San Giovanni Eremita: Vita, Ascesi e Culto

La vita di San Giovanni Eremita fu redatta all'epoca di Giovanni il Venerabile (morto nel 1203), priore di Santa Maria di Gualdo Mazocca, che affidò questo compito al monaco Giacomo. La cerimonia di presentazione della sua vita si svolse il 28 agosto 1221.

Le Origini e la Giovinezza

San Giovanni Eremita nacque a Tufara nel 1084 da Mainardo e Maria. Fin dalla fanciullezza, nonostante vivesse in un ambiente indifferente e quasi ostile, sentì i richiami del cristianesimo autentico e diede alla sua vita un indirizzo deciso.

Amava praticare l'ufficio del sacrestano nella chiesa dei santi Pietro e Paolo, un'attività che irritò i suoi genitori e contribuì a diffondere pettegolezzi e maldicenze. I più invidiosi riferirono che Giovanni elargiva elemosine e donazioni di cibo ai poveri del paese.

I genitori, informati dell'accaduto, decisero un giorno di smascherarlo mentre portava un cesto con viveri ai bisognosi. Giovanni, senza esitazione, obbedì, e i genitori rimasero esterrefatti nel costatare che la cesta conteneva rose e fiori, un segno che il Signore accordava al suo umile servo.

La Ricerca Spirituale e il Viaggio a Parigi

Accortosi di essere di peso alla famiglia, nel 1103, Giovanni decise di abbandonare la casa e fuggire dal paese per seguire la strada che il Signore gli avrebbe indicato. Appena diciottenne, mosso dal desiderio di approfondire la sua formazione filosofica e teologica, si recò a Parigi.

Tuttavia, la vita mondana della città e il mondo dei dotti e dei filosofi non rispondevano alle aspettative del beato Giovanni, il quale amava la solitudine perfetta, la contemplazione e il silenzio necessari per ascoltare la Parola di Dio. Decise quindi di ritornare in Italia.

L'Ascesi e la Vita Eremitica

Trovando i genitori defunti al suo ritorno, Giovanni vendette tutto e distribuì ai poveri il ricavato. Abbandonò la sua casa e, percorrendo per l'ultima volta le strade della sua Tufara, varcò la porta del castello per dare l'ultimo addio a tutto ciò che lo legava al suo paese.

Incontrò un povero completamente nudo, con le mani protese verso di lui. Giovanni lo fissò attentamente, poi osservò se stesso e, preso da vergogna di ritrovarsi più ricco di quel poveretto, prese lo straccio di vestito che aveva addosso e rivestì il povero. Completamente nudo, a passi maestosi, s'inoltrò verso le montagne boscose dove condusse vita solitaria e austera in tuguri e grotte.

Preso dall'amore di Dio, rinnegò se stesso, prese la sua croce, assoggettò il corpo allo Spirito, digiunò, a volte, per l'intera settimana. Le sue giornate erano scandite dalla preghiera, dalla meditazione, dalla contemplazione, dalla lettura della Parola di Dio e dalla penitenza.

Trascorse la maggior parte della sua vita nelle grotte di Baselice, nel beneventano. Molti uomini, attratti dal suo esempio e desiderosi di condurre una vita di contemplazione e di preghiera, chiesero di unirsi a lui. Giovanni, visto il fervore e la sincerità di questi uomini, diede origine a una forma di vita comunitaria.

Illustrazione di un eremita in preghiera in una grotta montana

La Fondazione dell'Abbazia di Santa Maria del Gualdo Mazzocca

Nel 1156, Giovanni diede il via alla costruzione del monastero in "Gualdo Mazzocca" a Foiano (BN). Divenne un'abbazia da dove partirono i principi attivi del monachesimo a favore degli emarginati e degli oppressi della società feudale, offrendo non solo contemplazione e preghiera, ma sostegno e aiuto concreto.

Incontrò un povero completamente nudo, con le mani protese verso di lui. Giovanni lo fissò attentamente, poi osservò se stesso e, preso da vergogna di ritrovarsi più ricco di quel poveretto, prese lo straccio di vestito che aveva addosso e rivestì il povero. Completamente nudo, a passi maestosi, s'inoltrò verso le montagne boscose dove condusse vita solitaria e austera in tuguri e grotte.

La Morte e il Culto

Il 14 novembre 1170, all'età di ottantasei anni, Giovanni da Tufara, colpito da forte febbre e spossato nel fisico, morì. I frati seppellirono il corpo del beato fondatore in una località segreta nella Chiesa del Monastero, timorosi che fosse trafugato.

Localmente si sviluppò un culto spontaneo subito dopo la morte dell'Eremita. Papa Onorio III, con bolla del 3 giugno 1218, chiese ai vescovi di Dragonara e di Lucera di fare accurate ricerche sulla vita e i miracoli dell'Eremita.

Nel 1221, l'arcivescovo di Benevento, Ruggiero, mandò i vescovi di Volturara, di Dragonara e di Montecorvino nel Gualdo Mazzocca, per collocare le ossa dell'eremita nell'altare da consacrare a Foiano di Val Fortore. I tre vescovi diedero agli abitanti di Tufara il braccio destro del beato Giovanni Eremita, che la sera del 28 agosto fu portato in solenne processione.

In seguito, le ossa furono traslate presso la Chiesa Madre di San Bartolomeo in Galdo (BN). Il Beato Giovanni da Tufara è commemorato nel Martirologio Romano il 14 novembre: "Nel cenobio di Santa Maria di Gualdo Mazzocca vicino a Campobasso, beato Giovanni da Tufara, eremita".

Mappa della zona del Fortore con indicazione di Tufara e del Monastero di Gualdo Mazzocca

San Giovanni Eremita e la Questione del Misoginia

Alcune espressioni attribuite a Pietro del Morrone (poi Papa Celestino V) e conservate negli Atti del processo di canonizzazione, hanno persuaso molti storici del fatto che l'anziano eremita fosse in realtà un vero misogino.

Le testimonianze mostrano indubbiamente un eremita deciso nel voler evitare ogni tipo di contatto con le donne; tuttavia, una lettura più approfondita delle testimonianze afferenti ai singoli miracoli richiede di emettere giudizi meno netti. Secondo Rainaldo di Gentile, l'eremita sarebbe stato «infastidito dalla presenza degli uomini e soprattutto delle donne, la cui vista fuggiva». A detta dell'anziano testimone, a infastidire Pietro non erano però solo le donne, ma in genere coloro che venivano a violare la sua solitudine.

D'altra parte, è anche vero che, al pari degli uomini, le donne collaboravano alla costruzione dei diversi insediamenti, come risulta da molteplici testimonianze. Diverse donne asserirono di aver incontrato frate Pietro nei suoi eremi, senza accennare ad alcuna difficoltà da parte sua.

L'impressione che se ne ricava è che la prudenza che frate Pietro certamente mantenne nei rapporti con le donne venga amplificata dal filtro maschile, cioè che gli uomini siano stati portati piuttosto ad accentuarla. Esemplare, in tal senso, la vicenda di Catania, moglie del notaio Giovanni di Riccardo di Sulmona. Il racconto di Catania è di uno straordinario realismo e consente di cogliere aspetti concreti della vita quotidiana: ella piombò nel buio, restando cieca, mentre era intenta a filare con altre donne del vicinato.

Giunti dall'eremita, questi spostò l'attenzione dalla moglie al marito: non era la donna, pur sofferente, la vera malata, ma l'uomo; era lui, in realtà, a essere bisognoso di cure e a lui frate Pietro dedicò gran parte del tempo, trasformando Giovanni da un uomo dedito a crapule, miscredente, poco incline alle opere buone, in una persona diversa, votata ad astinenze e digiuni e alla preghiera.

Quel che emerge dall'analisi della vicenda di Catania, come anche da quella di Trotta di Benedetto, è che nei racconti delle donne non si fa mai riferimento alle severe parole che frate Pietro avrebbe pronunciato in merito a una presenza femminile nell'eremo, come invece risulta dalla testimonianza che di quelle stesse guarigioni dettero gli uomini. Emerge dunque una disparità di accenti, nonché una sostanziale difformità riguardo ai rapporti di frate Pietro con le donne, a seconda che a rendere la deposizione fossero quest'ultime oppure degli uomini: in ogni caso, le espressioni più severe e dure contro il sesso femminile sono tutte rintracciabili in deposizioni rese da maschi.

Ci si può perciò chiedere se, quando riferirono che Pietro non avrebbe neanche voluto vedere delle donne, questi stessi testimoni non stessero in realtà rivelando una propria concezione del ruolo femminile e dello spazio riservato all'altro sesso, rigorosamente ristretto all'interno delle mura domestiche. Va da sé che una tale, presunta avversione finisse per rafforzare anche l'immagine di Pietro uomo castissimo, trionfatore sul demonio, che proprio attraverso la donna avrebbe voluto farlo cadere, ma che nulla invece poté contro di lui. Tuttavia, una tale avversione non solo non sembra essere stata di Pietro, ma neppure dei suoi più diretti seguaci. Non v'è dubbio, perciò, che debba essere adeguatamente ridimensionata.

24 Luglio - La Vita MIRACOLOSA di San Charbel

tags: #miracoli #san #giovanni #eremita