L’autodeterminazione e la storia dello slogan: "L’utero è mio e lo gestisco io"

Il dibattito sull'aborto e sulla gestione del corpo femminile ha generato, fin dagli anni Settanta, numerose incomprensioni e mistificazioni. Al centro di questo scontro culturale si trova uno degli slogan più iconici del movimento femminista: "L’utero è mio e lo gestisco io". Analizzare il significato profondo di questa espressione significa ripercorrere una stagione di lotte politiche e sociali che ha cambiato radicalmente il concetto di cittadinanza femminile.

Infografica: linea temporale delle principali tappe legislative sull'aborto e contraccezione in Italia e in Europa tra gli anni '70 e '80.

Le radici politiche dello slogan

Negli anni Settanta, lo slogan non era solo una rivendicazione di natura biologica, ma un principio dirompente di autodeterminazione. La rottura rispetto al movimento emancipazionista dell'Ottocento era netta: non si chiedevano più soltanto diritti politici, ma si affermava la libertà di scelta sulla propria sessualità e maternità. La maternità smetteva di essere considerata un destino biologico o un dovere morale per divenire, finalmente, una scelta consapevole.

Le critiche mosse all'epoca, spesso provenienti da ambienti conservatori o da una certa visione patriarcale, accusavano lo slogan di volgarità o di individualismo. In realtà, dietro queste accuse si celava il rifiuto di riconoscere alla donna la proprietà del proprio corpo - un diritto che, paradossalmente, era già stato una conquista centrale della borghesia contro il feudalesimo quando applicato al genere maschile.

La maternità come progetto sociale

Una critica ricorrente sosteneva che l'individuo dovesse subordinare la gestione del proprio corpo alle esigenze della società. Tuttavia, il femminismo storico ribatteva che nessuna società ha il diritto di gestire la funzione riproduttiva delle donne contro la loro volontà. La ridefinizione della maternità passava attraverso l'analisi delle sue componenti materiali: una gravidanza non voluta, se non prevenuta, va corretta esattamente come una lesione fisica subita.

Per diventare un vero "rapporto sociale", la maternità richiede una scelta, una responsabilità condivisa e un progetto affettivo. Senza questo riconoscimento consapevole, la gestazione rimane un evento materiale che la donna ha il diritto di gestire autonomamente.

Il movimento femminista degli anni 70

Conquiste legislative e memoria storica

La mobilitazione femminista - che includeva l'organizzazione di aborti autogestiti, manifestazioni di massa e campagne di sensibilizzazione - ha portato a traguardi storici:

  • 1970: Introduzione del divorzio in Italia.
  • 1971: Legalizzazione della contraccezione (abrogazione dell'art. 553 c.p.).
  • 1978: Approvazione della Legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza in Italia.

Queste leggi rappresentano una sorta di habeas corpus che fonda la cittadinanza femminile sul principio di autodeterminazione. Recentemente, il dibattito si è spostato su nuovi fronti, come la gestazione per altri (GPA) e le critiche a proposte legislative che vorrebbero configurarla come "reato universale", sollevando questioni complesse sul confine tra sfruttamento e libertà di scelta.

Il femminismo oggi: tra eredità e pregiudizi

Oggi la parola "femminismo" è spesso oggetto di pregiudizi o incomprensioni, venendo a volte confusa con una mercificazione dell'immagine femminile che nulla ha a che vedere con le lotte delle origini. Eppure, il movimento è tutt'altro che spento. Come sottolinea Lia Migale nel suo libro Piccola storia del femminismo, il pensiero femminista è uno strumento vivo e necessario per comprendere le dinamiche di potere contemporanee.

Ripartire dalla memoria storica non significa guardare al passato con nostalgia, ma riconoscere la ricchezza di un percorso che ha permesso alle donne di rivendicare la propria presenza nel mondo produttivo, culturale e politico. La sfida odierna consiste nel superare la polarizzazione e continuare a costruire una società che risponda alle esigenze e ai diritti di ogni individuo, indipendentemente dal genere.

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