Lorenzo Milani: Sacerdote, Educatore e Profeta

Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti nasce a Firenze il 27 maggio 1923 da una famiglia colta, laica e benestante. Era il secondogenito di tre figli, preceduto da Adriano e seguito da Elena. Il padre, Albano Milani Comparetti, era un chimico con la passione per la letteratura, mentre la madre, Alice Weiss, ebrea triestina, era allieva di James Joyce e cugina di Edoardo Weiss, che la introdusse agli studi di Sigmund Freud. I genitori, entrambi agnostici e anticlericali, intrattenevano rapporti di amicizia con importanti famiglie della cultura fiorentina.

Nel 1930, a causa della crisi economica, la famiglia si trasferisce a Milano, dove Lorenzo compie gli studi fino alla maturità classica, diplomandosi nel maggio del 1941. Nell’ottobre del 1942, a causa della guerra, la famiglia Milani ritorna a Firenze. In gioventù, Lorenzo era uno studente capace ma incostante, "intelligente ma che non si applica", consapevole della solidità economica e dell’humus culturale familiare.

La Conversione e la Vocazione Sacerdotale

Dopo la maturità classica, Lorenzo si dedica alla pittura, sviluppando una passione che lo porta a frequentare lo studio del pittore tedesco Hans-Joachim Staude a Firenze a fine maggio 1941, figura fondamentale per la sua crescita artistica e spirituale. A settembre 1941 si iscrive al corso di pittura all'Accademia di Brera a Milano. È in questo periodo che sviluppa un grande interesse per l’arte sacra e la liturgia. Durante una vacanza a Gigliola nell'estate del 1942, affrescando una cappella, legge un vecchio messale e ne rimane folgorato. Come scrisse all'amico Oreste Del Buono: «Ho letto la Messa. Sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?». Egli stesso avrebbe detto: «Perché incontrare Cristo, incaponirsene, derubarlo, mangiarlo, fu tutt'uno». La decisione di farsi prete fu contemporanea alla conversione, assumendo un sì totale e definitivo: «Io prenderò il suo posto», riferendosi a un giovane prete deceduto. Nel novembre del 1943 entra in seminario a Cestello in Oltrarno. Il periodo del seminario fu per lui piuttosto duro, scontrandosi fin dall'inizio con la mentalità della Chiesa e della curia, che ai suoi occhi apparivano lontanissime dall'immediatezza del Vangelo. Il 13 luglio 1947, Lorenzo viene ordinato sacerdote nel duomo di Firenze dal cardinale Elia Dalla Costa.

Ritratto di Lorenzo Milani in gioventù o durante gli anni del seminario

Le Esperienze Pastorali: San Donato e Barbiana

Dopo l'ordinazione, don Lorenzo viene assegnato come cappellano alla parrocchia di San Donato a Calenzano, un comune operaio in provincia di Firenze. In quegli anni, il governo istituiva le scuole popolari, e don Milani ne fonda una nella sua canonica. La fonda laica, «perché nessuno, nemmeno i figli degli operai comunisti, se ne senta escluso». Nella sua classe si leggono i giornali, si prova a comprendere l’attualità, soffermandosi sulle parole più difficili: le parole sono al centro, il possesso della lingua come strumento per arrivare all’eguaglianza degli uomini. Don Milani diceva di usare ogni parola come se fosse la prima volta nella storia, e portava i suoi studenti a vedere luoghi come il mare, la fabbrica o il teatro dell’opera.

Per le sue idee e la sua vicinanza agli ultimi, don Milani viene isolato e nel dicembre 1954 mandato a Barbiana, una minuscola e sperduta frazione di montagna nel comune di Vicchio, in Mugello, dove si sale a piedi seguendo una mulattiera. Un luogo con qualche casa, un cimitero, una chiesa, niente acqua, gas o luce, e nessuna scuola. Arrivò a Barbiana il 7 dicembre 1954. Dopo pochi giorni cominciò a radunare i giovani della nuova parrocchia in canonica con una scuola popolare simile a quella di San Donato. Don Lorenzo fu nominato priore di Barbiana a seguito della morte di don Pugi il 14 novembre 1954.

La Scuola di Barbiana: Un Modello Pedagogico Rivoluzionario

La scuola di Barbiana inizia nelle stanzette della canonica e d’estate, fuori, sotto il pergolato. Era una scuola sempre aperta, tutto l’anno, tutto il giorno, dove la regola principale era che «chi sapeva di più aiutava e sosteneva chi sapeva di meno». Don Lorenzo faceva lezione per dodici ore al giorno per 365 giorni all’anno. I grandi insegnavano ai piccoli e si imparavano le lingue straniere. La sua scuola era alloggiata in un paio di stanze della canonica annessa alla piccola chiesa di Barbiana, un paese con un nucleo di poche case intorno alla chiesa e molti casolari sparsi sulle pendici del Monte Giovi: con il bel tempo si faceva scuola all'aperto sotto il pergolato.

Questa esperienza didattica era rivolta ai bambini poveri e diseredati, ai ragazzi rifiutati dalle scuole ufficiali, come i fratelli orfani Michele e Francuccio Gesualdi. La scuola di Barbiana era “sacra come un ottavo Sacramento”, perché per don Milani l'istruzione civile e il possesso della parola erano fondamentali per l'emancipazione dei poveri. Da quando seppe di essere gravemente ammalato, don Lorenzo si dedicò solo ai suoi ragazzi, in particolare a Marcellino, un bambino con disabilità che non poteva parlare, escludendo persino i borghesi intellettuali che salivano a Barbiana per discettare con il "prete rivoluzionario".

Foto storica della Scuola di Barbiana con Don Milani e i suoi ragazzi

Le Opere e le Controversie

"Esperienze Pastorali" (1958)

A Barbiana vede la luce “Esperienze pastorali”, una sorta di autobiografia di un sacerdote di campagna, ma soprattutto una riflessione sul ruolo sociale della parrocchia. Più che un testo di pastorale, è un saggio di sociologia, dove, dati alla mano, don Milani testimonia cosa significhi fare il parroco in contesti di povertà intellettuale e materiale. Il libro si apre e si conclude con un forte riferimento alla Cina, ovvero ai futuri missionari cinesi in Italia, riprendendo il tono apocalittico e futuristico di un'incredibile dedica.

Il volume, che costò a don Milani una severa censura ecclesiastica, suscitò anche l'attenzione di Indro Montanelli che nel dicembre 1958, sul Corriere della Sera, ne trasse spunto per osservazioni sul loro autore. Montanelli sintetizzò il pensiero di don Milani: «la Chiesa ha smarrito il gregge... si occupa di rituale, si occupa di politica, fa della beneficenza materiale... Ma ha dimenticato che Dio ha eletto il suo domicilio fra i poveri, che sono gli unici ad averne fame e sete». In una lettera privata successiva, Montanelli scrisse a Milani: «Io sono con metà di me stesso (la migliore, temo) dalla sua parte».

"L'Obbedienza non è più una Virtù": La Lettera ai Cappellani Militari e il Processo

Nel febbraio del 1965, don Milani scrive una lettera aperta a un gruppo di cappellani militari toscani. Questi, in un loro comunicato, avevano definito l’obiezione di coscienza «estranea al Comandamento cristiano dell’amore e espressione di viltà». La sua risposta, nota come “L'obbedienza non è più una virtù”, invitava i cappellani a educare i soldati non all’obbedienza cieca, ma all’obiezione di coscienza, richiamando anche all’articolo 11 della Costituzione italiana che ripudia la guerra come strumento di offesa. Citava anche l’articolo 52 della Costituzione, affermando: «Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro».

Questa lettera, inviata a tutti i giornali ma pubblicata solo dal periodico comunista Rinascita, costò a Don Milani e al direttore di Rinascita, Luca Pavolini, un processo per apologia di reato. Don Milani, a causa della sua grave malattia, non poté essere presente al processo a Roma e inviò allora ai giudici un’autodifesa scritta, nota come “Lettera ai giudici”. In essa affermava: «Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto».

Il 15 febbraio 1966, il processo in prima istanza si concluse con l’assoluzione. Tuttavia, su ricorso del pubblico ministero, la Corte d’Appello, quando don Lorenzo era già morto, modificava la sentenza di primo grado e condannava lo scritto. In Italia, si dovette aspettare il 1972 per approvare la prima legge che consentiva di rifiutare la leva militare obbligatoria, sostituendo l’anno di leva con due anni di servizio civile.

Copertina del libro

"Lettera a una professoressa" (1967)

La bocciatura di due ragazzi di Barbiana all’esame da privatisti al primo anno delle scuole magistrali, fu il motivo, nel 1967, dell’ultimo scritto di un don Milani alla fine dei suoi giorni. “Lettera a una professoressa”, redatta insieme ai suoi ragazzi, è una provocatoria disamina sulla scuola pubblica dell’obbligo, accusata di essere incapace di colmare, secondo Costituzione, gli svantaggi iniziali di chi nasce in una casa povera di cultura e di denaro. Il testo denuncia un sistema scolastico che favorisce le classi più ricche, una scuola che «manda via i malati e cura i sani», perdendo molti studenti lungo il percorso in un paese dove l’analfabetismo era ancora diffuso.

Pubblicato un mese prima della sua morte, divenne uno dei testi di riferimento del movimento studentesco del '68. Nella lettera si trova anche una brillante definizione della politica: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica». I ragazzi di Barbiana ponevano l'accento sulla necessità di «intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri (...) I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro (...). Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua, l'ha detto la Costituzione. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione».

Riguardo alla scuola attuale, si è osservato come alcuni aspetti da lui auspicati si siano realizzati, come la maggiore attenzione al "saper fare" rispetto al "sapere", ma con la conseguenza di ragazzi meno capaci di scrivere o con un lessico ristrettissimo. Tuttavia, la sua idea di rendere la scuola più difficile per aiutare i ragazzi più deboli, insegnando ai massimi livelli la propria lingua e i testi più complessi, rimane una proposta di grande attualità.

La Pedagogia e la Filosofia di Don Milani

La Centralità della Parola e l'Uguaglianza

Al centro del pensiero di don Milani c’era la forza della Parola, non solo quella di Dio, ma la parola come strumento di comunicazione ed emancipazione. «È solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli». La sua attenzione rigorosa alla Parola di Dio è testimoniata dall'uso del Nuovo Testamento nell’edizione critica curata dal Merk. La scuola di Barbiana aveva lo scopo di «rendere possibile l’ascolto della Parola», risvegliando la sete di conoscere nei giovani operai e contadini.

Cardinale Martini commenta questo brano dicendo: «Don Milani scrive Parola con la P maiuscola e in corsivo. In tal modo egli intendeva porre l’accento sulla necessità che il credente ha di rivolgere una Parola che impegni ed arricchisca, non una parola qualsiasi che non impegna chi la dice e non serve a chi l’ascolta, non una parola come riempitivo del tempo».

Il Motto "I Care" e la Responsabilità Collettiva

Don Milani adottò il motto inglese “I care”, letteralmente "mi importa, mi interessa, ho a cuore", in dichiarata contrapposizione al "Me ne frego" fascista. Questo motto, scritto grande su una parete della scuola, esprime la sua visione di una responsabilità individuale e collettiva. «Bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto». La vera cultura, secondo Milani, non è solo possedere la parola, ma anche «appartenere alla massa ed essere consapevoli di questa appartenenza», che significa farsi carico di tutti. «La cultura è una cosa meravigliosa come il mangiare ma chi mangia da solo è una bestia, bisogna mangiare insieme alle persone che amiamo e così bisogna coltivarsi insieme alle persone che amiamo».

A Barbiana, l’educazione era partecipata da tutti e per tutti: «nella scuola di Barbiana tutti vanno a scuola e tutti fanno scuola». L’appartenenza diventa partecipazione attiva alla vita di tutti: nella scuola, nella vita pubblica, nella politica, nel sindacato.

Il "Classismo d'Amore"

La dimensione sacerdotale era la radice di tutto ciò che don Milani fece, e a sua volta, il suo essere prete aveva la radice più profonda nella sua fede. In questa concezione di vita come offerta di sé per amore al bene dell'altro, del più abbandonato, non c'è lo sguardo narcisista del borghese che fa un'«opera buona», ma il fuoco del cuore di Cristo. Per don Milani, l'amore è "classista", non per ideologia, ma per un compito preciso: scegliere i poveri, non negando nulla, ma scegliendo la preferenza di un amore reale e concreto. Lui stesso difendeva la sua scuola, accusata di essere classista al contrario, paragonandola ai gruppi parrocchiali che danno cibo ai poveri e non ai ricchi che non ne hanno bisogno.

Don Milani rimproverò a Pier Paolo Pasolini per il suo film “Il vangelo secondo Matteo” un «classismo elementare», ideologico, che divide «semplicemente il mondo in ricchi tutti cattivi e i poveri tutti buoni», quando invece «il Vangelo non è così semplicistico», ricordando che «quando poi è l’ora della passione e i poveri sono scappati tutti il fatto è che a seppellirlo c’erano solo due ricchi (Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo)».

Don Milani, il maestro che ha cambiato la mia vita

Malattia, Morte ed Eredità

Don Lorenzo Milani muore a Firenze il 26 giugno 1967, a 44 anni, dopo una lunga malattia, un linfoma di Hodgkin. Negli ultimi mesi della malattia volle stare vicino ai suoi ragazzi perché, come sosteneva, «imparassero che cosa sia la morte». La sua figura di prete è indissolubilmente legata all'esperienza didattica rivolta ai bambini poveri nella disagiata e isolata scuola di Barbiana, nella canonica della chiesa di Sant'Andrea. I suoi scritti innescarono aspre polemiche, coinvolgendo la Chiesa cattolica, gli intellettuali e i politici dell'epoca. Fu un sostenitore dell'obiezione di coscienza opposta al servizio militare maschile, all'epoca obbligatorio in Italia.

Le carte originali di Don Milani sono custodite presso la Fondazione Giovanni XXIII (già Istituto per le scienze religiose) di Bologna, presso la Fondazione don Lorenzo Milani di Firenze e presso l'istituzione culturale "Centro documentazione don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana", a Vicchio. La memoria di don Milani è stata viva e conservata dai suoi ragazzi di Calenzano e specialmente di Barbiana, che attraverso la Fondazione don Lorenzo Milani, hanno dato seguito con la loro esperienza e la loro vita di impegno sociale e politico a quell’inizio incompiuto.

Il Riconoscimento della Chiesa e l'Attualità del suo Messaggio

Il 20 giugno 2017, Papa Francesco ha visitato Barbiana e la tomba di don Lorenzo Milani, un gesto che il Pontefice stesso ha voluto come risposta alla richiesta fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. Papa Francesco ha affermato che la Chiesa riconosce in quella vita «un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa». Questo gesto «non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani», ma ne comprende «circostanze e umanità in gioco».

Il Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, ha commentato la visita del Papa come il riconoscimento che don Milani «ha camminato sulla strada giusta, è stato un pastore fedele. E la Chiesa oggi ne riconosce la profezia». Bassetti, che lo paragonava a Newman per le sue scelte radicali e il primato della coscienza, lo ha definito «un segno di contraddizione» e un «santo, vaccinato di Spirito Santo», che agiva dalla «purezza del cuore». Il Cardinale ha ricordato un episodio in cui don Milani, da seminarista, gli disse: «Fossi io il rettore vi butterei tutt’e due fuori dal Seminario, perché siete disobbedienti», sottolineando il paradosso della sua "disobbedienza obbedientissima".

Anche Pier Paolo Pasolini, dopo un'iniziale stroncatura dello stile linguistico della “Lettera a una professoressa”, passò a toni entusiastici, definendolo «uno dei più bei libri che io abbia letto in questi ultimi anni: un libro straordinario, anche per ragioni letterarie», e paragonando la sua forza ideale alla nuova sinistra americana o alla rivoluzione culturale cinese, per la sua «forza ideale, assoluta, totale, senza compromessi». Don Milani, il prete «trasparente e duro come un diamante», continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa.

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