La Madonna nella Divina Commedia: Analisi della Sua Presenza e Ruolo

La Divina Commedia è profondamente intessuta della presenza della Vergine Maria, definita in versi immortali come "umile ed alta più che creatura" (Pd. XXXIII, 2). Sebbene molti considerino Beatrice la protagonista femminile del poema, è la Madonna a ricoprire un ruolo centrale e costante, intervenendo in momenti cruciali e guidando indirettamente il percorso salvifico di Dante.

La poesia italiana, fin dalle sue origini, è stata profondamente affascinata dalla figura della Vergine Maria. Tanti poeti hanno levato la loro voce, attratti dalla sua bellezza umana e spirituale, esprimendo ammirazione, amore e preghiera. La tradizione della Chiesa ha sempre riconosciuto nella Madonna la nostra avvocata e mediatrice presso il Figlio Gesù, e Dante magnificamente incarna questa visione nel suo capolavoro.

Viso della Vergine di Antonello da Messina

L'Intervento Provvidenziale nell'Inferno: La "Donna Gentile"

All'inizio del suo viaggio, Dante si trova smarrito nella "selva oscura", un luogo che simboleggia i peccati e le difficoltà della vita. Tentato dalla presunzione di salire da solo il colle luminoso, viene respinto da tre fiere - la lonza (lussuria), il leone (superbia) e la lupa (avidità) - che lo risospingono verso l'abisso del peccato. In questo momento di profonda miseria e smarrimento, la bontà di Dio, "che tutto move", fa sì che intervenga la Madonna.

Maria agisce come una figura nascosta, ma determinante, agendo "dietro le quinte" per sostenere l'homo viator. La sua compassione si manifesta inviando in aiuto Santa Lucia, la quale a sua volta esorta Beatrice. Sarà Beatrice a recarsi da Virgilio, inducendolo a diventare la guida di Dante nella prima parte del viaggio verso la salvezza. Maria, pur non espressamente nominata in questa circostanza, è riconoscibile nella "donna gentile" (Inf. II, 64 ss.) che si rivolge a Santa Lucia, allegoria della grazia preveniente. È proprio l'udire che tre donne benedette, in primis Maria, si sono mosse in suo soccorso che scioglie ogni esitazione in Dante, rendendolo pronto a compiere il viaggio propostogli da Virgilio.

La Presenza Costante nel Purgatorio: Esempi di Virtù Mariane

Nella cantica del Purgatorio, Maria, colei che con il suo "sì" permise il mistero dell'Incarnazione di Gesù, è una presenza costante e pedagogica. Come ammonisce un'anima a Dante nel Canto III, "State contenti, umana gente, al quia, / che se potuto aveste veder tutto, / mestier non era parturir Maria" (Pg. III, 37-39), sottolineando la centralità del suo ruolo nella salvezza.

La Madonna è l'ancora a cui si aggrappa anche il ghibellino Bonconte da Montefeltro, che la invoca in punto di morte dopo essere stato ferito nella battaglia di Campaldino, raggiungendo così la salvezza della propria anima (Pg. V, 100-102). Inoltre, gli angeli che si pongono a guardia della valletta fiorita dei principi negligenti, recitando il Salve Regina, giungono dal "grembo di Maria", ovvero dall'Empireo (Pg. VIII, 37 ss.).

In ogni cornice della montagna del Purgatorio, Dante propone esempi di virtù esaltata, e Maria ne è la figura preminente, illustrando le tappe della purificazione dei sette vizi capitali:

  • I Cornice (Superbia): Umiltà

    Sui bassorilievi che ornano lo zoccolo roccioso, il primo raffigura l'Annunciazione, dove Maria, con una verosimiglianza scultorea, sembra rispondere "Ecce ancilla Dei" (Pg. X, 34 ss.).
  • II Cornice (Invidia): Carità e Frugalità

    Nella cornice dell'invidia, Dante ode voci aeree che gridano esempi di carità. Il primo è riferito alle Nozze di Cana, dove Maria ebbe un ruolo notevolissimo nello spingere Gesù a compiere il primo miracolo pubblico. Questo episodio viene anche richiamato come esempio di frugalità (Pg. XIII, 28 ss.; XXII, 142).
  • III Cornice (Ira): Mansuetudine

    Tra le visioni estatiche degli iracondi, Dante vede il ritrovamento di Gesù nel Tempio da parte di Maria e Giuseppe, un esempio della sua serena mansuetudine (Pg. XV, 88 ss.).
  • IV Cornice (Accidia): Sollecitudine

    Gli accidiosi ricordano la Visita di Maria ad Elisabetta, con la frase "Maria corse con fretta alla montagna", simbolo della sua pronta sollecitudine (Pg. XVIII, 100).
  • V Cornice (Avarizia e Prodigalità): Povertà

    Un'anima invoca "Dolce Maria, / povera fosti tanto, / quanto veder si può per quello ospizio / dove sponesti il tuo portato santo", riferendosi alla nascita di Gesù in una nuda stalla (Pg. XX, 19 ss.).
  • VII Cornice (Lussuria): Castità

    Tra i lussuriosi, il primo esempio di virtù è quello di Maria con la sua dichiarazione "Virum non cognosco" all'arcangelo Gabriele (Pg. XXV, 128).

Il Trionfo nel Paradiso: Dal "Bel Zaffiro" alla Rosa dei Beati

È nel Paradiso che la Madonna, il "bel zaffiro / del quale il ciel più chiaro s'inzaffira", trova la sua collocazione ideale. Numerosissime sono le terzine a lei dedicate, e la sua figura si rivela in tutta la sua luce e magnificenza.

Già nei primi cieli, Maria è invocata o citata:

  • Nel cielo della Luna, tra le anime mancanti ai voti, Piccarda Donati e le altre anime si allontanano cantando l'Ave Maria (Pd. III, 121-123).
  • Nel cielo del Sole, san Tommaso, parlando di san Francesco, fa riferimento al dolore di Maria ai piedi della Croce, distinguendola da "Madonna Povertà" (Pd. XI, 71-72).
  • Nel cielo di Marte, il trisavolo Cacciaguida, rievocando la propria nascita, cita la Vergine con le parole: "Maria mi diè, chiamata in alte grida" (Pd. XV, 133).

Nel Canto XXIII del Paradiso, dopo il trionfo di Cristo, Maria appare come l'anima più luminosa e alta, "la rosa in che 'l verbo divino / carne si fece", circondata dall'arcangelo Gabriele. Qui Dante esprime un profondo sentimento personale: "Maria è il nome del bel fior ch'io sempre invoco / e mane e sera" (Pd. XXIII, 88-90). Accompagnata dalla preghiera dei beati, Maria si eleva, seguendo Cristo nell'Empireo, e i beati intonano con dolcezza il Regina Coeli (Pd. XXIII, 127-129).

Il Canto XXV contiene un riferimento all'Assunzione di Maria, quando san Giacomo afferma che "Con le due stole nel beato chiostro / son le due luci sole che saliro" (Pd. XXV, 127-128), indicando Gesù e Maria come gli unici due corpi già risorti saliti al Cielo.

Il compito di guida di Beatrice termina nel Canto XXXI, quando essa scompare per riprendere il suo posto nella rosa dei beati. A lei subentra San Bernardo di Chiaravalle, il mistico e devoto mariano per eccellenza, che guiderà il poeta nell'ultima parte del viaggio. San Bernardo, nel Paradiso, invoca Maria chiedendo il suo aiuto affinché Dante possa giungere alla meta: "E la regina del cielo, ond'io ardo / tutto d'amor, ne farà ogne grazia, / però ch' i' sono il suo fedel Bernardo" (Pd. XXXI, 100-102).

Nel Canto XXXII si ribadisce il ruolo di Maria come colei che "richiuse e medicò la piaga aperta da Eva", e la madre Anna non si stanca di guardare sua figlia Maria, il cui aspetto "a Cristo più si somiglia" (Pd. XXXII, 4-6, 13, 85-86).

Paradiso Canto XXXIII vv. 1-21

La Preghiera di San Bernardo alla Vergine: Il Culmine del Viaggio

Nel trentatreesimo canto, il viaggio ultraterreno di Dante giunge al suo compimento. La sublime visione di Dio, che conclude il percorso escatologico del poeta, è preceduta dalla celeberrima orazione di San Bernardo alla Vergine, un'ultima, potentissima testimonianza del culto mariano di Dante. Questa preghiera sottolinea la funzione della Madonna quale supremo e necessario ponte fra l'uomo e Dio.

San Bernardo si rivolge direttamente alla Vergine, lodandone la grandezza e la benevolenza, e racconta a Maria del viaggio di Dante dal profondo dell’inferno. Egli la supplica di concedere al poeta la virtù sufficiente a fissare il proprio sguardo nella mente di Dio, dissipando ogni velo dagli occhi mortali di Dante. Infine, in una supplica cui idealmente si uniscono tutti i beati della rosa, inclusa Beatrice, prega la Regina del Cielo affinché i sentimenti di Dante si conservino puri dopo una tale sconvolgente visione.

L'orazione inizia con i versi eterni:

"Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura."
(Par. XXXIII, 1-6)

Il mistero di Maria è contenuto negli ossimori che la definiscono: "vergine e madre", "figlia del tuo figlio", "umile e alta", donna comune e insieme Madre di Dio. È una figura complessa, ma sempre benevola, amorevole e genuina, che si fa tramite della salvezza umana e che intercede affinché a Dante venga concesso di conoscere l'infinitezza divina e il suo senso più profondo.

Lo sguardo fisso di Maria in quello di San Bernardo è una risposta d’assenso, quindi la Vergine lo rivolge in direzione della luce di Dio, e San Bernardo con un cenno e un sorriso incoraggia il poeta a fare lo stesso. La vista di Dante si inoltra così nella luce divina, facendosi via via più acuta man mano che vi si addentra, fino a raggiungere una dimensione che è impossibile da esprimere a parole e che la stessa memoria non è in grado di ricordare appieno.

Dante invoca allora la luce divina affinché possa restare in lui almeno una minima traccia da lasciare ai posteri e finalmente fissa lo sguardo nella mente di Dio, inoltrandovisi progressivamente. L'io finito del poeta si confonde con l'infinito divino, e tre misteri si rivelano a Dante: l'unità dell'Universo, la Trinità e l'Incarnazione. È la folgorazione divina, che ha ormai pienamente appagato la sua sete di conoscenza, resa possibile dalla suprema intercessione della Vergine Maria.

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