Il Significato di "Pregate il Signore della Messe perché Mandi Operai nella Sua Messe"

Introduzione al Concetto del "Rogate"

Il titolo dell'ultima pubblicazione di P. Tiziano Pegoraro, Rogazionista e Dottore in Teologia Biblica, affronta in un percorso biblico e patristico i testi su "La Messe e gli Operai" nei primi tredici secoli. Il lavoro di P. Tiziano Pegoraro RCJ si prefigge di approfondire nella letteratura cristiana antica il detto (logion) di Mt 9,35-10,1 e Lc 10,2, in cui Gesù chiede ai discepoli di «pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe», conosciuta come la preghiera del Rogate.

Nel corso degli anni, l'autore ha lavorato su questo testo biblico e sul suo messaggio teologico, producendo importanti contributi e articoli, tra cui la tesi dottorale: "La pericope di Mt 9,35-10,1: analisi letteraria e prospettive teologiche" (Roma 2014) e il commento delle "Laudi alla Vergine Maria di S. Annibale M. Di Francia" (Roma 2018). Questo libro risponde alla necessità di un approfondimento di natura patristica, selezionando e commentando i principali testi degli scrittori ecclesiastici dal secondo al dodicesimo secolo.

Il presente volume costituisce una sintesi antologica finalizzata ad aiutare il lettore a riscoprire la ricchezza e la fecondità della preghiera di Gesù, caratterizzata da una finalità didattica e spirituale. Il procedimento seguito dall'autore è paragonabile ad un mosaico in cui ogni tassello contribuisce a formare l'immagine unitaria dell'insegnamento del Signore.

Un'antica illustrazione che raffigura Gesù che insegna ai suoi discepoli, con sullo sfondo campi di grano maturo.

Il Contesto Biblico e la Compassione di Gesù

Le Folle stanche e senza pastore

Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Il verbo usato, "splanghizo", ha la sua radice nella parola "viscere" e nel Vangelo è sempre e solo riferito a Lui, indicando una compassione viscerale, simile a quella che una donna prova per il figlio che porta in grembo. Dio guarda gli uomini così, e solo Lui è capace di percepirci in questo modo.

Questa compassione deriva dal fatto che "erano come pecore senza pastore", gente che vaga senza qualcuno che indichi una meta, accontentandosi di soddisfare i propri bisogni immediati. Nel passo di Mt 9,36, si allude alla situazione delle folle con due verbi e un'immagine: "erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore". Il primo verbo (skyllein) significa propriamente dilaniare, scorticare, lacerae, dare pena, molestare, indicando un'azione subita che ha determinato la situazione attuale. Il secondo verbo (riptein) significa gettare a terra. Non è chiaro chi sia il responsabile, ma l'immagine del gregge senza pastore, già presente nell'Antico Testamento, chiarisce la situazione.

I profeti, infatti, polemizzavano contro i pastori inautentici che "pascono se stessi" e "non si prendono cura del gregge", causando la dispersione e lo smarrimento delle pecore (Ez 34,2-8). In questa luce, le parole di Gesù indicano che la situazione delle folle è drammatica a causa della mancanza di vere guide. La polemica contro gli scribi e i farisei nel Vangelo di Matteo tocca proprio questo aspetto, evidenziando come coloro che avevano ricevuto la "vocazione" di guidare il popolo non avessero corrisposto al loro compito.

Mappa della Galilea e Giudea con i percorsi di Gesù e dei suoi discepoli.

La Dichiarazione: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi"

In quel tempo, Gesù viaggiando per tutti i villaggi e le città della zona, diceva ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai». Questa dichiarazione si ritrova identica in Mt 9,38 e Lc 10,2b. L'immagine della messe cambia, ma il senso è il medesimo: la messe è Israele, un campo pronto per la mietitura, poiché il Regno dei cieli si è avvicinato nella persona del Messia di Dio (Mt 4,17).

Davvero mancano operai per raccogliere la messe di Dio in questo momento di grazia; i più non si dimostrano all'altezza del compito. Non erano stati chiamati? Non è forse una vocazione l'essere scriba o l'essere sacerdote? Dio non lascia il suo popolo senza maestri e sacerdoti e non smette di chiamare. La dichiarazione che pochi sono gli operai si riferisce alla mancata corrispondenza e alla scarsità di operai autentici, di quanti hanno accolto e attuato la vocazione ad essere vere guide. Pochi sono i pastori secondo il cuore di Dio, le guide lungimiranti e sensibili all'avvento del Regno, in grado di preparare all'incontro con il Messia.

La Missione dei Discepoli: I Dodici e i Settantadue

L'Invio dei Dodici Apostoli (Matteo)

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì. Gesù riuscì a mettere insieme chiunque, senza fare selezione su chi aveva i titoli giusti.

Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni». Dunque, l'invio non è ai pagani, ma alle "pecore perdute della casa d'Israele", ovvero all'interno della comunità credente: è lì che c'è bisogno di testimoni, prima ancora che nel resto del mondo. Il messaggio è chiaro: se sei a terra c'è qualcuno che ha compassione di te. Se invece sei messo abbastanza bene, sii testimone della tua speranza con chi è a terra.

L'Invio dei Settantadue Discepoli (Luca)

Dopo questi fatti, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé, in ogni città e luogo ove egli stava per arrivare. Questa pagina di Vangelo indica l'impegno primario di ogni discepolo, che con la propria vita e con la parola deve annunciare il regno di Dio. Il compito missionario non è affidato a una "élite", come poteva sembrare con l'invio dei Dodici, ma a semplici discepoli, indicando un senso di universalità. Se il numero Dodici richiama le dodici tribù di Israele, il numero 72 secondo la Bibbia richiama le nazioni che ricoprono la terra, suggerendo che il messaggio deve giungere a tutte le genti.

Gesù disse loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe». Il discepolo è, quindi, un precursore di Gesù, uno che sullo stile del Battista "prepara la strada al Signore che viene", pronto a farsi da parte appena i destinatari della sua missione si sono incontrati con Gesù. Il lavoro è molto, e Gesù non li manda senza indicare loro gli impegni del discepolo.

Gli imperativi dati da Gesù sono chiari: «Andate! Non come conquistatori, ma come agnelli». Questa suggestiva immagine vuole i discepoli simili a Lui, agnello muto e servo, pronto a donare la vita per gli altri, miti, pazienti, non violenti in mezzo ai pericoli e all'ostilità del mondo. «Non portate né borsa, né bisaccia e neppure i sandali» significa che l'inviato dev'essere povero, ha un messaggio di salvezza da portare, e l'annuncio del Vangelo urge più delle preoccupazioni materiali.

«Non salutate nessuno per via» implica la necessità di fare in fretta ciò che è comandato, poiché è l'annuncio che conta, e tutti sono destinatari. «Dite: Pace a questa casa» è un impegno solenne, in quanto la pace è il dono messianico per eccellenza, e il discepolo è essenzialmente un portatore e costruttore di pace. «Rimanete in quella casa... Non girovagate di casa in casa» per non dare l'impressione di incostanza o di ricercare comodità, ma per condividere con coloro che sono degni il messaggio e il cibo.

«Guarite gli ammalati» sottolinea che accanto all'annuncio non deve mai mancare l'interesse per i più deboli, imitando il Maestro che si avvicinava ai sofferenti. Infine, di fronte al rifiuto, Gesù comanda di scuotere la polvere dai piedi, aggiungendo: «Sappiate però che il regno di Dio è vicino». Il discepolo mette tutti di fronte alle proprie responsabilità, ricordando che è pericoloso rifiutare il messaggio e che "chi ascolta voi, ascolta me".

Il testo parla anche del gioioso ritorno dei discepoli, che hanno avuto successo non tanto a livello umano ma perché "anche i demoni si sottomettono a noi quando pronunziamo il tuo nome". Questo indica che la missione è possibile solo se non si perde la comunione con Gesù, comportandosi come continuatori della sua opera. Gesù, rallegrato, esclamò: "Ho visto Satana precipitare dal cielo come un fulmine", ma indicò la vera gioia: "...rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nel cielo".

Don Luigi Maria Epicoco - Commento al Vangelo del giorno (Lc 10,1-12)

Il Rogate: Dialettica tra Vocazione e Missione

Aspetti Teologici della Preghiera del Rogate

La richiesta di pregare insistentemente il «Signore della messe» conclude una prima tappa del racconto evangelico e colloca i discepoli del Signore nell'orizzonte della prospettiva missionaria. La forza interiore della preghiera del Rogate si caratterizza per la dialettica tra vocazione e missione.

  • La Rivelazione Trinitaria e Cristologica: Gesù chiede in modo esplicito ai suoi discepoli di «pregare» affinché raggiunga la sua pienezza la promessa messianica della salvezza prefigurata ed annunciata nell'Antico Testamento. Mediante la preghiera per le vocazioni, Dio vuole fare partecipi della missione della salvezza tutti i credenti.
  • Il Dinamismo Missionario: L'andare, l'insegnare, il predicare e il guarire attribuiti alla missione di Cristo culminano e si riassumono nell'atto di «pregare il Signore della messe». Il Rogate riassume e qualifica il senso del tempo messianico in cui si compie la salvezza universale e da cui trae origine ed energia la missione della comunità apostolica.
  • Lo Stile della Missione: La Fede Orante: La preghiera è un'istanza «strutturale» per l'evangelizzazione e l'esistenza stessa della comunità cristiana. La preghiera è movimento del cuore che motiva il dinamismo dell'azione, vissuta secondo il disegno di Dio.
  • L'Attesa Escatologica: Pregare nello spirito del Rogate significa desiderare che l'abbondante messe del mondo sia finalmente raccolta (cf Gv 4,32-38; Ap 14,15). L'invocazione vocazionale deve contrassegnare la permanente condizione spirituale di ciascun credente che diventa «in Cristo» protagonista operoso del Regno vivendo la sua propria e specifica vocazione e missione.

Questi aspetti sono variamente presenti nelle fonti patristiche e medievali riportate e commentate nel libro di P. Pegoraro, che approfondisce testi di ventinove autori (nove greci e venti latini). Da primi scrittori ecclesiastici come Ireneo di Lione fino agli autori medievali come Rodolfo Ardente, la menzione del Rogate evangelico diventa un cammino vivo per cogliere l'importanza della preghiera evangelica per le vocazioni.

La Connessione tra Preghiera e Missione

Il contesto in cui ricorrono le parole di Gesù permette di capire che gli operai inviati a raccogliere la messe trovano nei discepoli inviati da Gesù la loro più idonea personificazione. Vi è una forte connessione tra la preghiera e la missione: da un lato, la preghiera precede e accompagna la missione, costituendone la condizione previa e determinandone l'ambito vitale; dall'altro, l'accoglienza della missione e l'impegno a realizzarla derivano dalla preghiera e sono insiti in essa.

L'apostolato sarà efficace solo se è fondato nell'orazione, nell'unione di amore con Dio. La prima cosa da fare non è iniziare attività apostoliche, parlare, scrivere, muoversi, ma pregare. Gli alimenti della mercede, di cui l'operaio è degno, servono a sostenere il lavoro e non devono essere il fine della predicazione. Chiunque predica per una mercede di lode o di denaro, si priva della mercede eterna.

Il Vero Significato della Preghiera per le Vocazioni

Oltre il Numero: La Qualità degli Operai

L'esortazione di Gesù a "pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe" è il riferimento biblico fondamentale per motivare la necessità della preghiera per le vocazioni nella Chiesa. Tuttavia, è essenziale interrogarsi sul senso che queste parole assumono nel contesto del Vangelo. La presa di coscienza del contrasto tra l'abbondanza della messe da raccogliere e il numero esiguo di operai sta alla base dell'esortazione di Gesù.

Spesso siamo portati a collegare queste parole con il mondo delle vocazioni sacerdotali. È bene ricordare, però, che quando Gesù le pronunciava non aveva certo in mente l'impianto di Chiesa che abbiamo costruito noi, con preti, frati, suore, vescovi. La preghiera non è il tentativo di corrompere Dio perché faccia quello che gli diciamo noi, è piuttosto il mettersi in sintonia con Lui perché il suo pensiero, il suo stile, il suo progetto sul mondo diventino i nostri.

Ecco allora che si fa più chiara la faccenda: pregare perché mandi operai significa pregare perché faccia di noi quegli operai o, fuori di metafora, quei testimoni del suo amore. La preghiera che Gesù invita a rivolgere non sembra tanto essere quella che non manchino mai operai nella messe di Dio, ma l'accento cade piuttosto sul bisogno di operai che siano veramente tali, adeguati al compito loro affidato, in grado di attuare una missione tanto rilevante quanto impegnativa, quella cioè di essere collaboratori dell'opera stessa di Cristo.

La preghiera che Gesù ci invita a fare, in altri termini, non tende ad auspicare semplicemente un incremento del numero delle vocazioni, come se il Signore potesse essere più generoso nel destinarli. La nostra preghiera si eleva perché per sua grazia vi sia piena adesione a lui sul versante dei chiamati, perché quanti sono eletti realizzino in pienezza quella vocazione, dimostrandosi, non senza il suo aiuto, veri operai per la messe di Dio. L'accento non cade tanto sul numero delle vocazioni, ma sulla loro vera realizzazione.

Dobbiamo pregare affinché tutti quelli che il Signore chiama, quanti egli vuole e come egli sa, siano, con il suo aiuto, veri operai nella sua messe. Dobbiamo pregare affinché tali divengano e tali rimangano.

La Responsabilità del Discepolo

Le parole di Gesù ci dicono, innanzitutto, che Gesù stesso si sente un mandato e che è il Padre che fa crescere la messe, cioè quel seme, la Parola di Dio, che egli, e ora i suoi discepoli, devono seminare nel mondo. Di qui la necessità di accogliere l'invito di Gesù a pregare il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe.

Il discepolo deve preparare ovunque l'incontro della gente con Gesù. Il compito missionario non è affidato a una "élite", ma a semplici discepoli. L'indicazione è che il discepolo deve preparare ovunque l'incontro della gente con Gesù. I settantadue sono davvero pochi, di qui la necessità di accogliere l'invito di Gesù a pregare il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe.

Non possiamo dire senza rammarico che son molti quelli che son disposti a sentire, ma son pochi a predicare. Il mondo è pieno di sacerdoti ma nella messe è difficile trovarci un operaio, perché abbiamo accettato l'ufficio sacerdotale, ma non facciamo il lavoro del nostro ufficio. Spesso la lingua tace per colpa dei predicatori; ma succede anche altre volte che, per colpa di chi deve sentire, la parola vien meno a chi deve parlare. Il silenzio del pastore, se qualche volta è dannoso al pastore stesso, al suo gregge lo è sempre.

La Vocazione Sacerdotale e il Ruolo dei Credenti Oggi

Il Sacerdote come Continuatore dell'Opera di Cristo

Com'è grande la vocazione dei sacerdoti! È prolungare la stessa missione di Gesù, non separatamente da Gesù, ma partecipando al suo unico sacerdozio! Il sacerdote, quando fa le cose più grandi che solo lui può fare (celebrare la Messa e assolvere i peccati), pronuncia le parole in prima persona, come se fosse una cosa sola con Gesù, perché opera «nella persona di Cristo». È attraverso i sacerdoti che Gesù perpetua la sua presenza sacerdotale nella Chiesa. Il sacerdote ordinato partecipa alla funzione di Cristo capo, di Cristo capo che dona grazia a tutto il corpo mistico. Meravigliosa vocazione!

Per i sacerdoti, Gesù è come ostia offrendosi sui nostri altari, come cibo per darsi a noi nella comunione e per perdonare i peccati. E c'è anche il suo potere, quello di curare tutti i mali e tutte le malattie spirituali, come dice il Vangelo di san Matteo, e il potere di esorcizzare il diavolo. Mirabile vocazione tanto combattuta ai nostri giorni! Il nemico sa che nulla può contro il potere dei sacerdoti, perché è il potere stesso di Cristo, e da Cristo l'hanno ricevuto. Quindi fa di tutto per allontanare gli uomini dal sacerdote attraverso la calunnia, la diffamazione, il discredito.

Eppure, quanto è grande il sacerdote! I santi sacerdoti sono il fiore dell'umanità, i grandi benefattori dell'umanità, che si offrono silenziosamente per la salvezza delle anime. Possa Dio inviare molti santi sacerdoti nella sua Chiesa. E per questo sta a noi pregare molto, secondo il mandato del Signore: «pregate il padrone della messe perché mandi più operai alla sua messe». Questa è la prima e più fondamentale pastorale vocazionale! Così come il mondo parla male dei sacerdoti perché vuole allontanare le persone dalle fonti della grazia, noi dobbiamo fare il contrario. Dobbiamo avere grande carità con i nostri sacerdoti e parlarne bene, soprattutto davanti ai bambini e ai giovani, perché crescano amandoli e amando la nostra fede.

L'Impegno di Tutti i Cristiani

Tutti i cristiani (laici, sacerdoti, religiosi) sono chiamati da Dio a portare nel mondo intero la buona notizia della salvezza: Gesù è il Cristo, il Messia; è morto ed è risuscitato per noi; è venuto a instaurare il Regno di Dio nel mondo e nel cuore di ogni uomo. Il Concilio Vaticano II ha voluto fare un particolare richiamo ai laici, ricordando loro che è il Signore stesso che li invita «ad unirsi sempre più intimamente a lui e, sentendo come proprio tutto ciò che è di lui (cfr. Fil 2,5), si associno alla sua missione salvifica; è ancora lui che li manda in ogni città e in ogni luogo dove egli sta per venire (cfr. Lc 10,1), affinché gli si offrano come cooperatori nelle varie forme e modi dell'unico apostolato della Chiesa, che deve continuamente adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente nell'opera del Signore» (Decreto Apostolicam actuositatem, n. 1).

Abbiamo oggi una messe meno abbondante di allora? Fra quei miliardi di persone, ci sono molte lingue che la maggior parte di noi non parlerà mai. Ci sono differenze culturali che possono ostacolare l'avanzare del Vangelo. Anche noi dobbiamo pregare il Signore della messe, affinché mandi operai nella sua messe. Quegli operai possono e devono venire da ogni luogo, ma considerata l'immensità della messe in certe parti del mondo, preghiamo che il Signore mandi operai proprio lì, dove il nome di Cristo non è conosciuto e dove il regno di Dio non è stato ancora proclamato.

Giovanni Paolo I, parlando del potere dell'ambiente in cui si cresce, diceva: "Volete che imparino pure a pregare e a essere mansueti? Fate che vedano in casa genitori, fratelli e nonni che pregano, che si amano, che sorridono, che affrontano con buon animo i sacrifici di ogni giorno. Fate che i mobili, i quadri, i libri, le riviste, rispecchino lo spirito raffinato e religioso di chi gestisce la casa. Ciascuno di questi elementi agirà minuto dopo minuto, per giorni, per mesi, per anni, penetrando nelle anime e influenzando il destino di un'intera vita" (Albino Luciani, "Cento pensieri", n. 45). Se nelle nostre famiglie si prega per le vocazioni, si prega per i sacerdoti e si vive in un ambiente cristiano, sorgeranno tante e sante vocazioni.

Affidiamo questa intenzione a Maria Santissima, Madre di tutti i sacerdoti.

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