Il contesto: tra oblio e spettacolarizzazione della violenza
Nel panorama letterario e politico contemporaneo, il rapporto con la memoria degli "anni di piombo" e la violenza politica ha subito una trasformazione radicale. Se tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta la narrativa italiana ha spesso evitato di trattare direttamente l'eversione, percependo la lotta armata come un ostacolo creativo o un "buco nero", negli ultimi decenni lo scenario è mutato. La fine del conflitto sociale e l'esplosione dell'infotainment hanno trasformato l'azione estrema in un ingrediente appetibile per ogni impresa narrativa.

Oggi, la lotta armata offre un repertorio di "storie forti" che attingono al successo delle scritture di frontiera e della non-fiction novel. Tuttavia, questa narrativa si muove su un equilibrio precario: da un lato, il bisogno di inchiesta e di memoria autobiografica; dall'altro, la tentazione di fruire di quegli eventi in modo quasi "turistico", rendendoli esotici e distanti dal dolore reale. Il terrorismo è diventato onnipresente nella letteratura, ma spesso appare stravolto dalle interferenze mediatiche, riflettendo più una fruizione passiva - quella del telespettatore - che un'esperienza diretta.
Il "totalitarismo evangelico" e il conformismo moderno
L'analisi del rapporto tra cultura e potere si sposta oggi verso una nuova frontiera: la pressione del "politicamente corretto". In questo senso, molti intellettuali hanno tracciato un parallelo tra la società odierna e la tetra Londra orwelliana di 1984. Sebbene manchi un "Grande Fratello" tradizionale, siamo quotidianamente afflitti dalle direttive di un informale quanto pedante "Ministero della Verità".
Il caso Richard Millet: cronaca di un linciaggio mediatico
L'affaire Richard Millet rappresenta l'emblema di questo conflitto. Scrittore affermato, membro del comitato editoriale di Gallimard e premiato dall'Académie Française, Millet è stato oggetto di un violento linciaggio mediatico in seguito alla pubblicazione di Eloge littéraire d’Anders Breivik. In quest'opera, l'autore propone una lettura provocatoria delle motivazioni del killer norvegese, inchiodando al banco degli imputati anche la società europea e le sue debolezze.

La reazione del milieu della "Rive gauche" è stata immediata e implacabile. Intellettuali e critici hanno chiesto l'allontanamento di Millet dalla sua casa editrice, accusandolo di "islamofobia" e di militanza in ambienti non allineati. Questo scontro solleva una questione fondamentale: in nome dell'antirazzismo - definito da Alain Finkielkraut come il "comunismo del XXI secolo" - è diventato lecito discriminare e silenziare il dissenso.
La deriva del pensiero unico: un'epurazione radicale
Come sottolineato da diverse voci critiche, tra cui Bruno de Cessole e François Bousquet, il nuovo conformismo culturale opera attraverso l'intimidazione e la propaganda. La letteratura, in questo contesto, diviene il campo di una "epurazione radicale" (artistica, religiosa e identitaria). Richard Millet ha denunciato come questo "antirazzismo terroristico" si sia trasformato in una religione politica che rifiuta ogni analisi critica sulla nazione o sull'identità, qualora non sottostia ai dettami del "partito devoto".
Il rischio di questa "società liquida" e priva di senso è la perdita della capacità di distinguere tra opinione e sapere, favorendo un volontarismo individuale che gli antichi greci avrebbero definito hybris. La vicenda di Millet dimostra che rifiutare di sottomettersi all'odio per la civiltà occidentale elevato a dogma può trasformare l'intellettuale in un paria, confermando la fragilità della libertà di espressione di fronte a un sistema che, nel nome del "Bene", si fa intollerante e indagatore.
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