La Fede non dà Ricompense: Il Significato della Dottrina di Lutero e la Giustificazione per Fede

La questione della fede e delle opere, e in particolare l'affermazione "la fede non dà ricompense", è centrale nella teologia di Martin Lutero e rappresenta uno dei pilastri della Riforma protestante. Questo concetto, spesso male interpretato, mira a sgombrare il campo da ogni possibile dubbio sulla reale conversione dell'uomo, sottolineando la gratuità della salvezza e l'accettazione di Dio come guida, non per un guadagno personale.

Il Contesto Teologico Pre-Riforma: Il "Giovane Ricco" e la Fede "Commerciale"

La liturgia cristiana spesso ci propone l'incontro tra Gesù e un uomo che «possedeva molti beni» (Mc 10,22), noto come il "giovane ricco". Quest'uomo esordisce con una domanda: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?» (v. 17). Questo interrogativo riflette una visione della fede che Lutero avrebbe poi profondamente criticato: un rapporto di fede "commerciale", dove si compiono azioni con l'aspettativa di una ricompensa divina. Gesù, in questo passaggio evangelico, cerca di aiutare l'uomo offrendogli il vero volto di Dio, invitandolo a cercare lo sguardo divino, a mettersi in adorazione e a lasciarsi perdonare nella Confessione. Il Vangelo evidenzia il passaggio dal dovere al dono, ricordando i comandamenti ma arrivando alla proposta positiva: «Va', vendi, dona, seguimi!» (cfr. v. 21). Una fede senza dono, senza gratuità e senza opere di carità, alla fine rende tristi, come il giovane che tornò a casa «rattristato» e «scuro in volto» (v. 22).

Martin Lutero: La Nascita della Riforma e la Questione della Giustificazione

Martin Lutero, nato in Sassonia, ad Eisleben, fu un monaco agostiniano che divenne dottore in teologia nel 1512. La sua figura è indissolubilmente legata all'inizio di un'epoca nuova per la storia europea, in quanto fu l'artefice dello scisma protestante e l'iniziatore della Riforma. La narrazione dell'evento ha assunto nel corso dei secoli molteplici interpretazioni.

Un momento cruciale fu la pubblicazione delle sue 95 tesi sulle indulgenze. Sebbene la storicità dell'affissione delle tesi non sia decisa con certezza, è noto che Lutero si trovava ancora a Tübingen in quel periodo e che inviò le sue tesi al suo superiore e a vari vescovi, tra cui l'arcivescovo Alberto di Brandeburgo. La prassi delle indulgenze era diventata una delle espressioni più evidenti e intollerabili di una fede "commerciale", con i proventi destinati alla costruzione della basilica di San Pietro. Lutero era assillato dalla domanda: «Come posso avere un Dio misericordioso?». La risposta la trovò nel Vangelo di Gesù Cristo: «Qui si trovano la vera teologia e la conoscenza di Dio».

LA DOTTRINA DELLA GIUSTIFICAZIONE

La "Sola Fede" e la Giustizia di Dio

Il cuore della dottrina luterana riposa sul modo di intendere la salvezza e, quindi, la giustificazione del peccatore. Un punto di svolta nella sua ricerca teologica fu la "scoperta della torre" (Turmerlebnis), durante la lettura del v. 17 del primo capitolo della Lettera di San Paolo ai Romani: «il giusto vivrà per fede». Lutero ebbe un'improvvisa illuminazione sulla natura della giustificazione, comprendendo che la giustizia di Dio non è quella con cui Egli punisce i peccatori, ma la giustizia che Dio ci dona per mezzo della fede. L'uomo, infatti, nella sua parte umana, è incline al peccato originale e ogni sua opera non può che essere peccato. La giustizia è quella di Dio, non la nostra.

Per Lutero, la giustificazione è un atto della volontà divina che decide misericordiosamente di non imputare all'uomo il peccato, ma di ricoprirlo della giustizia di Gesù Cristo. Dio non vede più in lui un peccatore, ma i meriti del suo Figlio unigenito incarnato. La fede, intesa come fiducia nella misericordia di Dio di essere stato salvato (la cosiddetta "fede fiduciale"), diventa l'unica condizione richiesta per la giustificazione, escludendo l'iniziativa della volontà umana.

Lutero affermava: «Non le opere buone fanno il giusto, ma l’essere giusti è quella di Dio, non la nostra. Per cui l’uomo è giacere dentro di sé, cioè di ripiegarsi su se stesso. L’uomo è giusto, ma se esce da questa prospettiva, è peccatore». L'uomo è, allo stesso tempo, peccatore e giusto (simul iustus et peccator). Vive contemporaneamente la condizione di peccatore e di salvato da Cristo. Questo equilibrio tra peccato e fede nella salvezza è il significato ultimo della condizione umana. Siamo salvati non per nostra iniziativa, ma per l'iniziativa di Dio, non per le nostre buone opere o meriti presunti, ma per la grazia e l'amore di Dio, non perché siamo stati giusti, ma perché Dio ci rende partecipi della giustizia di Cristo. La giustificazione si attua concretamente in una persona già nel momento in cui crede, cioè quando pone la sua fiducia in Cristo e nell'amore di Dio. Le opere dell'uomo vengono dopo, perché certamente la fede cambia l'uomo, mettendolo in una relazione nuova con Dio e quindi con il mondo. I riformatori, riprendendo Agostino, definirono il peccatore come "uomo incurvato su se stesso", quindi come uomo che, basando la sua esistenza sul proprio io e sulle proprie capacità, rimane chiuso nel riferimento a se stesso. Le opere non sono condizione per la giustificazione, ma sono frutto di essa.

Le "Cinque Perle della Riforma"

La Riforma di Lutero può essere sintetizzata in cinque "perle" fondamentali:

  1. Solus Christus (Solo Cristo): In Cristo, e non altrove, troviamo ogni cosa. Se domandiamo pace, la sua consacrazione ce la dà. Se domandiamo redenzione, la sua passione ce la dà. Se domandiamo assoluzione, nella sua croce troviamo la nostra assoluzione. Se domandiamo la speranza dell'immortalità, l'abbiamo nella sua ascensione. In Lui trovi Dio, in Lui trovi te stesso.
  2. Sola Scriptura (Solo la Scrittura): «Io sono vinto» dalle parole della Scrittura. La coscienza umana può essere vinta solo se è convinta dalla Parola di Dio. La Bibbia diventa Parola di Dio soltanto quando Dio stesso ci parla.
  3. Sola Gratia (Solo la Grazia): La grazia incondizionata. L'Evangelo cristiano è grazia incondizionata, immeritata, gratuita.
  4. Sola Fide (Solo la Fede): «Il cristiano è un libero signore, e non è sottoposto a nessuno. Il cristiano è un servo zelante in ogni cosa, ed è sottoposto ad ognuno». Questa duplice libertà è fondata in Cristo e nel prossimo, in Cristo per la fede e nel prossimo per amore.
  5. Soli Deo Gloria (Solo a Dio la Gloria): Ogni opera di Dio glorifica Lui soltanto.
Sintesi delle cinque Solae

Conflitti e Confronti: Lutero, Erasmo e la Chiesa Cattolica

Lutero contestava al papato romano il diritto di convocare i concili e di interpretare le Scritture. Il conflitto tra Lutero e la chiesa di Roma divenne sempre più aspro, anche dopo la Dieta di Worms (1521). Già il 15 giugno 1520, Leone X aveva emanato la bolla “Exsurge Domine” con la quale dava a Lutero sessanta giorni di tempo per ritrattare, pena la scomunica. Per tutta risposta Lutero, il 10 dicembre 1520, diede pubblicamente fuoco ai suoi volumi di diritto canonico, nonché alla stessa bolla papale.

Il Dibattito sul Libero Arbitrio

Il dibattito con Erasmo da Rotterdam, un intellettuale e spirituale del tempo, fu di profondo significato teologico. Nel 1524 Erasmo pubblicò il De libero arbitrio e l'anno dopo Lutero gli rispose con il De servo arbitrio. Questo confronto riguardava la relazione tra l'uomo e Dio. Per Lutero, l'uomo è simile a un giumento. Se lo cavalca Dio, esso va dove Dio vuole che vada; se invece lo cavalca Satana, esso va dove Satana vuole che vada.

Le "Correzioni" di Melantone e il Concilio di Trento

Filippo Schwarzerdt, più conosciuto come Melantone, fu un amico personale di Lutero e revisore di alcuni punti del suo insegnamento. Per l'Eucaristia, preferì appoggiare l'idea di una presenza del Signore nel pane e nel vino che vengono distribuiti nella santa Cena, distanziandosi dalla spiegazione luterana che suonava ancora troppo cattolica per altri riformatori. Riguardo alla fede e alle opere, dopo la morte di Lutero, propose una dottrina detta "sinergista", che cercava di recuperare la risposta della libertà umana, riconoscendo un ruolo reale nell'accettare o rifiutare la grazia.

Il Concilio di Trento (1545-1563) fu la risposta della Chiesa cattolica alla Riforma. Il decreto sulla giustificazione, emanato il 13 gennaio 1547, fu uno dei suoi documenti più importanti. Il Concilio ribadì la necessità e l'esistenza della giustificazione cristiana, affermando che essa è della grazia, ma l'uomo deve collaborare. Sottolineò che l'uomo non è del tutto passivo e che la giustificazione non può essere ottenuta con le sole sue opere. La grazia, gratuita e può accrescersi e perdersi, e la perseveranza resta un dono. Le opere buone, compiute in stato di grazia, sono meritorie e portano alla vita eterna.

La Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della Giustificazione (1999)

Un momento significativo nel dialogo ecumenico fu la firma, il 31 ottobre 1999 ad Augusta, della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione da parte dei rappresentanti della chiesa di Roma e della Federazione Luterana mondiale. Questa dichiarazione affermava: “Insieme confessiamo che soltanto per grazia e nella fede nell’opera salvifica di Cristo, e non in base ai nostri meriti, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere”. I due punti del contenzioso, fede e opere, furono risolti con le espressioni: diventiamo giusti “per grazia e nella fede”, e lo Spirito “ci chiama a compiere le buone opere”.

Anche se la Dichiarazione congiunta rappresenta un progresso notevole nella mutua comprensione, la chiesa cattolica ritiene che non si possa ancora parlare di un consenso tale da eliminare ogni differenza. Le difficoltà più grandi si riscontrano nel paragrafo 4.4, “L’essere peccatore del giustificato”. Secondo la dottrina cattolica, nel battesimo viene tolto tutto ciò che è veramente peccato, e la concupiscenza che rimane nel battezzato non è propriamente peccato.

Divergenze Persistenti

Nonostante i progressi ecumenici, alcune differenze rimangono:

  • Sola Grazia e Sola Fede vs. Sacramenti e Opere: Lutero ha sostenuto con forza “Sola grazia” e “Sola fede”, mentre Roma sostiene anche la necessità dei sacramenti e delle buone opere.
  • Sola Scriptura vs. Magistero della Chiesa: Lutero sosteneva che “chiunque è illuminato da Dio può sviluppare una conoscenza completa ed esatta delle Scritture attraverso la grazia divina”, mentre Roma sostiene che è l’insegnamento della chiesa (il magistero) che aiuta il cristiano nel discernimento della Parola di Dio.
  • Sacerdozio Universale dei Credenti vs. Clero: Lutero ha difeso il “sacerdozio universale dei credenti”, mentre Roma sostiene il clero, un ruolo distinto dal semplice credente e applicato esclusivamente agli uomini che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine.

La questione non si basa solo su un malinteso. Le due parti furono coinvolte in un conflitto inconciliabile tra posizioni incompatibili, riguardanti la natura e la causa della giustificazione. Lutero insisteva sul fatto che la fede che giustifica è una fede viva che porta il frutto delle opere. La giustificazione è per “Sola fede”, ma questa fede non è mai “solitaria”.

Icona della comunione ecumenica

La Fede, le Opere e la Salvezza

Il dibattito tra Paolo e Giacomo, due figure chiave del Nuovo Testamento, è spesso citato per illustrare le diverse prospettive sulla fede e le opere. Paolo è interessato alla questione teologica di come un peccatore possa essere giustificato davanti a Dio, mentre Giacomo è interessato alla questione pratica di come un peccatore possa dimostrare di essere giustificato: “mostrami la fede”. Giacomo fa capire che la sola professione di fede non porta alla salvezza, perché una professione di fede che non produce opere non giova a nulla. Una fede priva di opere non solo è morta, ma è una fede che non salva. Chi salva non è la fede, ma il soggetto nel quale è riposta la fede: Cristo.

La fede, per essere tale, non è solo conoscenza, assenso e fiducia, ma deve essere composta anche di opere. A livello umano, il credente mostra una vera fede per mezzo di azioni visibili. Le nostre opere “giustificano” agli occhi degli uomini che osservano la nostra dichiarazione di fede. Tale “giustificazione” per Dio non è necessaria. “Solo la fede giustifica, ma la fede che giustifica non può mai essere da sola”. La fede salvifica deriva da Dio e non dalle opere compiute. Essa non è una virtù dell’uomo, non è un atteggiamento meritorio di ricompensa; la fede è la scoperta di Dio, è l’accettazione della sua grazia. Il vero cristiano, colui che accetta Dio come sua guida, non accetta Dio per averne un guadagno (la fede non dà ricompense), l’uomo accetta Cristo per vivere nella gioia del suo messaggio.

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