La figura di Lazzaro nelle Omelie di Papa Francesco

Le omelie di Papa Francesco offrono una profonda riflessione sulla figura di Lazzaro, protagonista di due parabole evangeliche centrali: quella del ricco e del povero Lazzaro (Luca 16,19-31) e quella della resurrezione di Lazzaro (Giovanni 11,1-45). Entrambe le narrazioni vengono utilizzate dal Santo Padre per richiamare i fedeli a una fede più autentica, che si manifesta nell'adorazione di Dio e nella compassione verso i fratelli, invitando a superare l'indifferenza e a riscoprire la speranza.

La Parabola del Ricco e del Povero Lazzaro: Un Appello all'Amore Fraterno

Papa Francesco riflette sulla drammatica scena descritta da Gesù nella parabola del ricco e del povero Lazzaro. Da una parte, un ricco vestito di porpora e bisso, che sfoggia opulenza e banchetta lautamente; dall'altra, un povero, Lazzaro, coperto di piaghe, che giace alla porta sperando in qualche briciola. Questa narrazione offre numerosi spunti di riflessione per il Papa.

Il Primato di Dio e l'Indifferenza del Ricco

L'Eucaristia, come sottolinea il Papa, ci ricorda il primato di Dio. Il ricco della parabola non è aperto alla relazione con Dio: pensa solo al proprio benessere, a soddisfare i suoi bisogni, a godersi la vita. Con questo ha perso anche il nome. Il Vangelo non dice come si chiamava, lo nomina con l'aggettivo "un ricco", mentre del povero dice il nome: Lazzaro. Le ricchezze, secondo il Pontefice, portano a questo: spogliano anche del nome. Soddisfatto di sé, ubriacato dal denaro, stordito dalla fiera delle vanità, nella sua vita non c'è posto per Dio perché egli adora solo sé stesso. Non a caso, di lui non si dice il nome: lo chiamiamo "ricco", lo definiamo solo con un aggettivo perché ormai ha perduto il suo nome, ha perduto la sua identità che è data solo dai beni che possiede.

illustrazione della parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro

Com'è triste, secondo il Papa, questa realtà anche oggi, quando confondiamo quello che siamo con quello che abbiamo, quando giudichiamo le persone dalla ricchezza che hanno, dai titoli che esibiscono, dai ruoli che ricoprono o dalla marca del vestito che indossano. È la religione dell'avere e dell'apparire, che spesso domina la scena di questo mondo, ma alla fine ci lascia a mani vuote. Al ricco del Vangelo, infatti, non è rimasto neanche il nome; non è più nessuno.

Il Nome di Lazzaro e la Dignità Umana

Al contrario, il povero ha un nome, Lazzaro, che significa "Dio aiuta". Pur nella sua condizione di povertà e di emarginazione, egli può conservare integra la sua dignità perché vive nella relazione con Dio. Ecco allora la sfida permanente che l'Eucaristia offre alla nostra vita: adorare Dio e non sé stessi, mettere Lui al centro e non la vanità del proprio io. Ricordarci che solo il Signore è Dio e tutto il resto è dono del suo amore. Perché se adoriamo noi stessi, moriamo nell'asfissia del nostro piccolo io; se adoriamo le ricchezze di questo mondo, esse si impossessano di noi e ci rendono schiavi; se adoriamo il dio dell'apparenza e ci inebriamo nello spreco, prima o dopo la vita stessa ci chiederà il conto. Quando invece adoriamo il Signore Gesù presente nell'Eucaristia, riceviamo uno sguardo nuovo anche sulla nostra vita: "io non sono le cose che possiedo o i successi che riesco a ottenere; il valore della mia vita non dipende da quanto riesco a esibire né diminuisce quando vado incontro ai fallimenti e agli insuccessi. Io sono un figlio amato, ognuno di noi è un figlio amato; io sono benedetto da Dio; Lui mi ha voluto rivestire di bellezza e mi vuole libero, libera da ogni schiavitù". Chi adora Dio non diventa schiavo di nessuno, ma è libero. Il Papa invita a riscoprire la preghiera di adorazione, spesso dimenticata.

L'Abisso dell'Indifferenza

Oltre al primato di Dio, l'Eucaristia ci chiama all'amore dei fratelli. Questo Pane è per eccellenza il Sacramento dell'amore. È Cristo che si offre e si spezza per noi e ci chiede di fare altrettanto, perché la nostra vita sia frumento macinato e diventi pane che sfama i fratelli. Il ricco del Vangelo viene meno a questo compito; vive nell'opulenza, banchetta abbondantemente senza neanche accorgersi del grido silenzioso del povero Lazzaro, che giace stremato alla sua porta. Solo alla fine della vita, quando il Signore rovescia le sorti, finalmente si accorge di Lazzaro, ma Abramo gli dice: «Tra noi e voi è stato fissato un grande abisso» (Lc 16,26). Ma l'hai fissato tu, dice il Papa: siamo noi, quando nell'egoismo fissiamo degli abissi. Era stato il ricco a scavare un abisso tra lui e Lazzaro durante la vita terrena e adesso, nella vita eterna, quell'abisso rimane.

Le parabole della misericordia: il ricco e il povero Lazzaro

Papa Francesco sottolinea quanto sia doloroso vedere che questa parabola è ancora storia dei nostri giorni: le ingiustizie, le disparità, le risorse della terra distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti nei confronti dei deboli, l'indifferenza verso il grido dei poveri, l'abisso che ogni giorno scaviamo generando emarginazione, non possono lasciarci indifferenti. Il Pontefice sogna una Chiesa eucaristica, fatta di donne e uomini che si spezzano come pane per tutti coloro che masticano la solitudine e la povertà, per coloro che sono affamati di tenerezza e di compassione, per coloro la cui vita si sta sbriciolando perché è venuto a mancare il lievito buono della speranza. Una Chiesa che si inginocchia davanti all'Eucaristia e adora con stupore il Signore presente nel pane; ma che sa anche piegarsi con compassione e tenerezza dinanzi alle ferite di chi soffre, sollevando i poveri, asciugando le lacrime di chi soffre, facendosi pane di speranza e di gioia per tutti. Perché non c'è un vero culto eucaristico senza compassione per i tanti "Lazzaro" che anche oggi ci camminano accanto. Da Matera, "città del pane", il Papa invita a tornare a Gesù, a tornare all'Eucaristia, al gusto del pane, perché Gesù si fa cibo che ci sfama e ci guarisce, Pane della condivisione che ci manda ogni giorno come apostoli di fraternità, giustizia e pace.

Pensiamo oggi sul serio al ricco e a Lazzaro, esorta il Papa. "Succede ogni giorno, questo. E tante volte anche - vergogniamoci - succede in noi, questa lotta, fra noi, nella comunità". Quando la speranza si spegne e sentiamo la solitudine del cuore, la stanchezza interiore, il tormento del peccato, la paura di non farcela, torniamo ancora al gusto del pane. "Tutti siamo peccatori: ognuno di noi porta i propri peccati. Ma, peccatori, torniamo al gusto dell'Eucaristia, al gusto del pane. Torniamo a Gesù, adoriamo Gesù, accogliamo Gesù."

La Resurrezione di Lazzaro: Un Inno alla Vita e alla Speranza

Papa Francesco, in occasione dell'avvicinarsi della Pasqua, commenta l'episodio evangelico della resurrezione di Lazzaro, invitando a non smettere mai di sperare. Davanti ai fedeli in Piazza San Pietro, si sofferma sul brano evangelico che rievoca questo miracolo, l'ultimo dei miracoli di Gesù narrati prima della Pasqua, il cui messaggio è un vero e proprio inno alla vita.

La Speranza Oltre la Disperazione

Il Papa ricorda che quando Gesù arriva alla casa di Lazzaro, quattro giorni dopo la sepoltura, ogni speranza sembra perduta. Eppure, Marta e Maria si aggrappano alla luce che proviene dalla presenza dell'amico, che le invita ad aprire il sepolcro. Lazzaro torna a vivere. Il messaggio di questo brano è che Gesù dà la vita anche quando sembra non esserci più speranza. Capita a tutti di sentirsi senza speranza, o di incontrare persone che hanno smesso di sperare: amareggiate perché hanno vissuto cose brutte, con il cuore ferito che non può sperare, sia per una perdita dolorosa, una malattia, una delusione cocente, un torto o un tradimento subito, o un grave errore commesso. A volte sentiamo qualcuno dire: "Non c'è più niente da fare!". E chiude la porta a ogni speranza. Sono momenti in cui la vita sembra un sepolcro chiuso: tutto è buio, intorno si vedono solo dolore e disperazione.

Gesù piange davanti al sepolcro di Lazzaro, illustrazione

Il miracolo della resurrezione di Lazzaro ci dice che non è così, che la fine non è questa, che in questi momenti non siamo soli, anzi che proprio in questi momenti Lui si fa più che mai vicino per ridarci vita. Il Vangelo dice che Gesù, davanti al sepolcro di Lazzaro, ha pianto, e oggi Gesù piange con noi. Gesù ci dice: "Togliete la pietra": il dolore, gli errori, anche i fallimenti, non nascondeteli dentro di voi, in una stanza buia e solitaria, chiusa. "Togliete la pietra": tirate fuori tutto quello che c'è dentro - "Ah, mi dà vergogna" - "Vai fuori" -, "gettatelo in me con fiducia", dice il Signore, "io non mi scandalizzo"; "gettatelo in me con fiducia, senza timore, perché io sono con voi, vi voglio bene e desidero che torniate a vivere". E, come a Lazzaro, ripete a ognuno di noi: "Vieni fuori! Rialzati, riprendi il cammino, ritrova fiducia!".

Superare le "Pietre" del Cuore

Nell'avvicinarsi alla Pasqua, il miracolo di Lazzaro che esce dal suo sepolcro è un "inno alla vita", un brano utile da rileggere, dice il Papa, soprattutto quando i pesi e le sofferenze nel cuore sembrano schiacciarci. Francesco invita a "uscire incontro a Gesù, che è vicino". L'essenziale è affidargli le nostre preoccupazioni, guardando verso la sua luce. Il Successore di Pietro si chiede: "Quanto siamo capaci di fare questo? Come piccoli specchi dell'amore di Dio, riusciamo a illuminare gli ambienti in cui viviamo con parole e gesti di vita?".

Il Papa esorta a "togliere le bende che ti legano (cfr v. 45), non cedere al pessimismo che deprime, al timore che isola, allo scoraggiamento per il ricordo di brutte esperienze, alla paura che paralizza. Io ti voglio libero e vivo, non ti abbandono e sono con te! È buio tutto, ma io sono con te! Non lasciarti imprigionare dal dolore, non lasciar morire la speranza: ritorna a vivere!". E a chi chiede: "E come faccio?", il Papa risponde: "Prendimi per mano", e Lui ci prende per mano. "Lasciati tirare fuori: e Lui è capace di farlo. In questi momenti brutti, passiamo a tutti noi. Forse anche noi in questo momento portiamo nel cuore qualche peso o qualche sofferenza, che sembrano schiacciarci; qualche cosa brutta, qualche peccato vecchio che non lasciamo a togliere fuori, qualche errore di gioventù, ma, non si sa mai. Queste cose brutte devono andare fuori. E Gesù dice: 'Vai, fuori!'".

Le parabole della misericordia: il ricco e il povero Lazzaro

Nell'omelia celebrata a Carpi, il 2 aprile 2017, Papa Francesco ha sottolineato come la pietra messa davanti al sepolcro di Lazzaro somigli alle tante pietre poste nei piccoli sepolcri presenti nel nostro cuore. Quante volte - ha detto il Papa - una ferita, un torto subìto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che ritorna, un peccato che non si riesce a superare, formano tanti piccoli sepolcri? "Allora individuiamoli e lì invitiamo Gesù. Dobbiamo decidere, infatti, da che parte stare: dalla parte di Gesù o da quella dei sepolcri? Le Letture di oggi ci parlano del Dio della vita, che vince la morte. Lì tutto sembra finito: la tomba è chiusa da una grande pietra; intorno, solo pianto e desolazione. Anche Gesù è scosso dal mistero drammatico della perdita di una persona cara: «Si commosse profondamente» e fu «molto turbato» (Gv 11,33). Poi «scoppiò in pianto» (v. 35) e si recò al sepolcro, dice il Vangelo, «ancora una volta commosso profondamente» (v. 38)."

Il Papa nota però che, in mezzo alla desolazione generale per la morte di Lazzaro, Gesù non si lascia trasportare dallo sconforto. Pur soffrendo Egli stesso, chiede che si creda fermamente; non si rinchiude nel pianto, ma, commosso, si mette in cammino verso il sepolcro. Non si fa catturare dall'ambiente emotivo rassegnato che lo circonda, ma prega con fiducia e dice: «Padre, ti rendo grazie» (v. 41). Attorno a quel sepolcro, avviene così un grande incontro-scontro. Da una parte c'è la grande delusione, la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall'angoscia per la morte, sperimenta spesso la disfatta, un'oscurità interiore che pare insormontabile. La nostra anima, creata per la vita, soffre sentendo che la sua sete di eterno bene è oppressa da un male antico e oscuro. Da una parte c'è questa disfatta del sepolcro. Ma dall'altra parte c'è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po' di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (v. 25). Per questo decisamente dice: «Togliete la pietra!» (v. 39) e a Lazzaro grida a gran voce: «Vieni fuori!».

Anche noi siamo invitati a decidere da che parte stare, dice il Papa. Si può stare dalla parte del sepolcro oppure dalla parte di Gesù. C'è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. Di fronte ai grandi "perché" della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o far avvicinare Gesù ai nostri sepolcri. "Sì, perché ciascuno di noi ha già un piccolo sepolcro, qualche zona un po' morta dentro il cuore: una ferita, un torto subìto o fatto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che ritorna e ritorna, un peccato che non si riesce a superare. Individuiamo oggi questi nostri piccoli sepolcri che abbiamo dentro e lì invitiamo Gesù. È strano, ma spesso preferiamo stare da soli nelle grotte oscure che abbiamo dentro, anziché invitarvi Gesù; siamo tentati di cercare sempre noi stessi, rimuginando e sprofondando nell'angoscia, leccandoci le piaghe, anziché andare da Lui, che dice: «Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28)."

Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piangerci addosso per quello che ci succede; non cediamo alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta. Sentiamo allora rivolte a ciascuno di noi le parole di Gesù a Lazzaro: "Vieni fuori!"; "vieni fuori dall'ingorgo della tristezza senza speranza; sciogli le bende della paura che ostacolano il cammino; ai lacci delle debolezze e delle inquietudini che ti bloccano, ripeti che Dio scioglie i nodi". Seguendo Gesù impariamo a non annodare le nostre vite attorno ai problemi che si aggrovigliano: sempre ci saranno problemi e, quando ne risolviamo uno, puntualmente ne arriva un altro. Possiamo però trovare una nuova stabilità, e questa stabilità è proprio Gesù, che è la risurrezione e la vita: con lui la gioia abita il cuore, la speranza rinasce, il dolore si trasforma in pace, il timore in fiducia, la prova in offerta d'amore. E anche se i pesi non mancheranno, ci sarà sempre la sua mano che risolleva, la sua Parola che incoraggia e dice a ognuno di noi: "Vieni fuori! Vieni a me!".

Anche a noi, oggi come allora, Gesù dice: "Togliete la pietra!". Per quanto pesante sia il passato, grande il peccato, forte la vergogna, non sbarriamo mai l'ingresso al Signore. Visitati e liberati da Gesù, chiediamo la grazia di essere testimoni di vita in questo mondo che ne è assetato, testimoni che suscitano e risuscitano la speranza di Dio nei cuori affaticati e appesantiti dalla tristezza.

L'Amore di Dio vince la Morte

In questa quinta domenica di Quaresima, il Vangelo ci rimanda al tema della morte, con tutti i suoi interrogativi, le paure e le angosce, e a Gesù che ci dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». Un primo aspetto che appare evidente è la grande umanità di Gesù. Il testo narra come egli amasse molto Marta e Maria e il loro fratello Lazzaro, e questo legame affettivo è rimarcato varie volte. Colpisce come Gesù si avvicini al dolore, alla sofferenza e alla morte, dimensioni per cui l'animo umano viene sconvolto, quasi come a realtà sacre! È un Gesù che esprime tutto questo turbandosi, commuovendosi, piangendo! Non parlando, non cercando spiegazioni, non spiritualizzando, non pronunciando formule vuote come a volte può capitare, ma accogliendo radicalmente il mistero del dolore e della morte dei propri cari e dei propri amici. Per cui è davvero una profondissima umanità quella espressa da Gesù, che si fa accanto alla nostra, così debole e fragile, talvolta così affranta e addolorata.

Un secondo spunto di riflessione è dato dal "tornare in vita" di Lazzaro, ad opera di Gesù! Che non vuol dire che Lazzaro non morirà più! Lazzaro terminerà i suoi giorni come tutti! È piuttosto "un segno" potente che sta a dirci: che quell'amore profondo che umanamente Gesù manifesta è un amore che non può essere cancellato, ma che resta vivo, anche là dove interviene la morte. È una relazione, un amore che rimane! Richiamare in vita Lazzaro vuol proprio dire questo: che quel legame d'amore che Gesù instaura con questo amico, ma anche il legame d'amore che Dio attraverso di Lui instaura con l'umanità intera, anche con ciascuno di noi, non verrà mai meno. Dio non verrà mai meno a questa relazione con noi! Per poter cogliere però questo "segno" nella sua verità bisogna far nostro quell'invito di Gesù a credere in Lui: "credi tu? credi tu che io sono la resurrezione e la vita?". Occorrono dunque gli occhi della fede, che scrutano e sanno vedere dove non arriva lo sguardo umano. Ma a chi cerca, a chi desidera, a chi vuole e chiede di vedere in profondità, Dio lo concede.

La Pasqua ci regala la logica della resurrezione, ci regala di non essere più succubi della paura della morte. Forse bisogna considerare la mortalità intesa come la caducità di estinguersi e dissolversi ma non per sempre e allora questo ci umanizza, ci rende più umani. Gesù, invece, arriva nella morte e ci salva. Ci chiama per nome come nel vangelo: «Lazzaro, vieni fuori!» (Gv 11,43). Lazzaro esce fuori perché è chiamato. Ma non è facile mettere mani e piedi nelle mani del Signore. Significa mettere nelle mani del Signore tutto noi stessi. Il tema («Tra di voi non è così») ci deve insegnare a capire di non mettere noi al centro. Questo ci sollecita a fare un'altra domanda: A che punto stiamo nel levarci le bende e il sudario? Quando andiamo nelle parrocchie facciamo quello che diciamo di fare alla gente? Perché se non siamo uno e non lo siamo dappertutto possiamo restare a casa perché questo cammino non fa per noi. Dobbiamo pregare il Signore di aiutarci a tacere tra di noi e di non chiedere agli altri con le parole più di quanto facciamo con le nostre azioni. Solo così possiamo aiutare a togliere le bende e il sudario alle persone che il Signore ci mette di fronte.

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