La Venerabilità di Don Tonino Bello e il Ricordo di Molfetta
Il cuore colmo di emozioni e ricco di ricordi torna a Molfetta, in questa cattedrale, per celebrare un'Eucaristia. Mai si sarebbe immaginato di salire su questa Cattedra per presiedere una liturgia rivestito della dignità cardinalizia e, per giunta, per rendere pubblico il decreto di venerabilità per il Servo di Dio Antonio Bello, conosciuto da tutti come don Tonino. Si ringrazia il vescovo diocesano, Mons. Domenico Cornacchia, per aver programmato questo rito, e con lui si saluta il presbiterio diocesano, gli arcivescovi e vescovi presenti, e in particolare il Presidente della CEP Mons. Donato Negro, arcivescovo di Otranto e primo successore in Molfetta di Mons. A. Bello. Questo saluto si estende di vero cuore a tutti i fedeli e alle Autorità presenti.
A Molfetta sono stati vissuti trentacinque anni di vita e l'intero ministero di presbitero è stato deposto ai piedi della Regina Apuliae. Fin da giovane seminarista, scrutando l'orizzonte dal porto di Molfetta, si è sempre veduto nella luce del tramonto il santuario della Madonna dei Martiri: luoghi, ambedue, dedicati a Maria, la «donna del vino nuovo», come l'avrebbe chiamata don Tonino. Rivolto a lei, don Tonino dice: «fautrice così impaziente del cambio, che a Cana di Galilea provocasti anzitempo il più grandioso esodo della storia, obbligando Gesù alle prove generali della Pasqua definitiva, tu resti per noi il simbolo imperituro della giovinezza» (Scritti, VI, 32). Questa invocazione vogliamo ripeterla anche noi oggi, in questa Chiesa che, dal 1982 al suo transito alla casa del Padre, lo ha avuto come padre, fratello ed amico e viva immagine di Cristo, nostra speranza.

Il Profilo Spirituale e Umano di Mons. Antonio Bello
Non è il caso di ripetere qui il profilo spirituale ed umano di mons. Bello, in quanto è ben conosciuto ed è stato sinteticamente disegnato dal Decreto, letto all'inizio della Santa Messa. Ci si soffermerà sul titolo mariano ricordato, particolarmente adatto a noi che abbiamo appena ascoltato il racconto delle nozze di Cana: un testo che, nell'insieme del quarto vangelo, occupa un posto qualificante e che, nonostante i lunghi e numerosi studi dedicatigli dagli esegeti, conserva ancora nascoste, inesauribili ricchezze.
Il mistero di Cana, infatti, è epifanico come quello dei Magi e del Battesimo del Signore al Giordano: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l'acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia». E se oggi ci fosse il banchetto di Cana? Su quel: «Non hanno vino», che il libro della Genesi chiama «sangue dell’uva» (49,11), molto hanno scritto gli studiosi.
Nell’Antico Testamento il vino simboleggia la Parola di Dio e soprattutto la Sapienza, che dopo avere imbandito la tavola e mesciuto il vino esorta: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza» (Pr 9,5-6). Don Tonino, con intelligenza esegetica, scrive che proprio nell'accoglienza del Verbo si gioca il senso della vita e spiega: «Più che “senso”, è meglio dire “sapienza”. Cioè sapore, gusto. Il sale della minestra: quello che manca oggi».
Questo passaggio di mons. Bello è ricco di significati e di simboli: il sale dona sapore, ma anche purifica e dona incorruttibilità. Gesù ci vuole «sale della terra» (Mt 5,13). Nella memoria di don Tonino sarà certamente tornata la frase battesimale: «sale della sapienza» che, come richiama un testo medievale, aiuta a non perdere il sapore di Cristo sì da divenire insipienti e fatui (cf. PL 102, 318). Il 55mo Rapporto Censis (2021) ha lanciato un allarme: «Accanto alla maggioranza ragionevole e saggia si leva un’onda di irrazionalità. È un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà…».
In un testo del 1987, don Tonino scriveva: «Ci vuole un bel coraggio a dire che il vino è segno di gratuità e di festa, quando per noi è divenuto l’emblema drammatico dell’evasione e della fuga, che accomuna i tossici agli alcolisti, gli ultrás ai barboni… Ci si appiattisce in una esistenza che scorre, senza più stupore, senza più spessore, come le immagini sul video. E noi compiamo le nostre scelte come se spingessimo i tasti di un telecomando: crediamo di scegliere, e invece siamo scelti. Si muore per anemia cronica di gioia. Si moltiplicano le feste, ma manca la festa. Maria, allora, oggi, direbbe: «Figlio, non hanno più sale…» Per il Servo di Dio ciò indicava l’importanza, la necessità di avere, di trovare in Cristo il senso della vita: «di questo orientamento decisivo, di questo intimo significato delle cose, di questo profondo “perché”, oggi sentiamo tutti un incredibile bisogno» (Scritti, VI, 243).
Fu questo pure il suo estremo saluto, nell’ultima Messa crismale celebrata nella Cattedrale di Molfetta l’8 aprile 1993: «Coraggio - disse! Vogliate bene a Gesù Cristo, amatelo con tutto il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità di spirito». Sono parole che, per il loro contenuto, il contesto e l’ora in cui furono dette, basterebbero da sole a testimoniare della santità di don Tonino. E poiché «non può amare Dio che non vede, chi non ama il proprio fratello che vede» (1Gv 4,20), don Tonino subito aggiunse: «Poi, amate i poveri. Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà» (Scritti, VI, 351). Qui emergeva l’anima francescana di don Tonino, quella medesima che aleggiò nel conclave di metà marzo 2013, quando il Card. Bergoglio fu abbracciato e baciato e gli fu detto: «Non dimenticarti dei poveri!».
Il Vangelo come Messaggio Rivoluzionario e l'Impegno per la Pace
Don Tonino Bello, formatosi alla scuola dei preti operai di Bologna e nel clima innovatore del Concilio Vaticano II, considerava il vangelo un messaggio rivoluzionario, capace di scardinarci dalle nostre comode certezze. La sua non era una semplice provocazione, come dimostra l'episodio in cui si rivolge a un giovane musulmano sbarcato sulle coste pugliesi: “Perdonami se non ti ho mai chiesto se leggi fedelmente il Corano. Se hai bisogno di un luogo dove riassaporare i silenzi misteriosi della tua moschea”.
Agli ultimi - immigrati, tossicodipendenti, ex detenuti, sfrattati - don Tonino ha dedicato la sua intera esistenza. Era un vescovo che incontrava sui marciapiedi un’umanità dolente e indifesa, accoglieva in episcopio i bisognosi e manifestava con chi aveva perso il lavoro, ma era anche un uomo innamorato della Parola di Dio. Al ladro ucciso in una rapina, diceva: “Siamo ladri anche noi perché, prima ancora che della vita, ti abbiamo derubato della dignità di uomo”. A molti non era gradito: dal pulpito e negli scritti indirizzati ai fedeli della diocesi come a illustri interlocutori usava parole sferzanti e puntava il dito contro i potenti di turno, richiamando la Chiesa al servizio dei poveri.
Per anni si batté contro la guerra. Il 12 dicembre 1992, pur provato da un cancro che di lì a poco lo avrebbe portato via, marciò per le strade di una Sarajevo assediata insieme a cinquecento persone, facendo tacere le armi. Un gesto profetico di grande coraggio e testimonianza.
Don Tonino Bello: dicembre 1992, nell'inferno di Sarajevo
"La Messa non è Finita": Un Invito all'Azione e alla Pace Quotidiana
La parafrasi del saluto finale della Messa "La messa non è finita" colpisce perché ci ricorda che i tempi sono difficili per la nostra testimonianza di fede, e perciò dobbiamo ritornare più spesso alla fonte di ogni nostra energia spirituale se vogliamo che l’annuncio del Regno di Dio, con la pace che ne consegue, possa davvero portare frutti. Il frutto dell'eucaristia dovrebbe essere la condivisione dei beni. I nostri comportamenti, invece, sono l'inversione di questa logica. Le nostre messe dovrebbero smascherare i nuovi volti dell'idolatria e metterci in crisi ogni volta, in modo da evitare le ipocrisie del mondo e far posto all'audacia evangelica. Bonhoeffer diceva che non può cantare il canto gregoriano colui che sa che un fratello ebreo viene ammazzato. Se dall'eucaristia non si scatena una forza prorompente che cambia il mondo, capace di dare a noi credenti l'audacia dello Spirito Santo, la voglia di scoprire l'inedito che c'è ancora nella nostra realtà umana, è inutile celebrare l'eucaristia. Questo è l'inedito nostro: la piazza. Lì ci dovrebbe sbattere il Signore, con una audacia nuova, con un coraggio nuovo, là dove la gente soffre oggi. Anziché dire la messa è finita, andate in pace, dovremmo poter dire la pace è finita, andate a messa.
Un tempo, quando un vescovo voleva esprimere comunione e solidarietà con un altro vescovo, spezzava durante la messa un frammento del Pane consacrato, lo metteva in un piccolo calice dove c’era il sangue del Signore, e glielo inviava per mezzo di un diacono. Era il dono del così detto «fermentum». Questo gesto lo ripeteva il vescovo di Molfetta Tonino Bello (1935-1993), come nella lettera del 10 dicembre 1984 al vescovo di Viedma Miguel Esteban Hesayne “per la partenza di don Ignazio De Gioia missionario in Argentina”. Il Viatico non compì il suo viaggio in una busta con sopra un francobollo, ma nella teca prevista dai canoni, appesa al collo del missionario.
Gesù, designando settantadue discepoli e inviandoli a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi, diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”». In questo piccolo vademecum, la prima raccomandazione è quella di portare la pace. Dietro la porta di ogni casa ci sono mille storie fatte, tante volte, di sofferenza, di disagio sociale, di difficoltà economiche, di problemi relazionali. Il Maestro sa che ognuno di noi desidera la pace, quella del cuore innanzitutto. Ecco perché chiede ai suoi di portare la pace, ma non una pace generica bensì la sua pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace». Una pace che è legata indissolubilmente all’annuncio del Regno di Dio perché la pace che Gesù ci dona nasce dalla profonda consapevolezza di essere amati e perdonati, in virtù della croce.
Siamo chiamati a portare pace in ogni casa, in ogni vita in cui entriamo. Se diffondessimo parole di pace con la stessa rapidità ed intensità che usiamo per spettegolare o giudicare, avremmo già fatto molto di più. I gesti di pace hanno la capacità di ridonare vita, di ricreare ciò che sembrava distrutto, di ristabilire l’ordine delle cose. Non c’è bisogno di andare con il pensiero alla diplomazia internazionale o alle piccole e grandi guerre che ancora esistono nel mondo. Il cristiano è inviato da Gesù a portare la pace in «qualunque casa», cioè nei luoghi che ha più vicino, che frequenta quotidianamente: liti familiari o condominiali, battibecchi fra colleghi, il clima che si può creare in classe o quando guidiamo. Anche i social rientrano nei luoghi, seppur virtuali, che frequentiamo abitualmente e che possono trasformarsi in veri e propri conflitti. Abbiamo, perciò, tante occasioni per dimostrarci operatori di pace, per distinguerci dalla logica del mondo. Non dobbiamo dimenticare che il Signore ci ha chiesto di essere sale, cioè di assimilarci (non conformarci) al mondo per dargli un sapore diverso o, in alcuni casi, per ridargli di nuovo sapore.
Certamente è un impegno non facile, ma abbiamo sempre la possibilità di recuperare le forze, di farci illuminare mente e cuore sul da farsi. La Messa è il momento in cui incontriamo Gesù, nella Parola e nell’Eucarestia, una sosta dove gli raccontiamo la nostra vita, chi o cosa abbiamo incontrato sulla nostra strada per poi ritornare di nuovo nel mondo più forti di prima, con il cuore fasciato dal Suo amore e con lo spirito carico di energia. Per fare grandi cose. Anche se liturgicamente non è possibile, forse nel saluto finale dovremmo dire, come faceva don Tonino Bello, che la Messa non è finita, ma inizia ora, fuori. Fuori c’è tanto da fare, «la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!». Ma il Signore stesso dice ai suoi di mandarli «come agnelli in mezzo ai lupi» però, subito dopo, aggiunge di non preoccuparsi e di non portare nulla con sé perché è necessario portare all’altro solo se stessi. «Date loro voi stessi da mangiare» aveva detto in occasione della moltiplicazione dei pani. Questo a dire che prima di parlare di pace dobbiamo, noi per primi, essere in pace, altrimenti la nostra testimonianza è contraddittoria, addirittura controproducente. Fate pace! Con Dio, con voi stessi, con gli altri. Non stancatevi di percorrere vie di pace anche se sono quelle più tortuose o sacrificate. Solo dopo aver visto la totale chiusura nell’altro e nessuna possibilità di scavalcare il muro che ha costruito intorno a sé, solo allora scuotete la polvere dai piedi ma non scoraggiatevi, non rassegnatevi a percorrere altre strade perché sappia che comunque il regno di Dio è vicino.

L'Eredità di Don Tonino Bello: Memoria, Speranza e Nuove Espressioni
L'Italia spesso abbandona alla dimenticanza i suoi figli migliori, oppure li acclama eroi per pochi giorni. Proprio per questa mancanza, l'autore Gianni Di Santo ha dedicato due anni a Don Tonino Bello, profeta di un vangelo della speranza che non ha paura di accarezzare, accompagnare, aiutare, e ne ha scritto la biografia "La Messa non è finita". Di Santo afferma che don Tonino non solo ci manca a livello affettivo e umano, ma il fatto che le sue parole e il suo vissuto siano stati evidenti a tutti ci dicono che la speranza (cristiana) e l’utopia (laica) di una società più giusta e sorridente siano ancora oggi possibili. Una biografia che, come afferma nella prefazione il Prof. Andrea Riccardi, Ministro della Repubblica, «ci restituisce con un taglio appassionato la sua vita e le sue opere». Con l’aiuto di Domenico Amato, vice postulatore della causa di beatificazione apertasi nel 2007, l’autore ripercorre i passi di don Tonino e dà sostanza a una santità che tutti gli riconoscevano in vita e che si auspica ottenga presto il suggello della Chiesa, anche grazie al riconoscimento dei miracoli a lui attribuiti. Mai come oggi abbiamo bisogno di santi ribelli che ci aprano gli occhi sulla nostra ipocrisia facendo nascere in noi la sete di una giustizia più vera.
È con la volontà di mantenere desta l’attenzione sugli insegnamenti di don Tonino, che il Museo Diocesano di Molfetta, organizza martedì 29 maggio, ore 19.30, presso l’Auditorium ‘A. Salvucci’ la presentazione del libro, alla presenza di S. Ecc. Mons. Ci auguriamo che questo libro possa essere occasione di memoria della figura di don Tonino, ricordando nella nostra società la forza del messaggio rivoluzionario del Vangelo e che possa, ancor più, scardinarci dalle nostre comode certezze, come avrebbe voluto l’amato Vescovo che ha retto la Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi dal 1982 al 1993.
L'eredità di don Tonino Bello trova espressione anche in progetti artistici. Ad esempio, "Un'ala di riserva" è una messa scomoda che vuole risvegliare le anime, lanciare un messaggio di concreta fratellanza e avvicinarci al mistero. Nella composizione di quest'opera, Michele Lobaccaro ha voluto rispettare la struttura tradizionale della messa, utilizzando i testi latini per i canti canonici della liturgia ritmati secondo sonorità mediterranee, e affiancando ad essi nuovi brani ispirati ai testi di don Bello. Alla realizzazione musicale di questo progetto hanno collaborato moltissimi artisti (da Franco Battiato agli Adria, da Franco Piepoli a Caparezza), facendo di "Un'ala di riserva" un tessuto di suoni antico e moderno insieme, dedicato a un sacerdote che ha votato la propria vita all'impegno per la pace e all'amore del prossimo.
Non c'è luogo migliore della Basilica Palatina di Santa Barbara per celebrare una messa laica in onore di Don Tonino Bello, che inizia con due filmati di alcuni suoi discorsi nei quali esorta, citando la parabola del buon samaritano, a essere più audaci, autentici e ad aiutare il prossimo. Le letture di Giuseppe Cederna, alternate a esibizioni musicali, conquistano il pubblico. I testi e alcuni canti (di Michele Lobaccaro) sono ispirati a scritti dello stesso Don Bello, altri invece sono quelli canonici della liturgia in latino. In alcuni si sente il contrasto fra la lingua antica e il ritmo sostenuto della musica (chitarra, basso, tastiera). Particolarmente toccante è il passo dove si narra di Maria come donna sottoposta a grandi prove e dolori, come nella fuga in Egitto o nelle ore passate sotto la Croce, confine tra cielo e terra, tempo ed eternità.