L'idea del libero arbitrio e la capacità umana di comprendere l'Assoluto hanno da sempre generato innumerevoli questioni filosofiche e teologiche. Sebbene la ragione possa approssimarsi asintoticamente alla comprensione dell'Assoluto, finché ci si trova all'interno del piano intellettivo umano, esso non potrà essere pienamente svelato. Già Tommaso d'Aquino, nella Summa Theologica (S.Th., I, q.12; q.57-58), negava alla creatura, inclusa quella angelica, la possibilità di conoscere o comprendere l'ente in cui coincidono essenza ed esistenza. In questo contesto, l'analisi del pensiero di Martin Lutero sul "libero esame" delle Scritture, ponendolo a confronto con altre eminenti personalità teologiche come Origene e Agostino, permette di cogliere la profondità e la complessità di questa dottrina centrale della Riforma protestante.
Lutero e la Questione del Libero Arbitrio

Contrariamente a preconcetti diffusi, Martin Lutero non nega all'uomo la capacità d'intendere e di volere. Questa posizione è chiaramente espressa nel XVIII articolo della "Confessione augustana" del 1530: "Sul libero arbitrio insegnano [le chiese riformate] che la volontà umana ha una certa quale libertà nell’attuare la giustizia civile e nello scegliere le cose che dipendono dalla ragione. Ma non ha il potere, senza lo Spirito Santo di attuare la giustizia di Dio o giustizia spirituale, poiché l’uomo naturale non può percepire le realtà proprie dello Spirito di Dio [...]". Questa tesi si fonda sul testo paolino di I Corinzi 2, 14-15: "L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito."
Per il riformatore, la ragione diventa una "meretrice di Satana" e la volontà sua ancella solo quando l'uomo si arroga il diritto di concorrere alla propria salvezza attraverso le proprie forze. Questo atteggiamento espone al rischio di collocarsi, ontologicamente, sullo stesso piano di Dio, rendendo persino inutile l'incarnazione di Cristo, un'accusa che Agostino rivolse a Pelagio. La libertà della creatura razionale, dopo la Caduta, non coincide con la libertà dinanzi a Dio. Lutero descrive la volontà umana in questi termini: "La natura umana non conosce che il suo bene, ovvero ciò che è buono, onesto ed utile per lei, non ciò che è tale per Dio e per gli altri. Perciò conosce e vuole di più il bene particolare, anzi soltanto il bene individuale. [...] l'uomo così ripiegato su di sé (a causa del peccato), da piegare a se stesso non soltanto i beni corporali, ma anche quelli spirituali (cercando addirittura di usare Dio come mezzo e non come fine), e da cercare se stesso in ogni cosa. Questo ripiegamento [...] è un male naturale". Lutero si riferisce alla creatura dopo il peccato (Lutero, Commento alla “Lettera ai Romani”, cap.8,3 - W.A. 56, 356).
In Agostino, questo ripiegamento si manifesta nell'amor di sé, considerato il peccato più grave. Cercare la salvezza tramite le proprie capacità espone infatti al rischio di "autofilia". Ne consegue che la creatura non può ricevere aiuto da sé "intrinseco", essendo viziata in modo permanente, ma solo dall'esterno, da un "potentiore auxilio": dal suo creatore. Il baricentro della controversia, quindi, non è la volontà in quanto tale, bensì lo stato in cui questa volontà si trova ad operare.
Lutero e la Critica a Origene
Martin Lutero ammirava profondamente Agostino, il quale, insieme a Paolo di Tarso, fornirà solide basi alla sua teologia. Origene, al contrario, era spesso visto dal riformatore come un "farneticante", un esegeta che, a furia di sofisticherie sulle allegorie, perdeva il lume e la comprensione genuina del messaggio cristiano. Lutero, nel Servo Arbitrio, critica aspramente il metodo esegetico di Origene:
“Dov’è Origene? [...] Dove sono gli stimatissimi dottori che solo quel pover’uomo di Lutero ha il coraggio di contraddire? Ma è la stoltezza della carne che spinge a parlare in questo modo, quando gioca con le parole di Dio e non le prende sul serio. [...] Origene e Gerolamo? Tanto più che fra gli scrittori ecclesiastici quasi nessuno ha trattato le Scritture in modo più insulso e assurdo di quanto abbiano fatto costoro” (WA 18, 704).
Lutero insiste: “Guarda quel che è accaduto a Origene, famoso interprete allegorico, nel commentare le Scritture!” (WA 18, 701). Per Lutero, nel "libero esame", più di tanta speculazione contava l'ispirazione divina e il dono imperscrutabile della Grazia. Una celebre frase di Lutero del 1519 riassume questa convinzione: "Vivendo, immo moriendo et damnando fit theologus, non intelligendo legendo aut speculando" (WA 5, 163, 28). Ciò giustifica la sua "violenza oratoria" contro i sofismi scolastici applicati alle Scritture, poiché Lutero temeva il prevalere della ragione sulla fede.
Il Contributo di Agostino e la Massa Damnationis

Il pensiero di Agostino è cruciale per comprendere Lutero. La sua posizione sul libero arbitrio fu duplice: inizialmente, nel dialogo De libero Arbitrio contro i Manichei, difendeva la libertà umana e il non essere del male, affermando che l'uomo e la sua volontà sono per natura buoni, e la prescienza divina non nega la libertà. Questa visione classica implicava la libertà come capacità di autodeterminazione e non coinvolgeva il problema del peccato originale.
Successivamente, Agostino capovolse questa visione nella polemica contro Pelagio, il quale sosteneva che l'uomo potesse salvarsi con le proprie forze, dato che il peccato originale non aveva distrutto la capacità umana al bene. Pelagio, come Clemente d'Alessandria e Origene, non dava grande importanza al peccato originale. Agostino, invece, pose un'enfasi capitale sul capitolo VII della lettera di Paolo ai Romani. La conseguenza del passo paolino è che dopo il peccato originale la volontà non è più libera: la possibilità di compiere un'azione semplicemente volendo non basta. La volontà si è indebolita, non può compiere da sola ciò che vuole in quanto dominata dalla colpa originaria. Coabitano nell'uomo due nature: una che vuole il bene e l'altra che spinge irreversibilmente al male. L'umanità, da sola, non è altro che una massa damnationis. Lutero, in questo contesto, introdurrà il termine noluntas al posto di voluntas (Commento alla “Lettera ai Romani” cap.7,18 - W.A. 56, 345).
La "massa damnationis", o "massa peccati", individua un concetto coniato da Agostino durante la disputa pelagiana. Questa immagine esprime il fatto che l'umanità, a causa del peccato originale, è di per sé dannata senza alcuna possibilità di salvezza (cfr. Ro 3:9-18). Agostino sottolinea che l'umanità è incapace di riscattarsi senza un intervento esterno, ossia la Grazia divina. Egli afferma: "Tutta la massa umana deve dunque scontare le sue pene e, se a tutti si rendesse il dovuto castigo della condanna, non si renderebbe certo ingiustamente. Perciò coloro che vengono liberati dalla condanna per grazia, non si chiamano vasi pieni di meriti propri, bensì vasi di misericordia. Misericordia di chi se non di colui che mandò il Cristo Gesù in questo mondo a salvare i peccatori, che da sempre ha conosciuti, predestinati, chiamati, giustificati e glorificati?" (De natura et gratia - Liber I., 5. 5.).
Questa è la posizione della tradizione paolina, pienamente accolta e interpretata da Agostino e Lutero, dove sono fondamentali le categorie del peccato, del sub lege e del sub gratia. Pietro Lombardo nel XII secolo fisserà questa eco nella sua celebre Sentenza: "[Il libero arbitrio è] la facoltà della ragione e della volontà, di scegliere il bene in presenza della grazia o il male in assenza della stessa". Lutero su questo punto è intransigente: "[...] quando esaltano le nostre capacità naturali, negano due volte Cristo, in una doppia immensa follia. A che serve fingere di avere fede in lui, se si afferma che egli non è necessario, bestemmiandolo due volte?" (M. Lutero, W.A. 8, 411- 476, pag. 468).
La Visione di Origene sul Libero Arbitrio e la Salvezza
Per Origene, l'uomo vive due realtà: quella primaria spirituale, o di sostanza razionale, e quella secondaria, dovuta alla caduta, di anima. L'anima rappresenta il termine medio tra spirito e corpo. Questo schema tricotomico (spirito, anima, corpo) era noto a Lutero, ma egli non lo considerava parte costitutiva dell'uomo, bensì modi di essere. Lo stato primario di libertà, che con Agostino svanisce, in Origene permane anche dopo la Caduta, causata appunto dal libero arbitrio. Ciò significa che la creatura potrà redimersi per sua scelta. Il problema, comunque lo si ponga, è paradossale: l'uomo necessita di un aiuto esterno. A lui viene indicata la strada per un atto d'amore (il concetto di àgápe, Dio ama le sue creature e vuole che nessuna sia perduta), ma sta a lui scegliere se seguirla o dannarsi. Nel sistema origeniano, questa scelta è condizionata da cause precedenti al corpo, secondo la dottrina della preesistenza delle anime, che ricorda il mito platonico di Er.
I Principi del Libero Esame Luterano e le Sue Distinzioni
Gli errori del Cattolicesimo Romano sul principio "Sola Scriptura" (Prima parte)
La Riforma protestante, iniziata convenzionalmente il 31 ottobre 1517 con l'affissione delle 95 tesi di Lutero, ebbe come pilastro il principio del "libero esame" delle Scritture. Lutero denunciò la corruzione della Chiesa cattolica, la vendita delle indulgenze e affermò che la salvezza dipende solo dalla fede (sola fide) e che tra l'uomo e Dio c'è un contatto diretto, senza la necessità del sacerdote come intermediario (sacerdozio universale).
L'affermazione centrale della Riforma è che la fede si fonda sulla "sola Scrittura" (sola Scriptura) interpretata dal singolo attraverso un "libero esame". Questo comportò una diminuzione del ruolo della Chiesa, della Tradizione e degli ecclesiastici rispetto alla cristianità medievale. "Libero esame" significa la ricerca personale del messaggio che dalla "Parola di Dio" può giungere al singolo credente. Lutero pose il credente davanti alla Bibbia come unica fonte e unica norma della sua fede, senza l'intermediario della Chiesa. A tal fine, la traduzione della Bibbia in tedesco da parte di Lutero fu un passo fondamentale, rendendo i testi sacri accessibili a un pubblico più ampio.
La Natura delle Opere e la Giustificazione per Fede
Lutero rifiutava l'idea che le opere e i riti religiosi potessero contribuire alla salvezza. Indossare abiti consacrati, frequentare luoghi sacri, pregare, digiunare, fare pellegrinaggi erano considerate pratiche che potevano essere compiute anche da peccatori, diventando puro comportamento esteriore o ipocrisia. Egli sosteneva che i comandamenti insegnano le opere buone ma non danno la forza per realizzarle. Gli uomini, dopo il peccato originale, non sono capaci di azioni virtuose; possono solo peccare. I comandamenti servono a guidare gli uomini a riconoscere la loro incapacità di fare il bene, a disperare di se stessi e a constatare la pochezza della vita umana al cospetto di Dio.
Se l'uomo non va oltre questo riconoscimento della sua pochezza, la sua perdizione è sicura. L'uomo, perduta la fiducia in se stesso, cerca aiuto in Cristo e nella sua parola. Deve abbandonarsi a Cristo con fede forte e totale e confidare in Lui. In ragione di questa fede, tutti i peccati saranno perdonati, l'uomo trionferà sulla sua perdizione, diverrà giusto e pacifico, avendo adempiuto a tutte le leggi. La salvezza, quindi, è un dono gratuito di Dio (sola gratia), ricevuto per mezzo della fede in Cristo (solus Christus), come espressione della Sua volontà imperscrutabile: "Io farò grazia a chi farò grazia, e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia" (Esodo 33,19).
Il Libero Esame non è Arbitrio Individuale

È fondamentale distinguere il "libero esame" dall'interpretazione biblica arbitraria. Lutero, liberando la Bibbia dal monopolio del clero, non intendeva affermare che ognuno potesse leggerla "come gli pare e piace", estrapolando nuove dottrine. L'ex-monaco agostiniano era un docente di teologia, esperto conoscitore delle lingue originali della Bibbia (ebraico e greco) e un fine esegeta, estremamente attento all'approccio ermeneutico da adottare. La sua coscienza era "prigioniera dalla parola di Dio", come dichiarò alla Dieta di Worms nel 1521, rifiutando di revocare i suoi scritti: "A meno che non venga convinto da testimonianze delle scritture o da ragioni evidenti [...] sono tenuto saldo dalle scritture da me addotte, e la mia coscienza è prigioniera dalla parola di Dio, ed io non posso né voglio revocare alcunché, vedendo che non è sicuro o giusto agire contro la coscienza. Dio mi aiuti".
Il libero esame consiste in un accurato e responsabile esercizio di lettura e approfondimento del testo biblico, che prevede anche il confronto fraterno per ricercare insieme "ciò che lo Spirito dice alle chiese" (Ap 2,7), al fine di evitare interpretazioni fuorvianti. La chiave interpretativa deve essere trovata nelle stesse Scritture, e per i cristiani, ciò significa leggere e interpretare l'Antico e il Nuovo Testamento alla luce della venuta di Gesù Cristo, l'unigenito Figlio di Dio. Gesù stesso, nel Sermone sul Monte, si presenta come colui che porta a compimento la legge e i profeti, dichiarando: "Voi avete udito che fu detto agli antichi... ma io vi dico..." (Mt 5,21-22). Il Vangelo di Giovanni presenta Gesù come "l'esegeta di Dio": "Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere (exegesato)" (Gv 1,18). Prima ancora di farsi libro, la Parola di Dio si è fatta carne in Gesù Cristo, Egli è dunque il cuore e la chiave ermeneutica di tutte le Scritture. Lo Spirito Santo guida i credenti nell'interpretazione delle Scritture, proprio come il Risorto guidò i discepoli di Emmaus.
Riflessioni Conclusive sui Confronti Teologici
Il confronto tra Lutero, Agostino e Origene rivela prospettive complesse e spesso antitetiche sulla natura umana, il libero arbitrio, la grazia e l'interpretazione delle Scritture. Mentre Agostino, specialmente nella sua fase anti-pelagiana, fornisce a Lutero le basi per la dottrina della salvezza per grazia e della totale incapacità dell'uomo post-Caduta di volere il bene, Origene rappresenta il punto di divergenza metodologica e teologica. La "teologia della gloria" di Origene, con la sua enfasi sulla capacità umana di redenzione e l'interpretazione allegorica, contrasta nettamente con la "teologia della croce" di Lutero, che esalta l'opera salvifica unilaterale di Cristo e insiste sulla lettura letterale della Scrittura. La comprensione di queste dinamiche storiche e teologiche è essenziale per afferrare appieno il significato del "libero esame" e il suo impatto duraturo sulla tradizione cristiana.