Adagiato sulle verdi pendici di Monte Mario, in prossimità della Via Trionfale e della stazione ferroviaria di Sant’Onofrio sulla linea Roma-Viterbo, il complesso del Santa Maria della Pietà è molto più di un semplice insieme di edifici: è una vera e propria "città nella città", un luogo dove le vicende sociali, mediche e urbanistiche si sono intrecciate e trasformate per secoli. La sua storia, fatta di alienazione, esclusione, sofferenza e segregazione, si interromperà solo con un movimento di medici e infermieri che dagli anni Settanta metteranno in discussione i metodi, confluendo nella Legge Basaglia che ha chiuso di fatto i vecchi manicomi, trasformandoli in monumenti di sé stessi. Oggi, il Santa Maria della Pietà è un ecosistema urbano in costante evoluzione, un esempio emblematico di come un luogo con un passato significativo possa essere trasformato in una risorsa preziosa per il futuro, un vibrante centro di servizi, cultura, arte e natura.
Le Origini e le Prime Sedi dell'Istituzione
La storia del Santa Maria della Pietà affonda le sue radici molto indietro nel tempo, ovvero alla metà del XVI secolo, durante il pontificato di Paolo III. Fu fondato nel 1548 per volontà e opera del sacerdote sivigliano Ferrante Ruiz, cappellano di Santa Caterina dei Funari, e dei due laici Angelo Bruno e il figlio Diego, legati a Ignazio Loyola e a Giacomo Laynez. L'istituzione nacque come Confraternita di Santa Maria della Pietà, un ospedale per i "poveri, forestieri e pazzi" dell'Alma Città di Roma. All'epoca non c’era distinzione concettuale tra ospedale e ospizio, essendo entrambi luoghi di cura e contenzione. L'ospizio ebbe come prima sede il Monastero di Santa Caterina delle Vergini Miserabili in Piazza Colonna, sostenuto da San Filippo Neri e San Carlo Borromeo. Già nel 1572, la sua attività si specializzò in aiuto ai "poveri pazzerelli", prevedendo l’uso di strumenti di contenzione, la somministrazione di purghe e salassi e, in casi sospetti, il ricorso all’esorcismo.
La situazione dell’ospedale risentì, verso la fine del Cinquecento, della situazione romana: la Controriforma e la lotta al banditismo, all’eresia e alla stregoneria portarono alla trasformazione del ricovero dei pellegrini e dei pazzerelli in una struttura essenzialmente coattiva e di reclusione, dove l’esercizio della carità venne sostituito dalla necessità di ordine pubblico. Tutto ciò verrà poi confermato dalle Regole Barberiniane, stabilite dal cardinale Francesco Barberini nel 1635, che recavano la condizione che l’ospedale dovesse ricevere "solo quelli che non possono stare altrove senza grave danno del prossimo".
Il Trasferimento in Via della Lungara
Il 1725 segna un anno molto importante nella storia del Santa Maria della Pietà: Papa Benedetto XIII dispose il trasferimento dell’ospizio a Via della Lungara, sotto la giurisdizione dell’Arciospedale di Santo Spirito. La costruzione del nuovo ospedale, non più esistente oggi, fu affidata nel 1727 all’architetto Filippo Raguzzini e fu portata a termine nel 1729. L’ospedale era suddiviso in due fabbricati distinti, uno per gli uomini ed uno per le donne, con un giardino adibito ad orto con una fontana centrale. La facciata si estendeva su Via della Lungara per 114 metri ed era separato dall’Ospedale Santo Spirito dai lavatoi. I ricoverati si trovavano a contatto con i passanti della via, chiedendo l’elemosina attraverso le sbarre delle finestre del pianterreno.
Il trasferimento dei malati non migliorò le loro condizioni materiali: venivano spogliati e abbandonati in stanze di paglia, ambienti ristretti, quasi stalle, in cui la paglia veniva cambiata ogni giorno. Esistevano anelli e catene infissi al muro, e venivano utilizzate le “bove”, speciali ceppi di legno a forma di giogo che immobilizzavano i piedi, rimaste in uso fino al 1850. I medici avevano accesso esclusivamente per somministrare purganti e salassi.
La situazione sembrò cambiare con l’amministrazione francese della città tra il 1809 e il 1814, che introdusse una regolamentazione degli ospedali. Il decreto del 1810 introdusse le norme basilari del Codice Napoleonico, e iniziarono ad apparire le annotazioni di tipo medico e psicopatologico nei primi elenchi dei ricoverati, avviando un processo di medicalizzazione. Tuttavia, la restaurazione pontificia del 1814 segnò una battuta d’arresto. Solo con l’elezione di Pio IX, nel 1847, furono avviate riforme che riprendevano e ampliavano quelle francesi. Una Commissione apposita propose la costruzione di un nuovo manicomio modello, ma il progetto fu ritenuto troppo dispendioso e si optò per una ristrutturazione dell’ospedale esistente in Via della Lungara, realizzata tra il 1859 e il 1860 dall’architetto Francesco Azzurri. Nonostante l'approccio assistenziale permanesse, con l’emanazione dell’ultimo Statuto e Regolamento per il Manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma nel 1865, l’istituto si allineò agli altri manicomi italiani.

L'Epoca Post-Unitaria e la Nascita del Manicomio Moderno
La presa di Roma nel 1870 cambiò radicalmente lo scenario: un decreto abolì la vecchia Commissione ospedaliera pontificia, sostituendola con nuovi membri incaricati di amministrare gli ospedali romani e redigerne gli statuti. Dopo un lungo dibattito parlamentare, nel 1904 fu promulgata la Legge Giolitti n.36 “Disposizione sui manicomi e sugli alienati”, che stabiliva il ricovero obbligatorio nei manicomi per le persone affette da alienazione mentale "quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo". Questa normativa rifletteva una visione del malato più come un soggetto pericoloso da contenere che da curare.
Nel 1894, con il Regio Decreto firmato dal Re Umberto I, la gestione del Santa Maria della Pietà, situato in Via della Lungara, venne affidata alla Provincia di Roma. La nuova Amministrazione provinciale, influenzata dalle spinte organicistiche della psichiatria tedesca, impose il modello di manicomio a padiglioni con una forte omologazione dei malati, preannunciando così la costruzione del moderno manicomio provinciale di Roma a Sant’Onofrio. Nel 1905, Giovanni Mingazzini fu nominato direttore sanitario, segnando il passaggio da una psichiatria di tipo asilare ad una caratterizzata in termini neuropatologici. Nel 1907, l’intera gestione del manicomio fu affidata alla Provincia, e due anni dopo, nel 1909, si procedette alla demolizione dell’edificio in Via della Lungara e alla costruzione del nuovo ospedale psichiatrico, denominato Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà.
Il Complesso di Monte Mario: Progetto e Struttura
L’ideazione e realizzazione del manicomio a Monte Mario si devono al senatore Alberto Cencelli. Con delibera del 20 dicembre 1906, il Consiglio provinciale approvò la proposta di costruire l’ospedale a Monte Mario, nell’area a Sant’Onofrio, avviandone le pratiche di acquisizione. Dopo un primo concorso bandito il 15 agosto 1904, il 29 gennaio 1907 furono approvate le norme per il secondo concorso e avviate le operazioni per la delimitazione dell’area. Si decise che il complesso dovesse essere stanziato nella località S. Onofrio, nella parte più elevata dell’area, a 6 km dalla città, accanto alla Via Trionfale e alla linea ferroviaria Roma-Viterbo, con una altitudine di 120 metri, ritenuta ottimale per le condizioni terapeutiche e per accogliere i 1.000 posti letto previsti.
Il nuovo complesso, progettato dagli ingegneri Edgardo Negri e Eugenio Chiesa, fu inaugurato ufficialmente da Vittorio Emanuele III il 31 maggio 1914, pur avendo iniziato a funzionare già il 28 luglio 1913. Si estendeva su una superficie di circa centotrenta ettari e comprendeva 34 edifici ospedalieri, di cui 24 erano padiglioni di degenza. Il progetto prevedeva un raccordo stradale e un cavalcavia, sistemati tra il piazzale di ingresso al manicomio e la via Trionfale.

Organizzazione dello Spazio e Architettura
I vari elementi che componevano il complesso seguivano il naturale andamento del terreno. Elemento ordinatore del piano era l’asse principale, che, con andamento Nord-Est/Sud-Ovest, si disponeva quasi perpendicolarmente al tracciato della ferrovia; su di esso vennero disposti gli edifici e le aree di rilevanza collettiva. Il medesimo asse costituiva anche l’elemento di divisione tra i reparti destinati agli uomini e quelli destinati alle donne e ai fanciulli, disposti nelle zone laterali. I padiglioni per i degenti venivano divisi in base al tipo di attività medica prevista e alla patologia degli assegnatari. Nella zona periferica erano sistemati i piccoli ospedali per i contagiosi e per i tubercolotici, e, in prossimità dell’ingresso principale, l’edificio della Necroscopia. Tutti gli edifici, distanti reciprocamente circa 50 metri, si disponevano asimmetricamente rispetto all’asse principale, sul quale si aprivano anche larghi piazzali.
L’elemento ordinatore vero e proprio era costituito dal grande percorso anulare che, con i suoi 1060 metri lineari di lunghezza, costituiva la maggiore arteria del complesso. All’interno dell’area individuata dall’anello viario, in posizione eccentrica, si trovava un grande piazzale di 240 metri di diametro che rappresentava il cuore dell’intero impianto, con valore di spazio aggregativo. Dal raccordo anulare avevano inizio una serie di collegamenti secondari dall’andamento irregolare che formavano il tessuto viario connettivo tra gli edifici, perimetrando gli spazi verdi che circondavano ogni padiglione o elemento di servizio. Ciascun edificio simulava nelle sobrie linee architettoniche il consueto palazzo cittadino ad appartamenti, con impianto simmetrico, robuste fasce marcapiano e finestre modanate.
Servizi e Padiglioni Specializzati
Oltre ai padiglioni per la degenza, vi erano altri edifici per la direzione, la chiesa, la mensa, la dispensa, la lavanderia, le officine dei fabbri e dei falegnami, la tipografia, la legatoria, la materasseria e l’alloggio delle suore. Il complesso era circondato da una Colonia agricola, composta da 23 edifici tra cui una vaccheria e una porcilaia, dove lavoravano i "malatini", ovvero i pazienti tranquilli che accedevano all’ergoterapia. Tutta l'area era chiusa da una recinzione metallica nascosta da una fitta siepe, mentre le recinzioni in muratura erano utilizzate per i padiglioni destinati ai criminali e ai soggetti in osservazione giudiziaria. Al piano terreno erano sistemate le camere da bagno, le docce e tutto ciò che poteva formare il comfort dei ricoverati. Nella Direzione, oltre agli uffici, erano ospitati una farmacia con laboratorio annesso, una biblioteca e un laboratorio analisi. Tutte le strutture erano progettate con l’intento di poter essere ingrandite a seconda del bisogno.
Al progetto originario fu aggiunto un ulteriore edificio, che divenne un reparto dedicato alle cure dei minori di 14 anni recuperabili. Successivamente, furono aggiunti altri due padiglioni, uno per fronteggiare l’aumento dei ricoverati e un altro per ospitare specificatamente "fanciulli oligofrenici di età superiore ai 14 anni e parzialmente rieducabili con metodi scolastici ed artigianali". Questo padiglione, inaugurato nel 1933 con il nome “Principe di Piemonte”, divenne nel 1947 Istituto Medico-Pedagogico Sante De Sanctis, con centoventi posti letto. Venne istituito anche un Centro di Malarioterapia, servizio operante per tutto il territorio nazionale dal 1927 al 1956. Nel 1936, con la realizzazione dell’ultimo padiglione, la capienza di questo grande “villaggio manicomiale” raggiunse i 2602 posti letto e 3681 ricoverati l’anno.

La Vita nel Manicomio e le Prime Istanze di Cambiamento
La vita tra le mura del manicomio era profondamente dolorosa e spersonalizzante. I padiglioni erano rigidamente separati in base alla classificazione dei pazienti: dai tranquilli ai sudici, dagli osservati ai semiagitati e agli agitati. Il settore criminale, per chi aveva commesso reati, era isolato da mura alte quattro metri, con aree specifiche per prosciolti, sorvegliati e persone sotto osservazione. La malattia mentale era incompresa, e le "cure" si basavano su metodi coercitivi e un'idea di "follia" che portava all'isolamento totale e alla privazione della libertà. Il Santa Maria della Pietà fu un luogo di segregazione e annientamento del sé, dove la dignità umana era costantemente negata.
Le “Sorelle dei Poveri”, un ordine di suore con casa madre a Siena, erano affidate alla cura e gestione dei padiglioni in cui dimoravano, in regime di semi reclusione, i malati. Spesso nascondevano i vestiti nuovi e davano ai pazienti sempre quelli vecchi. L’infermiere, come testimoniato da chi vi lavorò, non doveva avere alcun tipo di rapporto con il paziente, non aveva accesso alle cartelle cliniche ed era sostanzialmente un "custode" o "carceriere". I reparti destinati all’internamento dei bambini erano il padiglione VIII e il XC. Molti bambini, costretti da istituzioni e povere famiglie, si aggiravano al di là di una ferma recinzione, gridando nei giardini circostanti del triste padiglione dell'ospedale psichiatrico.
Verso una Nuova Psichiatria: Le Riforme degli Anni '60 e '70
A partire dal 1955, sotto la direzione di Umberto De Giacomo, si sviluppò l’uso degli psicofarmaci, cercando di creare un ambiente terapeutico meno restrittivo. Nel novembre del 1963, si celebrò il cinquantenario del Santa Maria della Pietà. Dal 1967, con Gerlando Lo Cascio, si avviò una riorganizzazione dell’attività assistenziale, guardando con interesse ai nuovi percorsi deistituzionalizzanti avviati da Franco Basaglia. Questa nuova organizzazione prevedeva una continuità terapeutica tra ospedale e servizi del territorio.
Nel 1968, la Legge 431 (nota come Legge Mariotti) introdusse il ricovero volontario da parte del paziente e abolì l’obbligo dell’annotazione sul casellario giudiziario. Questa legge, pur essendo solo uno stralcio di un più ampio progetto, segnò un primo significativo cambiamento, permettendo l'assunzione di nuovo personale, inclusi ausiliari, assistenti sociali e psicologi, che potevano dedicare più tempo ed energie al lavoro con i pazienti. Nelle prime assemblee di reparto, supportate da infermieri e giovani medici "compagni" come Franco Paparo, si iniziò a parlare del rapporto con i pazienti, combattendo per una trasformazione radicale e costante dell’istituzione.
Per Grazia Ricevuta - Memorie dall’ex manicomio S.Maria della Pieta’
Le Esperienze di Apertura: Il Padiglione XXV
Nei primi anni Settanta si crearono i primi “reparti aperti”. Un esempio significativo fu l'occupazione del Padiglione XXV nel 1975 da parte di alcuni infermieri del padiglione XXII, i quali decisero di creare un progetto di rieducazione alla vita in società e di progressiva dimissione e reinserimento familiare dei pazienti. L’obiettivo era quello di "rompere l’istituzione", creando un momento di passaggio tra il "dentro" e il "fuori". L'operazione fu ostacolata dall'assegnazione di pazienti piuttosto gravi, ma già durante i primi mesi vennero eliminate le sbarre alle finestre e la suora del reparto, che non accettava le nuove condizioni di lavoro (come la preparazione del cibo in reparto o la dispensa aperta), chiese il trasferimento. Al Padiglione XXV si sperimentarono occasioni di preparazione del pasto nella cucina del reparto e gli infermieri iniziarono a preparare pasti più dignitosi. Venne istituito il “diario giornaliero”, che sostituiva la “vacchetta”, e da un sunto di questo rapporto sanitario nacque il libro "Padiglione XXV". Gli infermieri ebbero libero accesso alle cartelle cliniche, ricostruendo le storie di vita dei pazienti e rintracciando i loro legali per operare una ricognizione di pensioni o beni.
Pazienti dei padiglioni XVII e XXV furono ammessi a frequentare un corso per il conseguimento della licenza media, e alcuni del Padiglione XXV uscivano durante il giorno per lavorare come lavapiatti. Nonostante questi sforzi, nel 1976 l’occupazione del padiglione XXV volse a una fase di "stagnazione": la dimissione dei pazienti era difficile da attuare, sia perché i familiari non li rivolevano a casa, sia per la mancanza di prospettive di reinserimento lavorativo. La fine di questa occupazione fu segnata da un grave fatto: un paziente uccise un altro con un piccone, portando all'incriminazione del Primario e degli infermieri.
La Legge Basaglia e la Chiusura Definitiva
La svolta epocale nella cura della salute mentale in Italia giunse con la Legge 180 del 1978, più nota come Legge Basaglia, che sancì l'abolizione dei manicomi a livello nazionale e il rifiuto dell’accettazione di nuovi pazienti. Alla fine del 1978, nell’Ospedale Psichiatrico S. Maria della Pietà erano ancora presenti 1076 ricoverati. Il processo di dismissione dell’ospedale psichiatrico fu esteso e complesso, protraendosi per 22 anni: dai 1076 pazienti del 1978 si arrivò alla chiusura definitiva nel dicembre del 1999 con l'uscita degli ultimi due ricoverati. Nel 1981, i ricoverati scesero a 898, e dal 1982 al 1990 la popolazione si ridusse di 456 unità, tra decessi e dimissioni.
Dal gennaio 1979, l’ex manicomio di Santa Maria della Pietà divenne parte di una Unità (poi Azienda) Sanitaria Locale. Il principio ispiratore di questa profonda riforma è racchiuso nell'ossimoro "Entrare fuori, uscire dentro", coniato dallo stesso Franco Basaglia, che invitava l'individuo a "entrare" attivamente nella realtà esterna e contestualmente ad abbandonare il "dentro" manicomiale, emblema di costrizione e alienazione.
Il Santa Maria della Pietà Oggi: Un Ecosistema Urbano di Salute e Cultura
Con i fondi destinati al grande Giubileo del 2000, cinque padiglioni (V, IX, XI, XIII e XV) furono oggetto di interventi di ristrutturazione e restauro, per essere destinati a ospitare attività ricettive e culturali. Il 6 aprile 2000 fu sottoscritto un primo Protocollo d’Intesa tra la Regione Lazio, la Provincia, il Comune e l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, siglato il 18 aprile 2007. Questo protocollo assegnò 18 padiglioni all’Azienda Sanitaria Locale, 8 all’Università “La Sapienza”, 4 alla Casa dello Studente e uno ad attività sociali e culturali.
Il complesso ospita oggi una varietà di enti e servizi, che lo rendono un centro nevralgico per la comunità. L'ASL Roma 1 ha qui concentrato presidi sanitari fondamentali, restituendo al luogo una funzione legata alla cura, ma con approcci e finalità profondamente aggiornati. Tra i numerosi servizi attivi, il Parco del Santa Maria della Pietà accoglie poliambulatori, consultori familiari, centri di radiologia e diagnostica, servizi di riabilitazione per diverse fasce d'età e necessità, inclusi centri per le demenze e per disturbi del comportamento alimentare, oltre a presidi dedicati alla sanità animale e all'igiene. Funzioni vitali come l'assistenza domiciliare, la farmacia territoriale e gli uffici amministrativi e istituzionali del Municipio Roma XIV di Roma Capitale trovano qui la loro sede. Il complesso ospita inoltre la Direzione del Distretto XIV e quella del Dipartimento di Salute Mentale, confermando la sua vocazione di polo sanitario, sociale e culturale.
Il Museo Laboratorio della Mente e la Biblioteca Scientifica
In questo contesto di rigenerazione, il Museo Laboratorio della Mente assume un ruolo cruciale come custode di memoria e strumento di sensibilizzazione sulla storia della psichiatria e sulla condizione della malattia mentale. Fondato nel 2000, il museo, che fa parte dell'Organizzazione Museale Regionale del Lazio, ha fin da subito promosso una riflessione sui delicati paradigmi di salute e malattia, sul concetto di "diversità" e sull'importanza dell'inclusione sociale, educando, commuovendo e spingendo al confronto, ricordando che la cura della mente è una responsabilità collettiva e che la dignità umana non conosce confini. Attualmente, il Museo Laboratorio della Mente è chiuso al pubblico per importanti lavori di ristrutturazione e ampliamento del percorso espositivo, nell'ambito del PNRR, puntando a una riapertura in autunno. Ad arricchire il panorama culturale del complesso c'è la Biblioteca Scientifica Alberto Cencelli dell'ASL Roma 1 nel padiglione 26.
Il Futuro: Il Parco della Salute e del Benessere
L'obiettivo generale è la creazione di un vero e proprio Parco della Salute e del Benessere, un concetto ampio che ingloba il benessere fisico, psichico e mentale, e mira a promuovere l'inclusione sociale e l'assistenza. Un vasto programma di interventi prevede l'apertura di nuovi spazi di grande rilevanza culturale e sociale. Tra questi, spicca la realizzazione della nuova biblioteca civica nel Padiglione 28, un centro diurno di supporto per persone con disabilità cognitive, progetti di housing first, un centro di educazione ambientale con laboratori didattici per le scuole e aree dedicate al coworking. Tra le migliorie specifiche figurano la nuova illuminazione progettata secondo il piano originale del complesso, la pedonalizzazione e la riqualificazione dell'intera area del parco, l'implementazione di zone smart working con Wi-Fi gratuito e il restauro delle fontane.
Il Parco Urbano
Oltre agli edifici, il complesso si estende su una vasta area verde di ventotto ettari, configurandosi come un autentico polmone urbano. Questo parco, con i suoi viali alberati, i vasti prati e gli scorci suggestivi, rappresenta oggi un'oasi di pace e di ricchezza biologica, una risorsa inestimabile per la cittadinanza. La sua fauna è sorprendentemente varia per un contesto metropolitano, con numerose specie di uccelli, scoiattoli e ricci che trovano rifugio nella vegetazione. La flora arborea è altrettanto ricca e suggestiva, caratterizzando l'aspetto storico e paesaggistico del parco, che ospita ben 2500 specie botaniche. Il Santa Maria della Pietà è un luogo che ci esercita alla memoria di ciò che è stato e di chi in quelle gabbie ha sofferto, unendo la sua storia di ieri alla sua vibrante realtà di oggi.