Dioniso: Il Dio del Sacro Furore e dell'Estasi

Nella mitologia greca, Dioniso è una divinità complessa, a cui gli antichi attribuirono una serie di simbologie connesse a un'idea di sofferenza, persecuzione e follia. È un dio "polimorfos", nel quale trovano sintesi e fusione gli opposti di qualsiasi tipo: l'amore e la morte, la gioia e il dolore, la paura e l'estasi, il maschio e la femmina, la luce e il buio, la pace e la guerra, la ferocia e la dolcezza, dimostrando una grande capacità di cambiamento e adattamento a qualsiasi situazione.

In origine era considerato come una sorta di divinità della vegetazione, la linfa vitale che scorre nelle piante. Con il tempo, questa linfa venne circoscritta al frutto della vite e Dioniso divenne il dio del vino, dell'ebbrezza causata dal vino e dell'estasi, con il parossistico momento di liberazione dei sensi. Altre sue caratteristiche includono lo scorrere lento o irruento della vita, la sua origine, l'origine dell'universo, il completamento di ogni aspetto dell'esistenza, l'alito e l'energia frenetica che serpeggia nel cosmo, latente nella sua originaria identità ma pronta a ripresentarsi ed esplodere se liberata senza controllo. In pratica, egli è l'esistenza e la consistenza di tutte le pulsioni istintuali rimosse o represse dalle catene della razionalità e dell'autocontrollo.

Miti della Nascita e Infanzia del Dio

Esistono diverse versioni riguardo la nascita di Dioniso, ma la più nota lo vede come figlio di Zeus e Semele, figlia di Cadmo, re di Tebe. Zeus si innamorò di Semele e la ingravidò. Al sesto mese di gravidanza, Era, gelosa, prese le sembianze di una vecchia vicina e convinse Semele a chiedere a Zeus di mostrarsi nelle sue vere sembianze. Semele aveva negato il letto a Zeus se non avesse soddisfatto la sua richiesta. Irritato, Zeus si mostrò in tutta la sua potenza divina, e Semele, che nessun mortale poteva sostenere, rimase fulminata e morì. Disperato a causa della sua promessa irrevocabile, Zeus fu costretto a realizzare la richiesta. Decise di salvare il feto, chiamò Ermes che lo aiutò a cucirlo dentro una sua coscia. Da lì uscì, a tempo debito, un bambino cornuto e anguicrinito: Dioniso. Quindi egli è il "nato due volte".

Zeus che cuce Dioniso nella sua coscia (illustrazione mitologica)

C'è una terza nascita allorché i Titani, spinti da Era, lo catturano, lo fanno a pezzi, lo bollono e lo mangiano. Dal suo sangue spunta un albero di melograno. La nonna Rea ne mette insieme i pezzi, raccogliendo le briciole di presenza vitale che i Titani non sono riusciti a distruggere, e gli ridà la vita. Secondo altre versioni fantastiche, Atena riuscì a strappare alla loro furia il cuore del ragazzo, o, secondo Kerenji, il fallo generatore di vita, lo portò a Zeus, che lo inghiottì e lo rese immortale, facendolo rivivere in Dioniso.

Una variante narra che, quando Zeus tornò da Semele, le promise di darle in regalo qualsiasi cosa desiderasse e la ragazza, appositamente indottrinata da Era sotto i panni della sua nutrice, chiese al dio degli dei di manifestarsi in tutta la sua potenza. Il piccolo Dioniso venne affidato da Zeus ad Atamante e Ino, sorella di Semele, ma Era scoprì tutto e fece impazzire Atamante, il quale uccise suo figlio Learco con delle frecce, mentre Ino uccise l'altro figlio Melicerte in una tinozza di acqua bollente, prima di gettarsi a mare per il dolore. Il piccolo Dioniso venne trasformato in capretto da Zeus e affidato alle Iadi, ninfe dei boschi, che lo crebbero come una di loro e ne affidarono l'istruzione a Sileno, un satiro anziano figlio di Pan.

Secondo un'altra versione, Dioniso è figlio di Zeus il quale prima si accoppia con Demetra: da questo amore nasce Persefone, con la quale Zeus si accoppia, sotto forma di serpente, dando vita a Dioniso. I Cretesi, invece, consideravano Dioniso figlio di Zeus e Persefone e loro conterraneo, identificandolo con Zagreo. Zeus aveva affidato Zagreo ai Cureti affinché lo allevassero, ma i Titani, attirati dai suoi giochi, lo rapirono, lo fecero a pezzi e divorarono le sue carni. Una variante narra che dopo questo evento Zeus si sarebbe unito a Semele e questa avrebbe partorito Dioniso. Altre versioni rivisitate lo presentano come figlio di Ade e Persefone, per coprire lo scandalo del doppio incesto di Zeus, prima con la sorella e poi con la figlia.

Le Peregrinazioni e l'Affermazione del Culto

Ancora una volta Era fece impazzire Dioniso, il quale attraversò, con il suo piccolo esercito di satiri e Menadi, diversi territori, dall'Egitto all'India. Conquistò una serie di vittorie e affermò il suo culto, vincendo anche le Amazzoni e tornando in Grecia, dove venne purificato dalla dea-nonna Rea in Tracia. La pazzia di Dioniso potrebbe essere una caratteristica, un'identità dello stesso dio, al di là della punizione inflitta da Era.

Sottomessa la Tracia, dove regnava Licurgo, ostile al culto dionisiaco, il dio lo fece impazzire al punto che egli uccise a colpi d'ascia il figlio, scambiandolo per un ramo d'edera, e poi venne linciato dai suoi sudditi, che lo ritennero colpevole della siccità voluta da Dioniso.

Dioniso passò poi in Beozia e alle isole dell'Egeo, dove noleggiò una nave da alcuni giovani marinai diretti a Nasso. Essi erano invece pirati che intendevano venderlo come schiavo. Ma il dio tramutò in una vite l'albero maestro della nave e cambiò il suo aspetto trasformandosi in leone, riempiendo la nave di animali feroci, al punto che i marinai, spaventati, si gettarono in mare e furono trasformati in delfini. Le peregrinazioni dionisiache continuarono con l'arrivo a Tebe, dove regnava Penteo, contrario ai riti in onore di Dioniso. Questa storia è narrata nelle "Baccanti" di Euripide, dove Penteo, per assistere ai rituali delle Menadi, sale su un pino e viene sbranato. Agave, sua madre, guidava le forsennate e fu lei a staccargli il capo dal busto.

Il culto poté così affermarsi in tutta la Grecia e Dioniso fu ammesso tra le dodici divinità dell'Olimpo al posto di Estia. Si sedette alla destra di Zeus come uno dei Dodici Grandi.

Dioniso e il Regno dei Morti

Dioniso è, come sua madre Persefone, una divinità ctonia, cioè sotterranea, rivelando la sua caratteristica di rimanere legato alla terra, al sottosuolo dove crescono le radici della vita, ma anche la sua esplosiva forza che trascende il regno dei morti, sia con la sua resurrezione, sia con la rinascita della vita sul pianeta dopo la morte invernale. In ciò la sua potenza si lega con quella della madre Persefone, che torna ogni anno sulla terra dagli inferi, causando il ritorno della primavera, e con quella del mito egiziano di Osiride. Di fatto, Dioniso discese nell'Ade per riportare in vita la madre Semele (Melitòdes, la dea "mielata" dei morti). Poi, insieme, ascesero all'Olimpo, dove lei divenne immortale con il nome di Tione.

Un altro mito narra che Dioniso trovò Arianna, abbandonata da Teseo, e la salvò facendola sua sposa. Ella fu adorata a Cipro come Arianna Afrodite. Arianna gli generò numerosi figli e, alla fine, ascese al cielo, diventando la costellazione della Corona Boreale.

Dioniso e Arianna (dipinto antico)

Caratteristiche del Culto Dionisiaco

Caratteristica principale di Dioniso è il tiaso, ovvero un corteo di Menadi e Satiri che cantano il ditirambo e praticano lo Sparagmos, ovvero mangiano le carni crude degli animali sacrificati. I luoghi cultuali erano i monti, come il Citerone, dove si celebravano le orge, di notte, con danze estatiche dei Cureti e Coribanti.

  • Le Menadi: Le seguaci del dio, che durante le cerimonie danzavano invasate e cinte d'edera, erano chiamate anche "ménadi" ("furiose"). Esse, possedute dal Dio, si gettavano in uno stato estatico e si sentivano "tutt'uno" con il Dio. Il loro agire era incontrollato, e si manifestava con spade e serpenti e rombi (asticelle ronzanti).
  • I Satiri e Sileno: Sileno, raffigurato come un vecchio attempato, affidabile e a volte un po' brillo, metà uomo e metà cavallo, rappresenta lo spirito della danza della spremitura dell'uva nel palmento. Il suo nome deriva dalle parole seiô, "muoversi avanti e indietro" e lênos "il trogolo del vino". I satiri, insieme alle Menadi, facevano parte del corteo di Dioniso.

Le cerimonie erano caratterizzate da una musica estremamente coinvolgente, che spaziava dalla lira alla frenesia ritmica dei cembali e dei timpani. L'aulòs, la cetra e la lira erano usati. L'antica società greca fu maschilista e patriarcale, ma il culto di Dioniso era pratica pressoché esclusiva delle donne e prevedeva la partecipazione di tutta la cittadinanza. Si trattava di celebrazioni liberatorie da qualsiasi restrizione di sesso o di classe, e come tale prometteva "libertà". Nelle Baccanti, Euripide descrive le donne di Tebe che, possedute dal dio, si lasciano coinvolgere nei riti orgiastici sul Citerone, abbandonando la casa del padre. Le donne maritate celebravano il rituale in modo diverso rispetto alle Baccanti nei tiasoi.

Baccanti e Satiri in una danza estatica (pittura vascolare greca)

Simboli e Attributi del Dio

Animali Sacri

Il culto di Dioniso è fortemente legato a specifici animali che ne incarnano diversi aspetti:

  • Il Toro: è spesso identificato con Dioniso stesso, che è detto "toro munito di corna", "figlio di vacca" e "nobile toro". Le sue metamorfosi includevano quella in toro, leone e, infine, in pantera. Questo animale, simbolo di potenza generatrice e selvaggia, è una figura ricorrente nei miti dionisiaci, come quando il dio tramuta se stesso in toro per fuggire o spaventare i suoi nemici.
  • Il Capro: Simbolo della selvatichezza, della libidine e del piacere del cibo, è l'animale sacrificale per eccellenza nel culto dionisiaco. Il rito sacrificale che lo coinvolge è all'origine del termine "tragedia". Dioniso è anche detto "il dio con la nera pelle di capra" e talvolta è raffigurato con "corna caprine".
  • La Pantera e la Lince: Questi felini sono tra gli animali più feroci del corteggio di Dioniso. La pantera, in particolare, è spesso la cavalcatura del dio. La volpe (bassaris) e la lince completano la rappresentazione della sua natura selvaggia.
  • Il Serpente: Le Menadi sono spesso raffigurate con mani protese o allargate nell'atto di maneggiare serpenti, che erano ornamenti della loro acconciatura. Sebbene il dio non assuma mai la forma di serpente, la presenza di questi animali sottolinea la sua connessione con la terra e le forze ctonie.
  • L'Asino: Questo animale, nonostante la sua natura umile, ha un posto importante nel culto di Dioniso, forse per la sua reputazione di "animale pericoloso".

Piante Sacre

Dioniso è intrinsecamente legato alla vegetazione, in particolare a piante che simboleggiano la vita, l'ebbrezza e la rinascita:

  • La Vite: È il simbolo più rappresentativo del dio e della sua manifestazione nel vino. Dioniso è invocato come tuwarsa, che significa "ceppo di vigna" o "tralcio". La vite e il vino rappresentano non solo l'ebbrezza ma anche la potenza generatrice della natura e la ciclicità della vita.
  • L'Edera: Accanto alla vite, l'edera è la pianta prediletta di Dioniso ed era invocato come kissòs. Le Baccanti erano cinte d'edera e si usava tatuare sul corpo foglie d'edera. L'edera è attribuita anche all'epiteto di Dioniso, Oinops o Oinopos.
  • Il Fico: Anche questa pianta è associata a Dioniso, che può essere visto come un "divoratore di piante predilette" come la vite e il fico.
  • Il Pino: Il pino, come la quercia, è un albero sacro a Dioniso. Il suo legno era usato per intagliare i "falli", simbolo di vita sessuale e fertilità. La sua pigna incorona il tirso, il bastone rituale di Dioniso.

Dioniso e la Tragedia Greca

L'etimologia della parola tragedia (tragōidía) è data dalle radici "capro" (trágos) e "cantare" (á(i)dô), significando quindi "canto del capro". Questo potrebbe riferirsi al premio che in origine era consegnato al vincitore dell'agone tragico, cioè un capretto, o al sacrificio di questo animale, sacro a Dioniso, che spesso accompagnava le feste in onore del dio. Secondo la Poetica di Aristotele, la tragedia nasce dall'improvvisazione di chi intona il "ditirambo", un canto corale in onore di Dioniso. A partire da elementi satireschi, la manifestazione acquista un linguaggio più intenso e contenuti più gravi, e il testo, prima improvvisato, viene scritto.

Nel 1871, Friedrich Nietzsche, con "La nascita della tragedia dallo spirito della musica", individuò in Dioniso e Apollo gli aspetti più significativi della cultura greca e della tragedia. Notava come dalla sua originaria libertà e istintualità, tipiche di Dioniso, la filosofia e la tragedia si fossero trasformate, attraverso il moralismo socratico e il realismo euripideo, in una prevalenza dello "spirito apollineo", più incline alla bella forma, alla razionalizzazione e, in Aristotele, alla catarsi. La potenza dionisiaca, secondo Nietzsche, procurava uno stato di estasi ed ebbrezza rompendo le barriere del "principio di individuazione", rimuovendo le convenzioni e le divisioni sociali.

Nietzsche (ritratto fotografico)

Interpretazioni Filosofiche e Psicologiche del Dio Dioniso

Dioniso è un dio ambiguo, che porta benefici ma può anche infondere pazzia. Questa pazzia non è sempre una punizione di Era, ma può essere una caratteristica, un'identità dello stesso dio, una "furibonda" essenza divina. Nel suo aspetto di liberazione dagli affanni, si riferisce a Lysios, il Liber dei romani, "colui che scioglie" l'uomo dalla gabbia della sua coscienza e dal controllo della sua identità, ricongiungendolo all'originarietà universale.

Gli studi di Erwin Rohde ("Psiche") hanno dimostrato alla fine del 1800 che il culto dionisiaco ha avuto origine in Tracia sotto le forme di una possessione collettiva che dava luogo a manifestazioni di estasi, di mantica e di guarigioni. Le ricerche di Giorgio Colli ("La sapienza Greca") hanno illuminato tutte le valenze di questa divinità, evidenziando la sua capacità di manifestarsi sulla terra sotto varie forme.

Per la psicologa J.S. Bolen, che individua archetipi junghiani, Dioniso rappresenta la "diversità", l'incapacità di adattarsi alle regole, la gioia della libertà. Egli è il mediatore tra mondo invisibile e mondo fisico. Liz Green, in "Vergine", trova l'artigiano, in "Pesci" l'artista, suggerendo una dimensione spirituale. Erroneamente si tende ad attribuire a Nettuno la valenza di grande "illusore", ma è Dioniso che può far andare tutto ciò che ci illudevamo potesse aver valore per noi.

Dioniso e l'Enigma del Minotauro

La mente razionale dell'uomo contemporaneo è impotente a comprendere tutti i sensi iniziatici racchiusi all'interno di questo dio. La più antica forma di Dioniso è quella del Minotauro, il mostro cretese. Gli studi filologici di Colli aprono insospettabili complessità: il nome Minotauro può essere tradotto anche in "Stellante" e Arianna in "Colei che fa assumere in cielo". La freccia che la uccide significa "pensiero folgorante". La danza che compie Teseo è "quella della gru", ovvero "danza del labirinto", o anche "ballo dell'estasi". In questa nuova chiave il mito significa che, grazie ad Arianna, il Minotauro è assunto in cielo e la ricompensa per la donna è il pensiero intuitivo. Teseo celebra l'avvenimento con un rito estatico che permette all'uomo-eroe di concepire in sé alcuni aspetti del divino. Il labirinto può essere tradotto anche come "enigma", "nodo da sciogliere", "problema". Quindi l'uomo che riesce a risolvere l'enigma scopre che il mondo è apparenza e che l'unica realtà è la sostanzialità di Dio. Per arrivare a questo deve abbandonarsi all'estasi che può essere raggiunta mediante la danza bacchica.

Dioniso è descritto dai sapienti come "colui che si guarda allo specchio", ma l'immagine riflessa non è quella del dio, bensì del mondo degli uomini. Questo vuol dire che il creato è "apparenza, ombra, dell'eterno".

Parallelismi e Influenze Religiose

L'Orfismo

Dioniso aveva un posto importante anche nell'Orfismo. La concezione dell'anima, prigioniera del corpo, quasi che si trovi in un sepolcro, è uguale a quella dei misteri orfici. Molte similitudini si riscontrano anche tra la messa dei catecumeni e le varie combinazioni dei misteri orfici e dionisiaci, aperti in gran parte a tutti gli strati della società, rispetto ai riti segreti riservati solo a pochi adepti.

Dioniso e Cristo: Analogie e Differenze

Diversi studi hanno cercato, spesso forzatamente, di creare parallelismi tra Dioniso e Cristo o di cercare elementi dionisiaci nel messaggio di Cristo. Dioniso è "figlio di dio", come Cristo, anzi del padre degli dei che lo ha generato e ne ha curato la gravidanza per gli ultimi tre mesi. Sembrerebbe che anche quello di Maria sia un caso di utero utilizzato per la generazione del figlio di dio. Le analogie con la vite e il vino sono evidenti. Il Vangelo di Giovanni (XV 1,2) afferma: "Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto." Anche il Vangelo di Matteo (XX 1.16) presenta la parabola della vigna, mentre l'episodio delle nozze di Cana (Giovanni 2,1-10), dove Gesù trasforma l'acqua in vino, richiamerebbe la sacralità del vino nel contesto dionisiaco.

Con le linee guida di Paolo da Tarso, il Cristianesimo porta a compimento le caratteristiche di una civiltà strutturata sulla moralità, sulla paura del peccato e dell'oltretomba, sulla repressione della sessualità e del piacere, su una considerazione del corpo come veicolo del peccato e della materia come ciò che è più distante da Dio, puro spirito. Gesù è un innovatore, rispetto al selvatico Battista, che aveva rinunciato al pane e al vino, elementi ai quali egli dà in alcune occasioni un valore e una funzione sacramentale.

Nel Medioevo Dioniso venne cancellato da qualsiasi elemento di conoscenza.

Cristo trasforma l'acqua in vino alle nozze di Cana (dipinto classico)

L'Esperienza Dionisiaca: Un Racconto Iniziatico

Questo racconto è basato su studi di Erwin Rohde e Giorgio Colli, offrendo una visione suggestiva dei riti dionisiaci.

Nel V secolo a.C. in Tracia, Anteo, un giovane ateniese di sedici anni, si prepara ad assistere a una sacra cerimonia del "figlio di dio" su un "monte senza nome", dove il fiume Marica scorre lento. Lo zio Sitalce, un guerriero trace, sebbene scettico sulla capacità degli ateniesi di comprendere tali riti, ha concesso ad Anteo di partecipare, colpito dalla sua impulsività e intuizione.

La notte è priva di luna. Improvvise, compaiono le torce alle pendici del monte, trattate con alcool di miele e ginepro, il cui profumo acre inebria i partecipanti. Centinaia di persone, tutte vestite di bianco e senza distinzione sociale, marciano verso la sommità del monte. Anteo si unisce alla processione. Gli era stato spiegato dalla zia Berisade che, sebbene la cerimonia fosse collettiva, ciascuno avrebbe cercato all'interno di sé una presenza, un segno della divinità. A un certo punto, dal terreno provengono sussulti e un rumore sordo, una musica profonda e cupa, come cimbali di bronzo suonati all'interno della montagna. Poi si leva un urlo altissimo di donna, seguito da centinaia di grida femminili. Tutti si sparpagliano e corrono verso la sommità, mentre tamburi echeggiano come rombi di tuono nella foresta.

Anteo, superando arbusti e gineprai, piomba in una radura. Lì, una ventina di donne danzano in tondo. Al centro, un uomo suona il flauto, le cui note penetranti si insinuano nel cervello, mentre il tuono esterno agisce sul corpo. Due forze prepotenti che obbligano Anteo ad avvicinarsi, ma un sesto senso lo avverte di nascondersi. Il cerchio si apre e viene introdotta una donna zoppicante, Polimnia, la vicina degli zii, da otto mesi incapace di camminare. La musica esterna si fa più assordante, il flauto si incunea con energia sensuale e lasciva. Il cerchio danzante si fa vorticoso. All'interno, la donna affetta da zoppìa si getta a terra in preda a convulsioni. L'uomo con il flauto le insuffla le note a pochi millimetri dalle orecchie. Un grido altissimo, lacerante, sconvolgente. La claudicante si alza di scatto urlando, e subito le fanno eco tutte le altre. Poi comincia a ballare. Non ha più difficoltà, le gambe procedono perfettamente, è guarita.

Polimnia, con uno slancio quasi incredibile, si getta contro una roccia dopo aver saltato con un balzo il cerchio. Colpisce la pietra che si rompe e fuoriesce un liquido bianco, simile al latte. Tutti si precipitano a bere. Anteo, in preda a una tempesta emotiva, esce allo scoperto e si ristora alla fonte. È latte e miele. Una delizia indescrivibile lo invade, inebriandolo. Una felicità senza nome occupa la sua mente. Comincia a correre a perdifiato nella foresta, cantando inconsapevolmente, ebbro per chilometri.

Improvvisamente, Anteo si rende conto che una grossa ombra nera gli corre al fianco. Non prova paura, si gira e vede un grosso toro nero, con le narici in fiamme. Pensa: "È giunto il momento, ecco, sono pronto". Nel medesimo istante la bestia gli è sopra, ma Anteo non prova alcun timore, anzi una gioia sconfinata gli agita le membra. Si rialza. L'animale è sparito. Riprende a correre con velocità inaudita. Stupefatto della sua stessa forza, si guarda. Non ha più braccia e gambe, ha enormi zampe nere e un corpo massiccio: è diventato un toro. In quell'istante il suo cervello si paralizza dallo stupore, ma è questione di un secondo, perché dall'interno, una voce sublime gli detta: "Calmati, sono io, il tuo signore, il figlio di Dio, sono Zagreus". Così Anteo conobbe l'estasi nel V secolo avanti Cristo, in Tracia, là dove ha avuto origine il rituale sacro di Zagreo, ovvero Zeusnysos, ovvero giovinetto di Zeus, figlio di Zeus, in greco Dioniso.

Nuovo affresco a Pompei rivela i misteri di Dioniso e i rituali antichi

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