Liturgia dei Defunti e Omelia Funebre: Il Significato della Speranza Pasquale

Con l’andare del tempo, nella società occidentale, non è scomparso soltanto il senso della santità e della festa di chi ci ha preceduto sulla via della giustizia e dell’amore, ma anche il senso profondo della morte e di coloro che vivono in una dimensione nuova e diversa da quella che le nostre povere menti riescono a percepire. La parodia e la banalizzazione della morte e della relazione con l’aldilà si è imposta ultimamente con la festa di Halloween, che ha stravolto la relazione feconda esistita sin dall’antichità tra chi vive e chi muore, popolando di mostriciattoli e zombi la terra dei viventi e quella dei defunti.

Foto di un cimitero sereno con croci e fiori all'alba

Il Senso della Morte nella Società Contemporanea

La morte rischia oggi di essere banalizzata e in ogni caso non è più vista come un passaggio, ma una ineludibile scadenza che si perde nel nulla che la segue. Stiamo assistendo, inoltre, a una progressiva emarginazione e privatizzazione dell’esperienza del morire: l'uomo di oggi non muore più in casa, bensì in ospedale o nelle case di riposo, e la morte stessa appare sovente oggetto di occultamento, come l'allontanamento del corpo del defunto dalla vista e dal contatto dei vivi, soprattutto se bambini. Per la stessa celebrazione, vengono preferite spesso le anonime cappelle degli obitori alle chiese parrocchiali.

Nonostante ciò, la morte sempre interroga e inquieta. Anche in un tempo di secolarizzazione avanzata, la perdita di una persona cara è un’esperienza drammatica ma anche ricca di tracce di trascendenza. Si è consapevoli che il proprio congiunto è morto, eppure si continua ad avvertire, misteriosamente, la sua presenza. Il lutto non è solo una «pietra d’inciampo», uno scandalo che mette in discussione il senso religioso della vita.

La Prospettiva Cristiana: Fede nel Redentore Vivo

La prima lettura di questa domenica riporta il grido di Giobbe che emana dal profondo del suo dolore: «Io so che il mio redentore è vivo!». Il termine ebraico tradotto con «redentore» è go’el, un termine pieno di significato. Nell’ebraismo e nell’antico Oriente, il go’el era il parente più prossimo, che aveva il compito di riscattare i propri cari che, a motivo di debiti o altre vicende drammatiche, rischiavano di cadere o erano caduti in schiavitù. Il go’el interveniva per solidarietà familiare, per relazione intima e personale, pagando il riscatto e liberando lo schiavo. Giobbe, uomo provato e solo, torturato dai nemici e abbandonato dagli amici, si erge nella sua disgrazia e, con dignitosa fierezza, proclama la sua fiducia in Dio, il go’el, che non abbandona mai nessuno e non dimentica.

È vero che, di fronte a tante situazioni umane - dove ogni essere umano (come Giobbe) vive nel disperato bisogno di una risposta - Dio sembra stare in silenzio. Di fronte all’agonia della morte, nel più disperato bisogno, nella notte degli ulivi… Dio sembra dileguarsi. Alla morte, Dio non dà la risposta che noi vorremmo, ma offre un senso. L’offerta di senso significa che Dio ci è vicino anche quando la situazione si fa desolata, assurda e disperata; che Dio è il nostro go’el, il nostro redentore, anche quando non c’è consolatore. Possiamo incontrarlo non solo nell’ebbrezza della vita, ma anche nell’oscurità e nell’assenza.

Un’antica preghiera della tradizione bizantina proclama: «Sei disceso, Signore, per cercare Adamo, e non avendolo trovato sulla terra sei andato a cercarlo fino agli inferi!». E in un’antica omelia siriaca è scritto: «Il creatore di Adamo ha visitato Adamo negli inferi; è sceso, l’ha chiamato: “Adamo dove sei?”, come gli aveva detto nel giardino (Gen 3,9). Quella stessa voce che lo aveva chiamato tra gli alberi, è discesa per chiamarlo tra i morti».

Un altro grido - diverso da quello di Giobbe - ma che viaggia sulla stessa lunghezza d’onda che inneggia alla vita, è contenuto nel contesto della Parola evangelica: è il grido di Gesù: «Io sono!». Nel Vangelo di Giovanni, più volte viene proclamata una verità associata all’«Io sono» della Parola fatta carne: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,35), «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25), «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Un «Io sono» che investe la vita dei credenti, come afferma Gesù subito dopo: «questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,40). «Io sono» è un inno alla vita e alla ricerca di ciò che veramente nutre e disseta!

L’«Io sono» di Dio diventa pane che alimenta, acqua che disseta, come canta il profeta Isaia: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?». Non è Dio che ha creato il deserto e la morte; se siamo sinceri, non possiamo non riconoscere che una grande porzione di morte e di dolore che esiste nel mondo è riconducibile proprio alla prevaricazione e all’ingordigia umana, alla sua sete di potere, alla sua depravazione e irresponsabilità. Il deserto ci ricorda che Dio non può essere sfidato impunemente.

E tuttavia, il deserto può diventare per noi un’esperienza pedagogica, da cui impariamo cosa significhi vivere e cosa significhi morire: quando ci insegna a riconoscere i veri bisogni e a liberarci di tutti i surrogati e le stampelle che la «follia» ci offre. Nel deserto, l’essere umano può imparare a guardare in faccia la realtà di menzogna in cui vive, a chiamarla per nome, senza finzione e senza paura, e a tornare sulla via della vita. Quando si impara questo ritorno - che potrebbe essere chiamato anche conversione - il deserto tornerà a fiorire e da quel luogo di tenebre e di morte, inaspettatamente, sgorgheranno sorgenti d’acqua viva e scenderà manna dal cielo. Questa speranza viene da Dio, perché è l’amore di Dio che ha dato la sua Parola e ha stretto la sua alleanza con il popolo che camminava nel deserto, ma viene anche dalla responsabilità umana, come ci insegnano coloro che ci hanno preceduto nella fede.

Gesù spiegò la verità sulla scala di Giacobbe: l'incredibile significato della visione di Giacobbe

Le Esequie Cristiane: Un Esodo Pasquale Comunitario

Nel giorno in cui la Chiesa commemora tutti i fedeli defunti, la liturgia ci affida parole piene di speranza. L’obiettivo della riforma del rito, come già scrivevano i padri conciliari in SC 81, è di esprimere in modo chiaro l’indole pasquale della morte cristiana. La morte come Pasqua, cioè come passaggio. Un passaggio non solo relativo al defunto ma anche alla comunità: tutti passano da una situazione a un’altra, anche se non nello stesso senso, e tutti in conseguenza della morte del defunto.

Questo passaggio può essere visto verso una fine, la chiusura di un tempo, di una relazione con gli altri e con il mondo, oppure verso un nuovo inizio di tempo, un diverso modo di essere, di relazionarsi, di vivere. Le esequie laiche si collocano nel primo tipo: in esse gesti e parole ruotano attorno al far permanere il ricordo del defunto nelle persone che hanno avuto relazione con lui; il defunto non ha più un’esistenza individuale autonoma; come tale egli ha finito di esistere.

Le esequie cristiane hanno lo stesso punto di partenza ma approdano non alla fine del defunto, ma a una sua nuova vita e a una nuova relazione «con i suoi». Proprio per questo la Chiesa non può rinunciare a proclamare e celebrare il messaggio cristiano sulla morte, che la liturgia odierna ci ricorda essere la celebrazione di un esodo pasquale: il defunto sperimenta la sua uscita dall’Egitto e il suo ingresso nella Terra Promessa dove è accolto dagli angeli e dai santi. Il corteo funebre è una processione che canta mentre conduce il defunto dalla sua dimora terrena alla Gerusalemme celeste, facendo tappa in chiesa, a mezza strada cioè tra la terra e il cielo.

La Dimensione Comunitaria del Morire

La parola stessa exsequiae, che significa “seguire ovunque”, accompagnare, scortare, esprime la dimensione comunitaria del morire cristiano: la comunità accompagna il defunto dal letto di morte sino al sepolcro (RE, Premessa 12). Si comincia col vegliare il defunto per poi accompagnarlo all’ultima dimora attraverso una duplice processione che di solito si snoda dalla casa o dall’ospedale o casa di riposo (quando è possibile) alla chiesa e dalla chiesa al cimitero.

La processione per le vie pubbliche (quando è possibile) è probabilmente una delle risposte più esplicite alla privatizzazione della morte e alla sua rimozione all’interno dello spazio pubblico. Sottratta all’ambiente sociale, la morte rischia di essere ridotta a evento unicamente privato e questo, a lungo andare, porta a vivere la morte e i suoi riti nell’individualismo. Il corteo funebre pubblico, al contrario, attesta che la morte di una persona concerne tutta la comunità umana nei suoi ambiti familiari, ecclesiali e sociali. La morte è un fatto comunitario, perché la persona defunta non è esistita solo per i suoi cari, ma in quanto credente è stata figlia della comunità cristiana e come cittadino è stato membro della polis.

Per contrastare questa tendenza alla privatizzazione della morte e ribadirne la dimensione comunitaria, un altro sentiero consiste nel riscoprire il valore del cimitero. La fede cristiana parla dei luoghi dove i defunti sono sepolti come di luoghi destinati al riposo. La parola «cimitero» (dal greco koimeterion) significa «luogo dove si va a dormire».

Il Nuovo Rito delle Esequie: Adattamenti e Cura Pastorale

Nonostante un calo nella richiesta di altri sacramenti, non si vede ancora una riduzione nella diffusa richiesta di funerali rivolta alla Chiesa cattolica. Le celebrazioni funebri restano la richiesta più alta in percentuale rispetto a quella avanzata per altri ‘servizi’ religiosi. Numerose famiglie, ben più di quante frequentano la comunità eucaristica domenicale, si rivolgono alla chiesa per chiedere la celebrazione delle esequie o un rito di commemorazione (settimo, trigesimo, anniversario). Le motivazioni possono non essere esplicitamente di fede.

Dall'altra parte, soprattutto nelle parrocchie più popolose, dove i funerali sono numerosi, vi è la difficoltà di conciliare le esigenze di attenzione e cura pastorale richiesta da questi momenti con la molteplicità degli impegni pastorali del parroco. Se, infatti, la frequenza dei funerali comporta nelle grandi comunità cristiane, anche per il prete, il rischio della routine, nelle persone in lutto, al contrario, quella morte e quel funerale lasciano una traccia ‘unica’. Alcuni si aspettavano che il Nuovo rito delle esequie semplificasse le tappe e le soglie dell’accompagnamento rituale, ma in realtà esso ha non solo confermato, ma addirittura rafforzato l’impianto di fondo di una presenza orante distribuita nei diversi momenti della morte e del lutto. I riti delle esequie sono una scuola di fede per i cristiani e un’occasione di evangelizzazione per chi si accosta alla chiesa solo in quell’occasione.

Nella seconda edizione italiana del Rito delle Esequie, non è stato inserito il terzo tipo di esequie che prevede la celebrazione esequiale nella casa del defunto, presente invece nell'edizione del 1974. Tuttavia, la "Presentazione" redatta dalla Commissione Episcopale per la Liturgia e approvata dai Vescovi italiani evidenzia le novità introdotte dal Rituale (n. 3).

Adattamenti Pastorali e Liturgici

  • La visita alla famiglia del defunto: Tra gli adattamenti della Conferenza episcopale, a livello rituale va segnalato l’inserimento di un capitolo dedicato alla Visita alla famiglia del defunto, per evidenziare l’importanza di questo primo contatto. Si tratta di un paragrafo non presente nell’edizione latina del 1969 e nemmeno in quella italiana del 1974. Questo primo incontro è un momento particolarmente significativo e carico di emozione, diventando per il parroco un momento di condivisione del dolore, di ascolto dei familiari colpiti dal lutto, di conoscenza di alcuni aspetti della vita della persona defunta in vista di un corretto e personalizzato ricordo durante la celebrazione delle esequie. In alcuni casi può essere anche un momento per preparare o indicare il senso dei vari riti esequiali.
  • Il momento della chiusura della bara: Un secondo elemento significativo è il paragrafo relativo al momento della Chiusura della bara. Esso riprende, amplifica e sostituisce la «Preghiera per la deposizione del corpo del defunto nel feretro» presente nell’edizione del 1974, rilevando che «la chiusura della bara, quando il volto del defunto scompare per sempre dalla vista dei familiari, costituisce, dal punto di vista umano, un momento delicato e molto doloroso».
  • Rito dell'ultima raccomandazione e commiato: Nella celebrazione delle Esequie nella Messa o nella Liturgia della Parola, un arricchimento significativo è una più varia proposta di esortazioni per introdurre il rito dell’ultima raccomandazione e commiato. Infine, di fronte alla prassi oggi generalizzata, specialmente nei grandi centri urbani, che al rito dell’ultima raccomandazione e commiato l’assemblea si scioglie e non segue un accompagnamento del feretro al luogo della sepoltura, il rituale ha inserito al termine della liturgia esequiale in chiesa, la possibilità di impartire la benedizione ed eventualmente il congedo, conferendo così una particolare organicità ai riti di conclusione: «Il rito dell’ultima raccomandazione e del commiato si conclude sempre con la benedizione».
  • Canto e musica: La nuova edizione del Rito delle Esequie sottolinea anche l’importanza del ministero del canto e della musica. La raccolta di antifone, salmi e responsori, riportata in partitura nella parte finale del rituale (con allegato un CD), unita alla sezione presente nel Repertorio Nazionale di canti, mette a disposizione delle comunità un ricco bagaglio di materiali. Data l’importanza del canto nella celebrazione liturgica, anche in occasione delle esequie è importante la presenza di un gruppo di persone che sostenga e animi il canto dell’assemblea. In alcune parrocchie sono nati i cosiddetti "cori dei funerali", formati per lo più da persone anziane, che comunque svolgono un servizio prezioso e puntuale.

L'Omelia Funebre: Ruolo, Contenuto e Significato

L’omelia funebre è parte integrante del rito del funerale. Quando si parla di un funerale religioso, l’omelia è quell’intervento che spiega e attualizza i testi della Scrittura proclamati, con particolare attenzione al Vangelo, cuore della rivelazione. Nella liturgia cattolica, l’omelia è quel momento della messa che prevede l’esposizione e il commento di passi della Bibbia, che in genere provengono dal Vangelo del giorno, ma più in generale si può parlare di omelia anche riferendosi ad altre letture della messa, fatte dal celebrante subito dopo il Vangelo, come parte integrante della liturgia della parola che è un momento obbligatorio la domenica e nelle feste di precetto.

L'omelia in un funerale non è una lezione di esegesi o di teologia, ma nasce dalla vita quotidiana; è il modo con cui il pastore accompagna le famiglie in lutto e il suo popolo all'incontro con Gesù, maestro di umanità e di eternità. Se l'intera celebrazione esequiale è portatrice di grazia, non vi è dubbio che l'omelia detenga un suo spazio rilevante e una propria efficacia. Ecco perché la meditazione sui testi sacri non va mai improvvisata, ma preparata adeguatamente, pena lo svilimento del senso stesso delle esequie. L'omelia, infatti, serve ad annunciare Gesù crocifisso e risorto, il Vivente, colui che ha aperto la porta della vita per tutti.

Sacerdote che tiene un'omelia in una chiesa durante un funerale

Omelia Funebre vs. Elogio Funebre

È importante ricordare che lo scopo dell’omelia non è il ricordo e la celebrazione della vita del defunto; quello sarebbe un elogio funebre e non andrebbe pronunciato in chiesa ma in altre sedi. L’obiettivo del funerale non è mai elogiare il defunto, vantarne i successi o ricordare le sue preferenze. Di conseguenza, è necessario vigilare sui testi che, parenti e amici, chiedono di poter leggere a ricordo del defunto, e delle preghiere dei fedeli; nell’omelia in particolare, va evitata la forma e lo stile di un elogio funebre (RE 70), che non significa, comunque, non tener conto della persona. Si tratta di comporre armoniosamente la tensione tra il primo posto da riservare a Dio e l’attenzione per il defunto, nell’unicità della sua persona. Riti e parole devono essere «di sollievo al cristiano che crede, senza urtare l’uomo che piange» (Premesse n. 1. 2. 3. 4).

Contenuto e Preparazione dell'Omelia

L’omelia inizia sempre con una breve riflessione, attualizzata, sul significato delle letture della Bibbia e in particolare del Nuovo Testamento e specificamente del Vangelo. Poi il sacerdote troverà il modo per inserire al suo interno un piccolo ricordo del defunto, che racconti le sue caratteristiche uniche, elogiando le sue qualità e l’amore che nutriva per i suoi cari. Il testo dell’omelia dovrebbe essere semplice e discorsivo ma deve tenere conto del luogo e della circostanza nella quale viene pronunciato.

Più comunemente, il sacerdote prima delle esequie funebri fa una breve chiacchierata con la famiglia del defunto, si fa raccontare chi era, se era sposato, se aveva figli, cosa faceva in vita, e in questo modo riesce ad attingere informazioni sulla sua vita che gli sono utili per fare in modo che il funerale divenga il modo per ricordare il defunto. Se il defunto era parte integrante della comunità della Chiesa, la frequentava assiduamente ed era conosciuto dal prete, sarà per lui ancora più semplice ricordarlo a tutta l’assemblea.

Oggi, termini tipici dell'esperienza cristiana quali anima, fede, Pasqua, risurrezione, vita eterna, giudizio, paradiso, inferno, purificazione, suffragio ecc. non possono essere dati per scontati per la stragrande maggioranza dei tanti che pur partecipano ai funerali. I presenti sono spesso concentrati su «altro» nella «sosta in chiesa»: la coreografia, l'immagine sociale del defunto, il doveroso presenzialismo nei riguardi dei familiari, un discorso di circostanza con parole di conforto che non metta in discussione lo stile di vita.

Casi Particolari

Ci sono dei particolari casi in cui l’omelia può assumere una struttura fuori dal comune. Ad esempio, quando a morire è una personalità molto nota, un famoso, un politico, i preti possono inserire all’interno dell’omelia un ricordo del defunto tralasciando per un attimo le regole. Una morte improvvisa è sempre un momento di shock per la famiglia che la subisce e per la comunità. Sia in casi come questi, che quando a morire è una persona molto famosa, sappiamo che spesso i preti tralasciano per un attimo le regole e si lasciano andare a un ricordo del defunto più libero e sentito, specie se si tratta di un giovane che lascia la vita prematuramente o di una persona molto nota al pubblico o che aveva un importante ruolo nella società. Non è mai facile tenere l'omelia per la morte di un infante o di un giovane, per una vittima sulla strada o sul lavoro, per un omicidio o un suicidio.

Ogni omelia è corredata dalle citazioni dei testi della Sacra Scrittura: la Prima lettura; il Salmo, o preghiera responsoriale; il Vangelo. Le omelie si ispirano sempre alla parola di Dio, ma valorizzano anche citazioni di teologi, di mistici, di santi, e anche di artisti e letterati, come pure narrazioni di aneddoti; il tutto è volto a offrire potenzialità che diano concretezza di vita al nostro cammino spirituale, alla ricerca della santità.

La Preghiera per i Defunti: Crescita nella Fede e Rafforzamento della Speranza

La preghiera della Colletta, con la quale si inizia la Celebrazione eucaristica per i defunti, ci ricorda che pregare per i nostri fratelli e sorelle defunti significa crescere nella fede del Signore risorto e rafforzare la speranza che i nostri fratelli e sorelle defunti entrino nella vita nuova della risurrezione.

Anzitutto, crescere nella fede del Signore risorto. Preghiamo perché siamo certi che il Signore è risorto e vivo. Preghiamo perché sappiamo che Cristo è risorto da morte. Preghiamo perché entriamo in dialogo con Colui che è il Vivente, Gesù Cristo, il Salvatore. Con Giobbe, oggi, ripetiamo: “Il mio redentore è vivo”. Ed è per questo che lo preghiamo, che parliamo con lui, che lo supplichiamo, che chiediamo che i nostri fratelli e sorelle defunti entrino nella gloria eterna del paradiso. Se non preghiamo o non preghiamo abbastanza è perché non crediamo o perché crediamo poco. Stare a lungo davanti all’Eucaristia in preghiera è il segno che crediamo che Gesù è risorto e vivo e, nello stesso tempo, è la preghiera che ci fa crescere nella nostra fede in Cristo risorto.

È una giornata di grande preghiera e, proprio per questo, è una giornata nella quale si rafforza la nostra speranza nella risurrezione, nel fatto che i nostri fratelli e sorelle defunti possano entrare nella gloria del paradiso e con loro anche noi. Preghiamo, oggi, perché coltiviamo questa speranza, perché noi speriamo che coloro che sono defunti siano nella gloria dell’eternità e speriamo che anche noi, un giorno, vivremo nella gloria dell’eternità. Preghiamo perché sappiamo che la risurrezione è la promessa bella di Dio sulla nostra esistenza. Facciamo nostre queste parole, pensandole per i nostri defunti, ma pensandole anche per noi: “Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno”, perché risorgerò, perché risorgeremo a una vita nuova della felicità eterna del paradiso. Questo è il senso di questo giorno di grande preghiera.

Infine, questa grande preghiera è la nostra testimonianza, davanti al mondo, che crediamo in Cristo risorto; è il nostro dire al mondo la nostra fede e la nostra speranza; è il nostro dire al mondo: «Il mio redentore è vivo»; è il nostro dire al mondo: «Io lo vedrò».

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