Il 17 novembre del presente anno liturgico coincide con la 33ª Domenica del Tempo Ordinario (Anno B), un giorno dedicato alla riflessione sugli avvenimenti ultimi e sul giudizio universale, come rivelato nelle letture bibliche. Inoltre, in questa data la Chiesa celebra la memoria di Santa Elisabetta d'Ungheria, una figura di carità e devozione esemplare.
La 33ª Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)
Le letture di questa domenica ci invitano a meditare sulla fine dei tempi, il giudizio divino e l'importanza della vigilanza e della fede.
La Prima Lettura: Il Libro di Daniele (Dn 12,1-3)

Nel Libro di Daniele, si annuncia che «in quel tempo, sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo». Sarà un momento di grande angoscia, «come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo». Tuttavia, in questo periodo di tribolazione, il popolo di Dio, «chiunque si troverà scritto nel libro», sarà salvato. Il testo profetico preannuncia anche la risurrezione dei morti: «Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna». I saggi, ovvero coloro che avranno indotto molti alla giustizia, sono destinati a risplendere «come lo splendore del firmamento» e «come le stelle per sempre».
Già nell’Antico Testamento si parla del giudizio universale, sebbene non ancora nei termini precisi del Nuovo. Si annuncia un’infamia eterna e una vita eterna, a significare che la scelta dell’uomo, nel momento della morte e dell’incontro con Dio, sarà definitiva. Nel libro di Daniele non si menziona ancora il Giudice, colui che presiederà il giudizio. Soltanto nel Vangelo di Matteo (cap. 25) si rivelerà che tale giudice è il Figlio, la seconda persona della Santissima Trinità, ovvero Gesù. Non saranno il Padre né lo Spirito Santo a giudicarci, ma Gesù, perché è Lui che è morto sulla croce e a Lui è stato dato il potere di giudicare ogni cosa (Gv 5,27).
Nell’Antico Testamento, in questa lettura, leggiamo che colui che preparerà tale scena finale sarà il gran principe Michele, uno dei tre arcangeli posti al servizio di Dio, con il compito di aiutare l’uomo nel suo combattimento contro Satana. Per questo motivo la Chiesa supplica ancora oggi la protezione dell’arcangelo Michele, affinché possiamo trovarci preparati, custoditi e pronti nel momento del giudizio.
La Seconda Lettura: La Lettera agli Ebrei (Eb 10,11-14.18)

La Lettera agli Ebrei sottolinea la superiorità del sacrificio di Cristo rispetto ai riti dell'Antica Alleanza: «Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati». Cristo, invece, «avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi». Con quest’unica offerta, Egli ha reso «perfetti per sempre quelli che vengono santificati». L'autore conclude che «dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più offerta per il peccato».
I sacerdoti dell’Antico Testamento, nella religione ebraica, sacrificavano animali ogni giorno nel tempio per impetrare da Dio il perdono per i peccati degli uomini. Nel Nuovo Testamento, invece, non c’è bisogno di molteplici sacrifici rituali, perché l’atto compiuto da Gesù sul Golgota ha un valore universale per tutti gli uomini di tutti i tempi, dal momento che il sacrificio della croce è compiuto dall’Uomo-Dio, i cui meriti sono infiniti.
Sorge spontanea la domanda: perché, allora, ogni giorno vengono celebrate tante sante Messe sulla terra? Non è forse detto che il sacrificio è unico e quindi irripetibile? Certo, lo è, e infatti la Messa celebrata oggi non è un secondo o un terzo sacrificio, ma è quell’unico sacrificio di Cristo reso presente nel tempo, affinché ogni fedele possa raggiungerlo, esserne immerso e goderne i frutti immediati. L’autore della lettera agli Ebrei scrive che l’offerta ha reso perfetti quelli che vengono santificati, sebbene il cammino verso la perfezione richieda ancora impegno.
Il Vangelo: Secondo Marco (Mc 13,24-32)

Nel Vangelo di Marco, Gesù rivolge ai suoi discepoli un discorso sugli ultimi giorni: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte». Sarà allora che «vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria». Egli manderà i suoi angeli e radunerà i suoi eletti «dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo». Gesù invita a imparare dalla parabola del fico: «quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte». Prosegue affermando: «In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno». Riguardo al momento esatto, Gesù chiarisce che «quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».
Nel narrare gli avvenimenti ultimi, l’evangelista Marco raggruppa tutti i discorsi del Signore in uno stesso capitolo. Gesù parla della fine del mondo e del giudizio universale, che avverrà alla fine dei tempi, ma fa anche qualche accenno alla distruzione di Gerusalemme e alla cosiddetta “diaspora”, ovvero l’abbandono della Terra Santa da parte degli Israeliti. Questo evento storico avvenne pochi anni dopo la morte e risurrezione del Signore, e a questo si riferisce l'espressione «non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga». La fine del mondo, invece, deve ancora giungere.
In ogni caso, l’atteggiamento richiesto per affrontare queste situazioni è il medesimo: la vigilanza, l’essere sempre pronti, il vivere in grazia di Dio, per affrontare tali momenti gravi quando si avvereranno. Infatti, se il cielo e la terra passeranno, le parole di Gesù, che sono la verità rivelata, non passeranno mai. Su questa verità noi poniamo e fondiamo ogni ragione della nostra speranza e la nostra stessa vita.
Canto Responsoriale e Acclamazione al Vangelo
Canto Responsoriale (Salmo 16/15)
Il canto responsoriale risuona con parole di fiducia in Dio:
«Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita. Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.»
Un altro versetto che invita alla pace afferma: «Io ho progetti di pace e non di sventura. Voi mi invocherete e io vi esaudirò: vi radunerò da tutte le nazioni dove vi ho disperso».
Acclamazione al Vangelo
L'acclamazione che precede il Vangelo invita alla preparazione e alla forza spirituale:
«Alleluia, alleluia. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di comparire davanti al Figlio dell’uomo.»
Antifone e Responsi Alternativi
Sono disponibili anche altre antifone, come: «Il mio bene è stare vicino a Dio; nel Signore ho posto il mio rifugio. (Sal 72,28)». Oppure la promessa di Gesù: «In verità io vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato», dice il Signore. (Cf. Mc 11,23.24) Un'altra antifona recita: «Il Figlio dell’uomo manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai confini della terra.»
La Memoria di Santa Elisabetta d'Ungheria

Il 17 novembre la Chiesa celebra la memoria di Santa Elisabetta d'Ungheria, religiosa. Nata in Ungheria nel 1207, figlia del re Andrea II, Elisabetta fu promessa sposa a Ludovico, futuro re di Turingia, a soli quattro anni. Crebbe alla corte di lui e, a quattordici anni, si sposò con Ludovico, diventando regina. La coppia visse felice e ebbe tre figli: Ermanno, Sofia e Gertrude.
Vita e Opere di una Regina Caritatevole
Nonostante il suo ruolo regale, Elisabetta fu una figura di profonda devozione e semplicità, distinguendosi per la sua incrollabile carità. Spesso aiutava i poveri, dando loro cibo e lavoro, un esempio vivido di fede messa in pratica. Dopo la tragica morte del marito, avvenuta durante una crociata, Elisabetta dedicò interamente la sua vita ai bisognosi, offrendo la sua dote per costruire un ospedale a Marburgo, dove si stabilì. Seguendo l'esempio di San Francesco d'Assisi, divenne essa stessa povera tra i poveri, accudendo i malati e raccogliendo l'elemosina per nutrirli.
Eredità Spirituale e Patrocinio
Nonostante le critiche e le incomprensioni che talvolta la circondarono a causa del suo stile di vita radicale, Elisabetta fu proclamata santa nel 1235, appena quattro anni dopo la sua morte avvenuta a soli 24 anni. La sua vita, seppur breve, lasciò un'impronta indelebile nella storia della santità. È riconosciuta come patrona dei panettieri, dei mendicanti e dell'Ordine Francescano Secolare, simbolo della carità operosa e della dedizione ai più umili.
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