Ciò spinse il patriarca Poppone ad attuare, nella prima metà dell'XI secolo (con consacrazione nel 1031), un radicale restauro del complesso in forme romaniche, ricche di influenze carolinge-ottoniane. La sua ristrutturazione comprese il rifacimento della facciata, con la bifora centrale, e dell'abside, con uno stupendo ciclo di affreschi. I colonnati interni di dieci colonne ciascuno furono dotati di nuovi capitelli e venne edificato il campanile, alto settantatré metri. Questo nuovo piano di calpestio in cotto cancellò per secoli la vista degli originali mosaici paleocristiani.

La Scoperta e il Valore dei Mosaici Paleocristiani

Il pavimento a mosaico della Basilica di Aquileia, scoperto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, rappresenta una delle testimonianze più spettacolari dell’antico complesso paleocristiano. La sua riscoperta, avvenuta nel 1909 quando gli archeologi decisero di rimuovere il pavimento popponiano, rivelò un'autentica meraviglia. Vennero rinvenute anche porzioni di tessellato dell'aula nord, sopravvissute agli scavi per le fondazioni del campanile medievale.

I mosaici paleocristiani di Aquileia sono il frutto di una fiorente tradizione locale sviluppatasi in tempi remoti, evidente tanto negli aspetti tecnici e figurativi quanto in quelli simbolici. L'arte musiva aquileiese dei primi secoli riprende e amplia i motivi geometrici, le decorazioni e i contenuti iconografici dell'arte romana imperiale, recependo dall'esterno le innovazioni stilistiche dettate dal Cristianesimo. È particolarmente interessante osservare, nei mosaici di età teodoriana, un visionario rifiuto del realismo cromatico e della rigidità formale, con un utilizzo del colore più libero e indipendente dalle unità compositive. Dopo le invasioni barbariche del V secolo e lo spopolamento della città, i musivari tenderanno a realizzazioni meno innovative e più artigianali.

Mosaico pavimentale dell'Aula Sud della Basilica di Aquileia con raffigurazioni simboliche

I Mosaici dell'Aula Sud: Il Più Vasto Pavimento Musivo dell'Occidente

I resti musivi dell’aula sud, risalenti al periodo teodoriano, si estendono ancor oggi lungo tutta la Basilica Patriarcale romanica e sono pervenuti quasi intatti, costituendo con i suoi 760 metri quadrati il più vasto pavimento musivo dell'Occidente cristiano. Diviso in quattro campate e dominato dall'iscrizione dedicatoria di Teodoro, propone un percorso ideale verso la salvezza eterna.

Un’estesa decorazione a girali d’acanto suddivide la pavimentazione in differenti settori. Alcuni ospitano una serie di ritratti minori, appartenenti ai benefattori della Basilica. Nelle campate, sono di particolare interesse i ritratti sia maschili che femminili racchiusi in medaglioni clipeati, tra i quali vi sono anche le raffigurazioni delle stagioni. La linea in tessere nere accentua colori e lineamenti, e il contrasto delle tinte usate nei volti e nelle vesti. Secondo alcuni studiosi, nei principali ritratti potrebbero riconoscersi le effigi dell'imperatore Costantino e di altri membri della famiglia imperiale, come la madre Elena e i suoi quattro figli.

Simbolismo e Iconografia nell'Aula Sud

Ampi settori del pavimento contengono un numero sterminato di nodi di Salomone, motivi geometrici, un variegato bestiario cristologico e le protomi delle stagioni. Si può riconoscere nell'insieme un simbolismo escatologico legato alla risurrezione. Il ripetersi delle stagioni prefigura la rinascita del cristiano dopo la morte, mentre il nodo di Salomone evoca il legame tra Dio e l'uomo nel disegno di salvezza. Le raffigurazioni musive dell'Aula Sud trovano le loro fonti nel Pastore di Erma, nell'Apocalisse di Pietro, ne Il Giudizio di Pietro, negli Acta Johannis e nelle opere esegetiche di Origene.

Tra le scene principali si trovano:

  • Il Buon Pastore: Nella navata destra figura il Buon Pastore, che regge una pecora sulle spalle e un flauto, affiancato da una gazzella e un cervo. Questa rappresentazione di Gesù, mediata dalla classicità pagana (simile al dio Mercurio), si colloca nella seconda campata. Il grande trittico della Salvezza finale è composto da tre ottagoni: in quello centrale il Buon Pastore porta la pecorella salvata, mentre un'altra chiede di esserlo; negli altri due stanno un cervo e una gazzella, la cui matrice biblica è nel Cantico dei Cantici.
  • La Vittoria Eucaristica: Nella terza campata, un riquadro centrale mostra una Vittoria alata che sostiene corona e palma, simbolo del Cristianesimo che trionfa sulla religione pagana dopo l'Editto di Costantino. La palma è immagine del trionfo attraverso il martirio. La Vittoria è accompagnata da una ventina di riquadri ottagonali con volatili e fanciulli offerenti.
  • La Storia di Giona: La quarta campata, che conclude il ciclo delle raffigurazioni, è costituita da un unico mirabile tappeto musivo che rappresenta un mare pescoso, con la storia di Giona. Il profeta, inviato da Dio a Ninive, si oppose e fuggì su una nave, fu gettato in mare, inghiottito da un mostro e poi sputato sui lidi della Palestina. La vicenda di Giona è un motivo ricorrente nell'arte paleocristiana, strettamente connesso con la risurrezione dei morti. L'acqua è anche immagine del Battesimo e della rinascita spirituale. Quasi al centro del tappeto marino si vede l'epigrafe riferita al vescovo Teodoro.
  • La Lotta tra il Gallo e la Tartaruga: Una riproposizione più tarda della lotta si incontra poco più innanzi all’ingresso della Basilica. La composizione, più ariosa ma con meno forza espressiva, si distingue per la mancanza di un premio "materiale", esprimendo la ricompensa eterna con un simbolo di infinito (che in età imperiale indicava il mille o una grande quantità). La scritta "CCC" (trecento), che in greco antico era indicata con la lettera tau, ricorda che la salvezza deve passare dalla Croce.

I Mosaici dell'Aula Nord (Cripta degli Scavi)

Su gran parte dell'aula nord, voluta dal vescovo Teodoro, sorse il campanile in età romanica; i suoi resti sono oggi visitabili nella cosiddetta Cripta degli Scavi. Quel che resta dell'antico tessellato ha suscitato un grande dibattito tra gli studiosi. Se i mosaici dell'aula sud si inscrivono nello stile costantiniano coevo a Teodoro, quelli di una porzione dell'aula settentrionale ricordano l'arte del periodo tetrarchico. Nella Cripta degli scavi si possono ammirare mosaici appartenenti sia ai resti della basilica paleocristiana che a case romane precedenti. In origine un mosaico romano di collegamento era presente, sopra il quale si pone il cocciopesto degli ambienti teodoriani, con traccia di un battistero verso il muro dell’attuale basilica.

Mosaico con raffigurazioni animali e simboliche dall'Aula Nord, Cripta degli Scavi

Interpretazioni e Simbolismi nell'Aula Nord

I soggetti raffigurati nella porzione musiva a nord-est dell'ambiente sono costituiti da animali, a riposo o in attività, racchiusi entro motivi geometrici floreali. Si tratta dell'eredità di quei campi elisi e pascoli che in età romana imperiale erano connessi al concetto di felicità eterna, ora ammantati nel Cristianesimo di nuovi significati legati alla salvezza dell'anima. Ecco dunque apparire nel tappeto musivo dell’aula nord un ariete, un asino, dei capretti e vari altri volatili, tra cui un pappagallo, dei merli e dei fagiani. Una nidiata di pernici è simbolo della Chiesa che accoglie i propri fedeli, mentre un’aragosta figura la resurrezione, giacché tale animale è capace di rigenerare il proprio carapace.

Tra le scene figurate vi è il celebre combattimento tra il gallo e la tartaruga, collocato in prossimità dell’altare maggiore. Sullo sfondo, una colonna regge un’anfora, il meritato premio del vincitore. Il richiamo metaforico a Cristo e al trionfo sulla morte, così come alla lotta interiore che attende il cristiano, è evidente: il premio per chi sconfigge l’oscurità del peccato è la vita eterna. L'etimo greco del termine tartaruga, ταρταροῦχος (tartaroûkhos), "abitante del Tartaro", rafforza il simbolismo del male. Il mosaico con dedica al vescovo Teodoro, presente nell'Aula Nord, in alto, mostra un monogramma cristiano, una delle prime attestazioni in un edificio pubblico.

I mosaici della "cripta degli scavi" presentano immagini di difficile interpretazione, con studi che individuano legami con lo gnosticismo alessandrino e il testo Pistis Sophia. Vi si trovano rappresentazioni degli arconti planetari (Sole, Luna, Giove, Venere, Mercurio, Marte, Saturno), un asino scalpitante (interpretato come il diavolo o il cristiano liberato dal peccato), un capro con simboli episcopali (richiamo al ruolo del vescovo come "pastore"), polli sultani (bellezza della comunità dei discepoli) e un nido di pernici (Cristo che cova ebrei e "gentili" nello stesso nido della Chiesa).

Altri Tesori della Basilica

La Cripta degli Affreschi

Ubicata sotto il presbiterio, vi si accede tramite una piccola porta vicino alla gradinata. Originariamente una stanza quadrata a tre navate, fu costruita con la ristrutturazione voluta dal patriarca Massenzio all'inizio del IX secolo per custodire le reliquie dei santi locali. Assunse la forma attuale in epoca popponiana, nell'XI secolo, con l'aggiunta dell'abside. L'intera cripta, colonne comprese, fu decorata alla fine del XII secolo da maestranze bizantine con affreschi che raffigurano scene della vita di Gesù e Maria (pareti e lunette), figure di santi (sguanci delle volte) e scene della vita di San Marco e San Ermacora (volte).

Affresco bizantino nella Cripta degli Affreschi di Aquileia

Il Presbiterio e l'Altare Maggiore

Il Presbiterio fu rialzato nel XIV secolo e abbellito da maestranze lombarde. Capolavori di Bernardino da Bissone sono la finissima decorazione della Tribuna Magna (1491), sotto la quale si trova una teoria di santi e martiri, e l’altare del Sacramento, con ciborio e un bel bassorilievo raffigurante la Pietà. Una lunga scritta ricorda il 13 luglio 1031, data della consacrazione della basilica nella festività dei santi Ermacora e Fortunato. L’altare maggiore (1498), invece, è opera di Antonio e Sebastiano da Osteno; dietro è posta la cattedra di Poppone. Gli affreschi dell’abside risalgono alla dedicazione di Poppone alla Madonna (1031).

Il Battistero e la Chiesa dei Pagani

Il Battistero si trova in asse con l’altare della basilica, indicando simbolicamente il percorso del cristiano. In origine aveva pianta quadrata all'esterno e ottagonale all'interno. Una ristrutturazione medievale eliminò tre delle quattro grandi nicchie sugli angoli. Al centro della stanza è situata la vasca battesimale esagonale, restaurata nel 1739 a spese dell'imperatore Carlo VI d'Asburgo.

Dal portico antistante l'ingresso della basilica si accede alla Chiesa dei Pagani, composta di due vani con nicchie e affreschi del XIV secolo. È così detta giacché vi si recavano i catecumeni non ancora battezzati. Questo edificio a due piani, entrambi coperti da volte a crociera e da una calotta impostata su trombe d’angolo, connette la basilica al battistero.

Il Santo Sepolcro

Nella navata sinistra della basilica è interessante la cappella del Rosario, con altare settecentesco, e una riproduzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Questa struttura in pietra, collocata all’inizio della navata sinistra e risalente all'XI secolo, riproduce il Santo Sepolcro di Gerusalemme, come descritto dalle antiche cronache medievali.

Le Cappelle

Nella navata destra, oltre a un fonte battesimale cinquecentesco, sono interessanti un Vesperbild (fine XV secolo) e la lastra tombale di Voldorico di Treffen (1182). Nella cappella di Sant'Ambrogio o Torriani (voluta nel 1298 dal patriarca milanese Raimondo della Torre), si trovano i sarcofagi in marmo dei quattro patriarchi Torriani e affreschi dell'inizio del XIV secolo. Nel transetto sinistro, oltre a un sarcofago con figure di santi (XIV secolo) e un bassorilievo (fine XII secolo) dedicato a Tommaso di Canterbury, si trova la piccola abside della cappella affrescata di Sant'Ilario (XII secolo).

Lungo i mosaici della Basilica Patriarcale d’Aquileia si può leggere un libro composto non di lettere, virgole e punti, ma di simboli e figure, rimandi a una conoscenza spirituale profondissima. Geometrie e colori, tessere e composizioni custodiscono messaggi celati, semantiche del passato pur tuttavia oggi vivide e concrete. Il pavimento della Basilica riflette la fede delle prime comunità cristiane di quel luogo, e anche quella tradizione secolare di mastri artigiani che affonda le sue radici negli albori dell’epoca romana imperiale.

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