«Alberi senza radici e solo legno, quello che diventa qui». Così canta Enzo Gragnaniello in "Cercando il sole" del 1994, descrivendo l’esperienza di chi, dal sud Italia, cerca pane e lavoro al nord. Questa immagine descrive con suggestione ciò che sta accadendo oggi nella Chiesa.
In Italia, come nel resto dell’Europa, si registrano dati in calo costante delle ordinazioni presbiterali. I numeri non sono semplici dati statistici, ma rappresentano una questione che interpella la riflessione teologico-morale.

La "Schiavitù Strutturale" e l'"Esilio Pastorale" dei Presbiteri
Nel libro dell’Esodo il popolo d’Israele sperimenta la condizione di schiavitù (cf. Es 1,8-14): le persone sono ridotte a mera forza lavoro, strumenti di produzione. «Imposero loro lavori pesanti […] e la loro vita divenne amara a causa di una dura schiavitù» (Es 1,13-14). Qui l’oppressione è strutturale: il lavoro non può essere fermato, e i mattoni devono essere prodotti a ogni costo (cf. Es 5,6-9). Il ritmo del fare e del produrre erode la qualità del tempo e della vita stessa.
L’esilio babilonese, invece, narra l’esperienza dello sradicamento e della perdita (cf. 2Re 25; Sal 137,1-4): il popolo è strappato dalla terra promessa, lontano dai punti di riferimento. Le strutture crollano, la fede viene mantenuta viva nel ricordo di Gerusalemme. Le domande degli esuli sono cariche di dolore: «Come potremo cantare i canti del Signore in terra straniera?» (Sal 137,4). Come pregare senza tempio?
Da un lato, abbiamo una “schiavitù strutturale”, che incombe sui presbiteri, spesso schiacciati dal peso di un sistema divenuto ormai insostenibile; dall’altro, un “esilio pastorale”, in cui si è costretti sull’appiattimento al presente e a vivere il proprio ministero lontano dall’annuncio del Vangelo, quasi dimenticando le istanze che hanno condotto i discepoli ad affermare: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense» (At 6,2).
In gioco non ci sono dei semplici compiti da svolgere.
La Problematicità del Parroco Multiparrocchia
La problematica emergente dalla nomina di un parroco per più parrocchie non è una semplice questione numerico-statistica, ma teologica. Nella Prima lettera ai Corinzi l’apostolo Paolo estende il significato di «padre» per spiegare la relazione tra apostolo e comunità (cf. 1Cor 4,14). Il parroco è spesso paragonato a un «padre di famiglia», analogia che indica la cura personale, relazionale e pastorale. È chiamato a partecipare del ministero di Cristo, conoscere le sue pecore, chiamarle per nome (cf. Gv 10,3-4).
Qui si apre una domanda provocatoria ma necessaria: se si può essere parroco di dieci parrocchie (così come richiesto a tanti), perché non di cinquanta? Perché non di cento? Qual è il limite oggettivo? Essere parroco di una decina di parrocchie - o addirittura più -, nei fatti, significa non esserlo da nessuna parte. Significa ridurre drammaticamente il ministero a mero funzionario amministrativo e distributore di sacramenti.

Il Costo Umano: Burnout e Crisi Esistenziale
Oggi troppi sacerdoti sono in depressione, soffrono di burnout, sono privi di stimoli, lasciano il ministero. Alcuni, drammaticamente, si sono tolti la vita. Di fronte a questo, ritengo non sia più possibile appellarsi alla «tenuta» del singolo. Di fronte a questa tragica realtà, vogliamo ancora parlare delle qualità delle singole persone? Vogliamo ancora nasconderci dietro il paravento delle nuove generazioni definite «affettivamente deboli»?
Il fatto è molto più complesso. Non possiamo mettere tra parentesi questa realtà facendo finta che la soluzione sia semplicemente chiedere ai presbiteri di «resistere», o di spiritualizzare il problema dicendo che bisogna “avere più fede”, «pregare di più», o di «affidarsi alla Provvidenza». La crisi di tanti sacerdoti è anche, e soprattutto, una crisi dell’attuale struttura ecclesiastica e del binomio parroco-parrocchia.
Un Bivio per la Chiesa: Amministrare il Decadimento o la Trasformazione?
Di fronte a questa situazione la Chiesa si trova davanti a un bivio. Da un lato, c’è la tentazione di continuare ad amministrare il decadimento: tappare i buchi come si può, moltiplicare gli incarichi dei presbiteri ancora sopravvissuti, fare piccoli aggiustamenti per mantenere il sistema ancora un po’. Si tratta di una questione profondamente etica, perché è in gioco la nostra risposta alla realtà, la nostra responsabilità di fronte al cambiamento d’epoca che stiamo vivendo.
La coscienza morale si gioca nello spazio di libertà e di possibilità concreta che la Chiesa ha di rispondere a questa trasformazione. Il Vangelo ci ricorda che va messo vino nuovo in otri nuovi (cf. Lc 5,36-39). Nuovo è sempre il vino dell’annuncio del Vangelo, che è la Parola di Dio sempre viva e sempre nuova. Ma i nostri otri - le nostre strutture pastorali - si stanno spaccando, non reggono più il confronto con la realtà del nostro tempo. Per quanto ancora ignoreremo lo spreco di vino che scorre a fiumi? A farne le spese è la nostra stessa identità, non tanto di presbiteri, ma innanzitutto di battezzati. Le vocazioni non nascono quando il ministero è snaturato e ridotto a funzione amministrativa. È l’annuncio autentico del Vangelo, vissuto in comunità vive e credibili, a far nascere e fiorire le vocazioni.
Proposte Concrete per un Rinnovamento Pastorale
Riduzione del Numero delle Parrocchie
Occorre avere il coraggio di ridurre le parrocchie, fonderle insieme, in modo che il parroco possa realmente essere pastore e non amministratore funzionario.
Riduzione del Numero delle Messe
Bisogna guarire da quella sorta di bulimia eucaristica da cui siamo affetti, valorizzando la Liturgia della Parola, preparata, curata e celebrata con dignità dalla comunità stessa dei battezzati.
Esplorare Nuove Forme di Evangelizzazione
Ormai non c’è più nulla da perdere - ammesso che in passato lo fosse -, nell’ovile è rimasta una pecorella sola. Novantanove sono da un’altra parte (cf. Mt 18,12-14; Lc 15,3-7). Tanto vale che la pecorella rimasta esca in cerca delle altre, piuttosto che restare continuando a fare quello che faceva prima sperando che le altre tornino da sole.
Un Sereno e Profondo Ripensamento del Ministero Ordinato
Non basta semplicemente fare un aggiornamento della formazione nei seminari, è necessaria una «sostanziale revisione».
L'Identità del Prete nel Tempo Presente: Oltre il Funzionario Amministrativo
Aiutare i sacerdoti a crescere giorno per giorno. Fare in modo che la loro missione sacerdotale sia brillante e serena. Sono tante le domande, le provocazioni e le riflessioni che riguardano l’identità e il ministero del prete. La lente di ingrandimento e le indagini alla Sherlock Holmes a cui è sottoposto da tempo il prete sono degne di una fiction.
Accettare il Cambiamento: Non più il "Prete di una Volta"
C’è una nostalgia che rischia di imprigionare e di farci restare “fissati” su una fotografia, un modello, uno schema del passato, che oggi non esiste più. Diceva il grande John Henri Newman, “vivere è cambiare”. Ora, a meno che tu non voglia essere un vecchio disco rotto o una specie di statua da museo, devi accettare il cambiamento. Non solo quello della vita che scorre in te, ma anche quello della società, della storia, della cultura e della Chiesa. Sì, anche la Chiesa è cambiata e sarebbe lungo parlarne.
Per alcuni, la Chiesa di ieri era sbagliata e oggi finalmente va tutto bene; per altri, oggi stiamo rovinando il poco che è rimasto, mentre la Chiesa di ieri era quella veramente fedele. Tra chi vive rivolto all’indietro e chi fugge troppo in avanti, la strada giusta è accogliere e vivere il presente, cioè prendere atto che la storia cammina, la cultura cambia, la Chiesa si trasforma, la dottrina si sviluppa. E, se vuoi restare vivo ed essere un uomo di questo tempo, devi accettarlo. Non adeguarti, ma neanche rifiutarlo. È inutile pensare di poter essere come “un prete di una volta”. Nel modo di pensare, di fare, di parlare e perfino di vestire, tu sei diverso. E sei prete dentro un modello di Chiesa diverso. Non essere triste se, in quanto prete, non sei più al centro o sul piedistallo dell’autorità, e se non ti baciano più la mano.

Non Aver Paura di Cambiare
Se tutto intorno a te è cambiato, vuoi davvero fermare il tempo? Sei così sicuro che “si stava meglio prima”? L’attuale crisi del cristianesimo occidentale, insieme alle molteplici problematiche che interessano la vita della Chiesa, sono fermenti positivi. Dicono anzitutto che la Chiesa è un organismo vivente e che la fede progredisce verso il Regno di Dio, lasciando cadere alcune cose e, forse, scoprendone altre. Se ci alleggeriamo e iniziamo a pensare che una situazione diversa da quella del passato, e magari non tanto rosea, possa rappresentare un’occasione o una possibilità, allora si sviluppa in noi la bellissima arte della creatività. Un coraggio inatteso fiorisce in noi e iniziamo a osare percorsi umani, spirituali e pastorali nuovi. Finalmente, ci liberiamo dalla paura più grande che abbiamo: cambiare. Cioè, la paura di lasciare quel modello “sicuro”, a cui si è stati formati e ci si è abituati. Nella paralisi, ci si dimentica che l’identità del prete è in cammino, è aperta, è in continua evoluzione. Non c’è un prete “valido una volta per tutte”, ma un ministro chiamato nella storia concreta, fatta di volti da incontrare, di gioie da condividere e accompagnare e di lacrime da asciugare.
Accettare di Non Essere un Super-Eroe
Questo cambiamento richiede maggiore flessibilità e, probabilmente, una nuova riorganizzazione pastorale ed ecclesiale. Sono importanti le sfide - ha detto Papa Francesco ai preti di Milano - perché “ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, tutta completa: non ho bisogno di altre cose, tutto fatto. Questa fede è tanto annacquata che non serve”.
Oggi abbiamo di certo tante sfide: i cambiamenti socio-culturali degli ultimi decenni, il mondo diventato plurale e multietnico, la crescente disaffezione nei confronti della fede cristiana, le difficoltà dell’annuncio, il calo delle vocazioni; e, tutto ciò, mentre le forme tradizionali della fede sovraccaricano di lavoro i preti che, peraltro, diventano sempre più vecchi. Perché abbiamo ancora paura di cambiare? Potremmo iniziare a vedere la Chiesa, la conduzione della parrocchia, l’esercizio dei ministeri e della pastorale non più come una macchina di cui siamo unici conducenti al volante; a sperimentare strade nuove, formando un laicato adulto e maturo; ma, soprattutto, possiamo smettere di pensare che siamo chiamati a fare tutto noi e che senza di noi le cose non vanno avanti: “Dio esiste e non sei tu, rilassati”, diceva qualcuno. Non sei un super-eroe, sei un uomo. Povero. A volte stanco. Altre volte arrabbiato.
Non Sentirsi Salvatori del Mondo
Se inizi a pensare che non sei Dio e non devi fare tutto (e sempre bene), le cose cambiano. Certo, c’è una mannaia che colpisce l’inconscio dei preti da cui è difficile liberarsi ed è il trovarsi sempre sotto il giudizio della gente. Ma, forse, una delle più grandi conquiste spirituali per la vita sacerdotale è raggiungere quel grado di “santa indifferenza”, che mentre non diminuisce la tua passione nel dare, ti libera dalle aspettative degli altri. Ci sarà sempre qualcuno, nel mondo, a cui non piacerai. E ci sarà sempre un parrocchiano che avrà qualcosa da ridire su di te.
Aver Cura di Sé
Non cadere nel tranello. Spesso - lo avrai sentito dire - alla spiritualità cristiana hanno abbinato un senso di sacrificio e di rinuncia che non gli appartiene. La donazione gratuita e l’offerta della propria vita per la causa del Vangelo implicano un superamento del narcisismo e dell’egocentrismo, ma non impongono la trascuratezza o la negazione dei propri bisogni elementari. Da come tieni la tua casa, da come mangi, da come dormi, da come usi il tempo, si capisce bene chi sei.
Abbi cura di te. Spenditi per il popolo di Dio e consacra la tua vita al Vangelo senza darti pace finché la sua consolazione non raggiunge tutti; ma permetti che questa tenera gioia possa raggiungere e guarire anche te. Vivi l’amicizia e la fraternità. Prenditi i tuoi spazi e abbi cura del tuo riposo. Non tenere tutto dentro: le gioie come le amarezze vanno condivise. In una parola, non dimenticare di trattare con dolcezza la tua umanità. La rigidità non paga e ci fa ammalare. E quando la adottiamo con gli altri, smettiamo di annunciare Gesù.

Un Tempo di Esodo e Nuovi Inizi
Tutto questo non vuole essere la ricetta per risolvere la questione. Non possiamo essere ingenui. Tuttavia - e questo è il punto etico fondamentale - ogni coscienza che cerca autenticamente il Vangelo non può ignorare la realtà concreta e le strutture in cui viviamo. La spiritualità non è fuga dalla realtà, ma incarnazione nella storia. Il tempo che viviamo è tempo di esodo e di esilio: tempo di liberazione da schiavitù strutturali che opprimono e tempo di ripensamento radicale in una terra nuova. La realtà stessa è “segno dei tempi”: il crollo delle strutture non è la fine, ma nuovo inizio per una conversione più aderente al Vangelo. Siamo chiamati a camminare con speranza e agire con visione profetica, perché è proprio in questa terra nuova, ancora sconosciuta, che la nostra fede potrà fiorire in modi nuovi per portare lo stesso Cristo, che è e rimane lo stesso, ieri oggi e sempre.