La storia di Maria Giulia Sergio, conosciuta anche come Fatima, è quella della prima jihadista italiana, un caso mediatico che ha acceso i riflettori sul fenomeno delle foreign fighters e della radicalizzazione in Europa. Nata a Torre del Greco e cresciuta ad Inzago in una famiglia cattolica non osservante, la sua vicenda è emblematica del percorso che ha portato una giovane donna italiana a unirsi allo Stato Islamico (ISIS).

Un Volto Nascosto a Treviglio: L'Inizio di una Trasformazione
Quasi nessuno a Treviglio si ricorda di quel volto. Girava per le vie del centro. Sugli occhi e sul corpo un velo, il niqab, a nasconderla, come prescrive l’interpretazione più ortodossa del Corano. Attirava gli sguardi dei passanti. Ma erano in pochi a conoscere la sua vera identità. È il rapporto con la sorella Marianna a legare Maria Giulia Sergio, alias Fatima, alla città della Bassa. Marianna, di due anni più grande di Maria Giulia, si era trasferita intorno al 2005, vivendo tra Trezzo e Treviglio con il marito Abdul Wahid, un algerino, che poi lascerà il paese facendo perdere le sue tracce.
Il Percorso di Conversione e il Primo Matrimonio
Maria Giulia divenne Fatima quando l’Isis, lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, non esisteva ancora. A 19 anni, neodiplomata al liceo classico e iscritta alla facoltà di Biotecnologie alla Statale di Milano, pronunciò nella sua stanza la shehada, la professione di fede, che due anni dopo rese ufficiale in moschea prima di sposarsi con un ragazzo marocchino. Questa unione era destinata a fallire, proprio come quella di sua sorella Marianna con un imprenditore algerino. Nell’Islam, Maria Giulia diceva di aver trovato anche la propria voce: la studentessa dell’Itsos «Marie Curie« di Cernusco sul Naviglio che «non rispondeva mai agli attacchi» dei compagni che la prendevano in giro «per il seno pronunciato e per le sue origini meridionali» (come racconta un insegnante) divenne battagliera nel difendere la comunità con cui aveva scelto di identificarsi.
La Rete della Radicalizzazione: Amicizie e Incontri Chiave
La sera del 17 settembre, secondo le carte delle indagini dell’operazione Martese, l’utenza telefonica di Maria Giulia Sergio agganciò la cella telefonica di via Monte Sant’Elia, nel centro di culto islamico di Treviglio, El-Badere. Qui si consumò il matrimonio combinato tra una ragazza italiana e un jihadista affiliato di Isis. Il responsabile del centro, Takhim Abdellatif, dichiarerà alla stampa di non averli mai visti, ma la Digos non ha dubbi: a presentare i due ragazzi fu Lubjana Gjecai, una ragazza di origini albanesi, seconda moglie di Dritan. Maria Giulia e Lubjana erano grandi amiche, conosciutesi nel giugno del 2014 alla fiera del libro islamico M’arid Al Kitab organizzata ogni anno dal centro culturale islamico At Tawheed di San Paolo d’Argon.
«C’è un fratello musulmano che sta cercando una moglie per poter partire ma non riesce a trovarla», dice Lubjana a una terza donna durante una conversazione intercettata dalla Digos di Milano. Il fratello era Aldo Kobuzi, nipote della prima moglie di Dritan. Sempre nella stessa conversazione, Lubjana affermò anche di essere stata colpita dalla preparazione religiosa di Maria Giulia e dal suo atteggiamento radicale. Così, quando Maria Giulia confidò all’amica di essere alla ricerca di un marito disposto a combattere, per Lubjana fu facile mettere insieme i pezzi. Non importava che la famiglia di Aldo Kobuzi gravitasse più nel grossetano, zona da cui la coppia partì per la Siria. A Treviglio, tramite i Gjecai, la rete jihadista fai da te dei Kobuzi ebbe un buon appoggio. La coppia Dritan-Lubjana era talmente integrata da aver avuto accesso ai sussidi per pagare bollette e affitti e viveva a pochissimi passi dal commissariato di polizia. Dritan era un operaio, mentre Lubjana si vedeva poco e quando usciva di casa portava sempre l’abito nero con tanto guanti, proprio come Maria Giulia.
Un altro incontro cruciale fu quello online con Bushra Haik, una coetanea di Fatima, nata a Bologna, sposata con un imam e residente in Arabia Saudita. Bushra impartiva lezioni d’arabo e di Corano su Skype, ma soprattutto inculcava nelle sue allieve la narrativa del «noi contro loro» e un senso di dovere e di proposito legato alla jihad. Questo allontanò Fatima non solo dalle sue radici italiane «miscredenti», ma anche dalla comunità dei musulmani d’Italia, che definirà in un’intercettazione «ipocriti che non hanno l’Islam nel cuore», spiegando che quando pregano fanno solo «ginnastica cinque volte al giorno».

L'Adesione all'ISIS e la Partenza per la Siria
Maria Giulia Sergio è la prima jihadista italiana a essersi unita all’Isis. Dietro il suo niqab nero, si cela una ventottenne originaria di Torre del Greco. Prima di sposare un albanese (Aldo Kobuzi) e partire per la Siria, ha intrapreso un profondo percorso di radicalizzazione. Il suo reclutamento via Skype, seguito dalla conversione all’Islam dei genitori e il matrimonio con un uomo albanese per poter arrivare in Siria, è stato un percorso deliberato verso l'affiliazione all'ISIS.
Il Tentativo di Coinvolgere la Famiglia: L'Hijra e le Motivazioni
A Fatima non bastava unirsi all'ISIS; voleva far trasferire l’intera famiglia italiana. Dalle intercettazioni emerge la determinazione con cui premeva perché compissero l'hijra (la migrazione). Le sue argomentazioni erano religiose («E’ obbligatorio nel giorno del giudizio. Ma come? Tu non pensi ad Allah… ma alla pensione?», disse al padre). Cercava anche di motivarli con offerte materialistiche: Marianna, in punto di divorzio, avrebbe potuto sposarsi con un jihadista; Sergio e Assunta, i genitori sessantenni pieni di debiti, avrebbero potuto avere una casa grande, un’auto e la lavatrice. È dopo l’arresto dei familiari che Fatima rispose alla telefonata di Marta Serafini: «Ho bisogno di sapere dove si trovano i miei genitori…». Nell’adesione totale a un’ideologia spietata sembrò far breccia per un attimo la voce di una figlia in ansia. Tuttavia, in una delle ultime intercettazioni, Fatima si disse anche pronta al martirio.
BRIDG&: radicalizzazione e foreign fighters
Il Ruolo delle Donne nell'ISIS: Motivazioni e Reclutamento
Sorprendente è la partecipazione delle donne nell'ISIS: pur ricevendo un trattamento iniquo, discriminatorio e violento rispetto agli uomini, rappresentano il 17% dell’ISIS. Molti sono stati i casi mediatici di donne europee convertite all’Islam e che hanno deliberatamente scelto di affiliarsi all’Isis, il più celebre dei quali è quello di Maria Giulia Sergio. La sua storia esemplifica quella percentuale di donne che, come spiega Khosrokhavar, si affilia all’Isis con un duplice obiettivo: o combattere loro stesse in nome del jihad, o diventare mogli di combattenti e creare la «famiglia neo musulmana» promossa dalla propaganda. Questo ultimo gruppo è il più consistente ed è vittima della cosiddetta «paura dell’indistinto», cioè del timore che la distinzione fra uomini e donne sia distrutta dalla parità di genere promossa dal femminismo, che «ai loro occhi ha reso l’istituzione della famiglia instabile».
Le donne sono attratte a Daesh da un’«immagine di abbondanza», un sogno di vita esaltante che promuove il culto della virilità, considerato ormai tramontato nella società europea. Questa immagine edulcorata non si realizza e la maggior parte delle donne capisce di essere intrappolata in questa realtà, mentre alcune di loro radicalizzano tanto il proprio pensiero da diventare loro stesse delle criminali.
L'Inchiesta di Marta Serafini: "Maria Giulia che divenne Fatima"
La storia di Maria Giulia Sergio è raccontata nel libro di Marta Serafini "Maria Giulia che divenne Fatima". «Noi decapitiamo, e dico “noi” perché anch’io faccio parte dello Stato Islamico», dichiarò Maria Giulia Sergio nell’intervista con Marta Serafini pubblicata il 7 luglio sul Corriere della Sera. Quel colloquio di dodici minuti su Skype con la più nota jihadista italiana unitasi al «Califfato» è stato il punto d’arrivo di un’inchiesta durata mesi, che oggi è anche un libro: "Maria Giulia che divenne Fatima. Storia della donna che ha lasciato l’Italia per l’Isis" (edito dal Corriere della Sera e in edicola con il quotidiano).
Fatima è una di tre italiane e di oltre 550 ragazze occidentali partite dall’Europa, dall’America, dall’Australia per unirsi all’Isis: alcune hanno famiglie musulmane, altre sono convertite. Alcune sono partite con i genitori o con i mariti, altre nubili e con le amiche. La missione è partecipare alla costruzione dello Stato Islamico: spesso ciò avviene come mogli, madri e propagandiste online, in qualche caso come insegnanti e medici.
Come puntualizza Marta Serafini, la morte di Al-Baghdadi nel 2019 non è stata la morte di Daesh: esso, infatti, è stato capace fin da subito di un «salto di qualità nell’utilizzo della comunicazione», che gli ha permesso un’azione di proselitismo sui social media, mirata al reclutamento di foreign fighters. Khosrokhavar individua le basi della fondazione di Daesh nell’occupazione americana dell’Iraq del 2003, in seguito alla quale il futuro califfo al-Baghdadi fu imprigionato nel carcere di Abu Ghraib: proprio in questo luogo si costituirà la sua élite politica di matrice terroristica. In seguito allo scoppio delle Primavere Arabe, i gruppi più estremisti attraversarono una crisi della lotta armata, visto il carattere pacifico e democratico delle manifestazioni e delle rivendicazioni.

Verso la Deradicalizzazione: Un Modello di Speranza
Perché queste realtà possano realmente avere fine, è necessaria una deradicalizzazione che, secondo Khosrokhavar, è resa efficace dal modello danese, definito soft, che prevede una reintegrazione dei giovani nella società.