Il concetto de “La Preghiera del Matto” si rivela una profonda metafora del percorso di crescita personale e spirituale, intrinsecamente legato all'archetipo del Matto nei tarocchi. Questo viaggio, privo di una meta precisa ma colmo di certezza nella scoperta, simboleggia l'innocenza, la spontaneità e la libertà di esplorare senza preconcetti, rappresentando un continuo ciclo di crescita, scoperta e trasformazione.

Il Viaggio del Matto nei Tarocchi: Metafora della Crescita Personale
Il viaggio del Matto, descritto nel racconto, è una metafora del percorso di crescita personale e spirituale. Ogni figura incontrata rappresenta un archetipo del tarocco, ognuno portatore di una lezione fondamentale per il suo sviluppo.
Le Tappe del Cammino: Incontri e Rivelazioni
Il Matto era giovane, con gli occhi pieni di meraviglia e un sacchetto leggero sulle spalle. Camminava senza una meta precisa, ma con la certezza che ogni passo lo avrebbe portato verso nuove scoperte. La sua leggerezza simboleggia l’inizio del viaggio, l’innocenza e la spontaneità, rappresentando la libertà di esplorare senza preconcetti.
L'Incontro con l'Imperatore: Ordine e Stabilità
Un giorno, mentre attraversava un fitto bosco, il Matto si imbatté in una radura illuminata dal sole, dove, seduto su un trono dorato, c’era l’Imperatore. Questi gli disse: “Benvenuto, giovane viandante. Questo è il mio regno, dove ordine e stabilità regnano sovrani. Ma ricorda, per trovare il tuo vero cammino, devi bilanciare la tua sete di avventura con la saggezza del governare.” L'Imperatore incarna l’ordine e la stabilità, e la sua lezione riguarda l’importanza di equilibrare l’avventura con la responsabilità e il governo di sé stessi.

La Papessa: La Ricerca della Conoscenza Nascosta
Il Matto annuì e proseguì il suo viaggio, portando con sé le parole dell’Imperatore. Poco dopo, arrivò in un villaggio dove si stava celebrando una grande festa. Al centro della piazza c’era una donna con una corona di stelle, la Papessa, che osservava tutto con un sorriso enigmatico. “Il sapere è nascosto nelle pieghe della vita,” disse la Papessa. “Cerca la conoscenza, non solo nei libri, ma anche nei cuori delle persone che incontri.” La Papessa è simbolo della conoscenza nascosta e dell’intuizione, e invita a cercare la saggezza non solo nei libri, ma anche nelle esperienze e nei cuori delle persone.
L'Eremita: La Luce Interiore
Il Matto sentì crescere in sé una curiosità ancora più grande e si incamminò verso la montagna, dove trovò l’Eremita, un vecchio saggio che viveva in solitudine. Con una lanterna in mano, l’Eremita lo guidò attraverso sentieri oscuri. “Solo nel silenzio troverai le risposte che cerchi,” disse l’Eremita. “La luce che cerchi brilla dentro di te.” L'Eremita rappresenta l’introspezione e la ricerca della verità interiore. La sua lanterna è il simbolo della guida interiore e della luce nascosta dentro di noi.

L'Apostolo: Abbracciare il Cambiamento
Continuando il suo viaggio, il Matto attraversò un deserto e giunse a una torre imponente, dove l’Apostolo era immerso nella meditazione. “Ricorda, giovane Matto, il cambiamento è inevitabile. Abbraccia la trasformazione come parte del tuo cammino.” L'Apostolo è l'emblema della trasformazione e del cambiamento, e ricorda al Matto che il cambiamento è parte inevitabile del cammino di vita.
La Ruota della Fortuna: L'Accettazione dei Cicli Vitali
Quando il Matto riprese il suo viaggio, vide all’orizzonte una grande ruota, la Ruota della Fortuna, che girava senza sosta. “La vita è ciclica,” disse la Voce della Ruota. “Accetta gli alti e i bassi come parte del viaggio, e troverai la tua vera strada.” La Ruota della Fortuna è simbolo del ciclo della vita, degli alti e bassi, e insegna ad accettare le fluttuazioni come parte integrante del viaggio.
La Giustizia: Equilibrio e Integrità
Il Matto attraversò poi un ponte e si ritrovò davanti alla Giustizia, che reggeva una bilancia e una spada. “L’equilibrio è essenziale,” disse la Giustizia. “Agisci con integrità e troverai la pace.” La Giustizia rappresenta l’equilibrio e l’integrità, e la sua lezione è l’importanza di agire con giustizia per trovare la pace interiore.
L'Appeso: Il Potere della Prospettiva
Proseguendo il cammino, il Matto incontrò l’Appeso, sospeso a testa in giù da un albero. “La prospettiva è tutto,” disse l’Appeso. “A volte, per comprendere il mondo, devi vederlo da un angolo diverso.” L'Appeso simboleggia il cambio di prospettiva, invitando a vedere il mondo da angolazioni diverse per una comprensione più profonda.
La Morte: Rinnovamento e Nuovi Inizi
Infine, il Matto giunse a una porta che lo condusse in un giardino incantato, dove la Morte, con un aspetto sorprendentemente sereno, lo accolse. “La fine è solo un nuovo inizio,” disse la Morte. “Abbraccia il cambiamento e rinasci dalle tue ceneri.” La Morte, paradossalmente, rappresenta il rinnovamento, insegnando che ogni fine porta con sé un nuovo inizio, e che abbracciare il cambiamento è essenziale per la crescita.

Altri Archetipi: Tentazioni, Speranza e Intuizione
Il Matto continuò il suo viaggio, incontrando il Diavolo, che gli mostrò come le tentazioni possono essere superate con la forza di volontà. La Torre, crollando, rivelò una verità nascosta, simboleggiando la distruzione necessaria per rivelare la verità. Vide la Stella che lo guidò con speranza, la Luna che gli insegnò a fidarsi dell’intuizione, e il Sole che lo illuminò con gioia e vitalità.
Il Mondo: Integrazione e Realizzazione Finale
Alla fine del suo viaggio, il Matto si ritrovò davanti al Mondo, una figura che abbracciava tutto l’universo. “Hai completato il tuo viaggio,” disse il Mondo. “Hai scoperto che la vera saggezza sta nell’integrazione di tutte le esperienze.” Il Mondo incarna l’integrazione e la realizzazione, rappresentando il compimento del viaggio del Matto, l’unione di tutte le esperienze e la saggezza ottenuta.
Il Matto, ora trasformato, guardò indietro al suo percorso con gratitudine. Ogni incontro, ogni lezione appresa, l’avevano portato a comprendere che il viaggio della vita è un continuo ciclo di crescita, scoperta e trasformazione. E così, con il cuore colmo di saggezza, il Matto riprese il cammino, pronto per nuovi inizi e nuove avventure.

Il Significato Profondo degli Arcani Maggiori e la Magia dei Tarocchi
I tarocchi, gioco rinascimentale, sono divenuti, in tempi relativamente recenti (il Settecento francese e ancora di più l’Ottocento inglese di artisti e teosofi), uno strumento sapienziale per leggere i destini. Nei tarocchi appaiono gli Arcani Maggiori, le più strane delle immagini - personaggi appesi a un laccio o incatenati a un demone, donne ultraterrene chine su un ruscello. Questi non sono il male e non sono il bene, la loro qualità magica deriva da quell’aspetto divinatorio che incute tanto scetticismo e qualche infondato timore.
L'Interpretazione dei Tarocchi: Tra Psicologia e Divinazione
L’americana Rachel Pollack osserva nel suo Tarot Wisdom che le recenti interpretazioni dei tarocchi sono intrise di psicologia e tentativi di volgere l’uso delle carte a una comprensione dei propri stati emotivi, deprivandole del lato oscuro. Tali interpretazioni, sebbene non fallaci, sono riduzioniste e, alla lunga, un po’ noiose, limitando la comprensione della loro profondità. Riappropriandoci dell’arte divinatoria, reclamiamo qualcosa di antico, in relazione con il dio greco Hermes e, prima di lui, con le donne del Fato (Norne, Parche, Moire), che osservano, attendono e non giudicano la via degli umani. La divinazione è una forma primitiva di comunicazione col divino.

Scrive la Pollack: “La magia del vedere attraverso è quanto accade nelle letture di tarocchi. Sistemiamo le carte e, ispirati dalle immagini, vediamo oltre la situazione presente verso le sue possibili evoluzioni. C’è una differenza tra la visione oracolare, governata da Apollo, e la divinazione, governata da Hermes. La prima, come praticata notoriamente a Delfi, dipende dall’ispirazione diretta, spesso in uno stato di trance. La divinazione usa un sistema, spesso una qualche maniera di predire la sorte.” I tarocchi sono un sistema di divinazione, un mezzo che usiamo per rispondere alle nostre domande e ottenere chiarificazioni che appartengono all’intuito e che sfuggono alla traduzione puramente descrittiva delle immagini. Gli Arcani funzionano come specchi - ci riflettono, ci capovolgono.
La Struttura degli Arcani Maggiori
Gli Arcani Maggiori si sviluppano in ventuno carte, a loro volta divisibili in gruppi di tre, secondo le fasi dell’esperienza:
- Le prime sette carte (Mago, Sacerdotessa, Imperatrice, Imperatore, Gerofante, Amanti, Carro) rappresentano gli aspetti primari del nostro esistere, il confrontarsi con la società e il trovare la propria strada.
- Le successive sette carte (Forza, Eremita, Ruota, Giustizia, Appeso, Morte, Temperanza) simboleggiano le virtù spirituali, l’incontro fra l’umano e il destino, la legge morale e i limiti che ci definiscono.
- Le ultime sette carte (Diavolo, Torre, Stella, Luna, Sole, Giudizio, Mondo) indicano potenze demoniache e astrali che si attivano in noi, amplificando la dimensione del Fato in cui siamo immersi.
Il Matto: L'Archetipo Senza Numero
Fra questi Arcani, si muove senza numero e senza apparente scopo, il Matto. Se nelle carte “puoi entrare con un salto da una cima, attraverso una caverna oscura, un labirinto, o perfino scendendo in una tana, inseguendo un coniglio vittoriano con un orologio da taschino” e divenendo di volta in volta i vari personaggi, il Matto precede: è la fantasia senza briglia, il caos, la vastità, il vuoto o la germinazione del sé. La sua energia sarà modellata dagli altri Arcani, enfatizzata o addirittura spezzata. Anche il Matto, come la rosa dei mistici, è senza perché. Si legge in uno dei libri più antichi dell’umanità, le Chāndogya Upanişad, che “La persona umana consiste delle proprie intenzioni. Secondo le intenzioni che ha in questo mondo, così diviene alla propria dipartita. Formi perciò un’intenzione corretta”. Questa intenzione è assente nel Matto, quasi preumano, una creatura ignara, assorbita nell’immaginario, privo di coscienza.

Guardiamolo meglio: a braccia spalancate e vestito di fiori, con una sacca sulle spalle e un cane che gli salta accanto (forse la sua anima che si sveglia), sui bordi di un precipizio cui non presta attenzione, nel mazzo Rider Waite Smith. Ma è perfino inebetito, i pantaloni calati e un copricapo di piume a indicare la sua natura volatile, nella versione rinascimentale dei Visconti Sforza. Follia estatica e demenza lo caratterizzano - lo zero come un buco da cui emergere o in cui precipitare. Nessuno di noi può essere il Matto, ma senza di lui non è possibile partire.
Il Matto nella Poesia e nel Mito: Yeats e Aengus l'Errante
La poesia ha avuto un ruolo importante nell'avvicinamento ai tarocchi, in particolare grazie all’opera di William Butler Yeats, poeta irlandese e mago, che nei suoi versi nascose gli arcani tra le presenze incantate della sua terra. È nella “Canzone di Aengus l'Errante” che si può riconoscere l’avventura iniziatica del Matto:
Andai nel bosco dei noccioli,
Perché un fuoco avevo nella testa
Colui che parla ha il nome del dio celtico dell’amore, corrispettivo del nostro Hermes greco, il più curioso dei divini, agitato da un sogno - la sua forza immaginativa quale elemento puro e inquieto. Aengus entra nel bosco, il Matto inizia a calarsi nella geografia della memoria, si fa umano e si perde. Eppure il folle ha nelle mitologie e nelle tradizioni un posto di riguardo, suscitando sentimenti diversi che vanno dal disprezzo al rispetto. Yeats viene ancora in aiuto, con una descrizione della Fase dello Stolto nel suo libro più singolare e misterioso, Una Visione: “Nel suo aspetto peggiore, le sue mani e i suoi piedi e i suoi occhi, la sua volontà e i suoi sentimenti, obbediscono a oscure fantasie subconscie, mentre nel suo aspetto migliore conoscerebbe tutta la saggezza, se solo potesse conoscere qualcosa”. Difatti per conoscere deve mutarsi, remare verso l’altro. Prima di questa sua mutazione il suo potere è lo stesso dell’Amadan na Breena, la creatura più importante della corte delle fate insieme alla Regina, terribile e saggio. I visionari e i contadini irlandesi credevano che non esistesse rimedio al “colpo” dell’Amadan, capace di portare l’uomo alla follia o ancor peggio a morte certa, perché la stoltezza è uno stato vicino al decesso: si può passare oltre, accedere alla visione, o restare con la bocca piena di polvere. Scrive Yeats nel 1901, “Conoscevo un altro uomo, un grande veggente, che vide uno stolto bianco in un giardino di visione, dove era un albero con piume di pavone invece che foglie, e fiori che si aprivano mostrando piccoli volti umani quando lo stolto li toccava col suo pettine, e vide ancora uno stolto bianco seduto presso una polla sorridendo e guardando le immagini di molte belle donne emergere sulla superficie dell’acqua. Tutti i popoli antichi credevano che la morte fosse l’inizio della saggezza e della bellezza; e la stoltezza fosse una specie di morte. (…) L’io, che è il fondamento della nostra conoscenza, è fatto a pezzi dalla stoltezza”.
La Danza degli Arcani: Interconnessioni e Rivelazioni
Il Matto dei tarocchi riverbera in ognuno degli arcani. Vi è un mazzo, il Wildwood Tarot, dove la posizione dell’Arcano è chiara e suggestiva: tutte le storie delle carte avverranno là, nel bosco selvaggio o dei noccioli - il Matto sta di spalle, proteso, separato dal bosco da un burrone. Sotto ai suoi piedi appare l’arcobaleno, forse un ponte per chi ha coraggio o è totalmente insensato: dipende sempre dall’intenzione che si esprime nel Mago, nell’Uno e con lui nei quattro assi.

E intagliai una bacchetta di nocciolo,
E legai una bacca ad un filo
Con le parole del mistico tedesco Jacob Böhme: “All’inizio la volontà è sottile come un nulla, e così desidera e aspira a essere qualcosa e a divenire manifesta a se stessa. Questa nullità fa sì che la volontà entri in uno stato di desiderio e tale desiderio è una immaginazione. La volontà che si osserva nello specchio o sapienza, provoca la comparsa della propria immagine entro l’infondatezza e così crea un fondamento nella sua immaginazione”. Questo fuoco sciamanico è un desiderio di sbrogliare la tela acquorea di voci da cui emerge la vita.
E quando falene bianche si alzarono in volo
E le stelle come falene brillarono intermittenti,
Lanciai la bacca in un ruscello,
E pescai una piccola trota d’argento.
Con gli strumenti del Mago, Aengus pesca la trota, talvolta una traghettatrice di anime nel folklore celtico, la trae dalle acque di sotto, quelle che nutrono le visioni delle sibille e della Sacerdotessa negli arcani. Ma ecco, la trota si trasforma:
Quando l’ebbi posata a terra
Soffiai sul fuoco per ravvivarlo,
Ma per terra cominciò ad agitarsi qualcosa,
E qualcuno mi chiamò per nome:
Era diventata una fanciulla radiosa
Fiori di melo fra i capelli
Mi chiamò per nome e scappò via
E svanì nell’aria scintillante.
La fanciulla si rivela nell’arcano dell’Imperatrice, Aengus diviene a sua volta l’Imperatore che vorrebbe catturarla e perfino il Gerofante che rinnova il passo sulle vie degli antenati e della tradizione. Entrambi si incontrano per un attimo nel sesto arcano maggiore: gli Amanti, l’altro che finalmente si manifesta e spinge a scegliere cosa vogliamo essere. È l’Amore che mette sul Carro il vagabondo e gli permette di non soccombere alla Ruota, l’altro grande, enigmatico arcano, vero principio di ogni viaggio terreno. Appena nati, nel mezzo, o verso la fine, prima che la Morte decida di farci visita come una comare attempata o un ragazzino irriverente, stiamo su quel cerchio che affonda e sospinge, ruota di mulino, timone, ruota degli orfani esposti in una piazza medievale. Se il valore del Matto è lo zero, la Ruota, cerchio per eccellenza, ha il potere di azzerare l’agire umano, non è controllabile e sta, non a caso, in posizione centrale fra gli arcani maggiori. Matto e Ruota appartengono insieme al Mondo a una triade fra cui l’umano si muove - tre zeri, tre cerchi, tre forze preesistenti alla nostra volontà.
Sebbene sia invecchiato nel mio vagabondaggio
Attraverso cave e colline,
Troverò infine dove lei è fuggita,
E bacerò le sue labbra e prenderò le sue mani:
E camminerò tra l’erba multicolore
Cogliendo fino alla fine dei tempi
Le mele d’argento della luna, le mele d’oro del sole.
Nell’ultima parte della poesia, il viaggio del corpo diviene quello dello spirito, sotto le luci astrali di Luna e Sole, attraverso cui passiamo come fossero colonne di un tempio per camminare su quell’erba variopinta e alchemica del risveglio alla propria vocazione o riscatto nella carta del Giudizio. Dopo vi è solo il Mondo, ciò che deve ancora essere sognato, un uovo cosmico, un corpuscolo, una sfera di Natale, fragile e perfetta. Vi è il sé personale restituito a quello universale, riprendendo le Upanişad: “Questo mio sé situato nel cuore è più piccolo di un granello di riso, o di orzo, o di sesamo, o di miglio, o del nucleo di un grano di miglio. Questo mio sé, situato nel cuore, è più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo, più grande di tutti i mondi. Ciò che contiene tutte le opere, tutti i desideri, tutti gli odori, tutti i gusti, ciò che abbraccia tutto questo mondo, silenzioso, in stato di quiete, tutto ciò è questo mio Sé, situato nel cuore. Esso è il Brahman. In Esso entrerò lasciando questo mondo.” Ma questa è un’altra storia nella sacca del Matto, “il principe di un altro mondo nel suo viaggio attraverso questo”, che entra e vaga a suo piacimento, sbaragliando castelli di carte.