Simbolismo della Luna, della Crocifissione e del Medioevo

La Crocifissione, prima di essere un evento storico o religioso, è uno straordinario fenomeno mitico e simbolico. Se si definisce mito qualcosa che, al di là della sua realtà storica, indica una verità trascendente e metaforica, non si può negare quest'assunto. Il suo profondo significato è stato elaborato e arricchito attraverso i secoli, con particolare enfasi sul simbolismo cosmico e teologico che avvolge l'evento, come testimoniato dall'arte e dalla patristica, specialmente nel contesto medievale.

La Croce come Simbolo di Trionfo e Salvezza

Origini e Diffusione del Culto della Croce

Lo splendido inno «Vexilla regis prodeunt, fulget crucis mysterium, quo carne carnis conditor, suspensus est patibulo», ancora oggi di uso liturgico, fu composto da Venanzio Fortunato (530 circa-607 circa), vescovo di Poitiers. Attivo presso la corte dei sovrani della Gallia merovingia, in particolar modo nella cerchia della santa regina Radegonda, della quale fu anche biografo, Fortunato contribuì agli sviluppi del culto della croce in Occidente.

La vicenda della Vera Croce è strettamente legata a Gerusalemme, dove, secondo la versione più nota in Occidente - quella di Sant’Ambrogio nel De obitu Theodosii - fu ritrovata da Sant’Elena, madre di Costantino. Ella la ripartì tra la città santa stessa e Costantinopoli, dove, almeno dalla fine del IV secolo, si ritiene che frammenti del sacro legno siano custoditi. La storiografia bizantina ricorda trasferimenti di altri frammenti, sotto Teodosio II, Giustino II e, soprattutto, Eraclio.

Tra il V e il VII secolo, il culto della croce in Occidente si manifesta attraverso un’immagine ormai strettamente legata al trionfo del sovrano terreno, mimesi del trionfo di Cristo, riassunto nel legno della sua passione, morte e resurrezione. La croce è assimilata alle insegne vittoriose del sovrano, come recita l'inno: «Vexilla regis prodeunt». Tale esaltazione della croce, pur non essendo anteriore, almeno nell’immaginario visivo, all’età costantiniana, era già presente nella patristica latina dalla fine del II secolo.

Il Simbolismo della Croce nell'Antico Testamento

Le prime testimonianze della croce devono essere cercate nella letteratura cristiana antica, e già a partire dall’Antico e dal Nuovo Testamento, in particolare nella teologia paolina. Con l'avvento della patristica occidentale nel III secolo, grazie a figure come Tertulliano e Cipriano di Cartagine, si sviluppò un'interpretazione più ampia.

Tertulliano, nel suo Adversos Iudaeos e Adversus Marcionem, interpreta ampiamente la croce come prefigurata e adombrata nell’Antico Testamento. Molteplici sono i richiami simbolici, sebbene mai esplicitamente menzionati: da Isacco a Giuseppe, dal toro le cui corna simboleggiano i bracci della croce, a Mosè che prega con le braccia estese in forma di croce (Es 17,10-13), fino al serpente bronzeo affisso sul «legno» (Nm 21,6-9). Particolarmente importante è la sua interpretazione del signum tau di Ezechiele (9,4), che nel Adversos Iudaeos è un segno escatologico e nell’Adversus Marcionem una vera e propria species crucis. Questa interpretazione avrà grande fortuna nel Medioevo, dal pastorale vescovile alla devozione di San Francesco d’Assisi.

Il Segno di Costantino: Chi-Rho e Labarum

Il racconto della vittoria di Costantino presso Ponte Milvio, come narrato da Lattanzio, descrive un sogno premonitore in cui l'imperatore è invitato a marcare i suoi scudi con un segno divino: «Commonitus est in quiete Constantinus ut caeleste signum dei notaret in scutis atque ita proelium committeret. Facit ut iussus est et transversa X littera ‹I› summo capite circumflexo, Christum in scutis notat». Questo segno, tradizionalmente interpretato come una "croce", era in realtà il chi-rho (X-P), un monogramma formato dalle iniziali del nome di Cristo in greco, un simbolo che non è esattamente una croce, pur essendone una delle sue varianti più diffuse.

La versione di Eusebio di Cesarea, successiva di qualche decennio, aggiunge un elemento miracolistico: Costantino e il suo esercito videro «in pieno cielo e al di sopra del sole, il segno luminoso di una croce, unita alla quale c’era un’iscrizione che dice: Con questa vinci!». Sebbene l'autenticità di questo passo sia dibattuta, esso sottolinea l'importanza del segno divino.

La diffusione del chrismon (chi-rho) e del labarum (l'insegna militare romana con il chrismon) su monetazione e nell'arte monumentale (come nelle tombe di Nicea, Aquincum, Serdica, Tessalonica, Siracusa e la cappella di Lullingstone) testimonia la loro importanza come simboli trionfali e cristologici. In seguito, anche la croce monogrammatica o staurogramma, e la vera e propria croce, appariranno frequentemente nella produzione dei sarcofagi a tematiche cristiane.

Monogramma Chi-Rho di Costantino con corona trionfale

La Crocifissione: Evento Mitico, Simboli Cosmici e Teologici

L'Età di Cristo e il Calendario Pasquale

La tradizione fissa l’età di Cristo al momento della Crocifissione a 33 anni. Sebbene non citata direttamente dai Vangeli canonici, che indicano circa 30 anni all'inizio della vita pubblica e poi varie Pasque (una nei Sinottici, tre in Giovanni), i 33 anni sono un numero ricco di simbologia e caro alla tradizione. Questa età, da un punto di vista simbolico, non ha necessariamente attinenza con la realtà storica.

La Pasqua, nel calendario lunare ebraico, cadeva il sabato successivo alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera (il 14 del mese di Nisan). Di conseguenza, quando Cristo fu crocifisso, la luna doveva essere piena o quasi. Questa non è una casualità, ma un elemento carico di significato simbolico ed esoterico, poiché «quando si ha a che fare con eventi mitici, nulla accade per caso. Ogni particolare va letto con un occhio che guarda “al di là”».

Il Golgota e il Teschio di Adamo

Il simbolismo è reso ancor più lampante dalla presenza del teschio ai piedi della croce. Il termine Golgota, infatti, significa “monte del teschio” perché, secondo la tradizione, vi era seppellito il teschio di Adamo. Adamo, mangiando il frutto dell’Albero della Conoscenza, aveva causato la caduta dell’umanità, operando la rottura primordiale tra l’uomo e Dio. Tra l’Albero della Conoscenza e l’Albero della Croce esiste dunque una specularità straordinaria.

Non a caso la Crocifissione avviene alla vigilia della Pasqua. La parola ebraica “Pesach” significa “passaggio”, richiamando l'episodio della schiavitù degli Ebrei in Egitto, quando l’Angelo della Morte evitò le case cosparse del sangue di un agnello. Cristo, con il Suo sacrificio alla vigilia di Pasqua, si configura come «agnello universale» il cui sangue allontana la morte dall’intera umanità.

Il Simbolismo Celeste nella Crocifissione: Sole e Luna

L'Eclissi nel Racconto Evangelico e nell'Arte Medievale

«Verso mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio». Così i sinottici descrivono l’eclissi che si verificò nell’ora della morte di Cristo. Questo evento cosmico segna la partecipazione della creazione al grande Mistero della fede cristiana: la morte e risurrezione del Signore Gesù. L’arte, almeno fino al XV secolo, registra puntualmente il fenomeno dell’eclissi elaborando suggestive iconografie.

Un esempio molto diffuso è un affresco bizantino del 1350, conservato nel Monastero di Visoki Decani in Kosovo, che presenta nel cielo della crocifissione una curiosissima personificazione del sole e della luna. Tra le molteplici interpretazioni, alcune autorevoli sono legate all’ambito cristiano.

Affresco bizantino del Monastero di Visoki Dečani raffigurante Sole e Luna personificati durante la Crocifissione

Interpretazioni Patristiche del Sole e della Luna

Un’interpretazione, strettamente aderente agli scritti dei Padri della Chiesa, fa riferimento a Sant’Agostino. Per il santo d’Ippona, l’eclissi fu l’esemplificazione simbolica della verità teologica concernente la morte del Redentore. Cristo ha fatto dei due un popolo solo: Antico e Nuovo Testamento, antica e nuova alleanza, popolo ebraico e popolo pagano trovano nella croce del Salvatore una mistica unità.

La luna, che brilla di luce riflessa e che Origene identificherà con la Chiesa, era già simbolo del popolo ebraico (il cui calendario era lunare). Rappresenta la provvisorietà della vita umana e la ciclicità temporale. Il suo ciclo, crescente e calante, è paragonabile al ciclo dell’uomo: nascita (luna nuova), giovinezza (primo quarto), maturità (luna piena), vecchiaia (ultimo quarto) e morte (nuova luna).

Il sole, invece, grazie alla rielaborazione cristiana del Sol Invictus romano, era identificato con Cristo stesso, vero Sole dell’umanità. Il suo cerchio è costante, perfetto, non soggetto all’incostanza e alla temporalità lunare. Il sole diventa il segno dell’immutabile eternità di Dio, l'ETERNO PRESENTE.

Perciò, nell’affresco del Monastero di Visoki, il sole che a mano aperta si volge verso la croce è simbolo del Nuovo Testamento che con la grazia illumina le genti, mentre la luna, che si volge verso il divino Trafitto, è segno dell’Antica Alleanza, la quale per dare significato e luce alle sue verità deve guardare a Cristo e alla sua Risurrezione. Sole e luna testimoniano, dunque, che la morte non è l’ultima parola sull’uomo, il cui destino è piuttosto l’eternità.

Il Significato Esoterico dell'Opposizione Astrale

Da un punto di vista astronomico, la luna piena si trova in opposizione al sole. Questo significa che sul far dell’alba c’è un magico istante in cui il sole e la luna si trovano l’uno di fronte all’altra: il sole sorge ad oriente, la luna tramonta ad occidente. Entrambi i dischi appaiono pieni e perfetti, ed è il momento in cui la luna pare forgiata a immagine e somiglianza del sole.

È significativo notare che 35 anni è l’età simbolica d’incontro tra l’umano e il divino, il culmine della maturità dell’uomo in un’epoca in cui la vita media era di circa 70 anni. Zarathustra aveva quest’età quando ricevette la chiamata da Ahura Mazdah, e il Buddha aveva 35 anni quando ricevette l’illuminazione. Anche Dante, nel 1300, intraprese il suo viaggio ultraterreno "nel mezzo del cammin di nostra vita", a 35 anni, un percorso che lo porterà a fondersi con l'Amore «che move il Sole e l’altre stelle».

La Grande Crocifissione di Albrecht Dürer: Simbolismo Esoterico

L'Intento Simbolico nell'Opera di Dürer

L’arte, come strumento privilegiato per la diffusione del messaggio cristiano, ha un ruolo significativo per aiutare a riflettere e meditare sul grande mistero della Passione, della Morte e della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. La Grande Crocifissione di Albrecht Dürer, una xilografia di 39×28 cm del 1498, facente parte della serie di dodici xilografie "La Grande Passione" (1497-1510), è un esempio emblematico di questo intento.

Dürer, verso il 1497, iniziò a concepire questo ambizioso e innovativo progetto di un’edizione illustrata de "La Passione". Egli si occupò sia del disegno delle illustrazioni, che dell’intaglio delle matrici xilografiche e della stampa del testo. Mai prima d’allora la Passione era stata rappresentata in modo così drammatico, con un forte contrasto di bianco e nero e figure dotate di corporeità attraverso un sistema graduale di tratteggi paralleli.

La scena rappresentata da Dürer è stracolma di simboli, sui quali oggi pochi sono ancora sensibili. Nella sua opera, vediamo innanzitutto il sole e la luna piena sospesi ai due lati della Croce. Sebbene Giovanni indichi la Crocifissione all'ora sesta (mezzogiorno) e i Sinottici all'ora terza (circa le 9 del mattino), Dürer non era certo sprovveduto al punto da ignorare le effettive posizioni dei corpi celesti. La sua scelta grafica è una precisa indicazione di come certi elementi debbano essere presi nel loro significato simbolico ed esoterico, piuttosto che storico.

La Grande Crocifissione di Albrecht Dürer (xilografia, 1498) che mostra Sole e Luna in posizione simbolica

Elementi Simbolici Addizionali nell'Opera di Dürer

Dürer contrappone il dolore provato dai seguaci di Cristo all’indifferenza del soldato a cavallo. Tra i numerosi simboli presenti nel disegno del Dürer, si distinguono le tre donne ai piedi della Croce, i due ladroni, e gli angeli che raccolgono nel calice il sangue di Cristo. Vi è un labirinto di simboli e di valenze, che necessita di una lettura in senso esoterico, non meramente teologico, per rivelare un significato universale. La figura di Giovanni, il discepolo giovane e addolorato, e quella di Maria Maddalena, spesso interpretata come la rappresentante di un amore profondo e redento, rafforzano il dramma emotivo e spirituale della scena. Questa ricchezza di dettagli simbolici, tipica dell'arte tardo-medievale e del primo Rinascimento, riflette una profonda comprensione delle corrispondenze mitico-religiose che informavano la spiritualità dell'epoca.

Albrecht Durer | Ritratto di Oswolt Krel

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