La Chiesa e le sue sfide: Le analisi e le prospettive di Benedetto XVI per il rinnovamento

Papa Benedetto XVI si è presentato con qualche minuto di ritardo alla sua udienza di congedo dai "principi della Chiesa" nella Sala Clementina, accolto dal lungo applauso dei cardinali. In quello che fu l'ultimo atto del suo pontificato, Ratzinger promise sin d'allora la sua “obbedienza” al suo successore. La cerimonia, semplice e toccante, si aprì con un breve saluto del Decano del Sacro Collegio, il cardinale Angelo Sodano, che espresse la gratitudine dei porporati per il cammino compiuto a fianco del Papa negli ultimi otto anni.

Anche se non previsto dal programma ufficiale dell'incontro, Papa Ratzinger volle lasciare ai cardinali un ultimo appello all'unità della Chiesa. Ai cardinali, il Papa chiese di essere uniti affinché il Collegio che avrebbe eletto il suo successore potesse diventare “come un'orchestra, dove le diversità, espressione della Chiesa universale, concorrano sempre alla superiore e concorde armonia”.

Questo invito all'unità fu ribadito dal Pontefice citando il pensiero di uno dei teologi a lui più cari, Romano Guardini: “La Chiesa non è un'istituzione escogitata e costruita a tavolino ma una realtà vivente. Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire come ogni essere vivente, trasformandosi. Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, il suo cuore è Cristo”. Benedetto XVI promise di pregare nei giorni seguenti per il Conclave, affermando: “Tra voi, tra il Collegio Cardinalizio - ha aggiunto -, c'è anche il futuro Papa, al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza”.

Poco prima, il Pontefice tornò su alcuni dei punti affrontati durante l'udienza generale del giorno precedente in Piazza San Pietro, un incontro che aveva permesso di toccare con mano come la Chiesa sia “un corpo vivo, animato dallo Spirito Santo, e vive veramente dalla forza di Dio”. Egli sottolineò: “La vostra vicinanza, il vostro consiglio - mi sono stati di grande aiuto nel mio ministero. In questi otto anni abbiamo vissuto con fede momenti bellissimi di luce radiosa nel cammino della Chiesa, assieme a momenti in cui qualche nube si è addensata nel cielo”.

La Profezia di Ratzinger: Una Chiesa ridimensionata ma più spirituale

Oltre 40 anni fa, un giovane teologo bavarese, Joseph Ratzinger, pronunciò una profezia sul futuro del cristianesimo. Prevedeva una Chiesa ridimensionata, con molti meno seguaci, costretta ad abbandonare anche buona parte dei luoghi di culto costruiti nei secoli. Tuttavia, riteneva che attraverso questo “enorme sconvolgimento”, la Chiesa avrebbe ritrovato se stessa e sarebbe rinata “semplificata e più spirituale”. Questa profezia concluse un ciclo di lezioni radiofoniche che l'allora professore di teologia svolse nel 1969, un momento decisivo nella sua vita e in quella della Chiesa, caratterizzato dalla contestazione studentesca, dallo sbarco sulla Luna e dalle dispute sul Concilio Vaticano II appena concluso.

Ratzinger, che in quel periodo si trovava isolato dopo aver rotto con amici “progressisti” sull’interpretazione del Concilio, tracciava in cinque discorsi radiofonici la propria visione sul futuro dell'uomo e della Chiesa. Si diceva convinto che la Chiesa stesse vivendo un'epoca analoga a quella successiva all'Illuminismo e alla Rivoluzione francese. Spiegava: “Siamo a un enorme punto di svolta nell’evoluzione del genere umano. Un momento rispetto al quale il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante”. Paragonando l'era attuale a quella di Papa Pio VI, rapito dalle truppe della Repubblica francese e morto in prigionia nel 1799, Ratzinger suggeriva che una condizione non molto diversa potesse attendere la Chiesa odierna, minata dalla tentazione di ridurre i preti ad “assistenti sociali” e la propria opera a mera presenza politica.

“Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”, affermava. Prevedeva una ripartenza da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che avrebbe rimesso la fede al centro dell’esperienza. “Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra”. Ratzinger delineava un “processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata”.

Illustrazione concettuale della Chiesa che si rinnova e si spiritualizza, simboleggiando una rinascita da una fase di riduzione.

Le Sfide del Post-Concilio e le Loro Cause

Gianfranco Svidercoschi, ex vicedirettore dell’Osservatore Romano e decano dei vaticanisti, ha affermato a In Terris: “Nessuno può permettersi di dubitare della sincerità e della volontà di Benedetto XVI di risolvere, nel segno della riconciliazione, alcuni dei problemi più spinosi che erano sorti nel post-Concilio”. Di Joseph Ratzinger si sapeva come non fosse stato troppo soddisfatto delle conclusioni del Concilio, e lui non lo nascose mai, né da perito conciliare, né da arcivescovo, né da Papa. Pochi giorni prima delle dimissioni, fece un discorso al clero romano, rilevando le criticità dell’“aggiornamento” post-conciliare. Pertanto, prosegue Svidercoschi, “non fu responsabilità di Papa Ratzinger, se questi tentativi di conciliazione non furono pienamente compresi”.

Un esempio fu il discorso alla Curia romana sul dilemma riguardante l’interpretazione del Vaticano II: “C’era stata continuità o discontinuità con la Tradizione e il magistero precedente?” analizza l’ex vicedirettore dell’Osservatore Romano. Questa questione, invece di favorire un incontro positivo tra le diverse visioni, causò un certo depotenziamento della grande svolta conciliare. Un altro esempio fu l’operazione compiuta per mettere fine allo scisma lefebvriano, ripristinando la Messa in latino di san Pio V. “Ci fu anche un infoltimento delle schiere del movimento tradizionalista, appunto per la maggiore credibilità che aveva acquisito con la concessione pontificia”, evidenzia Svidercoschi. Questo fenomeno si allargò dalle roccaforti del conservatorismo europeo agli Stati Uniti, estendendosi “come una macchia d’olio”.

Per meglio comprendere le turbolenze post-conciliari, Svidercoschi suggerisce di tornare indietro nel tempo, ricordando come uno stato di pre-crisi andasse avanti da una ventina d’anni, da quando si erano avvertiti i primi segnali di distacco dalla Chiesa istituzionale. A questo si aggiunse il fatto che un “certo mondo cristiano”, già sconvolto dallo scandalo abusi e sempre più riottoso all’idea di dover avventurarsi nelle novità e nei cambiamenti, faticava ad accogliere le proposte di rinnovamento. La situazione che Francesco ereditò dal passato si acuì proprio in conseguenza della elezione del Papa argentino, il quale si mostrò subito poco propenso ad assecondare gli ideologismi dei nostalgici e le rivendicazioni dei tradizionalisti.

Inoltre, la situazione si aggravò pesantemente con l’esplodere della questione liturgica, o, come si è arrivati a chiamarla, della “guerra liturgica”. Questa “guerra”, inizialmente combattuta ai piani alti della Santa Sede, degenerò successivamente, soprattutto negli Stati Uniti, in un quasi scisma. Conclude Svidercoschi: “Nostalgici di un mondo sacralizzato, del genere post-tridentino, fautori convinti di una religione intesa come ideologia, tutti rivendicando le proprie idee, conducendo le proprie battaglie. Ma, a far da collante a questo caleidoscopio di focolai, c’era sempre l’opposizione alla riforma liturgica conciliare e al Papa che la difendeva. Lo scontro fra gli uomini poteva anche continuare. Ma, a guardare con gli occhi della fede, stava accadendo qualcosa di sconcertante. Era uno scandalo che, quello che per il cristianesimo rappresenta il vincolo più profondo di unità, fosse diventato motivo di divisione nel popolo di Dio”.

Foto di Papa Benedetto XVI in un momento di riflessione, evocando le sfide interne e le complessità della Chiesa.

La Visione Teologica di Benedetto XVI: Riforma nella Continuità

Papa Benedetto XVI, prima di partire per Castel Gandolfo, impartì ai cardinali una nuova, grande lezione sulla Chiesa, che, a suo dire, avrebbe dovuto costituire per loro “la ragione e la passione della vita”. La Chiesa, ribadiva, “non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino…, ma una realtà vivente… Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi… Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, e il suo cuore è Cristo”.

Questa visione “alta” della Chiesa non nascondeva i problemi. Il Pontefice ribadì il suo no alle divisioni e chiese, con una delle sue predilette metafore musicali, “che il Collegio dei Cardinali sia come un’orchestra, dove le diversità - espressione della Chiesa universale - concorrano sempre alla superiore e concorde armonia”. La Chiesa dovrebbe costituire per i cardinali “la ragione e la passione della vita”. Benedetto XVI si fece “guidare da un’espressione di Romano Guardini [1885-1968], scritta proprio nell’anno in cui i Padri del Concilio Vaticano II approvavano la Costituzione Lumen Gentium, nel suo ultimo libro, con una dedica personale anche per me; perciò le parole di questo libro mi sono particolarmente care”.

Il riferimento a Guardini, insieme alla Lumen Gentium, è molto significativo. Non è la prima volta che il Papa citava questo pensatore italo-tedesco inviso sia ai progressisti sia agli ultra-conservatori, a tutti coloro che rifiutano l’interpretazione del Concilio Vaticano II come “riforma nella continuità”. Questo concetto, che è il principale legato teologico di Papa Ratzinger, chiede sia la leale accettazione delle riforme sia la loro interpretazione in continuità con il Magistero precedente. Ecco dunque Benedetto XVI tornare a Guardini, un teologo così lontano dalle fughe all'indietro come dalle fughe in avanti. La Chiesa nella storia “diviene” e si trasforma come tutti gli organismi viventi: ecco la riforma. Ma nello stesso tempo rimane la stessa: ecco la continuità. E riforma e continuità stanno insieme solo se il cuore della Chiesa è e resta Gesù Cristo.

Questo è stato visto, disse Benedetto XVI, nella folla dell’ultimo mercoledì in Piazza San Pietro: lì si è potuto davvero “vedere che la Chiesa è un corpo vivo, animato dallo Spirito Santo e vive realmente dalla forza di Dio. Essa è nel mondo, ma non è del mondo: è di Dio, di Cristo, dello Spirito. Per questo è vera ed eloquente anche l’altra famosa espressione di Guardini: 'La Chiesa si risveglia nelle anime'”. Qui torna l’ammonimento contro chi riduce la Chiesa al piccolo calcolo mondano e tratta il Conclave come se fosse la scelta di un presidente del Consiglio in Italia. “No, la Chiesa è un’altra cosa”.

La Chiesa vive, cresce e si risveglia nelle anime che, come la Vergine Maria, accolgono la Parola di Dio e la concepiscono per opera dello Spirito Santo; offrono a Dio la propria carne e, proprio nella loro povertà e umiltà, diventano capaci di generare Cristo oggi nel mondo. Attraverso la Chiesa, il Mistero dell’Incarnazione rimane presente per sempre. Cristo continua a camminare attraverso i tempi e tutti i luoghi. Questo mistero toglie ogni preoccupazione e permette a Papa Ratzinger di tornare alla sua parola preferita, “gioia”, quella gioia che, come ha detto, “nessuno ci può togliere”. Solo così si capisce il pensiero - non “politico” ma soprannaturale - per il Conclave e il prossimo pontificato.

Schema visivo che rappresenta il concetto di

Il Contributo di Papa Francesco: Una Chiesa in uscita e missionaria

Jorge Bergoglio non aveva partecipato al Concilio, ma lo aveva “imparato” in quel grande laboratorio ecclesiale che è l’America Latina. Da qui, perciò, la predisposizione, una volta Papa, a privilegiare le riforme pastorali rispetto a quelle istituzionali. Tenendo conto di questo, si può facilmente capire perché Papa Francesco, nella sua esortazione apostolica “Evangelii gaudium”, abbia disegnato il profilo di una Chiesa caratterizzata da una “conversione pastorale e missionaria”, capace di “trasformare ogni cosa”.

Una Chiesa che deve “annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura”. Una Chiesa dove tutti possano sentirsi “accolti, amati, perdonati”. Una “Chiesa povera tra i poveri, povera con i poveri”, puntualizza Svidercoschi. Il “sogno” bergogliano non faceva altro che riprendere il progetto riformatore del Vaticano II, anche se ora formulato in termini nuovi, per come il Papa pone l’urgenza di cambiare, di rinnovarsi, insomma, di essere cristiani in maniera autenticamente evangelica.

Così come la lettura dei “segni dei tempi” andava al di là dello stesso metodo induttivo impiegato dalla “Gaudium et spes”. Non si partiva più dal “centro” ma dalle “periferie”. Non più dall’Occidente ma dal Sud. Questo “sogno” di Francesco, però, ha cominciato, giorno dopo giorno, a scontrarsi con la stessa realtà in cui avrebbe dovuto realizzarsi. Il Papa si sforzava di recuperare il Concilio, di farlo diventare esperienza quotidiana dei credenti, in una situazione che, sebbene ereditata dal passato, si acuì proprio in conseguenza della sua elezione.

Fotografia di Papa Francesco in un contesto pastorale o missionario, tra la gente o nelle periferie, simboleggiando una

L'Urgenza dell'Unità e la Fedeltà allo Spirito Santo

L'ultimo discorso di Benedetto XVI ai cardinali prima di volare a Castel Gandolfo, si concluse con un forte appello all'unità e alla fedeltà allo Spirito Santo. Il Papa ha ricordato, come aveva fatto nell’ultima udienza generale, che “in questi otto anni, abbiamo vissuto con fede momenti bellissimi di luce radiosa nel cammino della Chiesa, assieme a momenti in cui qualche nube si è addensata nel cielo”. Tuttavia, l'essenziale non risiede nella qualità dei momenti, luminosi o grigi, ma nell'amore profondo e totale con cui si è cercato di servire Cristo e la sua Chiesa. “Abbiamo donato speranza, quella che ci viene da Cristo, che solo può illuminare il cammino”. Non comprende che cos’è la Chiesa chi non intende come tutto venga da Cristo.

Con questo spirito, Benedetto XVI ha assicurato: “Continuerò ad esservi vicino con la preghiera, specialmente nei prossimi giorni, affinché siate pienamente docili all’azione dello Spirito Santo nell’elezione del nuovo Papa. Che il Signore vi mostri quello che è voluto da Lui”.

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