Quando si parla di Martin Lutero (1483-1546), si pensa soprattutto alla Riforma protestante, il movimento religioso che ha portato alla separazione di una parte consistente della Cristianità dalla Chiesa di Roma e alla costituzione delle confessioni protestanti. Alla Riforma viene attribuito un ruolo importante nella formazione della civiltà moderna, ma è difficile immaginare come controversie su indulgenze, papato e purgatorio, considerate dallo stesso Lutero come "sciocchezze", abbiano potuto avere tali ripercussioni e modificare il corso della civiltà europea. Nel corso della storia, il pensiero e le azioni di Lutero sono state oggetto di numerose critiche, sia teologiche che sociali e politiche, fino ad affrontare aspetti controversi della sua posizione nei confronti del popolo ebraico.
Il Contesto della Riforma: Critiche alla Chiesa e l'Invenzione della Stampa
All’inizio del XVI secolo, la Chiesa cattolica romana esercitava un’influenza predominante sulla vita religiosa, politica e sociale dell’Europa. Tuttavia, al suo interno si erano sviluppate pratiche che molti consideravano corrotte o lontane dai principi originari del cristianesimo. Una delle più controverse era la vendita delle indulgenze, documenti rilasciati dalla Chiesa che garantivano la remissione parziale o totale delle pene temporali dovute per i peccati. Originariamente concepite come strumenti per incoraggiare la penitenza e le opere pie, nel tempo erano diventate oggetto di commercio, utilizzate per finanziare progetti ambiziosi, come la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma.
In questo contesto, Martin Lutero, un monaco agostiniano e professore di teologia all’Università di Wittenberg, iniziò a esprimere profonde preoccupazioni riguardo a queste pratiche. Il 31 ottobre 1517, Lutero rese pubbliche le sue 95 tesi, un elenco di proposizioni che intendevano stimolare un dibattito accademico sulle pratiche della Chiesa, in particolare riguardo alle indulgenze. Secondo la tradizione, Lutero affisse le tesi sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg, un gesto simbolico che rappresentava un invito alla discussione. Le tesi erano scritte in latino, la lingua accademica dell’epoca, e inizialmente destinate a un pubblico di studiosi e teologi.
Grazie all’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Johannes Gutenberg nel XV secolo, le tesi furono rapidamente tradotte in tedesco e diffuse in tutta Europa. Le 95 tesi affrontano una serie di questioni teologiche e pratiche riguardanti la Chiesa e la fede cristiana, criticando l'idea che il pentimento potesse essere ridotto a pratiche esterne o al semplice acquisto di un’indulgenza, e sostenendo che nessun documento firmato dal Papa potesse assicurare il perdono divino. La velocità con cui le tesi si propagarono fu un elemento chiave nell’esplosione della Riforma protestante, poiché per la prima volta un’opposizione teologica alla Chiesa romana divenne un fenomeno di massa.

Le Reazioni alle Tesi di Lutero e la Nascita del Protestantesimo
La pubblicazione delle 95 tesi suscitò reazioni contrastanti. Molti accolsero con favore le critiche di Lutero, vedendole come un necessario richiamo alla purezza della fede, mentre le autorità ecclesiastiche reagirono con ostilità. Il papa Leone X inizialmente sottovalutò l’importanza delle tesi, ma con la crescente diffusione delle idee di Lutero, la Chiesa avviò procedimenti contro di lui.
Nel 1520, Lutero fu scomunicato con la bolla papale "Exsurge Domine". L’anno successivo, fu convocato alla Dieta di Worms, un’assemblea imperiale presieduta dall’imperatore Carlo V, dove gli fu chiesto di ritrattare le sue posizioni. Lutero rifiutò, dichiarando la celebre frase: «A meno che non venga convinto dalla Scrittura e dalla ragione evidente, non posso e non voglio ritrattare nulla, perché andare contro la coscienza non è né giusto né sicuro». Questo rifiuto segnò una rottura definitiva tra Lutero e la Chiesa cattolica. Dopo la Dieta di Worms, Carlo V emise l’Editto di Worms (1521), dichiarando Lutero fuorilegge e vietando la diffusione dei suoi scritti.
Lutero, però, trovò protezione presso Federico III di Sassonia, che lo nascose nel castello di Wartburg. Durante il suo esilio forzato, lavorò alla traduzione della Bibbia in tedesco, rendendo le Sacre Scritture accessibili a un pubblico molto più ampio e ponendo le basi per la diffusione del protestantesimo. Le sue idee continuarono a guadagnare consenso in Germania e in altre parti d’Europa, e molti principi tedeschi adottarono le sue posizioni per affermare la propria indipendenza dal Papa e dall’Impero. Questo portò a una serie di conflitti religiosi e politici, culminati con la Pace di Augusta (1555), che stabilì il principio "Cuius regio, eius religio", ovvero il diritto di ogni principe di determinare la religione del proprio territorio.
La pubblicazione delle 95 tesi segnò quindi non solo l’inizio della Riforma Protestante, ma anche una trasformazione profonda della società europea, mettendo in discussione l’autorità della Chiesa e aprendo la strada a un’epoca di pluralismo religioso e di maggiore libertà individuale nella sfera spirituale.

Critiche Teologiche alla Dottrina Luterana
La "rivoluzionaria teologia di Lutero" portò il riformatore a rifiutare progressivamente cinque dei sette sacramenti della Chiesa cattolica, tra i quali l’ordinazione sacerdotale, e a dare un’interpretazione completamente nuova del rito della Messa. Il cuore teologico del luteranesimo, la dottrina della giustificazione per fede, fu uno dei punti più controversi e oggetto di critica.
La Negazione del Libero Arbitrio
Lutero dedicò una delle sue opere più importanti, il De servo arbitrio, alla negazione del libero arbitrio polemizzando con l’umanista Erasmo da Rotterdam (1466 ca.-1536), il quale aveva difeso il ruolo della libertà umana. Lutero riconobbe a Erasmo il merito "di avere, solo fra tutti, affrontato la vera questione, il punto cruciale cioè, senza importunarmi con altri problemi fuori luogo, come il papato, il purgatorio, le indulgenze e cose simili - sciocchezze più che vere questioni - con cui finora quasi tutti mi hanno dato invano la caccia, Tu, e soltanto tu, hai visto il cardine dei vari problemi e hai affrontato la questione cruciale".
Secondo Lutero, il peccato originale avrebbe compromesso completamente le facoltà naturali dell’uomo, in particolare la ragione e il libero arbitrio. «Ragione e volontà lottano contro Dio, e sono cavalcate e guidate dal diavolo», a meno di un intervento diretto di Dio. La volontà umana, per Lutero, è stata posta nel mezzo, come una bestia da soma: «Se la cavalca Dio, vuole e va dove Dio vuole, come dice il libro dei salmi. ‘Io ero verso di te come una bestia. Ma pure io resto del continuo con te’ [Salmo 73,72 segg.]. Se invece la cavalca Satana, vuole e va dove Satana vuole. E non è nella sua facoltà scegliere o cercarsi uno dei due cavalieri, bensì sono i cavalieri a combattersi l’un l’altro per ottenerla e possederla».
Dominato dalla concupiscenza, l’uomo, incapace di conoscere ciò che è bene e di perseguirlo, non potrebbe fare altro che soddisfare i propri istinti e interessi. Anche chi cerca di vivere virtuosamente sarebbe solo presuntuoso e arrogante, per questo «le più nobili virtù tra i pagani, quanto c’è di meglio tra i filosofi e quanto di più elevato tra gli uomini può certamente essere chiamato e apparire onesto e buono al cospetto del mondo, ma al cospetto di Dio è in realtà carne e schiavo del regno di Satana, vale a dire empio, sacrilego e a tutti gli effetti malvagio».
Lutero critica i filosofi antichi, soprattutto Aristotele, per la loro pretesa di arrivare a una certa conoscenza di ciò che è bene per l’uomo sulla quale fondare l’etica e di elaborare quindi anche una teoria delle virtù. Solo se “cavalcato” da Dio, cioè con la grazia concessa gratuitamente grazie al sacrificio sulla Croce del Redentore, l’uomo potrebbe essere veramente giusto, mentre affidarsi all’osservanza della Legge relativizzerebbe automaticamente l’opera redentrice e sarebbe un atteggiamento blasfemo.
L'Interpretazione della Scrittura e la Critica di Buonaiuti
Lo storico del cristianesimo Ernesto Buonaiuti (1881-1946), nel suo "Lutero e la Riforma in Germania", propose una lettura cattolica del "fenomeno" Lutero, rafforzando con le sue competenze storiografiche le critiche al riformatore. Buonaiuti possedeva una capacità di cogliere l’essenza teologica del messaggio di Lutero e di illustrarne i nessi e le traduzioni filosofiche e politiche, ma la sua analisi era condotta con robusto senso critico e spesso acquistava contorni di esplicita polemica.
Le pagine più dense del suo lavoro puntualizzano cattolicamente le discrasie e le storture cui il riformatore incorreva nella sua reinterpretazione della Lettera ai Romani di san Paolo e delle opere antipelagiane di sant’Agostino. Lutero riteneva di non aver inventato nulla di nuovo bensì di aver recuperato nella sua purezza l’originario messaggio di Paolo circa la dottrina della giustificazione per fede, credendo che solo Agostino prima di lui fosse stato capace di una simile impresa. Tuttavia, per Buonaiuti, quella di Lutero fu una «deriva individualistica» del messaggio paolino. Lutero, «nell’atto stesso in cui credeva di ribadirli, ha contravvenuto e abbattuto i canoni e i capisaldi dell’insegnamento di Paolo e di Agostino», per esempio proprio a proposito del ruolo della Chiesa e della Legge, e della coesistenza di carne e spirito nell’uomo. Per Buonaiuti, «un abisso incolmabile separa la posizione di Paolo da quella di Lutero» e il luteranesimo teologico è bollato come «mimetica parodia del paolinismo e dell’agostinismo». Nell’insegnamento paolino, secondo Buonaiuti, il cristiano non è solo di fronte a Dio e da lui giustificato, ma vive nel corpo mistico di Cristo che è la Chiesa, e la Legge non serve soltanto a darci il senso della nostra inadeguatezza e del nostro assoluto bisogno della grazia, ma ci aiuta anche a guidarci nel cammino di salvezza.

Critiche Sociali e Politiche
Da un’angolazione sociale ed economica, le posizioni di Lutero hanno anch'esse suscitato critiche. Buonaiuti, per esempio, parlava di un conservatorismo sociale del riformatore, sebbene inteso in accezione pre-capitalistica, poiché egli in ambito economico e sociale professava posizioni più medievali di quelle della tarda Scolastica. L'Autore sottolineava l'individualismo teologico ed ecclesiologico delle nuove dottrine, considerandolo una connessione implicita tra luteranesimo e nascente etica borghese del denaro, trascurando quanto medievali fossero ancora la mentalità e la visione luterane in ambito sociale ed economico. Sulla rivolta contadina del 1525, l’atteggiamento di Lutero fu tacciato di “reazionario” ma nel senso di “borghese” o funzionale agli interessi della borghesia.
Buonaiuti sottolineò anche che, con l'abbattimento del ruolo della Chiesa, Lutero investiva il Principe «di mansioni autonome anche nella sfera della moralità, affrancandole da ogni superiore controllo»: un viatico alla statolatria. Questo aspetto è ripreso anche da Angela Pellicciari, che evidenzia come i principi tedeschi divennero le nuove guide della cristianità riformata da Lutero, generando lo statalismo, «quella forma di comunità politica che si pone sopra ogni uomo e sopra ogni altra istituzione senza alcun vincolo».
Non tutto, però, è ombra. La traduzione in vernacolo della Scrittura è secondo Buonaiuti il titolo più genuino che Lutero, «l’Ercole germanico, può accampare alla riconoscenza dei posteri, al cospetto della moderna civiltà germanica e di tutta la cultura europea».
L'Antisemitismo di Martin Lutero
Un aspetto particolarmente controverso della figura di Martin Lutero riguarda le sue posizioni nei confronti degli ebrei. Le popolazioni ebraiche che si spostarono dalla Palestina e dall’Italia meridionale fino a raggiungere il suolo franco-tedesco (Ashkenaz) si ricongiunsero con quelle che vivevano nelle regioni orientali slave. A partire dal IX secolo, la letteratura rabbinica identificò queste comunità con il termine ashkenaziti: tedeschi. La storia degli ebrei in terra germanica fu segnata da periodi di relativa tranquillità alternati a massacri di intere comunità ed espulsioni di massa, con una drastica riduzione della popolazione ebraica a seguito di eventi come la Peste Nera del 1347 e le accuse di deicidio alimentate dai predicatori mendicanti. La spinta alle espulsioni tra la fine del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento originò da tre realtà: quella mercantile, il basso clero e gli ordini mendicanti, che descrivevano gli ebrei come "concorrenti sleali", "pericoloso modello per il popolo" o "simili a vampiri che succhiano il sangue ai poveri cristiani". La condizione giuridica degli ebrei, a partire dal periodo medievale, era legata alla loro "servitù perpetua" (servitus judæorum perpetua) e, nei territori tedeschi, alla "servitù camerale" che li legava alla tesoreria imperiale, garantendo una protezione in cambio di entrate finanziarie.
Gli Scritti Contro gli Ebrei e il Contesto
Josel von Roshaim, lo Schtadlan (rappresentante degli ebrei) sotto Massimiliano I e Carlo V, vide la sua attività farsi più frenetica con il propagarsi delle idee di Martin Luther. Durante la lotta tra riformati e cattolici, gli ebrei «vivevano una situazione assai difficile, in cui la protezione imperiale rappresentava naturalmente una garanzia assai superiore a quella offerta dagli Stati luterani», dove furono quasi ovunque espulsi in tempi diversi. Questo è il contesto in cui Lutero si accingeva a comporre il suo scritto più noto e virulento contro gli ebrei.
Lutero, a lungo della sua vita, disquisì molto di ebrei delineandone nettamente caratteri, attitudini e peculiarità. Tuttavia, la sua vita si svolse essenzialmente in aree dell'attuale Sassonia-Anhalt e Turingia, dove le comunità ebraiche erano già drasticamente ridotte o quasi assenti. Per avere un’idea, al tempo in cui Martin Luther si accingeva a comporre il suo scritto su Gli ebrei e le loro menzogne (1543), Francoforte - che vantava la più numerosa tra le comunità ebraiche tedesche - non contava al suo interno che poche centinaia di persone.
Nel testo "Su gli Ebrei e le loro menzogne", Lutero auspica la distruzione di tutte le sinagoghe e delle stesse case private degli ebrei. «Sia imposta - scrive - la fatica ai Giudei giovani e robusti, uomini e donne, affinché si guadagnino il pane col sudore della fronte». Margot Käßmann, ex vescova di Hannover e presidente del consiglio dei vescovi della EKD (Evangelische Kirche in Deutschland), ha ammesso che «Lutero ha inveito contro ebrei, turchi e papisti in un modo per noi oggi insopportabile». L’evento storico definito Shoah ha posto un problema di aporia tra la professione di tolleranza delle istituzioni religiose e gli scritti e le predicazioni dei principali attori delle stesse riferite al popolo ebraico.
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L'Influenza di Lutero sulla Modernità e le Ulteriori Critiche
L’antropologia di Lutero ha esercitato una grande influenza sulla filosofia tedesca e quindi sulla cultura moderna. La civiltà europea, l’Occidente cristiano, era nata dall’incontro fra fede nella Rivelazione e pensiero greco che, secondo il papa emerito Benedetto XVI, «anche con il patrimonio di Roma, ha creato l’Europa e rimane il fondamento di ciò che con ragione, si può chiamare Europa». La crisi della civiltà europea dipenderebbe anche dal processo di deellenizzazione che ha rotto la sintesi di fede e ragione, e sempre secondo Benedetto XVI il processo di deellenizzazione «emerge dapprima in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo».
Alla ragione viene negata la capacità di conoscere gli aspetti più profondi della realtà e delle cose, e viene ridotta a mero strumento per esaminarne gli aspetti funzionali e per dominarla. La svalutazione delle capacità della ragione porta direttamente al relativismo: se non è possibile avvicinarsi alla verità delle cose per mezzo della ragione, ogni giudizio personale rimarrebbe solo a livello di mera opinione, né dimostrabile né confutabile. La visione di Lutero, in cui l’uomo è guidato da forze indipendenti dalla sua volontà, è radicale, a differenza dell'antropologia cristiana che riconosce la responsabilità dell'uomo, seppur indebolito dal peccato originale.
Eliminata la dimensione personale dell’uomo, la cultura moderna ha cercato di ridefinirlo, cercando di individuare le forze che lo determinerebbero. Romano Guardini scriveva: «L’uomo quale è concepito dai tempi moderni non esiste. I rinnovati tentativi di richiuderlo in categorie alle quali egli non appartiene: meccaniche, biologiche, psicologiche, sociologiche, sono tutte variazioni della volontà fondamentale di fare di lui un essere che sia ‘natura’». Lutero pone i presupposti per il riduzionismo di molte antropologie moderne: l’uomo totalmente schiavo della concupiscenza diventa, per esempio, l’uomo della psicoanalisi dominato dalla libido. Se la ragione non è in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, cade anche la concezione di diritto naturale. Come Benedetto XVI ha ricordato, «Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto». Nella concezione moderna, il diritto positivo non può più ispirarsi al diritto naturale e a principi immutabili, ma viene lasciato all’arbitrio di uno o di molti.
Contraddizioni e Divisioni
Studiando gli scritti dello stesso Lutero, Angela Pellicciari ha notato che il suo pensiero è pieno di contraddizioni. In particolare, ha mostrato l’approccio ideologico alla Scrittura da parte di Lutero: egli sostiene che può essere oggetto di fede solo ciò che è fondato nella Sacra Scrittura, ma non esita a definire una «lettera di paglia» la Lettera di Giacomo che esalta il valore delle opere a scapito del principio della “sola fede”, come invece da lui sostenuto. Ovvero, egli non fa parlare la Sacra Pagina, ma espunge da essa i versetti che più si confanno al suo pensiero religioso.
Un altro esempio: Lutero sostiene che ogni fedele deve leggere la Sacra Scrittura da solo senza la mediazione della Chiesa, ma nella stessa Bibbia si legge: «Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu mai creata una profezia, ma mossa da Dio» (Pt 1,20-21). Lutero si accorse anche che, staccandosi dall’autorità del Pontefice, si moltiplicavano inevitabilmente le scissioni dal luteranesimo, e nel 1531 reagì dicendo: «Non è permesso che un Tizio qualunque venga fuori di sua testa, crei una sua propria dottrina, si spacci per un maestro Pallottola e voglia farla da maestro e biasimar chi gli piaccia».